Massimo Recalcati: “Non è più come prima. Elogio del perdono nella vita amorosa”.

Difficile parlare dell’amore senza essere retorici. Ogni volta che si parla dell’amore si rischia di cadere in una retorica insopportabile. Il nostro tempo sputa sull’amore, non crede più all’amore, ironizza sull’amore perché pensa che ogni amore porti con sé la sua propria morte. Che ogni amore sia a scadenza, che sia destinato a morire. “Possibile che ogni amore debba finire in merda?”. Un tempo il nostro che pensa all’amore a partire dalla categoria della merce, che rappresenta l’amore a partire dalla logica del mercato. L’oggetto d’amore sarebbe simile ad un televisore al plasma o ad un frigorifero destinato ad essere sostituito in breve tempo. Gli economisti parlano di “obsolescenza dell’oggetto”.

Ogni discorso che tenta di introdurre l’eterno nel discorso sull’amore fa quindi sorridere, lo guardiamo con sospetto. L’amore è a scadenza, a tempo, destinato a consumarsi. Questa visione nichilista poggia su due grandi menzogne del nostro tempo:

La menzogna del nuovo. Nel nostro tempo il bene, la felicità e la gioia sono sempre collocate nel nuovo: il nuovo oggetto, la nuova sensazione, la nuova esperienza, il nuovo partner come dire che il presente è svuotato in un futuro che deve ancora realizzarsi. Desideriamo sempre quello che non abbiamo. La difficoltà del nostro tempo è “desiderare quello che si ha”, una delle più belle definizioni della felicità di sant’Agostino. Viviamo aspirati dalla sirena del nuovo. In realtà questo nuovo ha la faccia dello stesso, perché dietro c’è la stessa insoddisfazione, la stessa delusione. Con ognuno sarebbe diverso? Con ognuno ogni volta è uguale perché si ripete la stessa delusione. È in fondo la menzogna del capitalista che si sostiene sul miraggio del nuovo.

La menzogna della libertà. Viviamo nel tempo in cui l’essere crediamo che l’essere umano si faccia da sé, da solo senza passare attraverso l’altro. Un fantasma di autogenerazione, di autofondazione. Anche nella politica abbiamo avuto questa immagine “del farsi da sé”. Nella Bibbia i babelici costruiscono la torre che sfida la potenza di Dio, vogliono farsi un nome da sé. Nessuno di noi si è fatto il proprio nome da sé. Noi portiamo il nome che l’altro ci ha dato, siamo sempre iscritti in una provenienza. Se c’è qualcosa che accomuna l’umano è la filiazione. Si può vivere senza essere padri, figli, madri o fratelli, ma non senza essere figli. Questo significa che nessuno si autocostituisce e che ciascuno di noi ha una provenienza. Veniamo dall’altro. Portiamo su di noi e sul nostro corpo l’altro. Nel nostro inconscio per lo psicoanalista ci sono le parole dell’altro. Siamo plasmati, costituiti, organizzati attraverso le parole e le frasi dell’altro. Nessuno di noi si fa da sé.

Queste due menzogne rendono ogni discorso sull’amore che voglia introdurre l’eterno un discorso insostenibile.

Che cosa è un incontro d’amore? L’amore senza l’incontro non è niente! È l’incontro che produce l’amore. Viene “dalla più pura contingenza” (Lacan), dal caso, può venire ovunque, sulle scale dell’università, nel parco, passeggiano lungo un viale, in un supermercato quando i carrelli cozzano uno contro l’altro o in un aeroporto, in quelli che gli antropologi definiscono i non luoghi ossia i luoghi di transito. L’anima essenziale di questo incontro è la casualità e cioè non è scritto da nessuna parte che ci saremmo incontrati proprio adesso, qui in questo luogo. La dove si produce l’evento contingente dell’incontro, la spinta fondamentale degli amanti che credono in quell’incontro è che non si esaurisca li ma che si ripeta per sempre, che si ripeta infinitamente. Che non sia solamente sotto il segno del caso e della contingenza ma sotto il segno della necessità e del destino. Come dire che non è stato per caso, ma sarà per sempre. Questo “per sempre” è oggetto di derisione quando tutto è aleatorio ed è destinato a morire. Gli amanti vogliono che sia per sempre, che l’incontro si ripeta infinitamente. Gli amanti allora vanno dall’astrologo pertanto i loro temi natali in modo che lui dica che non è vero che non è scritto ma è scritto nelle stelle. In qualche parte è scritto che non è un caso ma è un destino, che non è una contingenza ma una necessità. Poi si sposano e nel tema del matrimonio c’è ancora il tema del per sempre e dell’eternità: “fin che morte non vi separi”.

