In territorio Altro Viaggio attraverso l’incontro con l’Altro.

“Liberando il sentimento l’Altro
imprigiona l’Uno…vivendo questa
prigione Entrambi divengono liberi”

 

Una visione del mondo costruita anche, ma non solo, attraverso l’esperienza clinica delle frequenti difficoltà relazionali portate dai pazienti in terapia: è ciò che ha determinato un passaggio teorico da uno studio dell’individuazione del singolo indipendente dal mondo esterno, ad una concezione dell’individuazione nel dialogo, fino ad una individuazione della relazione.

Due gli assunti imprescindibili che costituiranno le istanze organizzatrici di questa comunicazione: la natura relazione dell’uomo e la concezione evolutiva dell’individuo.

A chi si fa sostenitore di un essere umano dominato da istinti egoistici e necessità di pura autorealizzazione viene chiesto lo sforzo di abbandonare momentaneamente la propria visione ontologica al fine di abbracciare l’idea di un individuo relazionale la cui l’esistenza individuale ed autoriferita è un’illusione, una finzione a servizio di un Io patologico.
Non si parlerà né di un uomo costretto all’amore per l’oggetto al fine d’appagare i propri bisogni primari, né di alcun faticoso superamento di quel freudiano “odio primario” per gli oggetti dovuto al non soddisfacimento immediato dei desideri. Si farà invece riferimento al rischio per l’Io che ogni investimento oggettuale comporta. Il rischio sarà inversamente proporzionale alla maturità dell’Io.

L’altro punto cardine è costituito dalla visione evolutiva della crescita individuale. Si parlerà dunque di un Uomo che per raggiungere la piena maturazione di Sé passa attraverso fasi successive individuabili anche nella qualità dei rapporti sentimentali che stabilisce con l’Oggetto d’Amore. Se da una parte, dunque, la qualità relazionale diviene specchio, indice diagnostico del livello evolutivo individuale, questa stessa relazione può essere un prezioso strumento di crescita personale.

Rifacendoci alla tecnica diagnostica della teoria dell’attaccamento, la relazione sentimentale diviene, per gli adulti, una sorta di strange situation: il nuovo incontro, cioè, mette in evidenza la natura dell’attaccamento primario, la qualità dell’oggetto interno. La traduzione italiana del termine è proprio “il test dello straniero”: l’Altro-da-Sé è quel diverso, quello straniero che getta luce sulla natura profonda del proprio territorio interno.
La relazione con l’Altro consente all’individuo di confrontarsi, di delinearsi più o meno consciamente e di operare quel grande e misterioso processo che è la trasformazione del Sé, la propria maturazione.

Nonostante l’innatismo del processo d’individuazione, l’opera di Jung raggiunge, nel suo compiersi, una posizione filosofica di tipo dialogico, all’interno della quale il percorso di costruzione dell’identità individuale passa attraverso l’incontro con l’Altro: l’Io emerge dal Tu.

La soggettività, ricorda Trevi, “è in realtà sempre intersoggettività”. La piena capacità dialogica coincide con la piena soggettività, maturità ed individuazione.
Obiettivo della ricerca è di individuare la forma più evoluta e matura dell’Amore, ovvero individuata, ascrivendo questa condizione ad una sola e specifica dinamica relazionale.
Tutto il resto sarà da considerarsi un amore non di minore intensità, non di minore valore personale, ma semplicemente meno evoluto, il che non esclude la percezione di un vissuto d’amore.

L’individuo capace d’Amore sarà completo in Sé e lascerà che l’Altro sia proprio Altro-da-Sé. L’Altro allora non sarà narcisisticamente tenuto lontano o rifiutato, non sarà oggetto idealizzato né oggetto di dipendenza, e tanto meno investito di richieste, bisogni o altre compensazioni la cui natura intrinseca richiede risoluzioni intrapsichiche.

Qualora avvenga il fatale fraintendimento, ossia che si faccia dell’Altro il proprio principio risolutore, l’amore percepito si affretterà presto a svanire trascinando con sé il destino della relazione e facendosi sostituire da rabbia, rancore, delusione e vuoto.

Questo meccanismo appare ben chiaro se riflettiamo sul fenomeno dell’innamoramento, intendendo con esso quell’iniziale fase di idealizzazione dell’Altro e della relazione. Talvolta l’innamoramento termina portando ad una nuova fase individuabile nello sviluppo della relazione, altre volte, invece, nessuna farfalla coincide con la morte del bruco. Quando il partner delude le aspettative dell’innamorato ne interrompe le proiezioni, cosicché tutto ha termine, e dopo l’innamoramento, nulla. Quando si verifica la cacciata da questo paradiso psichico? Quando termina l’innamoramento? La risposta è custodita proprio nel crollo delle illusioni: l’innamoramento termina cedendo il passo all’Amore o al vuoto, quando l’Altro emerge con la sua identità tradendo le proiezioni.

