Attualità del pensiero di Carl Gustav Jung. Sguardi, pensieri, riflessioni.

È probabile che lo spirito di Carl Gustav Jung non sia mai stato così vivo. La sua natura caleidoscopica e la prospettiva epistemologica complessa che anima la psicologia analitica offrono di continuo preziosi gli sguardi e straordinarie chiavi di lettura al ricercatore interessato alla comprensione dell’attuale nei suoi risvolti antropologici, sociologici e psicologici.

Le convergenze tra le ricerche più aggiornate e il pensiero junghiano sono molte, così come stanno crescendo le persone interessate ad approfondire la sua teoria nonché il suo approccio clinico: psichiatri, psicologi e counselor di tutto il pianeta, ricercatori interessati più in generale a una maggiore conoscenza di se stessi e del mondo in cui viviamo, ma anche persone abitate dal disagio e dalla sofferenza, attraversate dall’esperienza della fragilità e spesso portatrici di una impellente e necessaria domanda di senso.

Un pensiero che non ha mai trovato grande spazio nelle accademie, spesso saccheggiato anche se talvolta in buona fede, che si sta rivelando tuttavia uno straordinario specchio per osservare i riverberi e le mutazioni di un mondo i cui cambiamenti e trasformazioni in atto sono difficilmente prevedibili. E l’opera di Jung per quanto enciclopedica rimane ancora in parte non pubblicata. La riflessione che ha seguito la recente pubblicazione del Libro Rosso ha ulteriormente contribuito ad un notevole approfondimento dell’affascinate tema dell’autopoiesi della psiche, quel processo dinamico-costruttivo mediante il quale la psiche forma, plasma e crea se stessa. La straordinaria capacità della psiche di reggere “momenti di tensione” e di costruire il nuovo, generare ciò che prima non c’era e quindi tendere a significati sempre ulteriori attraverso la funzione simbolica, rimane uno degli aspetti di maggior interesse, novità e speranza sia per il futuro della psicologia che per la crescita dell’umanità intera.

 

“In quanto psicologi abbiamo innanzitutto il compito
e il dovere di comprendere la situazione psichica
del nostro tempo”, C. G. Jung

 

INDICE

  • L’attualità di Jung – Messaggio di Laura Briozzo
  • Sguardi, pensieri, riflessioni – Introduzione di Gianluca Minella 
  • La funzione inferiore – Intervista a Federico De Luca Comandini
  • Considerazioni attuali sull’ombra – Intervista a Marco Gay
  • Un sogno lungo cent’anni – Intervista a Marco Garzonio
  • Jung e il sentimento religioso – Intervista a Robert Michael Mercurio
  • Momenti di tensione – Intervista a Michele Oldani
  • La pratica analitica – Intervista a Augusto Romano
  • Il mito della coscienza – Intervista a Daniele Ribola
  • L’Attualità del Libro Rosso – Intervista a Murray Stein
  • Il femminile – Intervista a Carla Stroppa
  • Il rapporto con l’alterità – Intervista a Giulia Valerio
  • Jung analista per il 2000 e oltre – Intervista ad Antonio Vitolo
  • La sincronicità – Intervista a Claudio Widmann

(Disponibile a partire dal 9 dicembre 2017!)

La psicoterapia junghiana, come fa notare Murray Stein, non è solo per ricchi. Gli analisti junghiani non hanno solo a che fare con persone di mezza età, intellettuali o professionisti che vogliono dedicarsi alla crescita personale e iniziare ad entrare più in profondità nella loro esistenza, ma per la loro flessibilità hanno soprattutto a che fare con studenti, artisti e giovani che non possono permettersi grosse cifre. Certo non è un percorso per tutti in quanto la maggior parte delle persone che si avvicinano alla psicoterapia è più interessata a risolvere un disagio immediato, un sintomo, una crisi improvvisa, uno stato depressivo che è misteriosamente comparso nella loro vita che a cercare attivamente un significato ulteriore. Tuttavia sono proprio questi eventi interiori che se letti in modo adeguato potrebbero essere occasioni e chiamate al nostro destino individuativo che non è mai solamente un fatto personale, ma è strettamente connesso allo spirito del nostro tempo. Jung sosteneva che la società umana stava attraversando una trasformazione a livello globale con il passaggio dall’Era dei Pesci verso l’Era dell’Acquario.