Noi sappiamo però che nessun amore può vivere di rendita, essere scritto per sempre nei contratti matrimoniali di cui la fede nuziale è un simbolo alto. La fede nuziale segno di un patto che si vuole per sempre.

Quando avviene l’incontro d’amore che cosa ci spinge verso l’altro? Lacan dice che quando noi amiamo qualcuno non amiamo l’immagine perché gli amori legati all’ideale hanno le gambe corte, durano poco, si spengono subito. Quando rimaniamo infatuati dall’immagine, quando amiamo a partire dall’idealizzazione dell’altro l’amore non ha fiato ed è destinato ad evaporare come dice Freud, è l’amore narcisistico destinato alla evaporazione rapida. Il problema è che per Freud l’amore è narcisistico. Non c’è altra forma d’amore se non l’amore narcisistico. La tesi di Freud è che quando noi amiamo l’altro amiamo la nostra immagine ideale che l’altro ci restituisce e quindi l’amore si consuma necessariamente davanti allo specchio. Quando dico ti amo dico che amo attraverso te l’immagine di me che vorrei essere. E questo per Freud è l’inganno fondamentale dell’amore. Inoltre per Freud l’intensità del desiderio è inversamente proporzionale alla durata della relazione. Tanto più la relazione dura e tanto più il desiderio si spegne e si affievolisce. La radicalizzazione massima conduce all’idea che da una parte c’è la moglie, la famiglia, gli affetti e dall’altra l’amante, la donna o l’uomo che sanno far godere il corpo. La degenerazione della vita amorosa di cui parla Freud. La scissione tra la pulsione sessuale da una parte e la tenerezza, l’affettività, l’amorevolezza familiare dall’altra. Una rappresentazione solo nevrotica dell’amore perché quando dico ti amo amo in realtà solo me stesso, la mia immagine idealizzata. La convivenza fa presto cadere questa immagine: l’alito cattivo, la canottiera bianca, una igiene dentale non corretta. L’amore ideale si scioglie come neve al sole.

L’amore che dura, che resiste, che vuole essere all’altezza del patto e della promessa è l’amore che quando dice ti amo dice “amo tutto di te”. Amo tutti i dettagli del tuo corpo e soprattutto i dettagli meno perfetti, i difetti, i tratti irregolari del tuo corpo. La magia dell’amore è trasformare il difetto e l’imperfezione in un dettaglio divino. Amo anche le tue bizzarrie, le tue stramberie, i tuoi sintomi, le tue manie. L’amore che dura nel tempo è amore per il sintomo dell’altro e non per l’immagine dell’altro. Amore per il reale e più reale dell’altro. E la potenza dell’amore è la potenza che trasforma “lo stesso”, questo corpo, queste manie, questo sintomo, questi difetti, queste bizzarrie, questa particolarità reale dell’altro, questo corpo che è sempre lo stesso in “sempre nuovo”. Amore che non riguarda solo il rapporto tra un uomo e una donna, un rapporto tra i sessi, ma anche qualcosa d’altro. Ogni volta che leggo Lacan, il testo che conosco, che frequento da 25/30 anni, che conosco come un corpo, ogni volta che torno a questo testo e che lo amo quel testo è nuovo. Dobbiamo fare l’esperienza del nuovo nello stesso. Vale anche per il lavoro di un artigiano, dello scrittore, del musicista. Ogni volta lo stesso, la ripetizione dello stesso e ogni volta questo stesso mi sorprende e si presenta come il sempre nuovo. Questa è la magia e il miracolo dell’amore. Nei primi giorni di marzo a Milano il cielo si apre e compare la catena azzurra delle alpi, sappiamo che ogni anno è lo stesso ma lo spettacolo ci pare nuovo. Ogni anno lo stesso e ogni anno il nuovo. Il vero nuovo non è una alternativa allo stesso, ma una piega dello stesso, una torsione dello stesso.