Questo “felice tradimento” è ciò che descrive Erich Neumann in un passaggio del suo testo Amore e Psiche, dove riprende la favola di Apuleio offrendone un’interpretazione psicoanalitica. Neumann delinea l’itinerario di viaggio che la relazione deve compiere per raggiungere la sua massima espressione: perché un amore divenga Amore. La relazione fra Amore e Psiche cresce parallelamente alla loro evoluzione psichica, all’individuazione del maschile e del femminile: l’unione evoluta fra uomo e donna è possibile solo attraverso la coniunctio oppositorum fra femminile e maschile, ossia la Relazione extrapsichica nasce dall’integrazione intrapsichica: il fuori, insomma, è specchio del dentro.

Della narrazione il momento centrale è quando Psiche armata di lampada e coltello rivela a se stessa il volto dell’amato, la sua identità.

“Ma al chiarore della luce nuovamente accesa, con la quale illumina l’inconscia oscurità della sua precedente esistenza, riconosce Eros. Psiche ama” (1).

“Psiche ama davvero soltanto quando conosce, quando riconosce Eros” (2).

Fino a quel momento Psiche aveva vissuto in uno stato di oscurità fisico e della coscienza. Un paradiso oscuro fatto di una amore paradisiaco dove però il proprio amante è impersonale, anonimo, come descrivono perfettamente le parole di Psiche “chiunque tu sia, ti amo”: un rapporto simbiotico con un maschile numinoso. A questo livello ancora non c’è, non ci può essere, confronto, scambio né dialogo alcuno, poiché l’altro da sé ancora non esiste come soggetto-oggetto identificato: si tratta di un altro e non de l’Altro.

L’oscurità consente all’inconscio dell’uno di proiettare sull’altro ogni immagine e rappresentazione personale. L’uno sarà allora in relazione con le proprie proiezioni più che con il partner reale. La favola di Apuleio ci dice, come sottolineato da Hans Jellusaek nel testo Amori e incantesimi. Fiabe e miti per ritrovare l’armonia di coppia, che solo la presa di coscienza consentirà il vero Incontro:

“[…] questo amore completamente avvolto nelle tenebre dell’inconscio non è un vero incontro tra due persone, non ha confini, né interni né esterni. È un amore intimo, intenso, ma profondamente simbiotico […] Proprio quando questo sentimento è così profondo, intimo e intenso, […] succede qualcosa per cui tutto sembra crollare, un cambiamento doloroso ma necessario perché i due amanti diventino adulti” (3).

Si è detto che di frequente la fine dell’innamoramento porta allo scioglimento dell’oscurità proiettiva e dunque al principio di un rapporto maggiormente individuato o al vuoto, ma, in realtà, esiste una terza nonché frequente possibilità. In non pochi casi, infatti, questo gioco proiettivo rimane latente e con la sua potenza inconscia dirige i soggetti in relazione.

Occorre spendere alcune parole per chiarire, infatti, la natura di legami apparentemente stabili, duraturi, ma sotto i quali si celano le forme più inattaccabili dell’immaturità personale. Non esistono solo legami d’amore, esistono anche legami di malattia: grazie a questa unione l’individuo può rimanere immaturo, parziale, malato e quindi non dover patire le pene della crescita e della consapevolezza.

È necessario rendersi conto di quali dinamiche sottendano le relazioni a cui il terapeuta assiste. È necessario smascherare le finzioni d’amore per liberare le necessità sottostanti e consentire, così, la possibilità che esse trovino una soluzione reale. Si tratta, infatti, di operare affinché il cammino evolutivo interrotto riprenda, di consentire all’individuo di recuperare se stesso, di poter fare esperienza di un Amore completo e buono, intendendo con buono un Amore che sia fertile per Sé e per l’Altro, un Amore che non faccia danni, che non crei illusioni da cui svegliarsi crudelmente, che conduca alla vita, al miglioramento, alla crescita.

A ben guardare, ogni qual volta si sia di fronte ad una forma patologica d’amore si è testimoni di una relazione pervasa dalla dimensione del Potere. Il Potere si insinua fra le pieghe della relazione annullando la paritarietà, la possibilità di scambio, di crescita personale e di dialogo relazionale. Viene creata una situazione di fissità mortifera dove ogni onesto slancio vitale cede il posto al controllo, allo sfruttamento, all’annullamento dell’Altro come termine della relazione.

La configurazione opposta coincide con una relazione centrata sulla Reciprocità: una modalità, un processo, un luogo dove i Soggetti coinvolti trovano la propria possibilità di essere e vivere un scambio continuo che tenga in considerazione entrambi in ugual modo. L’Amore dunque, perché sia tale, prevede sempre una dimensione a tre: un Io, un Altro e una Relazione.

L’assenza del Terzo (la relazione, la condivisione, il progetto di vita) ci pone di fronte ad un amore parziale. Ecco che il concetto di Reciprocità viene a costituire la cartina tornasole delle relazioni mature e l’aspetto del Potere indice di difficoltà intrapsichiche.

Nel caso in cui la dotazione genetico-biologica sia integra, l’ambiente sufficientemente buono, per dirla con Winnicott, e la sorte tutto sommato clemente, allora l’individuo dovrebbe avviarsi verso la costruzione di Sé e l’incontro con l’Altro senza troppe difficoltà. Va da sé che questa condizione tanto favorevole sia assai rara se non forse un prototipo ideale, e vada considerata come l’estremo di un continuum che termina nel suo opposto di totale compromissione psichica e relazionale.