Il tempo della transizione è particolarmente turbolento perché è tempo di profondi cambiamenti a livello culturale e psicologico, che producono immense ondate sulla superficie della consapevolezza. In questo tempo di transizione c’è grande confusione. Le antiche vie e abitudini si estinguono, le antiche forme culturali sono ormai fatiscenti, e le persone sono a disagio con ciò che sta avvenendo perché non riescono a capire e intravedere ciò che sta arrivando. Stiamo in un momento di rinascita, per cui il nuovo non è ancora visibile, stiamo in una terra di mezzo, su una soglia, che potremmo definire come liminalità culturale, in mezzo e tra. E tutto ciò potrà durare cento anni o magari anche di più e fino a un nuovo consenso culturale e globale, un nuovo tipo di cultura globale che non è mai esistita prima e che si potrà manifestare e radicare.

Michele Oldani nel suo intervento approfondisce ulteriormente la mutazione antropologica che sta attraversando il nostro tempo e soprattutto le nuove generazioni, più che le persone di mezza età, sembrano i veri protagonisti, con i loro disagi e fragilità ma anche con le loro innumerevoli potenzialità e risorse, di questo grande e palpabile cambiamento che è sotto gli occhi di tutti. La forma egoica di coscienza sta lasciando il passo a nuovi modi di orientarsi nel mondo? Il destino eroico di Ulisse con il suo procedere lineare può essere messo in relazione ad un forma di coscienza in grado di tessere relazioni? Alle agenzie formative del futuro il compito di educare a nuovi modi e forme dell’esistere fondate sulla relazione con l’alterità.

I Proci, o i giovani, diventano ombra di Ulisse e interagiscono con lui nella ricerca, simultaneamente eroici e sfaticati, individualisti e votati al collettivo. Abbiamo bisogno di interagire con queste tensioni contraddittorie e comprendere che riguardano anche noi adulti formatori che abbiamo voluto questo mondo e determinato questi figli in questo modo. Comprenderli vuol dire comprenderci e accettare che anche loro formino noi. Questa capacità di ascolto e di lavoro psichico contiene un potere enorme e potrebbe rappresentare la direzione futura. Un lavoro faticoso, straordinariamente creativo e in fondo indispensabile oggi.

Viviamo in un mondo orientato all’unilateralità, strutturato su una forma di coscienza che scarta piuttosto che includere. «Una persona dovrebbe essere abituata, fin da piccolo, a fare ciò che non sa fare, a stare nel luogo dove perde o dove non sa, perché è questo che lo rende completo: ed è solo l’archetipo che costringe alla completezza la coscienza dell’Io.» Di questo Jung era profondamente convinto.

Giulia Valerio nel suo intervento parla del rapporto con l’alterità che si accompagna con la possibilità di ospitare l’altro dentro di noi in tutte le sue forme e soprattutto quelle più piccole, incapaci e disadattate. «L’ospitalità, quella qualità umana così offesa nel nostro tempo, credo che debba cominciare da noi stessi, nell’ospitare dentro di noi parti molto ferite». E la frontiera nel quale l’altro è incontrato nella sua alterità più radicale è l’etnoclinica. «Quello che i migranti, i prossimi, i richiedenti asilo, i beneficiari, gli ospiti, gli stranieri, il popolo del mare ci pongono davanti è un modo diverso di concepire l’esistenza, di educare i figli, di essere madri e padri, di ascoltare i sogni, di curare la malattia, di avere relazioni sociali. E questo ci interroga profondamente, interroga la nostra identità.»

