Angelo Moscariello: “L’inconscio sullo schermo. Il cinema secondo Jung”.

L’autore si addentra nel cinema adottando la prospettiva junghiana. Cinema come fusione di mythos e logos, arte fatta di immagini talora organizzate secondo quei processi già ben descritti da Freud di condensazione e di spostamento, ma soprattutto di simboli che scaturiscono dalle profondità dell’inconscio, nella sua dimensione personale e collettiva.

Come osservava Groddeck “il poeta non è completamente libero nel suo atto creativo ma deve seguire il percorso che l’inconscio gli prescrive facendo affiorare il simbolo” in una coazione a simbolizzare “che fa scaturire un simbolo da un simbolo un altro simbolo fino a formare una rete di analogie e di corrispondenze che esulano dal controllo totale della ragione pur rispettando le strutture compositore dell’opera”. Il cinema possiede questa natura mitopoietica.

Come sottolinea Moscariello nel cinema questo fenomeno consente ai grandi registi, poeti e visioni, di coniugare con felice equilibrio sogno e realtà, figure mentali e figure reali in quello stato “intermedio” chencome dice Bergman permette di “trasformare i sogni in ombre” o di “rituffarsi fino alle più profonde radici del mondo dell’infanzia”.

Cinema che è anche sogno ad occhi aperti, che permette di farci scoprire aspetti di noi stessi che ignoravamo perché il suo linguaggio è identico a quello del sogno. Ci permette di affrontare la nostra Ombra personale facilitando la reintegrazione del nostro Io nell’Altro e nel mondo.

Nel cinema lo spettatore entra in risonanza con quanto vede accadere sullo schermo in virtù di quel processo di ricambio reso possibile dai fenomeni di identificazione e proiezione che si attivano nella sua mente. Processo di cui parlava Morin come di una “simbiosi” ossia di “un sistema che tende a integrare lo spettatore nel flusso del film” come se “il film svolgesse una nuova soggettività, trascinando quella dello spettatore”.

La dimensione intrinsecamente “animista” del cinematografo era già stata esaltata negli anni venti da grandi cineasti e teorici come Epstein, Herbier, Artaud. È indubbio che il cinema è l’arte tra tutte più capace di guardare al quel mistero che è la nostra anima. Quando guardiamo i film anche i film ci guardano e per dirla con Jung essi guardano non tanto al nostro Io quando al nostro Sé.

Per l’autore il cinema, con il suo linguaggio immaginale, polisemico e archetipico pare essere “più dalla parte di Jung” che da quella di Freud dimostrandolo attraverso una lunga “carrellata” di film in cui non manca, ad ogni “cambio di scena”, di approfondire il pensiero junghiano toccando temi come l’ombra, il percorso dell’eroe, la sincronicità, la follia, gli archetipi dell’inconscio collettivo, l’enantiodromia, il sogno. Interessanti le escursioni in alcune visioni del Libro Rosso la cui sequenza narrativa, scritte con la finezza di grande drammaturgo, sarebbero pronte da portare sullo schermo: pensiamo per esempio all’incontro con Elia e Salomé o con il Cavaliere Rosso.

Il cinema, in virtù  della sua natura onirica favorisce la fusione di mito e sogno dal momento che, come dice Campbell “il sogno è la versione individuale del mito ed il mito è la versione collettiva del sogno; mito e sogno sono entrambi simbolici in quanto frutto della stessa dinamica della psiche”.

Ebbene nel cinema e con il cinema sognamo e siamo sognati allo stesso tempo, guardiamo e siamo visti. Per Moscariello il cinema è davvero la porta dell’inconscio dello spettatore.

Jung, è vero, poche volte ha fatto riferimento al cinema. Lo ha fatto certamente, forse in modo indiretto, in una pagina della sua biografia, di Sogni, Ricordi, Riflessioni, quando racconta di aver visto in sogno avvicinarsi a lui un disco volante, rotondo come una lente di un obbiettivo telescopico, seguito dall’immagine di uno yoga in meditazione che poi è lui stesso, riflettendo solo in un secondo tempo che forse non sono i dischi a essere nostre proiezioni  m siamo noi ad essere proiezioni di essi. Come la lanterna magica, la meditazione dello Yoga “proietta” la nostra realtà empirica così si può dire che la nastra coscienza, il fascio di luce centrato sul punto focale del nostro Io, guarda come verso un misterioso mondo dell’inconscio.

“Lente”, “proiezione”, “lanterna magica, “fascio di luce”… forse Jung sta descrivendo il cinema anche se non lo sa.

La redazione

 

Angelo Moscariello, L’inconscio sullo schermo. Il cinema secondo Jung. La rappresentazione de Sé nel cinema, Moretti & Vitali, 2016