In una logica di determinismo causale i giochi sarebbero fatti, sennonché l’idea di una vita come continuo movimento concede la possibilità di partire nuovamente. Ogni relazione ha in sé la possibilità dell’Incontro. Ma troppo spesso dietro la maschera dell’incontro si cela un “incastro” che riempie il vuoto senza guarirlo, che sospende il dolore senza lenirlo: la ferita viene coperta, soffocata e senz’aria infetta il corpo e l’anima e peggiora: “incontri fortuiti” nati in assenza di fatica e confronto.

Perché l’incontro sia liberatorio delle energie bloccate deve, oltre a compensare la mancanza, far crescere affinché la compensazione possa essere abbandonata per un livello di scambio progressivamente maggiore. Allora perché si verifichi questo salto relazionale occorre che venga “risolto” un passaggio. Recuperiamo questo momento cruciale: Cos’accade quando s’incontra l’Altro, quali i movimenti interni del Sé sottesi a quelli esterni di sé? Cos’avviene quando si scopre lo Straniero? La risposta è: Paura.

Il meccanismo si può comprendere paragonandolo al nostro funzionamento biologico; l’organismo si difende dall’attacco di ciò che non riconosce, il sistema immunitario si allerta alla presenza del virus poiché esso è altro-da-sé, un agente esterno, lo percepisce come pericoloso, qualcosa da arginare, di più, da combattere.

La reazione organica più comune è l’influenza con i suoi stati febbrili, e proprio di questo si tratta: l’organismo reagisce con una serie di alterazioni funzionali all’agente esterno influenzante. Così la psiche, spesso, reagisce all’esterno-da-Sé, lo straniero, vivendo la sua influenza pericolosa. L’immagine opposta è il fenomeno del concepimento, della fecondazione, dove dall’incontro dei Due nasce il Terzo, il nuovo.

Silvia Montefoschi dedica il suo testo Al di là del tabù dell’incesto “All’inaspettato che feconda il mio pensiero”: una dedica tanto corretta quanto temeraria, tanto temeraria quanto rara da attuarsi, poiché diffusa è la tendenza dell’individuo a rifiutare tutto ciò che ha sapore d’inaspettato, di diverso di straniero. La stessa Autrice racconta la difficoltà umana a vivere nell’intersoggettività e sostiene che

“il soggetto sa di sapere di sé e dell’altro da sé come suo oggetto di conoscenza, che poi diventa anche oggetto di potere” (4).

Da questa consapevolezza deriva la paura del soggetto di diventare l’oggetto dell’altro.

E la paura genera la difesa: la difesa di sé come soggetto conoscente, la difesa di sé dalla terribile possibilità di divenire oggetto di potere di qualcuno. A questo meccanismo difensivo andrebbe ricondotto, secondo l’Autrice, il fenomeno della guerra:

“per sentirsi soggetto occorre trovare un oggetto che viene eliminato per poi ricrearlo […] Lo scannarsi reciproco nasce dall’Io, dalla logica dell’Io” (5).

Un Io identificabile come

“quell’insieme di contenuti di conoscenza in cui l’individuo ripone la propria identità, come se fossero suoi. L’io è un’appropriazione: è la prima proprietà privata. E questo lo accanisce nei confronti dell’altro” (6).

Le forme di questo accanimento, di questa contrapposizione sono molteplici. Il dominio attivo e diretto del narcisismo, della gelosia, dell’aggressività, il dominio passivo e indiretto della dipendenza, della depressione, e ancora il dominio totale del rifiuto dell’altro nella psicosi. E poi l’evitamento, la scissione degli investimenti e le inibizioni sessuali.

Il potere agito sull’Altro o sulla relazione, quale che sia la via per ottenerlo, diretta o indiretta, è portavoce di una necessità violenta di sentire un potere forte su di sé e sulla propria vita, una salda sicurezza personale ove, contrariamente, ad imperare è la fragilità dell’Io. Credo che nessun clinico, quale che sia il proprio orientamento teorico, possa negare la tendenza dell’individuo a salvare se stesso, la propria integrità, anche attraverso manovre tutt’altro che salvifiche. Un adattamento che genera psicopatologia, ma consente il mantenimento dell’omeostasi.

Quando l’Io registra un pericolo si attiva per evitarlo a qualunque costo. Come anticipato in premessa “si fa riferimento al rischio per l’Io che ogni investimento oggettuale comporta” e “il rischio sarà inversamente proporzionale alla maturità dell’Io”. La naturale spinta verso l’oggetto d’amore sarà dunque affiancata dalla necessità di garantirsi uno status quo di sicurezza, e tanto più l’Io sarà fragile tanto più alta sarà l’esigenza di controllo sull’altro.
La costituzione di un Io più consapevole, di un vissuto di maggior stabilità e continuità dell’Io e conseguentemente la sensazione del potere di Sé, aiuteranno a non aver bisogno di tanto potere sull’altro. Condurrà invece l’individuo a vivere la relazione intensamente, provando il piacere che l’intimità con un’altra persona può offrire contemporaneamente al rischio, pur sempre presente, della sofferenza. Dunque colui che ha raggiunto un’identità separata ed integrata sarebbe il candidato ideale per accedere con completezza alla relazione.