La “funzione inferiore” è il tema tipicamente junghiano di cui ci parla Federico de Luca Comandini: «Credo che il tema della funzione inferiore, e questo mi ha molto interessato sia a livello psicologico esistenziale personale che nell’esercizio della professione, del lavoro e dell’impegno in campo psicologico, sia il tema elettivo della individuazione. E su questo credo di essere nel solco di Jung, von Franz e di posizioni significative nella psicologia analitica.» Il tema della funzione inferiore è strettamente connesso con lo sviluppo e con la ricerca della completezza psichica. Quando nella vita l’imperativo diventa quello di diventare pienamente noi stessi, è necessario attingere a forze ed energie che non abbiamo mai conosciuto, incarnare un nuovo atteggiamento, integrare ciò che di noi non conosciamo perché è rimasto inespresso. La funzione inferiore per Jung rappresenta il nostro stato di inferiorità psichica che tuttavia se riusciamo a contattare, incarnare, darle il giusto spazio può diventare un vero e proprio motore di rinnovamento, trasformazione e individuazione. È solo attraverso la funzione inferiore che possiamo attingere alle profondità dell’inconscio e questo è possibile solamente attraverso il dialogo, l’ascolto e la fiducia. Una coscienza troppo unilaterale che si relaziona all’inconscio con spirito di conquista e di dominio non potrà mai accedere ai tesori che l’inconscio contiene. L’albero non si può sviluppare senza la linfa che sale nutriente dalle radici. «La funzione inferiore è per sua natura inconscia, appartiene all’Inconscio o meglio è la nostra appartenenza all’Inconscio».

Anche Marco Garzonio insiste sul tema dell’altro che bussa alla nostra porta interrogando la nostra stessa umanità. Chi sono i profeti nella nuova umanità che sta nascendo? Possono essere i nostri vicini, i poveri, i senza tetto ossia gli ultimi. «I profeti della porta accanto possono essere anche degli immigrati, delle persone che chiedono aiuto, portatori di un bisogno di vita, di amore, di umanità». Nell’aver trovato una felice integrazione tra spiritualità cristiana e vocazione terapeutica all’interno della prospettiva junghiana l’autore affronta anche il tema della creatività e dei dispositivi protetti che permettono di poterla fare emergere nel setting terapeutico. La Sandplay Therapy, ideata da Dora Kalf, una celebre allieva di Jung, è senz’altro uno degli strumenti di elezione nel setting analitico junghiano. «È l’accoglienza della cassetta della sabbia in cui ci sono si delle regole del gioco, ma in cui uno è libero di esprimersi, di “paciugare” con l’acqua e con la sabbia.» Questo è di grande attualità perché oggi le parole, molte volte, sono logore e consunte, nel bombardamento delle informazioni. Gli oggetti, le immagini, la grammatica e la sintassi delle forme è invece qualcosa che continua ad essere espressione forte. «La creatività è una delle componenti assolutamente forti, anche se non sufficientemente viste, all’interno della vita di oggi. Questo significa trovare l’occasione per intercettarle, svilupparle, indirizzarle, darle senso. Dare la restituzione, alla persona che ha un sintomo, del valore del suo stesso sintomo e della possibilità di esprimerlo, di dargli forma».

Le immagini e i simboli sono il linguaggio dell’inconscio. Come Jung sottolinea nel Libro Rosso accanto allo “spirito del tempo” vi è lo “spirito del profondo” che conduce alla realtà dell’anima. L’uomo ha sviluppato la coscienza lentamente e laboriosamente ma essa è una costruzione fragile che come dice Jung non ha raggiunto neppure un alto livello di civiltà e un grado ragionevole di continuità ed è continuamente sottoposta al rischio di sgretolarsi. La nostra civiltà è fondata sul mito della coscienza. Questo è il tema che affronta Daniele Ribola nell’intervista. Mentre la psicoanalisi classica è fondata sul mito della coscienza la psicologia analitica tiene in maggiore considerazione l’inconscio.

