Favole terapeutiche.

Se oggi parliamo di fiabe e del loro «potere» nel setting terapeutico, c’è da dire che il fascino generato dalle storie, lette o tramandate oralmente, è stato da sempre sorgente di benessere per l’ individuo, bimbo o adulto che fosse.

Storie e fiabe che narrano le gesta eroiche di personaggi mitici, imprese temerarie di eroi fantastici, racconti e resoconti fedeli di fatti avvenuti, successivamente romanzati dalle parole del narratore o da chi lo ascoltava rapito. Fondamentalmente, noi tutti abbiamo un bisogno profondo di raccontare e ascoltare storie.

È l’atto della cultura che celebra la sua potenza nel dialogo sempre rinnovato tra il gruppo e l’individuo e viceversa; sia che ci si trovi bimbi dinanzi a un camino acceso di sera, con il genitore o il nonno, a seguire l’invisibile percorso di protagonisti tradizionali nella nostra fantasia, come avveniva nel passato o, adulti, quello della saga dei personaggi di una fiction, versione più camuffata, spettacolare e spesso anche artificiosa della fiaba, che non smet- tiamo mai di raccontarci e ascoltare.

Possiamo affermare che l’intera vita che si offre all’individuo, sin dall’inizio, costituisce lo sforzo costante di apprendere ad ascoltare le storie che diverranno, seleziona- te lungo la strada, la personale trama offerta all’ascolto dell’altro. Offerta ai suoi occhi, prima di tutto, e poi gra- dualmente alla capacità acquisita di immaginare anche solo ascoltando.

Le prime fantasticherie a occhi aperti dei bambini costituiscono iniziali prove d’autore, della loro capacità di raccontarsi e raccontare, ma anche i primi «fumetti» disegnati nelle grotte dai nostri lontani progenitori, e quelli quasi metafisici della realtà virtuale dimostrano che nel racconto è il gioco complesso della conoscenza ad essere protagonista.

E in quest’attività noi condividiamo esperimenti costanti, creiamo comunità e ideologie. La più semplice conversazione è piena di aneddoti personali; ogni sforzo di spiegare una storia condivide necessità e valori; ogni elemento di una cosa «sapiente» è espresso meglio, in fondo, da una storia. E le infinite modalità in cui le nostre menti pensano sono l’essenza di quella storia.

IL LINGUAGGIO DELLE FIABE

Ciò che noi siamo e da cui proveniamo è il frutto di un pensiero che lentamente è progredito e si è sviluppato proprio grazie a quello squisito strumento che è il linguaggio umano. Esso ha permesso di costruire la nostra idea di «realtà».

Prima dell’ avvento del linguaggio, così come noi oggi lo conosciamo, il nostro lontano antenato si esprimeva con una serie di limitati suoni, accompagnati da gesti, da piccole danze del corpo intorno all’evento che voleva comunicare, probabilmente tutta una serie di parziali e poi sempre più specifiche rappresentazioni che dipingevano ai sensi dell’altro quello che era accaduto, o stava per accadere, o si sarebbe dovuto allestire.

Nella notte, di fronte al suo fuoco, al sicuro tra le rocce, possiamo ancora raffigurarcelo mentre ripete le rappresentazioni del giorno, facendone rito di auspicio, oggetto di esorcismo se esperite contro la paura, elemento di coesione della specie e del gruppo…e nessuno mi toglie dalla mente che, nel gioco perverso dell’evoluzione, siano andati avanti sino a noi coloro che sapevano meglio raccontare. La narrazione è un irrinunciabile atto di previsione degli eventi e dunque al servizio della difesa del gruppo e della specie.

