Finire …sul lettino. La cura del fine-vita.

Normalmente si intraprende una psicoterapia per dare ordine alle emozioni di vita, per riuscire a vivere con soddisfazione i talenti che scopriamo in noi, ma cosa può fare la psicoanalisi quando la vita è un lume pallido tra le nebbie della vecchiaia oppure un filo sospeso sul vuoto di una malattia mortale?

La domanda giunge improvvisa, tagliente. Non lascia scampo ad esitazioni, a distinguo: «È disposto ad aiutarmi a morire? Se mi aiuta allora ci possiamo incontrare, altrimenti la mia telefonata termina qui». Deglutisco e, percependo contemporaneamente che la richiesta oltre ad essere disperata ha il carattere di “appello” rivolto a me intimamente, dico: «Sì, l’aiuto. Incontriamoci». Certo, sono consapevole del lato d’ombra di una simile espressione, tuttavia subito avverto anche la possibilità che si apra uno spazio di “parola” in quella che appare una condizione umanamente drammatica. Come se quel “mi aiuta a morire?” potesse valere inconsciamente quale: “Mi aiuta a vivere (la morte)?”
Mi reco alcuni giorni dopo da Stefano dopo aver convenuto l’incontro necessariamente a casa sua, dal momento che un acuto stato d’ansia lo tiene bloccato, depresso, impotente. All’arrivo, mi accoglie la moglie che mi fa entrare nel soggiorno e, scusandosi, si congeda subito. Stefano dall’approssimativa età di poco più di sessant’anni mi saluta con un filo di voce e fissandomi chiede con tono suo malgrado aggressivo: «Ha portato quello che le ho chiesto?» Rispondo indicando con un gesto della mano la borsa che tengo con me. Ci sediamo. La stanza è avvolta nella penombra di una casa modesta ma curata. Stefano sembra rassicurato dalla mia presenza e si acquieta. Il silenzio forgia con fatica la tessitura di frammenti e frasi, immagini in sospensione, difese e ascolto intenso.

Nell’interrogarmi di volta in volta su quello che accade nelle ore del nostro incontrarci, trovo una composita presenza di sofferenza, ferita narcisistica, ricerca di contenimento, empatia ospitale. Si tratta di un magma di elementi che fanno esperire ad entrambi la forza della vita, il valore della sua caducità e la perla dell’unicità.

La storia della psicoanalisi riferisce in proposito un episodio analogo piuttosto inquietante: Felix Deutsch, medico curante di Freud, interpreta in senso difensivo la domanda che Freud gli rivolge subito dopo la scoperta del cancro alla mascella (aprile 1923) di aiutarlo «a scomparire dal mondo con decoro», come una richiesta di contare sul suo intervento per risparmiarlo dalla sofferenza della malattia e della morte. E come promesso ciò si realizzerà puntualmente 16 anni dopo a Londra. D’altronde, lo stesso Freud non aveva previsto che la psicoterapia venisse applicata ai malati terminali o agli anziani, dal momento che a suo parere nello stadio adulto viene a mancare la necessaria plasticità dei processi psichici. Scrive (1903):

«La persona che dev’essere sottoposta con beneficio alla psicoanalisi deve rispondere a molteplici requisiti [stato psichico sufficientemente normale, un certo grado di naturale intelligenza e di sviluppo etico]. L’età, quando il malato è vicino ai cinquant’anni, crea condizioni sfavorevoli per la psicoanalisi. La massa del materiale psichico non può essere dominata, il tempo necessario alla guarigione diventa troppo lungo e la capacità di annullare processi psichici comincia a ridursi».

Se la vita dell’uomo avviene per stadi, allora la capacità trasformativa dell’individuo si sviluppa solamente dalla prima infanzia fino all’incirca ai cinquant’anni, mentre nell’età presenile e senile prevale la rigidità, la difficoltà al cambiamento e l’impossibilità del recupero dei contenuti rimossi utili per la cura, il lavoro di riorganizzazione dell’Io e di costruzione in analisi. Tuttavia, successivamente alla tesi freudiana seguono nuove differenti concezioni: Erik Erikson (1986), ad esempio, propone una visione psicosociale della crescita, sostituendo agli stadi dello sviluppo libidico l’idea del «ciclo di vita», per cui la dinamica tra Io e inconscio lascia il posto a quella tra Io e società.