«Il mito della coscienza è un mito tipicamente psicoanalitico, anzi il mito della psicoanalisi è il mito della coscienza.» Jung ha sempre prestato una particolare attenzione all’inconscio, svelandone sia gli aspetti personali, legati cioè alla storia di vita individuale, alle esperienze del singolo soggetto, sia gli aspetti collettivi, i quali trascendono l’esistenza individuale e sono comuni a tutti noi. «Per Jung l’inconscio non è solo il rimosso, non è composto da qualcosa che è già stato precedentemente nella coscienza, ma è qualcosa d’altro, che precede e che forma come matrice la coscienza stessa.»

Il rapporto della coscienza dell’Io con l’illimitatezza dell’inconscio è probabilmente l’aspetto principale che caratterizza il “sentimento religioso”. Jung è interessato all’esperienza che l’uomo, nella sua limitatezza, fa di Dio ossia di come il divino è esperito nell’anima nell’uomo. Questo è il tema affrontato da Robert Michael Mercurio ossia l’esperienza che l’uomo può fare dentro di sé, al di la delle sue appartenenze confessionali, della divinità che è poi per Jung la dimensione archetipica. Per ospitare gli déi è importante avere la giusta ricettività e apertura, farsi cassa di risonanza che permetta all’esperienza di risuonare dentro di noi. «È il sentimento che permette all’esperienza religiosa di trovare spazio dentro di noi e di risuonare». La coscienza, come diceva il grande mistico americano Thomas Merton è una sorta di “crampo” nella Psiche e di conseguenza solo se riusciamo a rilassarci rimuovendo tutti quegli ostacoli che non ci permettono di risuonare correttamente non possiamo accedere all’esperienza religiosa, “prendere parte al banchetto nuziale degli déi”. Di solito l’efficienza, le questioni pragmatiche e il guadagno sono le cose che hanno sempre la precedenza come diceva von Franz. Esperienza religiosa è anche partecipare al dramma dell’esistenza per ospitare dentro di sé le contraddizioni del mondo in cui viviamo. La figura dell’uomo sulla croce è per Jung l’immagine di quello che succede alla coscienza di una persona onesta quando si trova davanti agli opposti. Qualche volta la tensione diventa così forte da essere capaci di ucciderci. Come diceva Jung «noi non dobbiamo risolvere i problemi della vita, i problemi della vita devono essere superati».

Carla Stroppa ci ha parlato del “femminile”, un tema estremamente complesso e delicato sul quale si sono soffermati, nel corso degli ultimi decenni, diversi esponenti della psicologia analitica e non solo. Non intendo il genere sessuale ma la dimensione femminile della psiche sia maschile che femminile: in prima approssimazione si può dire che è la capacità di empatia, di sguardo interiore, di trascendenza. Soprattutto è l’attitudine a cogliere le connessioni fra fenomeni differenti, attitudine retta dall’eros che si contrappone al logos che divide e analizza le singole parti. Sono necessarie entrambe queste attitudini. Direi che le componenti autenticamente femminili sono oggi anche più necessarie. L’autrice denuncia un grande rischio dell’attualità: «il femminile rischia di imitare in modo inconscio il maschile e di scambiare questa imitazione, non di rado grottesca e nevrotizzante, per emancipazione.» Evocando il mito dell’eterno femminino quale immagine dell’emancipazione dell’anima il femminile è visto nelle sue mutevoli forme e dimensioni: da quella più elementare e istintiva, a quella erotica, a quella spirituale e infine a quella della coscienza superiore rappresentata appunto da Sophia.

