Il mito dell’amore materno

“Tieni lontano il più possibile i figli, non lasciarli
avvicinare alla madre. L’ho già vista mentre
li guardava con occhio feroce, come se avesse
in mente qualcosa”, Euripide, Medea, vv. 89-92.
 

“Tutti sappiamo che l’amore materno non è mai solo amore. Ogni madre è attraversata dall’amore per il figlio, ma anche dal rifiuto del figlio. Talvolta il rifiuto ha il sopravvento sull’amore, e allora siamo a quei casi di infanticidio, il cui ritmo inquietante più non ci consente di relegare queste tragedie nella casistica psichiatrica e qui liquidarle nel perfetto stile della rimozione” (pag. 15).

“Il raptus non esiste. È fanta-psicologia ipotizzare una vita che scorre normalmente e normalmente continua a trascorrere dopo l’eccesso. I raptus sono comode invenzioni per tranquillizzare ciascuno di noi e tacitare il timore di essere anche noi dei potenziali omicidi. La depressione invece esiste, ma di solito non porta all’omicidio, porta se mai al suicidio. E non quando si è depressi, ma quando si è in procinto di uscire dalla depressione, perché quando si è depressi non si ha neanche la forza di alzarsi dal letto o dalla sedia” (pag. 15).

Caratteristica del sentimento materno è la sua ambivalenza, che solo il nostro terrore di sfiorare qualcosa che appartiene alla sfera del sacro non ci fa riconoscere” (pag. 16). La donna nella sua possibilità di generare e abortire “sente dentro di sé, nel sottosuolo mai esplorato della sua coscienza, di essere depositaria di quello che l’umanità ha sempre identificato come “potere assoluto”: il potere di vita e di morte che il re ha sempre invidiato alla donna che genera, e in mille modi ha cercato di far suo” (pag. 16).

“Nella donna, infatti, molto più marcatamente che nel maschio, si dibattono due soggettività antitetiche perché una vive a spese dell’altra: una soggettività che dice “io” e una soggettività che fa sentire la donna “depositaria della specie” (pag. 17).

Il conflitto tra queste due soggettività è alla base dell’amore materno, ma anche dell’odio materno, perché il figlio, ogni figlio, vive e si nutre del sacrificio della madre: sacrificio del suo tempo, del suo corpo, del suo spazio, del suo sonno, delle sue relazioni, del suo lavoro, della sua carriera, dei suoi affetti e anche amori, altri dall’amore per il figlio” (pag. 17).

“Questa ambivalenza del sentimento materno generato dalla doppia soggettività che è in ciascuno di noi, e che il mondo delle madri conosce meglio del mondo dei padri, va riconosciuta e accettata come cosa naturale e non con il senso di colpa che può nascere dall’interpretarla come incompiutezza o inautenticità del sentimento. Da Medea, che come vuole la tragedia di Euripide uccide i figli che ha generato esercitando il potere di vita e di morte che ogni madre sente dentro di sé, alle madri di oggi che uccidono i figli da loro stesse nati, nulla è cambiato. Perché questa è la natura del sentimento materno e, piaccia o non piaccia, come tale va riconosciuto e accettato”, (pag. 17).

“Rispetto alle generazioni che ci hanno preceduto, la condizione della madre è mutata in corrispondenza alle trasformazioni subite dalla famiglia, che oggi si presenta in una forma troppo nucleare, troppo isolata, troppo racchiusa nelle pareti di casa che, divenute più spesse, la recingono e la secretano, creando l’ambiente adatto alla disperazione, che non è la depressione. Nel chiuso di quelle pareti ogni problema si ingigantisce perché non c’è un altro punto di vista, un termine di confronto che possa relativizzare il problema, o che consenta di diluirlo nella comunicazione, quando non di attutirlo nell’aiuto e nel confronto che dagli altri può venire. Il nucleo familiare è diventato oggi un nucleo asociale”(pag. 18).

Poi ci saranno le perizie psichiatriche che parleranno di depressione, di raptus improvviso, e accrediteranno questa tesi con tutte quelle parole vane che stanno al posto di due sole parole: isolamento della famiglia e assoluta latitanza del sociale. E, in effetti, se i valori che oggi circolano non sono più solidarietà, relazione, comunicazione, aiuto reciproco, ma business, immagine, tranquillità, tutela della privacy, c’è da chiedersi perché questi terribili fatti non devono accadere” (pag. 20).

 

Recensione

Umberto Galimberti, I miti del nostro tempo, Feltrinelli 2009