Al di là della psicoterapia. La Psicologia Analitica di Jung nel mondo contemporaneo.

“L’influsso di Jung si è esercitato attraverso la sua personalità, la sua dottrina, i suoi allievi, i suoi ex-pazienti e la sua scuola. All’inizio esso si limitava al campo della psichiatria e della psicoterapia, ma dopo il 1920 si estese agli ambienti religiosi e alla storia della cultura”, (1)

Così, Henri Ellenberger, apre il paragrafo sull’influsso dell’opera di Jung nel suo La Scoperta dell’Inconscio, del 1970. Si tratta di poche paginette che tuttavia sintetizzano, in un testo di studio ormai classico e ampiamente diffuso, non solo la varietà e l’estensione degli interessi di Jung, ma anche l’impatto che essi hanno avuto sulla psicologia in generale, oltre che sulla psichiatria e la psicoanalisi, e su numerosi altri campi del sapere e della cultura in generale.

Sono passati più di trent’anni da questo primo resoconto – fitto di opere e nomi, alla cui lettura preferisco rimandare – anni in cui il pensiero junghiano si è ulteriormente diffuso grazie all’incremento degli analisti junghiani nel mondo, al lavoro di studiosi appassionati e al contributo di cultori, a vario titolo, della sua opera monumentale.

Raccogliere questi ultimi trent’anni di operosa elaborazione del lascito culturale junghiano – peraltro ancora da mettere pienamente a frutto – sarebbe compito di un libro, in parte già scritto da altri. In questa occasione mi limiterò a delineare un panorama e un orizzonte con qualche percorso più dettagliato, lasciando ai lettori indicazioni bibliografiche per successivi approfondimenti (2).

Inizierò da una constatazione generale. Come altri autori del suo calibro, Jung è stato variamente letto, interpretato ed etichettato, in quella tensione tipica della cultura del Novecento a definire attraverso ideologie, a storicizzare e a pensare in forma lineare anche argomenti complessi come la psicologia del profondo.

Per chi è addentro all’opera di Jung – un’opera che copre il XX secolo fino al secondo dopoguerra – non è difficile coglierne l’evoluzione interna, influenzata dagli accadimenti esterni e dai passaggi della vita dell’autore. Jung, inoltre, non si è mai sottratto alla riflessione sugli eventi contemporanei e questo gli è costato anche polemiche e accuse che, nonostante le successive confutazioni, hanno comunque messo in ombra, per un certo periodo, la sua immagine pubblica.

Dice sempre Ellenberger:

“È destino di tutti gli innovatori che gli sviluppi della loro opera siano imprevedibili, poiché essi non dipendono tanto dal valore intrinseco dell’opera stessa, quanto da fattori materiali, da circostanze storiche e da fluttuazioni della psiche collettiva” (3).

Proprio quella psiche collettiva che Jung era riuscito a illuminare con nuove intuizioni poi riprese da sociologi, economisti e studiosi di politica e del diritto.

Credo quindi che un modo possibile di affrontare l’eredità culturale di Jung sia oggi quello di considerarla come un forziere pieno di tante monete che prendono valore e diventano spendibili mano a mano che l’atmosfera contemporanea dà loro corso. Non va infine dimenticato che la pubblicazione della sua opera sta ancora procedendo con prime edizioni le quali – penso soprattutto ai contributi più colloquiali nella forma dei seminari registrati dal vivo, delle interviste, di brevi articoli e di interventi non specialistici – ci mostrano Jung in una luce nuova, diversa e più ariosa rispetto a quella del vecchio saggio, del mistico o dell’alchimista che per lungo tempo lo ha circondato (4).