A sua volta, Carl Gustav Jung (1940) forgia le due figure del Puer e del Senex che strutturano l’esperienza psichica: se il Puer è teso verso il futuro, è «avvenire in potenza» il Senex è «portatore di aiuto, consiglio e destino», pertanto l’inconscio non perde mai energia, vitalità. Per superare una certa rigidità della tesi junghiana James Hillman (1967) ne riforma lo schematismo, per cui

«sia il Senex che il Puer possono comparire in molti stadi. (…) Il Puer ispira lo sbocciare delle cose; il Senex presiede al raccolto. Ma la fioritura e il raccolto succedono più volte, intermittentemente durante la vita».

La tragicità della vecchiaia, osserva Alberto Spagnoli (1995) non consiste

«nell’essere diventati vecchi ma nell’essere rimasti, nel nostro intimo, giovani».

Infatti, nel nostro inconscio ciascuno di noi si crede immortale, è convinto cioè che la morte non lo riguardi: vecchio è sempre l’altro. Allora, una psicologia della senilità deve comprendere la ricerca sul possibile senso della vecchiaia, che non dev’essere interpretata solo in relazione alla morte, al narcisismo, al complesso edipico, alla teoria dell’attaccamento e perdita. Ci sono sempre delle verità e storie individuali che vanno al di là delle conoscenze acquisite nella terapia della vecchiaia come anche nella cura della parte di vita legata ad una malattia mortale. Perciò, la psicoterapia è impegnata a prendersi cura dell’angoscia di morte che include anche l’opera di contenimento, il lavoro del lutto, l’elaborazione del limite e di quei sentimenti che vi sono pressantemente attivi.

Studi recenti di psiconcologia (2014) mostrano come, ad esempio, nel tentativo di gestire una sofferenza che eccede la normale capacità del sistema psichico di contenerla vengano messi in atto dai pazienti differenti e contradditori «stili di coping (“affrontare con successo, farcela”) sia di impegno che di disimpegno»: razionalizzazione (sete di maggiori informazioni e terapie); panico; rimozione o negazione; spostamento (iperattività maniacale; eccedere nel bere o nel mangiare); confrontarsi con il problema; ridefinizione del presente (accettare e cercare aspetti favorevoli); acting-out (rabbia, suicidio); senso di fatalismo, rassegnazione (non considerare la speranza); isolamento; colpevolizzazione (senso di colpa o proiezione della colpa su medici, familiari); atteggiamento di passività o di compliance nell’affrontare l’iter terapeutico.

Quando la morte getta d’improvviso la sua ombra, allora la ferita colpisce insieme il cuore e  la mente. Si evidenzia inevitabilmente un’acuta crisi esistenziale relativamente a questioni profonde: la dimensione del tempo restante di vita, l’identità personale, gli addii, la colpa, il significato della vita e della morte. Gli effetti hanno ripercussioni anche forti sull’organizzazione psichica individuale e possono sfociare in acute somatizzazioni come pure in un vero e proprio trauma. Il paziente avverte un sentimento di grave minaccia e teme oltre alle conseguenze di ordine psicosociale che ne derivano (lavoro, famiglia, società) anche gli aspetti dolorosi del processo morboso (astenia, dolore, nausea) e del trattamento farmacologico (perdita dei capelli, menomazioni, ecc.).

Le psicoterapie individuali o di gruppo sia della vecchiaia sia dei malati di cancro possono essere di vario tipo: con approccio psicodinamico, centrato sulla persona, sistemico, cognitivo- comportamentale, rilassamento e immaginazione guidata, terapia di gruppo, counseling. Il paziente è impegnato in una sfida multidimensionale: psicologica, fisica, esistenziale, sociale, emozionale. Con l’ascolto, il dialogo, la parola si instaura tra terapeuta e paziente una relazione che valorizza l’esistenza e la responsabilità verso di sé e di tutti coloro che sono significativi nella sua esistenza e biografia. Riprendiamo il caso di Stefano, abbozzato sopra.

