A. Grühn: “Il coraggio di trasformarsi”.

Qual’è la differenza tra cambiamento e trasformazione? Mentre il cambiamento comporta qualcosa di “violento”, la trasformazione avviene molto più “dolcemente”.  Mi pare una tesi molto interessante quella Grühn, che merita un approfondimento, anche al di là di questo piccolo e interessante saggio.

Può accadere che ci convinciamo che dobbiamo “cambiare”: qualcosa in noi non va bene e allora dobbiamo assolutamente cambiarla. Non va bene come siamo tanto che vorremmo essere addirittura un’altra persona.

Ebbene trasformarsi invece “implica che tutto può esistere in me, che tutto è buono e ha un significato, che le mie passioni e le mie debolezze hanno un senso, anche se a volte mi opprimono. Trasformazione vuol dire che ciò che è reale deve fare breccia in ciò che non è reale, l’autenticità nell’apparenza. Le mie passioni e le mie debolezze rimandano sempre a un bene prezioso, vogliono indicarmi che in me vuol vivere qualcosa che io non ho ancora accettato” (A. Grühn, Il coraggio di trasformarsi, Edizioni San paolo, 1995, p. 5).

Nell’era del coaching, del counseling e delle “terapie strategiche” animate da una forte tensione al cambiamento ottenuto in tempi brevi, mi pare interessante seguire queste riflessioni di Grühn, monaco benedettino tedesco e grande estimatore di Carl Gustav Jung che in questo scritto fa dialogare lo psichiatra svizzero con Teillard de Chardin e Dürckheim, facendoci riflettere sul “mistero di Dio, che traforma l’uomo mediante tutto ciò che accade” (Ibidem, p. 7).

È importante stare in guardia rispetto agli estenuanti lavori su se stessi, all’ossessione di cambiare a tutti i costi e in tempi brevi, a voler eliminare i sintomi con tecniche e strategie troppo appuntite, come se le nostre difficoltà e i nostri sintomi non avessero alcun senso ma fossero solamente delle imperfezioni da eliminare.

Chi vuole cambirare? Che cosa va cambiato? E perché? Come ci fa notare Grühn è infatti Dio ad operare e non per cambiarci in qualcosa d’altro, ma per trasformarci proprio attraverso quel disagio che stiamo vivento, il conflitto che stiamo attraversando, la malattia che stiamo portando con sofferenza e fatica nel nostro corpo.

In termini psicologici questo significa che non è certo l’Io a compiere la trasformazione, ma il mistero del Sé! E questa trasformazione non avviene mediante delle tecniche speciali, ma proprio attraverso il contatto profondo con le nostre ferite, portando quotidianamente sul corpo piaghe dolenti e facendoci carico delle nostre più profonde debolezze. Come ci ricorda anche Carotenuto la ferita è in fondo una feritoia.

“La trasformazione  è divinizzazione dell’uomo. […]. Quando Dio incontra l’uomo, lo traforma e lo salva” (ibidem, p. 10).

“Dio appare in ciò che è debole e lo trasforma” (ibidem).

Una immagine di questo processo e per Grühn è contenuta nell’Antico Testamento e cioè nell’Esodo (Es 17,6). Qundo gli Israeliti, nel loro cammino attraverso il deserto, rischiano di morire di sete, Mosé colpisce la roccia con il bastone e subito sgorga acqua e tutto il popolo può bere. Acqua e asciutto vengono a contatto. Entrambi sono  elementi ambivalenti, possono dare la vita o distruggere. Il tocco di Mosè unisce gli opposti e avviene una trasformazione. La nostra interiorità indurita come la roccia, il nostro corpo diventato rigido e arido, viene “toccato” e la roccia si trasforma. Quando coscienza e inconscio vengono a contatto avviene una trasformazione. Un tocco che unisce gli opposti e trasforma.

Anche Gesù, nel Nuovo Testamento, guarisce gli ammalati toccandoli, mettendo qualcosa in movimento dentro di loro. Qualcosa di più grande entra nell’esperienza psichica del malato e lo salva, cioè gli ridona la salute.

L’autore di questo tocco non può essere evidentemente il nostro Io, bensì qualcosa di più grande. Jung ha scritto cose fondamentali sulla trasformazione come motore del principio di individuazione. Il processo di autorealizzazione è infatti un continuo cammino di trasformazione che consiste nell’unificazione degli opposti e nel superamento del contrasto di fondo tra istinto e spirito. È proprio da questa tensione che scaturisce tutta la dinamica psichica e si crea l’energia necessaria per evolvere.

Il superamento di questo conflitto, come in fondo di ogni conflitto psichico, non è allora affidato all’Io che mediante qualche tecnica negoziale possa mettere daccordo gli opposti, bensì alla grazia, ad una funzione superiore all’Io che Jung definisce “funzione trascendente” e che non è altro che quella possibilità misteriosa della psiche di fare sintesi e cioè di produrre simboli. Jung chiama i simboli “trasformatori” per la loro capacità di trasformare l’energia biologica in energia spirituale: “I simboli funzionano come trasformatori, in quanto trasferiscono la libido da una forma inferiore a una superiore” (Jung, Vol. V, p. 232).

Il processo di trasformazione viene sempre attivato da un contrasto ossia da un conflitto all’interno del quale il sintomo è segno di una incapacità della psiche di produrre un simbolo che trasformi il conflitto. Contrasto tra conscio e inconscio, intelletto e sentimento, istinto e spirito.

Non è l’Io a guidare, bensì il Sé. Non siamo noi a risolvere i nostri conflitti più profondi bensi la grazia, un “tocco” misterioso in grado di portare la guarigione. La nostra parte, il ruolo dell’Io, è quello di portare la sofferenza, stare tra gli opposti, portare il peso del conflitto senza cedere all’unilateralità. Stare tra due opposti, in fondo, è come essere cricifissi.

Jung pensa che l’uomo abbia spesso bisogno di crisi nelle quali è costretto a confrontarsi con il suo inconscio e quindi con le proprie parti istintive, con le passioni e con le proprie ferite e debolezze. E questo confronto con l’inconscio provoca quella differenza di potenziale necessaria perché possano avvenire trasformazioni. Ma non tutti sono disposti veramente a confrontarsi con se stessi. “Chi non ricorda certi amici e compagni di scuola, che da giovani erano esemplari e promettenti, e che, dopo molti anni, si ritrovano inariditi e limitati dalla monotonia della vita quotidiana?” (Jung, Vol. VIII, p. 423).

Grühn in questo saggio ci rammenta che tutto può esistere in noi e che tutto è buono e ha un significato, le nostre passioni come le nostre debolezze anche se ci opprimono, perché sono i materiali della nostra trasformazione. E ci vuole coraggio!

 

Recensione

A. Grühn, Il coraggio di trasformarsi, Edizioni San Paolo, 1995.

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