Evoluzione dell’ipnosi: dalla suggestione alla psicoterapia neo-ericksoniana.

Con la dichiarazione della Commissione del MURST del 1997, l’ipnosi e i suoi conseguenti usi medici e psicologici sono stati ufficialmente riconosciuti nel nostro paese come elementi validi al servizio dello psicoterapeuta.

Secondo la motivazione dell’organo ufficiale statale, che fa riferimento al modello di Milton Erickson, coloro che vengono formati con esso «sono preparati a una psicoterapia volta a identificare e modificare i comportamenti disadattivi mediante procedure di tipo pragmatico fra le quali è centrale la tecnica ipnotica».

Il riconoscimento certamente pone il nostro paese su un livello di intelligente vantaggio scientifico-culturale nei confronti di chi ancora non lo ha effettuato. Il deciso superamento della impasse delle tecniche ipnotiche mesmeriana e freudiana – basate essenzialmente sulla rimozione del sintomo con l’uso di suggestioni dirette, trasmesse quasi sempre con metodi autoritari e accolte in maniera pressoché passiva, ha costituito un passo abbastanza recente ma importante e decisivo verso l’ accoglimento dell’ ipnosi nell’ area scientifica e clinica.

Esso ha preluso, e poi definitivamente ha sancito, il ruolo psicoterapico dell’ipnosi, originale e bene individuato. Ha sottolineato, poi, la linea di confine netta tra la suggestione diretta, impositiva e autoritaria, e il procedimento moderno e comunicativo rappresentato dall’ ipnosi nella sua rappresentazione terapeutica.

L’EVOLUZIONE NEO-ERICKSONIANA

L’approccio terapeutico moderno ericksoniano non è semplicemente finalizzato alla riduzione del sintomo o alla sua remissione. Piuttosto, esso è indirizzato alle cause più profonde del disturbo, e ciò lo caratterizza nei confronti di tutti gli altri impieghi dell’ipnosi a finalità terapeutiche.

Ciò che completa il cambiamento emotivo e comportamentale del paziente in modo persistente è proprio la ristrutturazione.

La trance ipnotica, in quanto espressione di uno stato modificato di coscienza, non possiede specifici caratteri terapeutici, ma rappresenta il prerequisito essenziale per la messa in atto del procedimento secondo i principi ericksoniani. Ciò permette la distinzione tra il carattere tecnico operativo complementare dell’ipnosi e quello terapeutico del procedimento attuato.

Questi vengono tradizionalmente, ma erroneamente, ritenuti indifferenziati, perché viene considerato prevalente l’aspetto induttivo. L’azione importante della trance ipnotica è
soprattutto di permettere che la comunicazione del terapeuta raggiunga l’ obiettivo d’ascolto della mente inconscia del paziente usando il solo linguaggio che si ritiene essa possa intendere, quello analogico, per agire sull’eziologia del disturbo.

Alla natura dell’ipnosi si attribuisce quindi il ruolo di vero e valido supporto ai procedimenti psicoterapeutici che riequilibrano la personalità, agiscono sul suo sviluppo, e creano nell’individuo lo stimolo dell’impiego delle proprie risorse.

Se si considerano i principi ericksoniani, da un’ottica che li liberi dalla sovrapposizione di strutture nel loro complesso limitative, si apprezza il compito originale che conferma la visione innovatrice di Erickson. La realizzazione di alcune sue ipotesi e di certe vedute teoriche e la messa in atto di suoi particolari insegnamenti, come quello che prevede l’inutilità o la superfluità dello studio dell’ ipnosi limitato ai fenomeni esteriori, ci hanno permesso di raggiungere i traguardi indicati e completare parte di quelli da egli stesso previsti o avviati, conducendoli sul piano della realtà quotidiana, e poter così proseguire oltre.

La psicoterapia ipnotica, che secondo H.F. Ellenberger è fonte della psicoterapia dinamica e via regia verso la psiche, contiene in sé le problematiche eziopatologiche, tra- smesse con le stesse tensioni critiche e consapevolezza epistemica ai più importanti orientamenti della psicoterapia contemporanea.

