Umberto Galimberti: “Psichiatria e fenomenologia”.

Dopo aver studiato filosofia mi era venuto il sospetto che la ragione volesse difendersi da qualche cosa. I filosofi si erano messi a ragionare per tenere a bada qualche scenario inquietante che secondo me era lo scenario della follia. Allora (anni ’70) sono andato all’ospedale psichiatrico dove ho incontrato un grande primario dell’ospedale che allora nessuno conosceva, ma che io ho conosciuto da vicino e che si chiama Eugenio Borgna.

Abbiamo discusso questo concetto: la scienza psichiatrica per diventare scientifica è costretta a spersonalizzare le persone, a considerarle una somma di parti, corpo, io, inconscio, super-io oppure dualismo psico-fisico o psico-biologico. Stiamo comportandoci dal punto di vista scientifico esattamente come si comportano gli schizzofrenici, che non hanno un’ unità della persona ma che hanno dei pezzi che devono ricomporre. Come è possibile allora (è questa la domanda che ci è venuta) che una scienza che non ha mai conosciuto l’unità della persona ma solo dei pezzi possa curare la gente che è “a pezzi”?

Allora abbiamo impostato un discorso non psicologico, non psico-analitico ma fenomenologico. La fenomenologia non crede che l’uomo sia fatto di anima o di corpo, ma è convinta che l’anima sia il suo corpo e che questo suo corpo abbia una relazione con il mondo. E dalla relazione corpo-mondo nasce poi quello che chiamiamo psiche.

Per corpo non intendiamo organismo, ma corpo vivente, quel corpo che è al mondo non come sono le cose, ma come colui che è aperto al mondo, che si rapporta con il mondo, riceve e reagisce agli stimoli, istituisce con il mondo una sorta di alleanza e relazione ed è il veicolo per essere al mondo. Il rapporto corpo mondo è la vera costituzione psicologica. Non anima e corpo, ma corpo e mondo, e non siamo al mondo come delle cose ma come coloro che inter-agiscono con questo ambiente.

Questa tradizione psichiatrica inaugurata da Jaspers (Psicopatologia Generale) dice sostanzialmente che io posso spiegare la schizofrenia ma dopo che l’ho spiegata, non ho compreso nessuno schizzofrenico. La comprensione è un rapporto empatico, bisogna entrare nei deliri e se ci si riesce si scopre che i deliri sono operazioni geometriche perfette per cui la norma non è solo l’apparato delle persone normali ma la “norma” è anche ciò che costituisce un delirio. Un delirio è molto regolato, molto geometrico. Se io riesco a calcolarne il centro scopro che tutte le sue manifestazioni sono perfettamente coerenti. Pazzia, delirio, luce nera della follia. Noi le vediamo con la luce della ragione come devianze, ma in realtà sono l’ultimo rimedio a cui uno ricorre prima di farla finita, di suicidarsi, oppure prima che ci pensi l’intelligenza biologica (siccome non sei riuscito a risolvere il problema ora ci penso io come specie). La malattia mentale è spesso un rimedio al peggio, una sorta di farmaco psichico, meglio deliranti e sognanti che morti suicidi.

La malattia mentale come estremo tentativo di essere al mondo. Se il folle non riesce più a stare al mondo non è che noi lo aiuteremo escludendolo dal mondo e chiudendolo in un manicomio, dove proprio perderà i rapporti con il mondo (i manicomi verranno grazie al cielo aperti). I folli andranno piuttosto accuditi nei loro deliri.

I folli delirano mentre noi sogniamo ma non c’è molta differenza se non nell’intensità maggiore. Senza quei piccoli deliri che sono i sogni anche la vita non riuscirebbe a procedere.

 

Recensione

Umberto Galimberti, Psichiatria e fenomenologia, Feltrinelli, 2009