L’intelligenza distingueva sempre più il nostro ominide dalle altre specie animali, caratterizzate da una comunicazione prevalentemente istintiva. Il «dialogo» diventa un piacere consapevole. Ancora oggi, a pensarci bene, tra due persone che discutano di cose anche estemporanee il piacere è quello della dialettica di un incontro nel quale ci si riconosce e ci si differenzia, però all’interno di uno stesso progetto: un rapporto di amicizia, un progetto, una storia d’amore. E in seguito può avvenire il salto verso la celebrazione di quel dialogo, la metafora che descrive quelle relazioni sotto forma di lettera, di lirica, di manifesto, di mito, antico ma anche moderno…

Soprattutto nelle prime tappe del suo sviluppo, ma anche in seguito, l’individuo conosce la realtà attraverso una costante discussione interna: un racconto silenzioso, ma molto spesso verbalizzato in soliloquio, che l’individuo fa a se stesso. In esso egli si colloca come protagonista od osservatore, mediando il delicato passaggio dalla terza persona all’Io soggetto, e ordina le cose che lo circondano secondo criteri che si rifanno a categorie progressivamente più complesse, correlate, quindi anche escludentisi.

Dapprima è l’incontro con la realtà attraverso la visione e la manipolazione tattile che va a inscrivere profondamente le prime esperienze; poi interviene il linguaggio a farsi garante della significazione. Tuttavia è nell’attività ludica in generale, e quindi in quella dell’ascolto di storie, che il pensiero impara a separarsi dagli oggetti e le azioni a pren- dere le mosse dalle idee invece che dalla visione esterna. E il raccontare e ascoltare fiabe ripercorre, con tutta la sua potenza creatrice, la storia di un’importante acquisizione: la capacità di rappresentare. Nel bambino, in particolare, questo invisibile racconto interno acquista la dimensione di un sogno a occhi aperti, nel quale gli stimoli esterni lo colpiscono su una matrice di assoluta suggestionabilità, ove egli gioca un costante processo di immedesimazione riproduttiva con la realtà circostante.

Il racconto interno che egli si ripete può essere paragonato alla trascrizione sul nastro della nostra storia, mentre essa si sta svolgendo da qualche parte; è come la ripetizione interna del nostro software, mentre registra ed elabora; è il conforto di un incontro che ci sembra di possedere, contro la deriva di un universo che vorrebbe quasi risucchiarci nel «mai stati». In questo senso acquista il significato di un «fenomeno transizionale». Potremmo definire questo stato di continua influenzabilità del soggetto, come afferma qualche autore, il costante stato ipnotico ipnotico del bambino, capace di accendersi al minimo segnale importante (Gherardi). Le diverse scene di questo «lungometraggio», dicevamo, divengono nel tempo sempre più dinamiche, si rapportano e si influenzano in un aggiustamento nel tempo che rende continuo il montaggio dell’«opera finale» (Mastronardi).

Attraverso quello che noi definiamo gioco – con l’enfasi di qualcosa in parte perduto e rimpianto, almeno in quella dimensione – e quindi anche attraverso la fiaba, il bambino fa qualcosa di tutt’altro che spensierato e deresponsabilizzante: compie un preciso allenamento verso la conoscenza di sé e del proprio rapporto con il mondo.

È un mestiere cui la natura l’ha predisposto in gran parte geneticamente, persino nella possibilità di acquisire dalle figure parentali, primo prototipo dell’altro da sé. Egli manipola gli oggetti interni ed esterni di quel vissuto fantastico in un dialogo interno, non interrogandosi consapevolmente sulla distanza tra la realtà e la fantasia; compie simulazioni che hanno il significato di esperimenti, di prove d’autore della propria personalità. Si tratta di situazioni preparatorie nel costante processo di crescita psicofisica, attraverso l’inter- pretazione di ruoli e la codificazione, sempre più complessa, delle parti del proprio psichismo.

Egli non cerca di capire la favola, ma ci entra dentro con tutta la forza della sua immaginazione. Così facendo il bambino si racconta favole meravigliose, a cui molto spesso noi non abbiamo accesso, e compie invisibili correzioni di quelle che gli narriamo. Noi l’osserviamo muovere le proprie mani e gli occhi, sussurrare parole e incitamenti, parlarsi ripetendo stralci di storie già ascoltate dal maestro o dal fratello maggiore, sapientemente trasformate. Per questo da adulto gli sarà così facile immedesimarsi, sempre inconsapevolmente, con il ruolo eroico – vincitore o perdente non importa – del perso- naggio di un film, modalità meno evidente di raccontarsi ancora una bella favola, di riconnettersi a una modalità anti- ca di pensiero, quando essa era primitivamente funzionale alla scoperta del mondo.