Quando Kernberg definisce l’amore maturo come una “disposizione emotiva complessa” (7) si riferisce ad un ordito all’interno del quale si integrano relazione oggettuale, relazione sessuale ed investimento del Super Io. Questo investimento superegoico determinerebbe la coppia come luogo di piacere e dovere. Dove dovere non è da intendersi come un principio razionale, morale ed esterno all’individuo, bensì come forza organizzatrice interna e spontanea nell’individuo sano.

Se guardiano del rapporto di coppia fosse un’istanza culturale, come spesso si verifica, ben presto il desiderio sessuale e il sentimento di tenerezza verrebbero meno, schiacciati sotto il peso dell’obbligatorietà. Una sorta di doppio legame quale “devo amarti” determinerebbe, infatti, il blocco del fluire spontaneo del sentimento e l’inaridimento progressivo della relazione che diverrebbe ben presto pura forma, un amore come se, un terreno desertico. Una sintesi armonica sottende e sostiene la relazione d’amore: lo scorrere del flusso erotico-affettivo all’interno di una struttura di un Io forte e progettuale.
L’Es, infatti, non conosce la dimensione temporale, non organizza l’esperienza in modo funzionale. L’Es non sfrutta il passato, lo impone, non costruisce il futuro, vi irrompe. L’investimento operato dal Super Io sulla coppia è invece ciò che dà vita alla progettualità, al nuovo, al terzo che emerge dal due. Sotto tale luce anche il concetto di fedeltà assume connotazioni del tutto particolari e i contorni di una fedeltà non come idea morale, non come derivato di un infantile bisogno di possesso dell’altro né tanto meno come un semplice dettato culturale, ma dimensione connaturata al sentimento stesso dell’Amore.
Allora l’infedeltà rappresenterebbe qualcosa di diverso e opposto a questo sentimento. Un’antitesi o, ancor meglio, una difesa dal rischio che comporta sempre l’investimento totale su un unico individuo, una sorta di rifiuto, di protesta nel dare all’Altro tanto potere su di noi. L’infedeltà prende così siderali distanze da un’ipotesi eziologica di libertà sessuale e viene a costituire una palese manifestazione di una manovra di sicurezza.
Nel mondo della finanza quando si teme di perdere un capitale ci si difende dal rischio operando investimenti differenziati. La medesima manovra si verifica nel campo degli investimenti affettivi.

Non ci stupiamo, infatti, quando i pazienti con un disturbo delle relazioni oggettuali manifestano una significativa incapacità di stare soli con il proprio oggetto d’amore. Anzi, necessitano di continue relazioni sociali o si dedicano a brevi relazioni sessuali. Se volgiamo l’attenzione al campo clinico non sarà difficile recuperare alla memoria qualche situazione analitica all’interno della quale il nostro paziente risolve il problema del rapporto di coppia attraverso la via del tradimento, sia esso attuato con modalità egodistonica o egosintonica.

Eppure la fedeltà più totale non è sufficiente a garantire che l’individuo si stia donando totalmente al proprio partner senza difendersi dal rischio che questo comporta; le più sottili manovre difensive si nascondono all’interno della stessa relazione sentimentale.
Le difficoltà della sfera sessuale, che tanto spesso raggiungono gli studi di psicoterapia, sono infatti facilmente ascrivibili all’interno di una più grande e complessa difficoltà di relazione.

Diversamente dai rapporti occasionali, all’interno della coppia l’incontro sessuale assume il sapore, spesso agrodolce, del totale abbandono all’altro, il coraggio di amalgamarsi con un altro essere umano. Le manovre di difesa assumono le forme più varie: il disturbo dell’erezione che dà voce al timore di penetrare nell’intimità della compagna, il disturbo dell’eccitazione femminile con la sua impossibilità ad accogliere il partner, e ancora la frigidità frutto del non abbandono all’altro nel quale si teme di disperdersi.

Nell’orgasmo, infatti, avviene la perdita del controllo personale, e il superamento dei confini della propria identità attraverso una forte fusione con l’oggetto amato. Per amare occorre che il processo di individuazione e separazione sia stato portato a compimento fruttuosamente in ogni sua tappa. È necessario che l’esperienza simbiotica abbia potuto svolgersi senza brusche interruzioni, che la costanza dell’oggetto interno si sia costituita saldamente e, in ultimo, che la fase di separazione-individuazione non abbia visto una madre impegnata nel tentativo di legare nuovamente il bambino a sé. Questo il presupposto della capacità di amare e il presupposto della genesi di un’individualità matura, lontana dai primordiali bisogni di fusionalità e dipendenza, così lontana da non aver neanche l’impellente necessità di difendersi da essi.

Un’individualità sufficientemente forte per amare l’altro senza il timore di disperdere se stessa; l’essere in Relazione, infatti, comporta sempre un rischio, il rischio che questo Altro da noi muova pericolosamente i luoghi più remoti e bui della nostra interiorità, quelli dimenticati da tempo e rifiutati da sempre. Naturale, nessuna grande impresa è senza rischi e sconosciuta alla fatica.

