Dal dolore alla parola. Raccontare la fragilità. Sguardo sulla sofferenza del bambino.

Un tema fondamentale della psichiatria è la responsabilità della parola, del dire parole che riescano, o meno, ad aprire il cuore alla speranza.

Dai bambini che stavano male ho imparato più di quello che riescono a dare i libri di psichiatria, spesso così freddi e gelidi, cioè il senso vibrante di cosa significa soffrire, di quel dolore che se non ha parole per esprimersi diventa come una fornace ardente.

Certo, contano le nostre consce e inconsce visioni della vita, la misura in cui per noi la sofferenza ha o non ha un senso. Dovremmo tutti cercare di percorrere il faticoso cammino che ci porta a esplorare i territori sconfinati della nostra interiorità, come ha detto Nietzsche, sfidando gli abissi che vivono in noi senza che essi ci chiudano.

Quando ci si confronta con queste dimensioni quasi indicibili, bisogna avere coscienza che le parole che si usano sono creature viventi, in modo da portare alle labbra, come consigliava Andrè Gide, solo quelle parole che vengono dal cuore.

Chiunque voglia cercare di avvicinarsi ai confini del dolore e dell’angoscia, non può non riflettere continuamente su quegli elementi, fondamentali e indispensabili in psichiatria, che provengono dalla letteratura e dalla filosofia.

Come ci suggerisce Simone Weil, ripercorriamo un passo del discorso di Ivan Karamazov:

“nessun motivo, di qualsiasi genere, che mi venga offerto per compensare la lacrima di un bambino può farmi accettare questa lacrima. Nessuno, assolutamente nessuno che l’intelligenza possa concepire”.

Avvicinarsi alla sofferenza del bambino è difficile, perché ci porta ad avere a che fare con questa inconcepibilità e anche con l’insondabilità delle radici della sofferenza che affondano nella vita interiore del bambino. La malattia del bambino ci mette di fronte a una doppia drammatica asimmetria: curante-curato e, ancor più profonda, adulto-bambino. Come superarla?

Occorre fare una metanoia essenziale che ci consenta di passare dai cieli, tutto sommato stellati, ma anche rigidi, della ragione alla grazia dell’intuizione. Questa intuizione non è un privilegio, è di tutti e di nessuno, ma in un ospedale psichiatrico ho colto la sua enorme capacità terapeutica, a volte portatrice di maggiore cura di quanta non ne fornissero nostre parole cariche di sapere.

Bisogna però sempre sostare davanti al monito: l’abisso è incolmabile, possiamo solo avvicinarci; ma come farlo? Soprattutto quando, nella sofferenza, è difficile che il bambino parli di sé, perché dovrebbe parlare del dolore, dell’angoscia, della solitudine in cui vive. Come far cadere queste mura simboliche?

Il bambino di fronte alla sofferenza si apre o si chiude a seconda del clima familiare in cui vive ed è vissuto: se c’è stata disponibilità all’incontro, al dialogo, all’ascolto, se le relazioni familiari sono state tali da aver dato al bambino, ancora sano, il senso di sicurezza, di accoglienza, il senso di “perdere” il proprio tempo, allora bambino si apre. Questo tempo non è quello dell’orologio, ma è il tempo della soddisfazione del bisogno. Infatti, si può, per esempio, essere portatori di speranza in colloqui rapidissimi, oppure portatori di disperazione in lunghi colloqui. Il tempo dedicato ai bambini quando stanno bene è una delle premesse per trovare, quando il bambino sta male, parole, gesti, silenzi che gli diano il senso di non essere solo, abbandonato lungo questi sentieri, forse interrotti.

Se tutto questo non è avvenuto, il bambino si chiude come una monade senza porte né finestre e lo fa anche nei confronti di un eventuale psicoterapeuta, che dovrà affrontare i muri causati dalla noncuranza, dalla fretta, dalla disattenzione. Questo è il nocciolo più duro, più profondo, più drammatico. Su questi scogli si frantuma la stessa libertà del bambino.

L’adulto, allora, deve cercare, per quanto gli è possibile, di rivivere i sentimenti e le emozioni che ha vissuto nella propria infanzia. Se ciò avviene, se riesce ad avere sempre presenti le proprie esperienze essenziali, i muri iniziano a cadere. In questo modo il bambino sente di non avere innanzi a sé dei familiari che appartengono ad un altro mondo, ma figure umane nelle quali cogliere qualcosa di comune a sé. Quando ciò accade, la sofferenza e il dolore si smorzano, mentre se questo non avviene il dolore e la sofferenza si fanno sempre più acuti e insopportabili.

Fragilità del bambino, ma anche fragilità del genitore: i genitori non si spaventino di rivivere sentimenti di angoscia o di disperazione. Sono invece temibili, sempre portatori di gravi sofferenze e risonanze nel bambino, la fretta, l’indifferenza, il tentativo di non sentirsi coinvolti. Soltanto quando si rivive la sofferenza del bambino come se fosse propria lo si fa soffrire meno. Dunque, non sono tanto il dolore e la disperazione dei genitori a far soffrire di più il bambino, ma è la loro fretta nel confrontarsi con quella che è una struttura portante del bambino, cioè la sua fragilità, che non è solo segno di negatività, ma anche di accoglienza e, soprattutto, di grande aspirazione a essere ascoltato.

Per questo, chi cura deve avere sguardi accoglienti e mai freddi, senza dimenticare che il linguaggio del corpo è curativo almeno quanto quello delle parole. Gli sguardi, i sorrisi e le lacrime che sembrano essere così estranei all’attività di chi cura sono invece strumenti essenziali per trasmettere al bambino quella partecipazione e ascolto di cui ha bisogno. Dunque, non vergognarsi del proprio turbamento, non vergognarsi delle proprie lacrime, senza però mai perdere di vista l’importanza della speranza.

Ormai molte discipline concordano sull’importanza della speranza e anche le statistiche iniziano a dirci che i pazienti curati da medici che sanno vivere la speranza, come speranza viva e non come un dato astratto, sono curati meglio.

Senza questa struttura portante della vita, tutto quanto si frantuma, si scioglie come neve al sole. Come afferma Walter Benjamin: solo per coloro che non hanno più speranza ci è data la speranza. Guai se in chi cura il bambino si attenuasse questa passione della speranza.

Bisogna fare attenzione a non creare sofferenze inutili, perché già la malattia ne crea di terribili. Se a queste aggiungiamo la sofferenza che nasce dalla nostra indifferenza, o comunque dalla nostra mancata comprensione delle radici umane e psicologiche del dolore del bambino, non facciamo che aumentare senza fine la sua angoscia.

Ciascuno di noi ha il dovere della speranza, non per i suoi sogni, ma per non soffocare quei germi che fanno parte della speranza degli altri e, in particolare, dei bambini.

 

Prof. Eugenio Borgna, Psichiatra e Scrittore, Atti del Convegno: “Lo sguardo sulla sofferenza del bambino”, (Fondazione Giancarlo Quarta), Milano, 5  Ottobre 2015.