LA METAFORA

Poi c’è il mondo di fuori che crea i suoi miti e le sue favole, quelle tramandate o scritte, una sottile anima di fantasia e colori che percorre a spirale tutta la cultura, attraverso il contatto e l’incontro di generazioni che si raccontano il proprio senso della vita. Una costante tensione verso la metafora, che spesso riconduce la realtà immanente alla ricchezza del suo viaggio, e questo anche attraverso l’arte, le scoperte scientifi- che, i sogni di uomini importanti per la nostra storia. In altri casi, tristi e oscuri, le favole conducono e spingono verso l’ideologia, manipolano il pensiero di alcuni al servizio non consapevole di altri. Anche la terapia ne fa uso, possibilmente sapiente e mirato nell’approccio ad alcuni disturbi dello sviluppo psicologico nell’infanzia.

Ci si accorge, dunque, che le fiabe, attraverso le loro metafore, sono davvero costantemente un linguaggio universale. «Metafora» deriva dal greco meta, che significa «sopra» e phorien, che significa «trasportare o portare qualcosa da un posto all’altro». La struttura metaforica è dunque una struttura che connette, crea una corrispondenza.

Secondo Socrate la corrispondenza lineare implica una relazione logica «se… allora», mentre la corrispondenza «non lineare» è rappresentata dall’analogia in 4 parti di Kant «(a) sta a (b) come (c) sta a (d)», puntando non a una somiglianza tra due cose, ma a una somiglianza tra due relazioni, tra cose decisamente diverse.

La struttura metaforica della realtà consente di trasportare un significato da un campo all’altro e questo permette al soggetto di cogliere meglio alcuni fenomeni, facilita la comprensione di rapporti e relazioni esistenti all’interno di un evento. Insieme al pollice opponibile e alla consapevolezza della morte, infatti, è proprio l’uso della metafora a distinguere i sapiens di homo dalle altre specie che abitano il nostro piane- ta. La metafora è una struttura che connette, una struttura che caratterizza l’evoluzione di tutti gli esseri viventi.

Noi usiamo la metafora in ogni aspetto della nostra esistenza – simboli, icone, marche, nomignoli, espressioni colloquiali – in maniera così abbondante e perfettamente integrata che spesso abbiamo smesso di osservare questi elementi nel loro aspetto metaforico, giacché rimandano immediatamente a concetti appresi in tale forma.

«Ha distrutto tutti i miei ragionamenti», «attacca ogni punto debole del mio discorso» «il tempo è denaro», «ho investito molto tempo in…».

Anche i modelli relazionali familiari riflettono la struttura metaforica della realtà familiare. Ci riferiamo, quindi, alla struttura metaforica non solo del linguaggio, ma dell’intera realtà sociale. Inoltre, la struttura metaforica del linguaggio è la struttura delle attività di tutti i giorni, quindi non solo il linguaggio, ma anche le nostre azioni non verbali sono strutturate metaforicamente.

La metafora nella scrittura, per esempio, può essere un piacere meraviglioso oppure prenderci in un vortice di suggestioni ostili e minacciose. Ricaviamo piacere quando una storia ci trasmette un riferimento metaforico potente, che rimanda ad associazioni implicite che parlano e rinforzano aspetti positivi o auspicabili della nostra personale storia.

LE STORIE TERAPEUTICHE

Ma cosa accade nella psicologia di un soggetto adulto che ascolti una favola «terapeutica»? Sicuramente quella storia è stata contestualizzata al particolare momento della terapia, alla sua visione della realtà, comprensiva dei suoi problemi, delle sue risorse, e si sviluppa in un linguaggio che tiene conto di quello del soggetto, dei suoi canali percettivi privilegiati, della sua modalità di ricordare e progettare… E allora, nella trama che sviluppa quella particolare metafora, essa lavora inducendo un positiva «regressione al servizio dell’Io», come direbbero Gill & Brenman.