Per tanto la relazione d’amore matura si articola sulle fondamenta di un comportamento sessuale sano, di una relazione oggettuale profonda all’interno della quale le pulsioni pregenitali permangono sotto forma di tenerezza e gratitudine e di un Super io in cui la moralità infantile si è trasformata in valori etici adulti, senso di responsabilità e capacità progettuale.

Quanto fin qui esposto ci porta a considerare l’amore completo e duraturo, l’amore non troppo rischioso, come il risultato di un’alchimia psichica alquanto sofisticata. Una pozione d’amore i cui ingredienti sono perfettamente dosati. Un mistero a misura.

Martin Bergmann in Osservazioni psicoanalitiche sulla capacità di amare parla infatti dell’amore come di una percezione soggettiva di un “miracolo” ed attribuisce questa percezione a

“un oscuro presentimento che molti eventi psichici si sono verificati contemporaneamente, rapidamente e al di fuori della consapevolezza” (9).

È tuttavia difficile descrivere le manifestazioni delle relazioni mature ed evolute, di questo miracolo interno, come invece è possibile fare relativamente alla patologia d’amore.
Difficile poiché il vero Incontro assume forme variegate, generate dall’unione creativa delle singole individualità.

L’incontro fra i due, perché sia tale, si dovrà basare su collaborazione nella distinzione delle singole unicità e sulla parità non necessariamente di livelli; può esistere infatti parità anche nell’asimmetria di cultura, d’età, di condizione economica, di posizione sociale e perfino dei livelli evolutivi. La parità cui si fa riferimento non è uguaglianza, ma simmetria di presenza anche nella diversità, nella specificità individuale. Se esiste un’asimmetria questa non deve essere usata come terreno per coltivare il potere individuale. Occorre portare l’altro con sé, accompagnarlo nella sua evoluzione, essere complice anche della sua crescita.

Nessuna navigazione solitaria, ma una complicità che si determina anche nello scambio di risorse all’interno della coppia. Uno scambio per generare nuove soluzioni e non nuove dipendenze o per lasciare tutto immutato. Non si tratta certo di lasciare agire l’altro al posto nostro per non evolvere e neppure di una complementarietà rigida dove ognuno assicura a se stesso una posizione di potere o sudditanza. Esiste, come dicevamo, una parità anche nella differenza dei ruoli. Uscendo per un solo momento dalla relazione d’amore intesa come amore sentimentale tutto diventa ancora più chiaro.

Relazioni quali quelle madre-figlio o analista-paziente sono inequivocabilmente asimmetriche, e tali devono essere: è un’asimmetria dovuta ai differenti ruoli che vengono agiti nello spazio relazionale. Eppure entrambi i membri partecipano allo scambio, ognuno mettendo in campo le proprie competenze.

Queste due tipologie di relazione, più di altre, si prestano ad elicitare la coincidenza fra il buon funzionamento del rapporto ed il processo di crescita. Il bambino per sua natura, finché a natura ancora può rifarsi, mette costantemente in campo le nuove competenze acquisite: appena può cammina, appena può parla, se una madre ansiosa non interferisce in questi tentativi sostituendosi alle fatiche del figlio. Anche il paziente deve partecipare in modo attivo alla propria guarigione: il terapeuta non incarna il principio risolutore, è la relazione dei due a costituire lo spazio di trasformazione.

Ogni relazione porta con sé il cambiamento: al suo interno viene concesso il cambiamento sia dei membri che della relazione stessa, e la stasi, come assenza di movimento, è da interpretarsi come un problema della relazione. L’amore maturo, pur vario nelle sue manifestazioni come s’è detto, raggiunge il suo compimento attraverso fasi significative.

C’era una volta l’innamoramento…

Non è difficile ricondurre la scelta del partner allo specifico stile d’attaccamento, ma possiamo andare oltre: se avanziamo lungo la linea del tempo, ci spostiamo da un’eziologia del passato e ci concentriamo sul presente, possiamo pensare questa scelta come riconducibile a due spinte motivazionali differenti. Una scelta per somiglianza ed una per complementarietà. Ognuna di esse porta con sé un aspetto bifronte: entrambe possono essere terreno fertile o eco nefasta di un’incapacità di relazione.

Ecco che la somiglianza può basarsi su una prospettiva di condivisione o coincidere con un bisogno di rispecchiamento e la complementarietà può essere arricchimento reciproco o compensazione passiva delle proprie lacune. Spinta in avanti, movimento ed evoluzione all’insegna di una reciprocità dell’esserci o fissità, stagnazione, fino ad un usufrutto dell’altro a servizio di una brama di potere e sicurezza. Difficilmente ci troveremo di fronte ad una saturazione dei livelli. Correnti di somiglianza e di complementarietà confluiranno in una complessità unica, così come, croce e delizia, scopriremo la presenza di entrambi i fronti: reciprocità e potere, movimento e fissità in ogni rapporto.

E le medesime polarità troveremo anche se analizziamo la scelta del partner attraverso le teorie psicoanalitiche classiche, secondo le quali l’amore è riconoscimento, o ritrovamento, nell’altro di elementi dell’oggetto d’amore precoce, o, nei casi in cui l’oggetto originario sia stato deludente, la scelta del nuovo oggetto viene basata sull’evitamento dell’oggetto originario.