L’influsso dell’opera di Jung si è intensificato dopo la sua morte, avvenuta nel 1961, in diversi contesti: quello specialistico degli studi e delle ricerche psicologiche e delle pratiche psicoterapiche e psichiatriche, favorito dalla nascita, dalla diffusione e dalla crescita delle varie associazioni e scuole di formazione junghiana nel mondo; quello culturale più allargato e aspecifico, in una modalità che definirei “sparsa”, a seconda dei luoghi in cui il suo pensiero veniva seminato anche casualmente; quello della cultura di massa, prima attra- verso l’immagine mitizzata di una sorta di guru della cultura underground, ora nel contesto New Age; quello degli studi esoterici e filosofico-religiosi.

L’interesse focalizzato su alcune parti dell’opera di Jung potrebbe essere letto anche in senso compensatorio, rispetto a una serie di contenuti psichici che per un certo periodo sono stati espunti dall’indagine psicologica o semplicemente nascosti da paradigmi più potenti, come per esempio quello della relazione e della comunicazione dominante nell’area clinica e teorica della psicologia, oppure quello crescente delle scienze cognitive.

Tuttavia, anche questi aspetti erano ben presenti nella sua opera: Jung aveva molto approfondito proprio il campo delle relazioni, intrapsichiche e interpersonali, partendo dal transfert e dagli aspetti tecnici della relazione analitica. E poi, oggi si cominciano a tracciare anche le connessioni tra cognitivismo e junghismo; e ritroviamo, infine, anche la teorizzazione intorno al Sé, fin dall’inizio centrale nella ricerca di Jung, in quasi tutti gli ambiti della psicologia contemporanea.

A questo punto si può anche aggiungere che Jung è uno di quegli autori fecondi che si diffondono silenziosamente, senza che venga sempre riconosciuta la loro paternità. Anzi, il più delle volte, nel suo caso, essa è stata deliberatamente occultata o minimizzata. In più occasioni ho avuto modo di seguire, dal punto di vista editoriale e storico, l’evolversi delle idee nel campo psicoanalitico in rapporto alle diverse scuole, e di scoprire che alcuni concetti importanti che oggi vi circolano, non sono solo frutto di ingenue criptomnesie o di casuali riflessioni in parallelo.

Jung è stato abbondantemente letto, ascoltato di persona e seguito anche da molti analisti freudiani e post- freudiani, kleiniani, winnicottiani, bioniani, lacaniani e altro. Molti filoni innovativi dell’area psicoanalitica portano oggi avanti, con terminologie diverse, proprio ciò che Freud aveva rinnegato in Jung. Lo stesso accade in contesti limitrofi – psicologie accademiche, altre scuole di psicoterapia dinamica, orientamenti psicopedagogici o psicosociali – dove si attinge a piene mani dall’opera di Jung, grazie anche ai percorsi ana- litici individuali di vari studiosi e terapeuti.

In queste mie note su Jung non affronterò gli aspetti più noti del suo lavoro, vale a dire quelli relativi all’analisi, alle teorizzazioni sulla psiche complessa, all’esplorazione del sim- bolismo, dell’alchimia, del mito, dell’immagine fantastica, fino alla concezione del Sè e altro ancora. Mi soffermerò invece su due aree in particolare: quella culturale in senso lato e quella del contesto psicologico educativo, nelle quali mi sem- bra che il pensiero junghiano possa dare oggi frutti più maturi.

INDIVIDUO E SOCIETÀ

Nel 1912 Jung aveva il coraggio di dire che:

“Il conflitto individuale del malato si rivela conflitto generale dell’ambiente che lo circonda e del suo tempo. La nevrosi è dunque in realtà null’altro che un tentativo individuale (peraltro non riuscito) di risolvere un problema generale” (5).

Molti ignorano o dimenticano che Jung si è occupato con passione del rapporto tra individuo e collettività, scrivendo su questo argomento pagine che sono oggi attualissime. Questo aspetto poco conosciuto di Jung è diventato per me una sorta di titolo generale sotto cui raccogliere il suo contributo più vivo e renderlo fruibile a chi oggi è costretto a misurarsi con la realtà sociale, non solo nell’ambito psicoterapico.