Il processo consiste in un «pescaggio» profondo nella vita remota del soggetto, in aree nelle quali viene superata la censura realizzatasi attraverso le rigide difese dell’Io, e che comporta che il soggetto venga indirettamente messo a confronto con la propria vicenda storica.

Lo spostamento di visuale induce la persona a osservare la propria storia, o un definito evento, superando le resistenze inconsce. Le reazioni emotive come lo stupirsi, il meravigliarsi, il commuoversi nella partecipazione alla trama frantumano i pregiudizi nei confronti della ricostruzione di una possibile nuova storia.

In realtà quello che viene corretto non è il nostro passato, ma l’esperienza emotiva archiviata in esso e congelata, tranne il compromesso «storico» (!) del sintomo più che visibile, sottile filo rosso, direbbe Langs, che riconduce al vissuto traumatico; o piuttosto a quanto di esso è significato oggi «traumaticamente» dal nostro presente.

In un sistema fuori coscienza (Heller, 1982), catene associative si liberano per nuovi legami e schemi d’interazione, innescando un processo di creativa ristrutturazione inconscia. La metafora è un linguaggio simbolico, tipico di un certo tipo di insegnamento che ritroviamo nelle culture di ogni tempo: i koan del Buddismo, il Vecchio e Nuovo Testamento, le allegorie della letteratura, le immagini delle liriche, le fiabe dei narratori. Esso sembra raggiungere in maniera incisiva i processi che avvengono nel nostro emisfero «creativo», quello destro, in contrasto con quanto avviene nel sinistro, deputato all’analisi più razionale e logica della realtà.

La conoscenza metaforica può essere definita come sintesi di conoscenza logica e immaginifica; questa sintesi diventa un potente veicolo per il lavoro terapeutico. Langher, un autore che si è molto dedicato a questi studi, chiama «analogia logica» la qualità della metafora che integra la logica delle parole con l’analogico delle immagini, le metafore combinano immagini e parole. Le favole, nella loro struttura metaforica, sembrano operare a due livelli: mentre a un primo livello l’ascoltatore consciamente segue la vicenda che gli si sta narrando, reagendo ad essa secondo modelli a lui consapevoli, un secondo livello comporta che egli riferisca indirettamente e poi sempre più direttamente a sé quella storia.

Bandler e Grinder postulano che la metafora agisca nel soggetto secondo una sorta di passaggio provocato a tre stadi che definiscono ricerca transderivazionale: vi è la struttura superficiale di significato della Storia che il soggetto ascolta; quindi, una struttura profonda di significato associata, che riguarda indirettamente l’ascolta- tore; infine, una struttura profonda di significato recuperata, che si riferisce specificamente all’ascoltatore.

Il discorso ci porterebbe molto avanti e le citazioni diverrebbero un vero trattato… Ma è importante ancora sottolineare due concetti, che reputo fondamentali per comprendere secondo quale modalità la favola, come la suggestione, siano in fondo potenti motori verso un cambiamento.

Milton Erickson postula, riguardo alla fantasia, un essenziale distinguo. Vi sono le fantasie di cui siamo coscienti, quasi sempre le stesse o comunque costituite in massima parte da un repertorio abbastanza stabile nelle diverse tappe della nostra vita; e poi altre fantasie non esplorabili dal nostro Io, appunto inconsce, ma disponibili a dare impulso ad atti creativi se poste nella situazione di divenire attive. E poi… condizionamenti operanti a livello inconscio e subconscio costituiscono molte volte il più grande ostacolo al superamento di antieconomiche difese nevrotiche! Quando l’insicurezza del soggetto comporta la ridondanza del pensiero che si ripiega anancastico a proteggere se stesso, invece che a svilupparsi nel logos, la struttura nevrotica imprigiona la potenza di qualsiasi insight, o sforzo comportamentale al superamento dei sintomi. In queste strutture, cognizione e affetto devono intervenire in forma terapeutica a destrutturare, decondizionando, con il contestuale conforto di canali espressivi che gratifichino la nuova esperienza verso il «rischio». Di qui, anche attraverso le favole terapeutiche, la possibilità che ci si giochi in riscatti diversi dal conosciuto ed emergano visioni che pongono in luce differente la nostra Storia.