Una volta che si è stabilita la relazione essa viene alimentata e garantita nel suo perdurare da elementi ai quali già si è fatto riferimento: reciprocità, scambio, sostegno vicendevole e slancio progettuale. Aggiungiamone ad essi un ultimo: la capacità di sacrificio. Un sacrificio da intendersi proprio nella sua accezione etimologica, come un sacrum facere, un compiere qualcosa di sacro che supera e trascende ciò a cui si deve rinunciare.
Un concetto di sacrificio non come perdita, ma come creazione di qualcosa di superiore che porta con sé un senso di arricchimento. Una maggiorazione e non una minorazione.
Il Sé viene arricchito dall’incontro sessuale e sentimentale con l’Altro. Una contemporaneità, dunque, dei vissuti psichici del donare e del ricevere. Nella coppia viva si crea infatti un’economia psichica che trascende ed integra quella delle singole individualità che si concretizza nella circolarità delle risorse.

Se fin qui si è fatto riferimento ad uno stato pressoché ideale, varrà la pena ora occuparsi di una condizione più facilmente reperibile nella realtà che presenti caratteristiche deficitarie.
Il dato fondamentale anche per queste relazioni è che quel rapporto sentimentale stesso può essere la nuova possibilità, il terreno di una nuova sintesi personale.

Quale che sia il livello individuale raggiunto, la relazione può essere il punto dal quale riprendere il dialogo con i processi interrotti. Ma non sempre l’evoluzione individuale trova spazio all’interno di quella specifica relazione. E a volte s’impone il suo termine. Non possiamo certo dimenticare l’ultima possibile, nonché frequente, fase delle relazioni sentimentali: ci si separa da chi si è amato e ci si domanda cosa rimane dopo la morte di un legame d’amore, quale sia la sua eredità e soprattutto se quella conclusione sia stata una chiusura o una interruzione.

Una vera fine dovrebbe corrispondere ad un nuovo inizio, un inizio trasformato da ciò che è stato vissuto. Il movimento è avvenuto, un nuovo passo è stato compiuto. Diversamente, una fine come se ripropone un identico inizio. Siamo quindi al cospetto di una forma di coazione a ripetere, nessun movimento: tutto ristagna nella fissità. Spesse volte, il paziente che approda allo studio del terapeuta per una ferita amorosa, si trova immerso proprio in quest’ultima fase. Spesso è proprio alla coppia analista-paziente che spetta il compito che avrebbe dovuto assolvere la coppia sentimentale: la rielaborazione del rapporto.
Ed è nella stanza dell’analisi che trovano voce i passaggi silenti di un rapporto troppe volte sconosciuto ai suoi stessi partecipanti. Un romanzo scritto a due mani solo parzialmente consapevoli. Ne vengono svelati gli strati profondi, il disegno latente e le manovre di un inconscio decisamente consapevole e lucido: il vero autore.

E chissà perché ogni qual volta si scrive di clinica si rimane solo parzialmente soddisfatti; sarà perché tradurre in parole pensieri ed immagini interne è impresa difficile, così come per i nostri pazienti; in più perché qualsiasi opera d’astrazione teorica, per quanto attenta, tradisce inevitabilmente la realtà.

Così Camus, ne Il mito di Sisifo, ci narra di una scienza che promette una conoscenza che non può raggiungere:

“Così questa scienza, che doveva tutto farmi conoscere, finisce nell’ipotesi, questa lucidità sprofonda nella metafora, questa incertezza si risolve in opera d’arte”;

“Capisco allora che, se posso afferrare con la scienza i fenomeni ed enumerarli, non posso comprendere altrettanto bene il mondo” (10) .

In Medicina e Psicoterapia (1945) Jung parla di uno stato di sottrazione al “dubbio interiore” (11) che si verifica nel terapeuta, e più in generale in colui che si fa ricercatore di verità, ogni qual volta viene fatto della teoria un dogma.

Qualora poi, come clinici, ci ostinassimo a razionalizzare complessità ed unicità individuali, conquisteremmo l’ingresso nel mondo della difesa dalla relazione con il paziente. Ma se si è dotati di sufficiente coraggio per resistere a tale tentazione, e ci si inoltra nel mondo dell’Altro, si trovano forme variopinte di resistenza all’Incontro ed insperate risorse per l’evoluzione. Ci si lascerà condurre in un territorio inesplorato alla scoperta di un Sé di cui si potranno avere solo lampi di consapevolezza e che rimarrà, come dice Jung

“una grandezza sopraordinata a noi” (12).

E questo sforzo lo si dovrà ripetere ogni qual volta saremo di fronte al paziente che raggiunge lo spazio analitico. Molto spesso, fortunatamente, un ambiente adeguato riesce a risollevare le sorti di una partenza biologica deficitaria o a tamponare gli effetti di carenze e piccoli traumi precoci. Ancora, relazioni con persone che ruotano attorno all’ambito famigliare, o incontri fatti in adolescenza possono offrire esperienze riparatorie, così tanto da far ripartire la normale evoluzione del Sé e della capacità relazionale e da far giungere, per prove e per errori, ad una buona maturazione. Altre volte invece, e questo è sotto ai nostri occhi quotidianamente, tutto ciò non si verifica. L’individuo rimane prigioniero di quel passaggio mancato, di quell’elaborazione impossibile, di quell’esperienza troppo dolorosa. La dinamica non risolta diviene il terreno su cui l’individuo costruisce Sé e il rapporto con il mondo esterno. Una città costruita su una faglia.