Il motivo della rimozione collettiva di questi specifici contenuti dello junghismo, giace, oltre che nella limitata conoscenza della sua opera, anche nel fraintendimento del richiamo di Jung all’individualità, letto impropriamente come invito all’individualismo in un’atmosfera socio-culturale che della collettività aveva fatto un mito.

Se invece, come invita a fare Luigi Aurigemma curatore delle sue Opere, si contestualizzano meglio le teorizzazioni di Jung di fronte all’orrore del nazismo, alla figura di Hitler e al dramma della seconda guerra mondiale, emerge che il suo intento era quello di un richiamo alla responsabilità personale, all’individualità come coscienza e libertà dalle psicosi di massa e dalle epidemie psichiche. Se questa tensione umanistica percorreva gli scritti di Jung fin dall’inizio, essa si fece più acuta in quelli che vanno dagli anni Quaranta in poi, raccolti nel volume intitolato Civiltà in transizione.  Dopo la catastrofe (6).

Mi spingerei a dire che lo junghismo, e anche i post-junghiani di oggi, continuano ad essere attraversati e problematizzati da questa tensione tra individuo e società, dalla ricer- ca dell’equilibrio tra mondo interno, sue immagini e simboli, e mondo esterno e impegno civile. Il tutto, in una prospettiva dinamica e di confine, in quel paradigma della complessità che è l’imprinting lasciato da Jung, di cui spesso colleghi di altre scuole hanno diffidato trovandolo un po’ confuso o complicato, e che ora, di fronte a una società e a un mondo, diventati anch’essi confusi e complicati, si può invece rivelare utilissimo.

Come storia esemplare di questa creativa ambivalenza non posso che pensare a J. Hillman. Dopo aver lavorato a lungo sulle dimensioni intrapsichiche, Hillman ha condotto il fare anima fuori dalla stanza di analisi, laddove Jung l’aveva originariamente intuito con la brillante definizione di un inconscio collettivo e dei suoi archetipi. Forse non si è ancora capito che parlare di un inconscio collettivo, degli archetipi che lo animano e di processo individuativo, vuol dire fare contemporaneamente sociologia della psiche, individuale e collettiva, e non soltanto indugiare in un mondo interno che riassorbe e privatizza quello esterno. Anche l’uso sempre più diffuso della parola anima in senso psicologico, collettivo, sociale, ecologico, spirituale laico, impensabile fino a un recente passato, fa parte di un humus culturale che riconduce a Jung e al senso relazionale che lui stesso dava alla parola, sottolineandone l’aspetto non-egoico (7).

LA RELIGIONE E LA SPIRITUALITÀ

Passando al discorso religioso vero e proprio, considerato come uno dei cardini nel rapporto tra individuo e collettività, Jung non tradisce mai l’approccio psicologico, mantenendo un vertice critico dei fenomeni massificanti che appiattiscono e deresponsabilizzano l’individuo. Non a caso, forse, i suoi contributi sulla spiritualità e la religione sono stati variamen- te percepiti: dal versante religioso cristiano con una certa distanza e sospettosità, quando non aperto rifiuto, e dal versante ateo come una conferma, altrettanto sospettosa, del suo misticismo. Nell’attuale situazione internazionale, il pensiero di Jung può sintonizzarsi sulla necessità di rinnovare il dialo- go religioso e interreligioso, di fronte al crescente fenomeno dell’integralismo e della nascita di settarismi radicali, i quali finiscono per diventare baluardi dei tratti distintivi e individuativi di una determinata cultura, assumendo un valore così centrale e vitale da dover essere difeso a costo della vita.

Quando Jung, negli scritti degli anni Quaranta e successivi, insiste a dire che non bastano i motivi economici e politici a spiegare le guerre e i fenomeni collettivi, intende illuminare proprio le dinamiche psichiche che riescono a muovere gli individui e le masse verso comportamenti irrazionali basati su emozioni primarie, offensive o difensive che siano.