Ma anche fuori dal lettino dello psicoanalista possiamo affermare che la comunicazione, tra individui che condividono le loro storie, significa sempre ricordare alla persona la propria identità e aiutarla a rompere l’isolamento, abbattere le barriere tra i gruppi e le diversità, addestrare gli individui ad essere originali attraverso l’apporto degli altri.

LE FIABE E IL LINGUAGGIO DEL CORPO

L’ascolto di qualcosa, che sia un suono o una comunicazione, che la si attenda o che giunga improvvisa a catturare la nostra attenzione, modifica sempre il nostro corpo nelle sue reazioni umorali, quindi comportamentali.

Molti esperimenti dimostrerebbero che ciò avviene anche al di sotto della nostra soglia di attenzione cosciente, come nel caso degli stimoli subliminali. L’ascolto di una fiaba, per esempio, innesca una serie di associazioni mentali come di accadimenti più o meno visibili dentro il nostro soma, lo prepara a reazioni e azioni fantastiche, che non avranno mai luogo nel senso stretto del termine, ma che seguono il principio fondamentale che un fatto agito e uno anche solo pensato possono possedere la stessa valenza emoti- va per un soggetto.

Si chiamano «potenziali evocati», tracce di segnali che raggiungono la nostra mano mentre stiamo pensando che tra un poco la solleveremo, e questo prima che l’azione avvenga. Una funzione preparatoria, facilitatrice per lo stimolo nervoso che poi davvero raggiungerà la nostra mano, comandandone il movimento.

Il pensiero evoca segnali che percorrono il corpo a nostra insaputa, torrenti silenziosi di ormoni, neurotrasmettitori, segnali elettrici che pongono la nostra persona costantemente in contatto con la realtà, solo a pensarla, o almeno la preparano all’incontro ravvicinato! In alcuni laboratori esperienziali si utilizzano le fiabe per l’addestramento all’esplorazione ed all’espressione della propria creatività (Storytelling).

Si può trattare di circoli didattici o ricreativi, training e stage di aggiornamento professionale o di un coaching personalizzato per manager. In queste esperienze, per esempio, alcuni soggetti vengono invitati ad ascoltare un racconto o un brano che spesso, in forma fiabesca e quindi metaforica, sottolinea alcuni concetti esplorati precedentemente nel gruppo terapeutico allargato.

Essi dovranno ascoltare con un orecchio più attento di tutti gli altri, lasciando che nelle fasi successive, con la stimolazione di suoni e musiche selezionate, il loro corpo esprima all’esterno il dialogo silenzioso che avviene nel loro intimo.

Percezioni, sensazioni, pensieri s’intrecceranno in un tessuto personale solo a loro semanticamente riconoscibile, mentre entreranno nella «propria favola», esplorando con l’aiuto del corpo, consapevolmente, ma anche in modo inconscio, le proprie tematiche. La drammatizzazione realizzata dalla situazione suggestiva e in parte surreale, accentuerà questo possibile processo di perce- zione interna e traduzione, attraverso il corpo, dei loro pensieri.

Gli altri, in veste di testimoni, cercheranno di osservare e percepire il primo gruppo, per poi concludere insieme a quest’ultimo una fase di briefing e riesame dei contenuti emersi ed esplorati.

 

Ermanno Gioacchini, Psichiatra, criminologo, psicoterapeuta, fondatore e presidente della Società Italiana di Ipnosi Sperimentale, Clinica & Applicata (Roma) in Babele (Rivista di Medicina, Psicologia e Pedagogia), 24, 2003.