Augusto Romano ci introduce alla “pratica analitica”. Come ha scritto il filosofo, Vladimir Jankélévitch, il presente della musica include sempre passato e futuro. È necessario che il passato rinasca nel presente e che in questo sia atteso il futuro. Allo stesso modo noi dovremmo concepire l’analisi: come qualcosa che si muove tra passato e futuro nel presente della relazione, cosicché non solo il passato può prefigurare il futuro ma il futuro può ridisegnare il passato. Questo finalismo inerente a ciò che nel presente si dà – che corrisponde a una grande intuizione di Jung – rende talora palpabile la liberazione dai ferrei vincoli della necessità deterministica della sofferenza patologica. Per capire la musica, occorre restare nella musica; per far procedere l’analisi occorre restare nel qui e ora della relazione. Restare in ciò che accade e chiarirlo dall’interno, addensando intorno ad esso altri fenomeni che lo confermano o lo contestano. L’interpretazione si scioglierà in un racconto, una domanda, un gesto, un silenzio… Questo pattinare sulla superficie del testo fa appello alla capacità immaginativa e all’uso delle metafore da parte di entrambi i soggetti del rapporto. Questi sviluppi hanno favorito il passaggio da una concezione dell’analisi come esercizio intellettuale sostanziato di nessi causali, lucido e rassicurante, a una conoscenza più incerta, sfrangiata, opaca, fatta di sensazioni, intuizioni, emozioni: una conoscenza che è essa stessa parte della vita.

Marco Gay si cimenta invece con alcune considerazioni attuali sull’Ombra vista nei suoi aspetti personali e collettivi. L’Ombra è un concetto, una metafora o meglio un’immagine molto efficace che Jung utilizza molto spesso nel suo pensiero e nella clinica. Ombra non solo intesa come il rimosso, ma piuttosto come il lato della nostra anima che attende di essere guardato, integrato e risolto potendo diventare allora il fratello oscuro, l’alleato che ci può aiutare ad affacciarci alle profondità archetipiche della nostra psiche. L’incontro con l’ombra è in grado di permettere una prima totalità psichica. «Ombra, in quanto ‘doppia coscienza’, è garanzia di trasformazione e di costante divenire, dal momento che noi esseri umani siamo soggetti di storia. Se non ci fosse una continua trasformazione del divenire, anche con l’aiuto del fenomeno dell’Ombra, noi non riusciremmo a tenere un sistema collettivo permanente nel suo costante fluire nel tempo.» Particolare riguardo è rivolto ai fenomeni della contemporaneità che ci parlano di una pericolosa stasi, una sorta di stagnazione o black-out energetico, di entropia piuttosto che di narrazione fluida e dinamica tra gli opposti. Attraverso questa riflessione che muove dalla teoria energetica della psiche è possibile guardare, in modo più consapevole, l’attualità in cui viviamo e fare luce su aspetti dell’Ombra collettiva come il terrorismo oppure il disagio giovanile sovente incarnato nelle nuove e mutevoli forme della psicopatologia con le quali si deve cimentare un nuovo modo di intendere la relazione analitica e di fare psicoterapia. L’intervista si conclude con un approfondimento sulla figura di Dioniso che nelle sue valenze archetipiche permette di guardare e dare un senso alla mutazione del mondo contemporaneo.

Per Antonio Vitolo quello di Jung è “un pensiero in continuo divenire”, che i suoi grandi interpreti, “i magnifici quattro”, Erich Neumann, Michael Fordham, Maria-Louise von Franz, James Hillman hanno sviluppato in modo originale ma non completamente esaurito. Sotto questo aspetto il maestro è colui che esprime una forma, che è essa stessa in continuo divenire, e che si spera non abbia deformato. Il maestro non si limita ad informare, così come lo scopo dell’analisi non è attingere pura conoscenza, bensì porsi a contatto con ombre e luci. In questa direzione il maestro Jung consapevolmente ha dato spazio ad allieve e allievi e ha configurato un raggio di pensiero e di relazione molto più ampio di quanto si voglia ammettere. Si va in analisi personale perché qualcosa nella vita profonda irrompe più un rumore che un suono […] per me “riconoscere la psiche”, perché la psiche chiede di essere riconosciuta, […] Se non la si riconosce, prevale il conflitto che è senz’altro parte dell’Anima. Tuttavia la pace è molto più ampia di ogni conflitto, perché la pace a livello individuale e collettivo comprende le ragioni del conflitto, mentre talvolta il conflitto distrugge le ragioni della pace.

