Cavallari, Kaufman, Doveri: “Metafore del Sé” di Moretti & Vitali

Il “Sé” è un concetto o una metafora che non appartiene alle origini della psicoanalisi classica: venne introdotto da Carl Gustav Jung nel 1916 come ci ricorda Giuseppe Vadalà nell’introduzione, con riferimenti solo posteriormente dichiarati di tipo religioso e di ispirazione più specificatamente induista.

Quelle degli autori sono riflessioni che propongono tre diversi spunti interpretativi per la comprensione del concetto del Sé sia nella teoria che nella psicoterapia contemporanea.

L’intento comune è quello di indagare lo scenario ormai molto frequente nella clinica odierna, delle esperienze di frammentazione e dissociazione psichica, alla ricerca di un senso unitario che si può ricercare solamente nella profondità, nella interiorità, in quello spazio privato e irriducibilmente individuale e unico, in se stessi, nel proprio Sé.

Tre scritti molto diversi tra loro, che costruiscono un trittico sul “Sé”, accomunati tra loro dalla passione per la ricerca, la riflessione e la clinica junghiana.

 

Giorgio Cavallari nel suo saggio dal titolo “La dinamica vitale fra differenza e coesione: dalla coesione trinitaria alla pratica clinica” parte da una acuta riflessione sulla psicopatologica contemporanea.

Come fare a conciliare lo spazio collettivo che sembra diventare ogni giorno sempre più esteso, orizzontale, liquido e teso ad assimilare le differenze in un grande maglia, una rete nella quale è sempre più difficile distinguere i singoli nodi con lo spazio privato del Sé, la dimensione individuale, unica e nodale, luogo della solitudine profonda e riflessiva, del confronto e del dialogo con un centro di unità interiore?

I pazienti della clinica moderna, così come tutti gli altri esseri umani, appaiono sempre più facilmente connessi, sin dall’infanzia, attraverso gli screen degli strumenti elettronici, degli smartphone o degli i-pad; eppure è sempre più difficile per loro l’accesso ad un altra rete, più profonda e individuale, che si rivela attraverso il mondo immaginario, le corrispondenze sincroniche, i simboli onirici.

L’autore si chiede come sia possibile oggi abitare simultaneamente ed in modo tollerabile entrambi i luoghi, quello collettivo interpersonale e quello più privato e personale.

L’individuo fatica a ricomporre la sua individualità, a prendere il suo spessore di nodo in qualla rete sempre più ampia, fluida e complessa, che tende ad assimilare ogni prospettiva e cifra individuale. L’identità dei pazienti di cui ci parla Cavallari nel suo saggio è sempre più smarrita nel mimetismo così come nell’assimilazione collettiva.

La sofferenza e il disagio, nelle mutevoli forme sintomatiche della fragilità e della psicopatologia contemporanea, degli attacchi di panico o dei disturbi d’ansia, dei disturbi del comportamento alimentare così come nelle condensazioni narcisistiche della personalità, delineano forse una modalità dello “star male” o “dell’essere smarrito” che cerca il suo senso nel mondo e che proprio nella patologia cerca forse di dare paradossalmente uno spessore ontologico all’esistenza.

L’identità individuale torna in primo piano e si impone al clinico come identità malata che vuole risolversi ed evolversi. Ecco allora nella frammentazione la ricerca di coesione, nella ricerca di un sempre più problematico adattamento la spinta all’individuazione.

Quale chiave di lettura e ipotesi di lavoro clinico per pazienti che oscillano drammaticamente fra stati di fusione simbiotica e confusiva, strutturazione di dipendenza nelle relazioni, instabilità cronica nei rapporti? Come mettersi sulle tracce di quella che Bollas definisce l’idiom, ossia la cifra più autentica e nucleare del suo esistere che il soggetto porta con sé pur nel suo fecondo sfondo narcisistico?

Come conciliare la “pluralità” della vita contemporanea con una “nuclearità” essenziale di ogni essere umano? Come distinguere e tenere insieme allo stesso tempo due tipi di esistenza umana così differenti? Una vita che si determina a partire dall’essere, da quello che ognuno di noi radicalmente è da una vita che si esprime a partire dall’immagine, ossia da ciò che uno vuole sembrare?