Nella sua opera, la questione religiosa scorre tra passato e presente, tra eventi interiori e grosse trasformazioni collettive, fermandosi su tematiche cruciali, come per esempio il problema del male e l’inadeguatezza delle categorie di pensiero e linguaggio con cui esso viene accostato nei tempi moderni. Se Jung fosse vivo, sicuramente cercherebbe di analizzare anche il fenomeno dell’integralismo, nelle sue diverse componenti, inclusa quella del kamikaze (8) e molto probabilmente qualcuno lo accuserebbe di essere filo-islamico. Per Jung lo studio della religione – in particolare quella cristiana a lui familiare anche perché il padre era un pastore protestante – apparteneva in realtà allo studio generale della storia della coscienza occidentale e della sua crisi culturale e filosofica, maturata tra l’Ottocento e il Novecento (9).

L’ARTE E LA SCIENZA

Jung non si occupò di arte al modo della cosiddetta psicoanalisi applicata, che caratterizzava l’orientamento freudiano, vale a dire la lettura dell’opera d’arte attraverso le categorie psicoanalitiche applicate all’autore e alla sua biografia. Anzi, alcuni sostengono addirittura che Jung abbia dedicato scarsa considerazione all’argomento, in quanto critico dell’atteggiamento esclusivamente estetico all’opera d’arte.

Jung ha più volte affermato, in una visione morale dell’arte, di non comprendere l’artista contemporaneo, il quale ai suoi occhi mancherebbe di consapevolezza del proprio ruolo educativo e correttivo e soffrirebbe di una marcata frammentazione della soggettività.

In realtà la forte impronta che nel pensiero junghiano assume il registro simbolico, cioè l’elaborazione delle immagini interne, incluse quelle archetipiche, nonché la teorizzazione delle due forme del pensare, finisce per spingere la sua indagine verso l’atto creativo, piuttosto che verso l’opera d’arte, della quale semmai egli evidenzia la natura visionaria, perturbante che attualizza l’archetipo.

“Un poeta o un veggente esprime l’inesprimibile della sua epoca e dà vita, nell’immagine e nell’azione, a ciò che il bisogno incompreso di tutti attendeva, nel bene e nel male, per la salvezza di quell’epoca o per la sua rovina” (10).

 E. Neumann e in seguito numerosi autori post-junghiani, hanno ampliato e arricchito il particolare approccio di Jung al ruolo dell’ arte – che includeva un’ integrazione con la mitologia, l’etnologia, lo studio delle fiabe e di tutti i prodotti dell’immaginazione umana – attraverso numerose pubblicazioni (11). Nell’ ambito psicoterapico, invece, Jung stesso ha dato un notevole impulso all’espressione artistica, lasciandoci numerosi documenti personali ai quali non attri- buiva valore artistico in senso convenzionale, considerandoli piuttosto come rappresentazioni di forme interne archeti- piche (come per esempio il mandala).

La psicologia analitica offre particolare rilievo all’immagine, alla forma, alla rappresentazione che emerge dall’inconscio, nel sogno, nell’immaginazione attiva, nella fantasia e anche nelle concrete attività di disegno, pittura, gioco della sabbia e altre tecniche espressive come la danza e il teatro. La nascita dell’arteterapia, e delle sue varie scuole attive nel mondo, deve molto all’orientamento junghiano, di cui continua ad alimentarsi.

Anche come scienziato, Jung esordì con successo sulla scena accademica, grazie alla sperimentazione e all’ideazione del test di associazione verbale. Tuttavia, la sua psicolo- gia, a differenza di quella di Freud, poggiava più sull’anima filosofica, romantica ed esistenziale, che non su quella biologica e positivista. Inoltre, gli aspetti soggettivi del ricercatore, come la tipologia di personalità e la cosiddetta equazione personale, erano già stati inclusi da Jung nel campo dell’ osservazione, al pari della sua onesta aspirazione all’ oggettività.

