Edmund Husserl: “L’idea della fenomenologia”.

“Come sono possibili questi puri miracoli?”,
Edmund Husserl

 

Le cinque lezioni sull’Idea della fenomenologia (Die Idee der Phänomenologie. Fünf Vorlesungen, 1907) furono tenute da Edmund Husserl presso l’Università di Gottinga dal 26 aprile al 2 maggio 1907. Esse sono successive alle Ricerche logiche, con le quali intrattengono, a tratti, un rapporto polemico, come se Husserl volesse in certo senso prendere le distanze da quell’opera. L’ Idea della fenomenologia è un testo particolarmente significativo perché traccia con una precisione sorprendente la nuova “scienza delle pure essenze”, rivalutando il modo kantiano di vedere la conoscenza per arrivare all’essenza della conoscenza stessa. Edmund Husserl considera la fenomenologia una critica della conoscenza che si propone di illuminarci sulla essenza della conoscenza stessa.

 

(I) Prima lezione.

Distinzione tra “conoscenza scientifica” e “conoscenza filosofica” (fenomenologica).

La conoscenza scientifica è una forma di conoscenza ingenua, acritica, che assume l’atteggiamento naturale dell’accogliere il mondo e i suoi enti come esistenti e reali in maniera ovvia e non bisognosa di spiegazioni. Non si pone però il problema del fondamento della possibilità della conoscenza in assoluto. La scienza conosce e basta.

Sul problema della conoscenza, che assume i tratti del mistero (il pensiero per Husserl è un mistero ), si concentra invece la conoscenza filosofica, la quale pone in discussione il rapporto tra soggetto conoscente e oggetto conosciuto. Il filosofo si interroga sul rapporto tra soggetto e oggetto, osservatore che conosce e oggetto conosciuto.

Che cosa garantisce al soggetto di conoscere qualcosa di effettivamente esterno a se stesso? Questo è il problema che viene risolto dalla fenomenologia. Perché al di là dell’oggettività degli enti, nella conoscenza, è il soggetto che fonda il conosciuto.

Già Cartesio s’era accorto di questo problema, nel quale si annidano gli eterni problemi della filosofia e i pericoli della caduta nello scetticismo. Questo problema viene risolto dalla fenomenologia, che è un atteggiamento, unmetodo nuovo (p. 53) tramite il quale la filosofia si pone nelle condizioni di poter conquistare finalmente “una dimensione nuova rispetto a ogni conoscenza di tipo naturale” (p. 52) e autonoma, un nuovo inizio e una nuova legittimità.

 

(II) Seconda lezione.

Husserl tratteggia il metodo fenomenologico.

Il primo gesto che il fenomenologo deve compiere consiste nella sospensione del giudizio (epoché), in forza alla quale viene messa fra parentesi l’esistenza del mondo, esistenza che viene data ingenuamente per scontata dal sapere scientifico. Il termine epoché deriva dalla tradizione scettica greca che sospendeva il giudizio su tutte le conoscenze, su tutto ciò che era acquisito come conoscenza data, ovvia, certa, pre-giudiziale, come “atteggiamento naturale”.

In questo atteggiamento di sospendere il giudizio (epoché fenomenologica), di “mettere fra parentesi”, ci si imbatte nel problema cartesiano del “dubbio metodico”, “cogito ergo sum“, di fare avvolgere ogni cosa dal dubbio a meno che ci si lasci invadere dal relativismo.

L’atteggiamento fenomenologico non deve “lasciar valere alcuna datità” (p. 54): non deve cioè accettare alcunché come scontato. Ma nel porre ogni cosa tra parentesi, lasciandola avvolgere dal dubbio, ci si imbatte nel problema su cui si affaticò lo stesso Cartesio: se si dubita di ogni cosa, “allora si deve poter esibire un essere che noi dobbiamo riconoscere come assolutamente dato e indubitabile” (p. 55) in quanto assolutamente chiaro. Come aveva detto Cartesio, questo essere di cui non si può dubitare è il soggetto dubitante stesso: posso dubitar di tutto ma non del fatto che io sto dubitando; in termini husserliani, “è indubbiamente certo che io dubito” (p. 55). Ma è anche certo che le mie cogitationes (ossia le cose che percepisco, rappresento, giudico, inferisco) non sono avvolte dal dubbio: “è assolutamente chiaro e certo che io percepisco questo o quest’altro” (p. 56). In altri termini, non posso dubitare né di me come soggetto dubitante né delle percezioni che ricevo: non posso cioè dubitare del blu del divano che vedo, ad esempio. Ciò non significa che il divano percepito esista effettivamente e sia fuori di me: questo, infatti, resta in dubbio. Significa piuttosto che “le figure di pensiero che io attuo realmente mi sono date, purché io rifletta su di esse, le rilevi e le ponga in un puro guardare” (p. 56). In questa maniera, l’atteggiamento fenomenologico si configura come un “puro guardare” incentrato sulla “piena chiarezza offerta allo sguardo” (p. 59): si tratta di una “chiarezza di tipo essenziale” (p. 59), che ha cioè a che fare con le “pure essenze” e non con le esistenze. E la “trascendenza” che accompagna ogni conoscenza (vale a dire il fatto che le cogitationes rimandino a qualcosa di esistente in sé e fuori di me) resta nel dubbio, posta “tra parentesi” al fine di poter indagare su quell’enigma essenziale della conoscenza che è la sua pretesa di trascendenza. La fenomenologia è allora una “critica della conoscenza” (p. 60) che si propone di “illuminarci sull’essenza della conoscenza” (p. 60).