Nella concezione junghiana, infatti, la malattia consiste nel blocco del processo individuativo, nell’incapacità di affrontare l’oscuro ed imprevedibile Non- Io, per avventurarsi lungo lo sconosciuto cammino che porta al Sé. La guarigione diviene quindi il ritrovamento di questo percorso che consente di recuperare i contenuti inconsci, ma soprattutto il senso della propria esistenza. Spesso il paziente bloccato, incompleto, incapace di avere relazioni buone con sé e con gli altri approda, alla ricerca di sollievo, proprio in un’altra relazione. Non si tratta di sarcasmo, bensì dell’esplicitazione, nonché legittimazione, della fatica eroica compiuta dal paziente per guarire. A Lui viene chiesto, non dai terapeuti, ma dalla vita, il compito paradossale di fare proprio ciò che non riesce fare.

È il viaggio dell’eroe, è il viaggio contro la paura nonostante la paura, è fare proprio ciò che è impossibile fare: vivere nonostante la paura, nonostante la morte che incombe. Nel processo di cura viene sollecitata proprio la parte sofferente, conflittuale, traumatizzata, che in questo atto si trasforma. Nella relazione con l’Altro la paura del rischio si combatte rischiando, compiendo l’atto temuto, mostruoso, lo si domina, lo si supera…in una lotta dove perdere e vincere coincidono proprio perché è la lotta in sé ad essere episodio denso e trasformativo. È dunque la relazione che cura l’impossibilità stessa di relazione.

Un principio omeopatico, all’interno del quale non viene soppressa la difficoltà, bensì viene stimolata somministrando in piccolissime dosi quelle stesse sostanze che le causano.
La relazione terapeutica assume il significato di una “supplenza dialogica” (13), la definisce Trevi, all’interno della quale il paziente può recuperare l’assenza o, più spesso, la distorsione dialogica che lo caratterizzano. Perché il processo di individuazione abbia luogo occorre, però, che l’uomo si apra al dialogo fra Io e inconscio e all’assimilazione di nuovi contenuti diversi da sé. L’individuo deve quindi accettare la perdita della coordinate, la rottura del precedente equilibrio, il rischio della morte dell’identità di se stesso e della propria continuità. L’uomo, in questo caso il paziente, deve riuscire ad abbandonarsi a quel Non-Io che ci travolge ed angoscia, fiducioso della futura rinascita, del nuovo equilibrio, della nuova identità.

Ma non è solo il paziente ad essere in analisi: in campo ci sono due individualità che danno vita ad una relazione unica. Potremmo mutuare le parole di Winnicott (14) quando sostiene che non esiste bambino, ma solo una coppia all’interno della relazione di accudimento, e usarle per la relazione analitica. Non più il paziente in analisi, ma la coppia. L’analista può aiutare il paziente solo se anch’egli vive la relazione come momento trasformativo, ossia se accetta di realizzare con l’Altro il proprio processo di individuazione.

Jung insegna che l’analista può portare il paziente fino al livello a cui è arrivato l’analista stesso. Questo dogma accompagna la pratica clinica e fa da sfondo alla necessità che l’analista non sia semplice strumento di oggettivazione del paziente, bensì vero e proprio soggetto in relazione e, come tale, sia investito del compito della propria trasformazione. Come tutti i dogmi, anche questo, va letto alla luce del contesto cui appartiene e del monito che contiene: una teoria della tecnica analitica sottomessa al primato dell’interpretazione evocava con fermezza l’attenzione alla relazione, così come di uno spostamento della focalizzazione dal un termine della relazione, il paziente, all’altro termine, l’analista. Quello che Jung ha eliminato è il rischio della presunzione dell’analista, di un analista che pensa di dover indagare il solo paziente e che non deve chiedersi di sé. Questo rischio è stato teoricamente superato da tempo, ora però il rischio è di scivolare in un’altra forma di pre-assunzione: che il paziente non possa andare oltre così come, ahimè, che il paziente debba raggiungere il livello del terapeuta.

La trasformazione dell’Uno non può dunque prescindere dalla trasformazione dell’Altro: è la coppia analitica a costituire lo spazio-tempo trasformativo. Ma questo apre ad una nuova considerazione che, parzialmente, dissacra il comandamento sul quale nessuno coltiva più alcun dubbio. Se è la relazione fra i Due ad essere il territorio evolutivo, se è il Terzo a portare il Nuovo, e se, come tutti concordiamo, questo Terzo contiene e trascende i suoi membri in una nuova sintesi creativa…come possiamo davvero pensare che il punto d’arrivo dell’analista possa costituire la linea di traguardo del paziente? Silvia Montefoschi dichiara che

“non si porta il paziente fin dove l’analista è arrivato, ma è una crescita comune” (15).