Infine con Claudio Widmann il discorso sull’attualità del pensiero junghiano ci permette di entrare in una delle tematiche più affascinanti del nostro secolo che grazie agli sviluppi delle ricerche nel campo della fisica quantistica ha ritrovato nuovo vigore ponendosi come una delle avanguardie più importanti della psicologia analitica. È il tema della sincronicità o meglio delle “coincidenze significative”. Attraverso riflessioni, amplificazioni ed esempi tratti da casi clinici questa intervista ci accompagna nella comprensione di questo costrutto junghiano molto conosciuto anche se talvolta travisato o non compreso fino in fondo nella sua portata gnoseologica ed epistemologica. «Quella proposta da Jung è una concezione in cui tutti gli aspetti della realtà, materiali e psichici, sono strettamente interconnessi, per cui non esistono elementi separati interpretabili come causa ed effetto, come prima e dopo, dentro e fuori.»

Nel cercare un filo conduttore che attraversi la tessitura di tutte queste preziose riflessioni rese ancora più vive e palpitanti dall’esperienza dei loro autori, pare di sentir riecheggiare le parole del maestro che ha ispirato la loro la vita e reso possibile la loro esperienza clinica:

“La domanda decisiva per l’uomo è questa: è egli rivolto all’infinito oppure no? Questo è il problema essenziale della sua vita”

Questo interrogativo cruciale che Jung pone nella sua biografia Jung vuole in realtà sottolineare la cifra definita e limitata della natura umana:

“Solo la coscienza dei nostri angusti confini nel ‘Sé’ costituisce il legame con l’infinità dell’inconscio”

In questo rapporto fra finito e infinito, limitato e illimitato, vita e morte, coscienza e inconscio si snoda l’esperienza della nostra incarnazione, continuamente lacerata in quella drammatica tensione tra gli opposti che se da un lato crocefigge dall’altro incorona costituendo quel prodigioso movente di un senso nuovo nel simbolo. Il movimento della coscienza umana verso un ulteriore sviluppo sia negli individui che nei movimenti collettivi, nelle relazioni tra differenti culture e religioni, nella politica così come nell’educazione è diventato un fenomeno così pressante tale da non poter essere più eluso. I mutamenti in atto ci interrogano e sollecitano nuove visioni lasciandoci solo intravedere l’umanità che verrà.

Uno degli obiettivi principali del Centro Culturale Junghiano Temenos è quello di diffondere il pensiero junghiano ritenendolo di grande attualità oltre che utile al benessere individuale e universale. Lo spirito che anima l’approccio junghiano non è solamente un fenomeno culturale, ma soprattutto etico. Crediamo che rendere disponibile al grande pubblico il pensiero di Jung contribuisca non solo ad innalzare il livello di consapevolezza dell’individuo, ma ad accrescerne anche il patrimonio spirituale dell’umanità, con l’irradiamento di benefici effetti anche sulla società in generale e sullo specifico collettivo di cui l’individuo fa parte.

A più di 50 anni dalla morte di C. G. Jung sono in molti a riflettere sull’attualità della psicologia analitica nella società contemporanea. Per questo motivo Temenos è andata a intervistare alcuni tra i più attivi analisti junghiani. Gli scritti contenuti in questo volume sono stati trascritti dalle interviste originali dalla redazione Temenos e poi adattate dagli autori ad una forma scritta.

Un particolare ringraziamento va a Laura Becatti (analista junghiana e referente Temenos di Milano) che si è occupata della traduzione dall’inglese del contributo di Murray Stein che è stato intervistato a Zurigo.

Unitamente a Laura Briozzo (presidente di Temenos) e Andrea Graglia (psicologo e referente Temenos di Torino) che insieme a me hanno realizzato queste interviste, un sentito ringraziamento a tutti gli intervistati per la loro cordialità, disponibilità e accoglienza. Oltre ad una occasione altamente formativa è stata un’esperienza soprattutto umana e di preziosa condivisione.

 

cvGianluca Minella

(Membro del Comitato scientifico editoriale Temenos)

AA.VV., Attualità del pensiero di Carl Gustav Jung. Sguardi, pensieri, riflessioni, Paolo Emilio Persiani Editore (Collana Temenos), Bologna, 2017