Nella sua evoluzione neo-ericksoniana essa tende a cogliere il piano disfunzionale del disagio, agendo pragmaticamente su di esso e accompagnando la persona verso il proprio positivo cambiamento. Tutto ciò è privilegiato nei confronti dell’analisi del passato e della ricognizione della dimensione simbolica dell’ impianto sintomatologico. Non si nega, per questo, l’opportunità di tale problematica, né vengono trascurate quelle analisi e dimensioni, piuttosto si è portati a valutare quei possibili dati secondo il loro significato profondo e contingente.

Quella ericksoniana è una psicoterapia che parte da una concezione naturalistica della trance, la quale a sua volta non è il risultato di manovre suggestive, ma uno stato di coscienza modificato che più o meno viene anche attuato spontaneamente da ogni persona nella realtà quotidiana. In essa i confini tra la mente conscia e quella inconscia appaiono ridotti, e quest’ultima offre possibilità di soluzioni ai diversi problemi dell’individuo e ai conflitti che egli può incontrare ogni giorno.

Si preserva indirettamente la mente conscia dal tentativo di risposte a quegli stessi quesiti, difficilmente risolvibili da essa a causa delle sue strutture di riferimento, che sono rigide e razionali.

Un punto fermo del pensiero ericksoniano è che ogni individuo possieda in misura fisiologica, nel «magazzino» del proprio inconscio, le esperienze e le risorse personali ed esclusive per ovviare ai propri disagi.

Questo permette di definire essenzialmente il nostro procedimento come fondamentalmente naturalistico. La trance stessa, nella sua quotidiana e ripetuta manifestazione, costituisce secondo Erickson la capacità catalizzatrice e amplificatrice alla quale il terapeuta ricorre per indirizzare il paziente verso la soluzione dei problemi.

Essa rappresenta il mezzo attivo delle qualità patrimoniali possedute dalla mente inconscia dell’individuo, ed è favorita in modo particolare dall’innalzamento dell’attività cerebrale dell’emisfero analogico con la crescita del suo impegno, durante il procedere ipnotico, fino a superare quello dell’emisfero logico.

Proprio quest’ultimo emisfero, dominante, analitico e verbale, permette però che pur gradualmente il paziente agisca in seguito il suo cambiamento. Questo avviene soprattutto con la ristrutturazione del proprio Io, consapevole e soddisfatto di potersi porre nella realtà della vita quotidiana secondo le proprie aspettative e perciò con nuove e desiderate esperienze.

Lo psicoterapeuta ipnotista è portato a considerare e ad analizzare gli elementi della realtà vissuta dal paziente secondo un modello personale, senza riferimenti a schemi prefigurati, e ponendosi ogni volta all’interno del problema, «osservando, ascoltando e partecipando». Il suo linguaggio è quello «familiare» e si adatta ogni volta a quello del paziente, secondo modelli comunicativi che si estendono dalla semplicità di una normale verbalizzazione fino ad aspetti più evoluti e tecnici.

Non ha azione direttiva, ma prevalentemente sostenitrice delle indicazioni e dei percorsi scelti dalla mente inconscia, della quale il paziente deve fidarsi per poter eliminare il proprio disturbo, utilizzando così le risorse inconsce trascurate.

L’INCONSCIO ERICKSONIANO E L’IPOTESI PSICOTERAPEUTICA

Nel corso del procedimento ipnotico l’atteggiamento e gli effetti delle azioni dei due emisferi appaiono autonomi e in un certo senso indipendenti, così da supporre che i cambia- menti attesi nel soggetto possano avvenire attraverso l’azio- ne modificatrice, anche se isolata, dei processi inconsci.

Il concetto di Erickson è che in ogni individuo l’inconscio rappresenti il campo ove le risorse del paziente, che siano a lui o ad altri note o ignote, crescono e vengono nutrite.

Tutto quello che l’individuo ha imparato nella sua esistenza, e particolarmente in certe situazioni della vita, viene immagazzinato e registrato per poi venire recuperato in momenti e in contesti differenti per scopi terapeutici.