Le teorie della relatività, il principio di indeterminazione e la fisica quantistica, risultano in sintonia con il pensiero junghiano sul funzionamento psichico e anche con l’originale elaborazione del suo concetto di sincronicità (12). Attraverso l’amicizia con il fisico W. Pauli, Jung approfondì la teoria quantistica cogliendone la forza di paradigma culturale e la sua risonanza sul piano filosofico e psicologico.

Le attuali teorie sul Caos e sulla Complessità, che spaziano dalle scienze naturali a quelle umane, le esperienze psicologiche degli stati di coscienza liminari o alterati, diventate oggetto di serio interesse della ricerca psicofisologica. I recenti studi sulla coscienza e le neuroscienze in generale, trovano nell’opera di Jung la teorizzazione psicodinamica naturalmente più vicina alle loro premesse.

Il contributo di Jung ha stimolato il dialogo interdisciplinare tra la scienza in generale, la psicologia e gli studi sulla mente, l’arte e la spiritualità, favorendo anche la diffusione di un modo diverso di fare e trasmettere cultura. Arte e scienza, in particolare, sono state accomunate in vari eventi e manifestazioni culturali di massa. Nelle varie associazioni analitiche del mondo, si tengono gruppi di discussione su film insieme ai registi e ai critici, si fanno corsi illustrati da materiali analoghi, si trasmettono le suddette tecniche psicoterapiche che fanno uso dell’espressività, si organizzano seminari culturali cui spesso vengono invitati gli artisti. Gli psicologi analisti, a loro volta, vengono invitati a convegni sull’arte, scrivono di creatività, alcuni si dilettano personalmente di espressione artistica. Il reciproco nutrimento vive oggi una stagione felice. Anche qui, però, il modello non è nuovo, visto che ripren de quello delle Conferenze di Eranos (13) tuttora in corso.

Questi incontri ad Ascona, iniziati da Jung e dedicati a temi di interesse generale, sono importanti occasioni di scambio tra studiosi di varie discipline, che guardano all’essere umano nella sua interezza e in relazione dinamica con la storia della cultura e la complessità della società contemporanea.

POLITICA E CRITICA SOCIALE

La situazione mondiale più recente potrebbe favorire un maggior apprezzamento del pensiero junghiano. Autori come J. Hillman e A. Samuels (14), per citare i nomi più noti, hanno già provato a elaborare e rendere fruibile a un pubblico più ampio la profondità dell’analisi di Jung intorno ai fenomeni collettivi. Il rapporto tra individuo e società, cui abbiamo accennato più sopra, la visione olistica e di interrelazione tra cose ed eventi, la teorizzazione della dinamica degli opposti e della funzione trascendente che media i conflitti, il senso del mito e del sacro, il rispetto per le differenze, questo ed altro costituiscono un impianto di critica sociale che più pun- tuale non si potrebbe, di fronte all’attuale crisi delle società avanzate. Se all’esordio della sua opera Jung assumeva il ruolo anticipatorio del profeta, oggi le sue riflessioni marcia- no finalmente al passo con i tempi.

La sua visione prospettica, finalistica piuttosto che causale, trova nello scenario contemporaneo la collocazione più adatta, vista l’urgenza di rifondare, a livello planetario, una speranza nel futuro e le conseguenti politiche di conservazione e manutenzione delle risorse collettive. L’antidoto agli aspetti dannosi della globalizzazione economica è il riconoscimento della diversità dei bisogni e delle risorse di ogni gruppo sociale, del localismo né gretto né rigido, delle comunità e delle appartenenze a cui gli esseri umani non sono ancora in grado di rinunciare.

L’approccio multiculturale e interculturale, oggi tanto sbandierato, le politiche a favore degli immigrati e l’atteggiamento verso lo straniero rimangono questioni astratte, se non vengono sostenute da modalità di rapporti e di interventi che considerino l’individuazione e la particolarità come un valore, piuttosto che come una minaccia o, forse peggio, come un tratto puramente folcloristico da sfruttare.