Incontro Stefano in tre ulteriori appuntamenti, sempre munito della mia borsa con l’oggetto d’aiuto misterioso e mai svelato. Tra angoscia e colpa, speranza e negazione della malattia, emerge sempre più come la sua domanda sia anche un’offerta rivolta a me di accompagnamento e condivisione del “limite estremo” con cui la sua vita è chiamata inaspettatamente a confrontarsi. Lentamente matura la decisione di recarsi da un oncologo che gli diagnosticherà purtroppo un tumore metastatico al cervello. Gli faccio visita in ospedale dopo l’operazione, conservando di lui la sensazione che si fosse rappacificato con la propria storia e si sentisse sufficientemente disposto ad accettare una ineluttabile «mancanza di destino», per richiamare la sua stessa espressione.

Quando direttamente o indirettamente giunge la percezione o l’annuncio che il fine-vita è prossimo, nasce un profondo senso di smarrimento, l’ambigua condizione di essere vivo e contemporaneamente incurabile, come scrive J. Gardumi nella sua delicata, intensa autobiografia:

«Fino all’ultimo attimo della vita c’è in me un qualcosa che ancora vive, nonostante il mio corpo non possa più guarire». Con parole heideggeriane, l’essere per la morte può generare grave depressione ma anche voglia di esistere. Leggiamo: «Sento un bruciante entusiasmo di tuffarmi nella vita».

La vecchiaia, il fine-vita di un malato terminale rivelano un passaggio  misterioso, sacro non solo per lui ma anche per tutti coloro che lo accompagnano. Così, l’appello «aiutami a morire» può essere interpretato come un grido riferito alla vita psichica: «aiutami a vivere il morire», aiutami a dare a quest’ultimo tempo della vita una qualità, un senso che la renda vivibile.

Allora, la richiesta di Stefano di avere un farmaco per morire, un pharmakon , medicina ed contemporaneamente veleno, è una chiara domanda di eutanasia nel senso etimologico del termine, ovvero un appello all’altro, alla sua etica e sensibilità, perché si occupi del suo morire sospeso nell’abissale ambivalenza di un vivere che ha come tempo il morire. L’elezione, la scelta di una particolare persona in questo grido d’aiuto è inconsapevolmente un atto d’amore: solo tu che mi vuoi bene puoi aiutarmi, e nessun’altro.

In contrasto e a volte in conflitto con una tecnologia medica molto efficiente, c’è spesso un grande vuoto nella conduzione e nelle scelte di fine-vita. Infatti, le grandi correnti che trascinano le menti e le azioni nel tempo della vita e della morte sono guidate dai moti più segreti, dai flussi più sotterranei che muovono il mondo biologico, antropologico,  relazionale, psicologico dell’uomo. Qui, la psicoanalisi e le molteplici psicoterapie sono invitate ad affinare le loro conoscenze e porgere quel soffio vitale che l’inconscio senza fine emana.

 

Francesco Marchioro, psicoanalista

Articolo apparso sulla rivista “Psicologia contemporanea” (diretta da Anna Oliverio Ferraris) n. 253 di gennaio-febbraio 2016

………………………………………………………………………………

Bibliografia

  • Biondi M., Costantini A., Wise T.N. (a cura), Psiconcologia, Raffaello Cortina ed., Milano 2014;
  • Erikson E.H., Erikson J.M., Kibinick H.Q., Vital Involvment in Old Age, Norton, New York 1986;
  • Freud S. (1903), Il metodo psicoanalitico freudiano, in Opere vol. IV, Bollati Boringhieri, Torino 1970;
  • Gardumi J., Unheilbar lebendig, Engelsdorfer Verlag, Leipzig 2015;
  • Jung C.G. (1940), Psicologia dell’archetipo del fanciullo, in Opere vol. IX, Bollati Boringhieri, Torino 1980;
  • Hillman J. (1967), Senex et Puer, Marsilio, Padova 1973;
  • Marchioro F., Sulle tracce di Freud, Imago R., Bolzano 2006;
  • Spagnoli A., E divento sempre più vecchio, Bollati Boringhieri, Torino 1995.

Sitografia