Vengono in aiuto all’autore la filosofia dei presocratici, Freud, Jung e Winnicott, amplificazioni da Italo Calvino e Etty Hillesum ma soprattutto le meditazioni  psicologico-teologiche di Agostino sulla Trinità. Ed è proprio in questo mistero, concetto o immagine, peraltro anche esplorato da Jung, che l’autore trova un modo profondo e originale di orientarsi all’interno di quella complexio oppositorum che pare essere la trama intima e unitaria del Sé.

 

Gianni Kaufmann nel suo saggio dal titolo “Sé / non Sé. Intrecci tra buddismo e psicoanalisi” si muove invece alla ricerca di una tangenza tra psicologia analitica (e psicoanalisi) contemporanea e buddismo che viene trovata nella pratica meditativa della mindfulness.

La prima riflessione è sul piano teorico nel tentativo di delineare la natura e le caratteristiche del Sé.

La prima rappresentazione del Sé è una metafora di tipo spaziale: esso appare appare qui come stratificato, singolo e continuo, composto da parti costitutive, come entità singola, una sorta di “cipolla”, con un centro e un cuore, un nucleo costituito di strati, dove ha senso tentare di differenziare le parti autentiche da quelle false, il nucleo originario dagli strati difensivi o protettivi.

Un altro modo di guardare al Sé è invece di tipo temporale, alla sua discontinuità, per coglierlo nelle sue organizzazioni mutevoli e nei suoi cambiamenti e trasformazioni. Il Sé appare allora come costruzione, creazione, adattamento. In questa visione potremmo parlare di molteplici versioni del Sé in un flusso che ricorda di più la sequenza dei fotogrammi di un film che un nucleoinvariante e identico a se stesso.

Decade l’idea di un Sé centro e circonferenza della psiche, motore centrale di tutta la psicologia analitica classica e punto di attrazione finale di tutto il lavoro analitico. L’attenzione dell’autore è piuttosto sull’Io, centro e fuoco di consapevolezza psichica, testimone mediante le sue funzioni del lavoro psichico.

La pratica meditativa, che Kaufmann incarna qui nella mindfulness, è quella tecnica che permette una sorta di osservazione partecipante e non oggettivante che accadendo nel qui ed ora permette all’analista di esplorare con il paziente sensazioni, emozioni, sentimenti, credenze, schemi relazionali, legami disfunzionali, nodi irrisolti e nuclei di dolore non accettato.

Al centro viene messo l’ascolto analitico, l’esperienza pura, l’intuizione attiva, la presenza mentale. Un attenzione focalizzata, rivolta al momento presente e non categorizzante. Questo significa non sottrarsi al confronto con la sofferenza e il dolore ma al contrario imparare a “stare nel conflitto” perché si produca un cambiamento significativo ed emerga la realtà ultima.

Questo compito potrà compiersi se il terapeuta, attraverso l’empatia che è allo stesso tempo il proprio rapporto col fondo doloroso e irriducibile dell’esistenza, parteciperà terapeuticamente a quello del paziente.

 

Nicolò Doveri ci offre invece un’analisi di un simbolo o immagine del Sé poco frequentato e che è tuttavia così presente nella nostra quotidianità: “la casa”. La ricerca è quella di corrispondenze biunivoche tra spazio della mente intesa come Sé e spazio dell’ambiente visto come dimora e quindi come “casa”.

Attraverso l’esplorazione o l’attraversamento di un ricco scenario onirico tratto dalla clinica, nonché dall’esperienza personale, l’autore ci ricorda che la casa evoca protezione, riparo, contenimento, ordine, spazio interiore, intimità.

Nella Poetica dello Spazio il filosofo francese Gaston Bachelard si occupa dello studio fenomenologico della casa come “strumento di analisi dell’anima umana” e seguendo la metafora proposta ed esperita da Jung della psiche come edificio ci avverte che sia i nostri ricordi sono “alloggiati” e che la nostra anima è di fatto una “dimora”.

Anche l’americana Cooper Marcus chiarisce ampie corrispondenze biunivoche tra psiche e ambiente, abitazione reale e dimora dell’anima:”I luoghi dove viviamo sono riflessi del nostro processo di individuazione” così come quegli stessi luoghi “hanno un effetto decisivo nel nostro viaggio verso la totalità”.

Ma è la casa un simbolo del Sé o è il il Sé ad essere simbolo della casa?

 

Giorgio Cavallari, GianniKaufman, Nicolò Doveri, Metafore del SéMoretti & Vitali, 2016