EDUCAZIONE E SERVIZIO SOCIALE

La maggior parte degli analisti junghiani, che oggi potrebbero funzionare come catalizzatori di processi culturali, non utilizzano pienamente il potenziale di intervento che scaturisce dal pensiero junghiano.

Ovvero, essi considerano Jung, insieme ad altri psicoanalisti, soprattutto nella veste teorico-clinica della cura, limitandone l’azione all’interno dei setting deputati. Ci sono tuttavia contesti vicini o confinanti con quelli della psicoterapia, che già da tempo richiedono, e con frequenza crescente, l’intervento dello psicologo con specializzazione psicoterapica.

Mi riferisco all’area educativa e a quella sociale che ho avuto modo di conoscere e frequentare in veste di docente di formazione e di consulente psicologica. La mia formazione junghiana e il riferimento ad alcuni aspetti specifici dell’opera di Jung sono risultati decisivi per caratterizzare l’intervento e cominciare a costruire – nell’incontro e nel confronto con altri colleghi che hanno vissuto simili ampliamenti della propria pratica professionale – un modello comune di lavoro in queste aree (15).

Fin dagli anni Venti, Jung rilevava l’ importanza di un’ integrazione tra la psicologia analitica e le discipline dell’educazione e della formazione. Già da allora Jung usava le espressioni: educazione degli adulti, educazione e rieducazione alla salute, prevenzione.

Oggi, queste parole e le rela- tive istanze che le sostengono, sono rappresentate anche sul piano accademico e in specifici progetti legislativi. Sarebbe eccessivo parlare di uno Jung pedagogista, anche se quella di avere un tratto pedagogico è stata per lungo tempo un’accusa che gli è stata mossa, in contrapposizione alla classica posizione neutrale dello psicoanalista freudiano. Parlerei piuttosto di sensibilità della psicologia analitica ai processi formativi, e di specifici strumenti teorici che favoriscono lo sviluppo della personalità in una sorta di psicologia dell’età evolutiva che arriva fino alla vecchiaia e che include salute, malattia e intervento terapeutico.

Vale a dire che esiste una naturale predisposizione del modello junghiano a operare nei contesti scolastici e riabilitativi. Tra i punti qualificanti di questo modello abbiamo, già predefiniti da Jung, i seguenti:

  1. L’educazione psicologia del bambino, che per Jung deve aver luogo attraverso l’esempio dell’ adulto, più che nell’azione diretta sul bambino. Questo porta dritti al secondo e fondamentale punto;
  2. L’educazione degli adulti, intesa come acquisizione di consapevolezza psicologica di sé e delle proprie dinamiche interne, al fine di non proiettarle sui bambini, appesantendo il loro naturale processo individuativo. Notiamo qui il parallelismo con l’indicazione – poi trasformata nel training vero e proprio – che agli albori della psicoanalisi Jung aveva dato, per primo, ai futuri analisti: che cioè essi stessi si sottoponessero ad un’approfondita analisi dell’inconscio prima di assumersi la responsabilità della cura dei loro pazienti;
  3. L’educazione cosciente collettiva, in base a regole e principi comuni, quella scolastica tradizionale, in cui risulta di nuovo determinante la maturità psicologica dell’inse- gnante. A questo punto, riprendendo il tema centrale del rapporto tra individuo e collettività, in relazione al contesto educativo, farò parlare direttamente Jung: “Non possiamo in nessun caso sacrificare il principio dell’educazione collettiva allo sviluppo dell’indole individuale, ma altrettanto ci auguriamo che un’indole individuale pregevole possa non essere soffocata dall’ educazione collettiva” (16).

Riferendosi alla competenza psicologica degli adulti, genitori e insegnanti che hanno la responsabilità delle nuove generazioni: “La nostra educazione collettiva non ha praticamente approntato nulla per favorire questo passaggio: mentre si preoccupa a fondo dell’educazione dei giovani, non pensa quasi affatto all’ educazione dell’adulto che si suppone sempre non abbia più bisogno di educazione” (17).