È un inconscio generoso e ottimista, quello che Erickson descrive, certamente meno sofisticato e complesso di quello freudiano. Non punitivo, pronto a sorreggere l’individuo e ad accompagnarlo nella la direzione giusta. Una vera riserva, in attesa che l’individuo che la possiede sappia riconoscere, qualora non l’abbia già fatto, gli elementi in essa contenuti, e li impieghi a proprio favore. Se si considera il materiale che l’inconscio ha acquisito, rappresentato principalmente dalle esperienze individuali, dalle risorse interiori, dalle potenzialità e dalle energie in attesa della loro messa in atto, si può ritenere che il disagio individuale appaia quindi tanto più produttore di patologia quanto maggiormente il soggetto è consapevole della incapacità di impiego del patrimonio posseduto e non utilizzato.

Il disagio è reso più intollerabile dall’ aumento delle potenzialità individuali presenti e non messe a profitto e, viceversa, il minor livello delle risorse contenute nell’inconscio determina uno stato di minore bisogno di risoluzione del problema patologico.

Una tale ipotesi, pur schematica, permette di motivare l’obiettivo della procedura psicoterapeutica ipnotica che il paziente si riappropri delle risorse nascoste sino a un teorico riequilibrio del proprio Io.

Nello stesso tempo, chiarisce l’impossibilità di andare oltre la linea della potenziale maturità dell’individuo, e sorpassarne, in altre parole, il livello di sviluppo. A parità di elementi disturbanti, il progetto del terapeuta avrà quindi obiettivi diversi e proporzionati alla richiesta singola, nel senso di traguardi da raggiungere a maggiore o minore distanza relativamente alle potenzialità possedute.

Il paziente che soffre, per esempio, di insicurezze o disturbi di ansia generalizzata o altro, è solitamente consapevole del proprio comportamento, ne capisce l’anormalità e ne soffre. Più o meno consciamente egli immagina la via per poterne uscire, ma non ha la capacità o la possibilità di immettersi in quella direzione, non sa come orientarsi. È un soggetto conscio della propria incapacità, che chiede di essere accompagnato sul percorso terapeutico corretto per poi poter continuare verso indirizzi noti, anche se solo immaginati.

Saprebbe, in un certo senso, autoguarirsi se solo fosse sufficientemente e inizialmente sorretto. La sua ansietà e la sua insicurezza gli sono ben note. Egli conosce bene le difficoltà, conosce le proprie reazioni negative e inizia, sin dal momento in cui ha appreso la notizia, a costruire stati di irrefrenabili preoccupa- zioni, che si accrescono con il passare del tempo e ingiganti- scono la nota ansia anticipatoria.

Questo succede perché egli immagina, anzi ne è sicuro, di non sapersi comportare come egli stesso vorrebbe. Sa, insomma, di non essere capace di usare quelle risorse poste nel suo inconscio, che rappresentano gli elementi di sostegno e di difesa. È sin troppo ovvio immaginare che, semmai fosse in grado di attuare le potenzialità possedute, agirebbe senza il supporto del terapeuta.

La nostra esperienza conferma che la consapevolezza, da parte del paziente, del proprio patrimonio di risorse costituisce un’indicazione preziosa per il terapeuta ipnotista, il quale può così organizzare il proprio intervento con l’intento primario di mobilizzare quelle risorse e fare in modo che possano essere usate nella direzione e con le finalità che il paziente conosce.

 

Giampiero Mosconi, Medico, psicologo, psicoterapeuta in Babele (Rivista di Medicina, Psicologia e Pedagogia), 25, 2003

 

BIBLIOGRAFIA

  • AA.VV., Appunti per una teorizzazione della psicoterapia Ipnotica. Primo manifesto teorico didattico, Amisi, 1994;
  • Ipnosi, psicoterapia ipnotica e principi «neo-ericksoniani». Secondo manifesto teorico-didattico: update. Ed. Amisi, 1998;
  • Principi di teoreticità e di prassi della Psicoterapia Ipnotica Neo- ericksoniana Terzo manifesto teorico-didattico, «Riv. Ital. di Ipnosi e Psicoterapia Ipnotica», n. 2, maggio 2002;
  • ELLENBERGER H.F., La scoperta dell’inconscio, Torino, Boringhieri, 1972.