In un romanzo di Philip Roth gli innamorati sono sul bordo della piscina e tutti e due hanno paura dell’amore. Lei dice “Adesso mi tuffo” e sparisce nella notte. Lui non vede più lei ma poi lei risorge dalle acque e la trova bellissima. Lei torna a lui e si baciano. Poi si tuffa lui e rimane un po’ di più e lei si inquieta ma lui torna e si ri-baciano. Poi lei si rituffa. Un fort-da, un gioco dell’apparire e del riapparire che è il ritmo dell’amore. Ecco perché lo stesso è nuovo. Lo stesso è nuovo perché tu ogni volta risorgi dalle acque e mi appari nuova, ogni volta tu sei diversa. Ogni volta pensavo di riperderti e ogni volta ti ritrovo. Fort-da, apparizione e sparizione che marca il ritmo dell’amore.

Gli esseri umani hanno paura dell’amore. Non hanno paura dell’isolamento, ma difendono l’isolamento. Hanno paura del due e difendono l’uno. Tengono all’uno più della loro vita. Questo è il vero punto. Ciò di cui hanno paura è l’incontro con l’altro. Il punto dove l’uno si rompe, il punto dell’incontro, dell’incontro amoroso.

Nel film “La migliore offerta” di Tornatore un uomo di grande fascino che può tutto evita l’incontro cin la donna reale per custodire nel bunker della sua casa tutti i ritratti più significativi delle donne nella storia dell’arte che alla fine di ogni giornata contempla nel più totale isolamento. Quest’uomo colleziona guanti e il guanto è il simbolo dell’evitamento del “brivido del contatto”. Il guanto esorcizza il contatto. Guardare i volti delle donne a distanza per evitare l’incontro.

Un’altra menzogna. La vita matura è quella che si sostiene su se stessa, la vita autosufficiente, la vita che prescinde dall’altro. La vita matura è invece la vita che accoglie la dipendenza, che riconosce la vulnerabilità, che riconosce che senza l’altro il soggetto è nulla, che senza l’altro la vita è morta.

Insieme all’incontro con l’altro noi facciamo l’esperienza di un mondo che nasce una seconda volta. Non è solo l’incontro con l’altro, ma con un mondo che non è più quello di prima. Accade anche quando nasce un figlio. Non è la nascita di una vita a cui abbiamo dato un nome e verso cui entriamo in una relazione di responsabilità illimitata, ma anche facciamo nascere nuovamente il mondo. Il mondo non è più come prima. Questo figlio ha riconfigurato tutta la scena del mondo al punto che tutto è diverso da prima.

Albert Camus dice che esistono che esistono questi amori grandi, quattro in un secolo ed un altro il suo. Abbiamo possibilità ridotte, ma esistono.

Freud non ha incontrato e amato le donne. Per lui l’amore si consuma nel miraggio narcisistico. Per Lacan ogni amore è sempre l’esperienza dell’amore di una donna. È il contrario del miraggio narcisistico. L’amore come ammirazione dell’altro al punto che amiamo tutto proprio la dove è irriducibilmente diverso da noi. E questo non suscita violenza come nell’amore malato ma ammirazione. Come quando impariamo una lingua straniera siamo ammirati dell’universo che non conosciamo.