Dal volume XVII delle Opere:

“Il pedagogo dovrebbe prestare molta attenzione al proprio stato psichico… Ogni educatore, nel significato più vasto della parola, dovrebbe continuare a domandarsi se applica a se stesso e nella sua vita, nel modo migliore possibile e con il massimo di coscienziosità, ciò che egli insegna agli altri…I genitori si aspettano dai loro figli che facciano bene ciò che essi stessi hanno fatto male…Probabilmente il miglior metodo educativo consiste nel fatto che l’educatore stesso sia educato… Finché continuerà in questo suo sforzo con una certa intelligenza e con pazienza non sarà forse un cattivo educatore. Molto adatta ai nostri tempi: Un’educazione puramente tecnica e utilitaria non impedisce alcuna illusione e non ha nulla da contrapporre ad abbagli ingannatori. Essa manca di cultura, la cui legge più intima è la continuità della storia, cioè della coscienza umana superindividuale” (18).

Concludo questa rapida incursione in aree e temi di attualità della Psicologia Analitica con una notazione generale che accomuna l’area educativa e quella socio-riabilitativa, intese rispettivamente come l’alveo di trasmissione dei saperi e quello del recupero della salute.

Jung, come ho cercato di evidenziare, è stato anche un filosofo e un sociologo della psi- che (19), oltre che un medico e terapeuta, e la sua visione è sempre andata oltre la dimensione della malattia, da lui iscritta nel contesto più ampio della vita e dei suoi accadimenti. Per chi ancora pensa che il malato o colui che ha bisogno di sostegno, come l’allievo, debbano ricevere più attenzione della malattia o della materia da insegnare; per chi ritiene che la costituzionalità umana universale e la tipologia di personalità pesino tanto quanto l’influsso ambientale; per chi crede che i modi, il senso di una malattia e gli itinerari delle cure e dei percorsi di crescita, si modellino in modo particolare per ogni esistenza e che il curante e il paziente condividano nel profondo un simile destino, l’orientamento junghiano fornisce una cornice teorica e un sistema interpretativo non rigido e molto artico- lato. Basta cercare e saper attingere.

Gli aspetti clinici, applicativi e quelli teorici e culturali più raffinati vi sono ugualmente rappresentati all’interno di questa cornice, infine, acquista rilievo primario la dimensione etica della cura, nella centralità della formazione del terapeuta/educatore, al quale non basterà acquisire metodi e tecniche, né seguire corsi più o meno obbligatori per sviluppare la propria professionalità.

A questo scopo dovrà concorrere tutto l’essere, l’onestà, l’autenticità interiore e il costante lavoro sul senso della vita, senza il quale, ci dice Jung verso la fine della sua esistenza, l’uomo non può vivere. Forse possiamo credergli.

 

Elena Lotta, Psicoterapeuta e analista junghiana, in Babele n. 26, 2004


Note:

  1. H. Ellenberger (1970), La scoperta dell’inconscio, vol. II, Torino, Boringhieri, 1976, p. 849.
  2. 2. C. Hauke, Jung and the Postmodern, London, Routledge, 2000; (2000) E. Christopher, H. McFarland Solomon (a cura di), Il pen- siero junghiano nel mondo moderno, Roma, Edizioni Magi, 2003; (1985) A. Samuels, Jung e i neo-junghiani, Roma, Borla, 1989; C. Schillirò, «Gli epigoni di Jung. Tendenze e voci della Psicologia ana- litica contemporanea», in Trattato di Psicologia Analitica, a cura di A. Carotenuto, vol. II, Torino, UTET, 1992.
  3. H. Ellenberger, ibidem, p. 853.
  4. C.G. Jung, Sui sentimenti e sull’ombra, Roma, Edizioni Magi, 2002 e, in corso di pubblicazione, Visioni, Appunti del Seminario tenuto ne- gli anni 1930-1934 (2 vol.) sempre per i tipi delle Edizioni Magi.
  5. C.G. Jung, «Vie nuove della psicologia», in Opere, vol. VII, Torino, Boringhieri, 1998, p. 258.
  6. C.G. Jung, Opere, vol. X, tomo 2, Torino, Boringhieri, 1986.
  7. J. Hillman, Anima, Milano, Adelphi, 1989; Codice dell’Anima, Mila- no, Adelphi, 1997; (1992) H. Moore, La cura dell’anima, Milano, Frassinelli, 1997.
  8. E. Liotta, D. Tessore, A. Rashid, Il Fondamentalismo tra Resistenza e Terrorismo. Dialogando di Politica, Storia delle Religioni e Psicoanalisi, «Rivista di Psicologia Analitica», n. 67, 2003.
  9. P.C. Devescovi, «Il problema religioso», in Trattato di Psicologia Analitica, vol. I, cit.
  10. C.G. Jung, «Psicologia e poesia», Opere, vol. X, tomo I, p. 371.
  11. F. Salza, La tentazione estetica, Jung, l’arte, la letteratura, Roma, Borla, 1987; «Jung e l’arte», in Trattato di Psicologia Analitica, cit.; Ch.Gaillard, Il museo immaginario di C.G. Jung, Bergamo, Moretti&Vitali, 2003; particolare attenzione alla dimensione del co- lore e all’espressione artistica, anche nell’infanzia, compare nei se- guenti libri: M. Di Renzo, Il colore vissuto; C. Widmann, Il simboli- smo dei colori; M. Di Renzo, C. Widmann (a cura di), La psicologia del colore, tutti editi da Edizioni Magi; si veda anche la rivista «Anima», a cura di F. Donfrancesco, edita da Moretti&Vitali.
  12. D. Peat, Synchronicity, New York, Bantham Books, 1987; M. La Forgia, «La sincronicità», in Trattato di Psicologia Analitica, vol. II, Torino, UTET, 1992; E.Liotta, Scienza, Psicoanalisi e identità dell’a- nalista, «Rivista di Psicologia Analitica», n. 58, 1998; Le dinamiche della Tras-Formazione: Caos, Complessità e Psicologia Analitica in Informazione e Complessità, Ed. Andromeda, 1998.
  13. A. Vitolo, «Le conferenze di Eranos», in Trattato di Psicologia Analitica, vol I, cit..
  14. J. Hillman, Forme del potere, Milano, Garzanti, 1996; A. Pintus, Jung: società e politica in Trattato di Psicologia Analitica, vol. I, cit.; A. Samuels (1993), La psiche politica, Bergamo, Moretti &Vitali, 1999; Politics on the couch, London, Profile Books, 2001; Th. Singer (a cura di), The Vision Thing. Myth, Politics and Pysche in the World, London, Routledge, 2000.
  15. E. Liotta, Educare al Sé, Roma, Edizioni Magi, 2001; Le solitudini nella società globale, Celleno (VT), La Piccola editrice, 2003; L’ambiguo confine tra psicoanalisi e educazione e la formazione analitica, «Studi Junghiani», vol. VIII, n. 2, 2002.
  16. C.G. Jung, «Il significato dell’inconscio nell’educazione indivi- duale», in Opere, vol. XVII, cit., p. 146.
  17. C.G. Jung, «L’energetica psichica», in Opere, vol. VIII, p. 70.
  18. C.G. Jung, passim da Opere, vol. XVII.
  19. Sullo Jung filosofo si vedano sempre nel Trattato di Psicologia Analitica, vol. I, le voci relative: U. Galimberti, Jung e la filosofia dell’Occidente, M. Pezzella, Temi filosofici nell’Opera di C.G. Jung, L. Procesi, Gli antecedenti filosofici di C.G. Jung, R. Madera, Jung e Nietzsche, L. Marra, Jung e la fenomenologia.