Husserl non si vuole occupare delle esistenze, non vuole dimostrare che quello che noi conosciamo esiste, ma che l’unica cosa di cui siamo certi sono le “essenze” che abbiamo davanti a noi e cioè elementi del pensiero e della percezione che testimoniamo che sto facendo esperienza di qualcosa. Il fenomenologo con l’epoché mette tra parentesi la trascendenza, perché essa è qualcosa ancora da accertare.

 

(III) Terza lezione.

Husserl mette in chiaro come l’assunzione della cogitationes come terreno di indagine fenomenologica, non significhi assumerle come fatti psicologici. Si oppone nettamente allo psicologismo.

L’epoché ha messo tra parentesi pure le validità psicologiche e le ovvietà antropologiche (ad esempio, l’uomo inteso come ente del mondo o le categorie kantiane della conoscenza). Lo “sguardo puro” della fenomenologia ha ora dianzi a sé, nelle cogitationes come dati assoluti (absolutus=sciolto, slegato, libero), degli assoluti fenomeni di conoscenza slegati dall’esistenza. L’uomo non è dato per scontato, esistente nel mondo, già dato. Alla fenomenologia interessa come il soggetto percepisce se stesso e il mondo fuori di sé, “come” avviene la conoscenza. Tali cogitationes si riferiscono “intenzionalmente” (nella misura in cui la coscienza si dà sempre come “coscienza di”, cioè diretta verso qualcosa, come “coscienza di qualche cosa”) a qualcosa che è reale e oggettivo, sì, ma in senso “trascendente”, vale a dire come modo di darsi del fenomeno. Si perviene così alla fenomenologia come “scienza dei puri fenomeni” (p. 77), sganciati dalla loro esistenza (la quale resta tra parentesi). Grazie alla “riduzione fenomenologica” (p. 74), il mondo intero è ridotto a pure essenze della cui esistenza non ci si cura: la fenomenologia è per l’appunto scienza dei puri fenomeni quali ci si donano incessantemente alla coscienza. In questo modo, si mette “saldamente piede sulla nuova terra” (p. 77) della fenomenologia: occorre però evitare di finire in balia delle “bufere dello scetticismo” (p. 77).

Ma se, sospesa l’esistenza, si ha a che fare con puri fenomeni, non si torna forse al pànta rei di cui diceva Eraclito? Non si ha, in altri termini, un sempre cangiante flusso di contenuti in divenire e accidentali? Come si potrà far scienza del mutevole e dell’accidentale? Husserl ribatte che occorre guardare le cose in maniera “chiara e distinta”, secondo l’insegnamento di Cartesio: da quest’ultimo, Husserl recupera la nozione di “clara et distincta perceptio” (p. 83), la quale garantisce la certezza e la validità delle cogitationes: possiamo usare tranquillamente ogni cogitatio di cui abbiamo una percezione chiara e distinta. Quando col “puro sguardo” ho intuizione del rosso del tetto della casa, con ciò stesso intuisco anche il senso universale del rosso, della cosa rossa, del tetto, della casa. Detto altrimenti, anche “universalità, cioè oggetti universali e stati di cose universali, possono pervenire ad assoluta datiti diretta” (p. 87). In questa maniera, la fenomenologia può essere scienza a tutti gli effetti.

Fenomenologia (dal greco ϕαινόμενον [fainòmenon]: mostrarsi, apparire) si riferisce allo studio del come i fenomeni appaiono e si manifestano alla nostra coscienza, dal punto di vista trascendente una percezione si manifesta alla coscienza come un’allucinazione al di la dell’esistenza del fenomeno nella sua datità.

 

(IV) Quarta lezione.

Husserl si concentra sul fenomeno della intenzionalità della coscienza, ossia sul suo immancabile “tendere a qualche cosa”.