Vivere il mondo nella prospettiva del due e non dell’uno. Un esempio tratto dalla biografia di Goethe che amava l’Italia. Mentre scendeva dal monte Baldo con il suo calesse, in un punto panoramico straordinario dove si vedono le montagne verdi e bianche calare nelle acque del lago di Garda, chiede di fermarsi e ammira. Poi ha un gesto di stizza: “non c’è nemmeno un amico con cui condividere questo”. Nella prospettiva dell’amore, del mondo visto da due,  la bellezza esige la condivisione. Il mondo visto nella prospettiva del “due” è il mondo con-diviso, che non significa la confusione tra l’uno e l’altro, l’annullarsi dell’uno nell’altro (queste sono le patologie dell’amore). Questo significa che quando faccio esperienza della bellezza evoco chi amo. Non è più sufficiente per me, esperienza radicale della nostra insufficienza.ù

 

Non è più come prima.

Cosa succede quando finisce l’amore per un tradimento, un abbandono oppure quando l’altro annuncia: “Non è più come prima” che ‘ la frase che annuncia la morte dell’amore e la nostalgia verso il mono del due. Cosa succede quando un legame amoroso fa esperienza della fine? È un trauma, una violenza? Cosa è traumatico davvero per la psicoanalisi? Non solo ciò che accade al soggetto, ma ciò che accade al mondo. Jean Amerie un partigiano che torturato e massacrato dai nazisti si trova in un campo di concentramento davanti alla prospettiva della sua fine. Tuttavia nella descrizione che fa non appare il trauma, ma solo quando uno dei nazisti che lo sta per torturare gli tira il primo pugno in faccia, la prima percossa. Sapeva benissimo cosa gli sarebbe capitato, che sarebbe stato torturato e la sua vita finita, ma un conto è saperlo un altro è l’ustione e la bruciatura del reale.

Gli amanti sanno benissimo prima di stipulare il patto che nessun’altra avrebbe garantito sull’eternità della durata, ma un conto è sperimentarlo il pugno in faccia. Viene a meno la perdita dell’oggetto e del mondo a due. Ciò che fa più male nella rottura del legame è il collasso del mondo, non è più come prima e non solo nel rapporto con l’altro. Il mondo stesso non è più come prima. Questo ci dice qualcosa della dimensione depressiva di questa esperienza. Il mondo perde i suoi colori, diventa grigio, si spegne. L’effetto del trauma d’amore è lo spegnimento del mondo, questo è il trauma più profondo.

E allora è possibile il perdono? Fare rinascere questo mondo? Sottrarlo al trauma della fine? La domanda che più mi interessa. Il perdono non è un concetto che appartiene alla tradizione della psicoanalisi, che non una mai questa categoria.

L’amore è irriducibile al narcisismo. Per perdonare bisogna avere attraversato lo specchio, perché l’altro che ha fatto cadere il mondo a due non restituisce alcuna immagine gloriosa di me stesso. È una ferita della mia immagine. Ma c’è amore quando riusciamo a fare delle ferite poesie. Gli amanti amano le loro cicatrici, i punti deboli. Quando l’altro che ha fatto morire il mondo a due torna e chiede di essere perdonato si apre il grande bivio: da una parte la nostalgia del mondo a due che non c’è più e dunque l’impossibilità di perdonare, e la grande possibilità su cui ci ha a aperto gli occhi la tradizione cristiana della possibilità del perdono che ha a che fare con l’esperienza di resurrezione che possiamo già fare davvero in questa vita e su questa terra. Nel perdono facciamo esperienza di qualcosa che era morto, finito, esaurito, deceduto che ritorna alla vita che ha una seconda possibilità. Offrire all’altro una seconda possibilità.

Per Lacan una psicoanalisi “è la possibilità di ripartire”, di ricominciare. L’essenza dell’analisi.

 

Recensione

Massimo Recalcati, Non è più come prima. Elogio del perdono nella vita amorosa, Raffaello Crtina Editore, 2014

nonepiucomeprima