La riduzione del mondo a pure essenze non ci costringe nell’ambito di mere singolarità accidentali, ma anzi ci permette di cogliere l’universalità, come s’è preventivamente chiarito nella III lezione. Addirittura, il senso universale dei fenomeni osservati si manifesta da sé nei fenomeni stessi, senza che noi dobbiamo aggiungervi alcunché dall’esterno. È infatti il fenomeno ad avere immanentemente in sé l’oggettività “numero” piuttosto che “colore”, “percezione” piuttosto che “ricordo”. Queste datità universali sono un qualcosa “di ultimo e di assoluto” che non dev’essere revocato in dubbio. Invece, occorre distinguere tra ciò che è chiaramente dato a una pura ragione intuitiva da ciò che spesso l’intelletto astratto contrabbanda come se fosse direttamente osservato, mentre invece è frutto di ovvietà e di pregiudizi inconsapevoli. A questo proposito, dice Husserl: “intelletto meno che si può e intuizione più pura che si può (intuitio sine comprensione)” (p. 103), nella convinzione che si debba “lasciare la parola all’occhio che guarda” (p. 103).

Questo significa non caricare di altre conoscenze ciò che lo sguardo mi consegna, ma ritorno alle cose stesse, mi concentro sulla pura osservazione difendendomi da giudizi e pure ovvietà.

 

(V) Quinta lezione.

Husserl porta l’attenzione sul tempo. “Le universalità osservate, tramite l’intuizione, nel fenomeno si intrecciano con la singolarità del vissuto”.

Ma la percezione è un vissuto che dura nel tempo e che incessantemente intreccia il presente con l’appena passato. Inoltre, su di essa influisce il ricordo dei passati più lontani. Occorre chiarire il rapporto tra l’individualità (del vissuto) e l’universalità (del suo senso, della “specie”).  La specie “rosso” può altrettanto bene essere “ideata”, ossia resa oggetto di descrizione fenomenologica, sia che la si percepisca sia che la si immagini. Husserl dice che si descrive la “essenza individuale” (la “specie rosso” data hic et nunc) e non tanto l’esistenza individuale (questo percetto e questo immaginato). Si deve allora porre una “contrapposizione tra esistenza ed essenza”, in quanto modi diversi di datità. Ciò solleva immediatamente uno sciame di problemi: come dice Husserl, “si rivela che il puro essere della cogitatio non si presenta affatto, a una più precisa considerazione, come una cosa tanto semplice” (p. 111).

Le cogitationes non sono tutte ugualmente oggettive e, per di più, la coscienza – lungi dall’essere un inerte contenitore di fenomeni – concorre a costituire i fenomeni, ad esempio coi suoi atti temporali. E vi concorre pure con “atti categoriali”, giacché essa non vedrebbe ciò che guarda se non vi aggiungesse all’istante i suoi giudizi, le sue categorie (questo è rosso, questo rosso è un tetto, ecc). Gli atti di pensiero coi quali la coscienza ha a che fare sono non di rado “immaginari” (ad esempio, “San Giorgio a cavallo”) e simbolici (ad esempio, il quadrato rotondo).

Come sono possibili – si domanda Husserl – “questi puri miracoli?”. 

 

Per gli operatori PSI (Psichiatri, psicologi, psicoterapeuti) è molto importante avere conoscenza di fenomenologia. Per esempio, nella sfera dei disturbi psicotici, quando si incontrano le allucinazioni o i deliri, si ha a che fare con una coscienza che intenziona qualcosa che non esiste come oggetto reale, ma che esiste come “qualcosa” (un fenomeno) che è percepita dal soggetto come reale, che dalla coscienza è egualmente intenzionata. Oppure nella comprensione di alcuni vissuti difficilmente riconducibili a categorie conoscitive esistenti, come le esperienze dei giovani di oggi, così poco inquadrabili, incorniciabili o comprensibili all’interno nelle categorie culturali ed esistenziali consuete e divenute convenzionali.

Fenomenologia come:

  • scienza dei puri fenomeni sganciati dalla loro esistenza (che resta fra parentesi);
  • mondo di “pure essenze” della cui esistenza non ci si cura perché grazie alla riduzione fenomenologica la sua esistenza e messa in epoché;
  • scienza dei fenomeni quali si donano incessantemente nel flusso della coscienza, “come se fosse la prima volta”.

L’atteggiamento fenomenologico ha delle utilità e dei risvolti importanti nella “psi” clinica. Non si tratta di dare una definizione assiomatica della coscienza, ma di avere un supporto fecondo di un sapere (la fenomenologia) che ci sgancia dalla teoresi e riporta tutto “alle cose stesse”, alle relazione tra il soggetto che conosce e l’oggetto della conoscenza, alla reciproca intenzionalità tra soggetto e oggetto.

 

Sintesi di Gianluca Minella 

 

Edmund Husserl, Die Idee der Phänomenologie. Fünf Vorlesungen (1907), tr. it. a cura di Carlo Sini, L’idea della Fenomenologia, Laterza, Roma-Bari 1992

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