Partendo dal concetto di intersoggettività l’Autrice sostiene l’importanza fondamentale che la coppia analitica rifletta insieme su contenuti che riguardano entrambi:

“Se parliamo di intersoggettività tra analista e paziente, se vogliamo che non succeda che uno diventi l’oggetto dell’altro, entrambi devono riferirsi a una oggettualità comune: uno deve perdere la propria identità egoica e sentirsi uno dei termini del principio dialogico che diventa l’unica realtà” e ancora “il setting è l’impegno di entrambi di mantenersi a un livello riflessivo superiore, senza perdersi nell’immediatezza parlando su qualcosa. E’ l’incontro tra due soggetti”  (16).

La linea di traguardo del paziente sarà allora il frutto di questa personale sintesi analista-paziente con la sua unicità e della Vita che nel frattempo di compie. Quando Jung sostiene che il vero agente di guarigione è la Vita stessa e che la funzione, nonché il significato dell’analisi sia proprio la ri-presa di questo processo naturale d’individuazione, non perde di vista questa possibilità di superamento. Il paziente che supera l’analista, l’allievo che supera il maestro, così come il figlio che supera il padre costituiscono la condizione auspicabile fondante l’evoluzione della specie umana.

Ancora Montefoschi rifiuta il termine analista e lo sostituisce con il termine “testimone”, ossia

“quello che per primo si è trovato ad essere attraversato da un livello di coscienza superiore e poi gli altri hanno seguito” (17).

Il paziente allora non si fermerà prima e non andrà oltre, ma si dirigerà altrove, in un altro territorio, nel proprio territorio di realizzazione, finalmente libero di far entrare l’Altro, quello Straniero che lo conduca sempre più lontano ed ancora più vicino al Sé…forse, speriamo, senza più quel terrore che aveva scatenato le difese della propria individualità.

 

cvRoberta Rossi, relazione tenuta al convegno  Temenos “L’Eros del Viaggio” il 15 maggio 2010

 

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Note

  1. Neumann E., (1971), Amore e Psiche. Un’interpretazione nella psicologia del profondo,
Roma, Astrolabio, 1989, p. 59;
  2. Ibidem, p. 61.
  3. Jellusaek H., (2000), Amori e incantesimi. Fiabe e miti per ritrovare l’armonia di coppia, Roma, Edizioni Magi, 2003, p. 31.
  4. Montefoschi S., (2004), Intervista a Silvia Montefoschi, a cura di Tullio Tommasi: www.geagea.com/Monografie/Fil-025.htm.
  5. Ibidem.
  6. Ibidem.
  7. Kernberg O., (1995), Relazioni d’amore. Normalità e patologia, Milano, Raffaello Cortina Editore, 1995, p. 37.
  8. Kernberg O., (1980), “Limiti delle relazioni d’amore” in Capacità d’amare, Torino, Bollati Boringhieri, 1993.
  9. Bergmann M. S., (1971), “Osservazioni psicoanalitiche sulla capacità di amare” in Capacità d’amare, Torino, Bollati Boringhieri, 1993, p. 50.
  10. Camus A., (1942), Il mito di Sisifo, Milano, Bompiani, 2009, p.22.
  11. Jung C.G., (1945), Medicina e psicoterapia, in Opere, vol. 16, Torino, Bollati Boringhieri, 1981, p. 98.
  12. Jung C.G., (1928), L’io e l’inconscio, Torino, Bollati Boringhieri, 1967, p.92.
  13.  Trevi M., “Psicoterapia: interpretazione e confronto” in Psicologia analitica. La teoria della clinica (a cura di Aversa L.), (1999), Torino, Bollati Boringhieri, 1999, p.167.
  14. Winnicott D., (1957-1963) , Sviluppo affettivo e ambiente, Roma, Armando, 1974.
  15. Montefoschi S., (2004), Intervista a Silvia Montefoschi, a cura di Tullio Tommasi: www.geagea.com/Monografie/Fil-02/5.htm
  16. Ibidem.
  17. Ibidem.

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Bibliografia

  • Bergmann M. S., (1971), “Psychoanalytic observation on the capacity of love” in J. B. McDevitt e C. F. Settlage (a cura di), Separtion-Individuation: essays in honor of Margaret S. Mahler, New York, International Universities Press, 1971, pp. 15-40, compreso in C. W. Socarides (a cura di), The world of emotion. Clinical studies of affects and their expression, New York, International Universities Press, 1977; trad. it. “Osservazioni psicoanalitiche sulla capacità di amare” in Capacità d’amare, Torino, Bollati Boringhieri, 1993.
  • Camus A., (1942), Le mythe de Sisyphe, Edition Gallimard, trad. it. Il mito di Sisifo, Milano, Bompiani, 2009.
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  • Jung C.G., (1928), Die beziehungen zwischen dem Ich und dem Ubewussten, Zurigo, Rascher Verlag, trad. it. L’io e l’inconscio, Torino, Bollati Boringhieri, 1967.
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  • Kernberg O. F., (1995), Love Relations, New Haven, London, Yale University Press; trad. it. Relazioni d’amore. Normalità e patologia, Milano, Raffaello Cortina, 1995.
  • Montefoschi, S., (1982), Al di là del tabù dell’incesto, Milano, Feltrinelli Editore, 1982.
  • Montefoschi S., (2004), Intervista a Silvia Montefoschi, a cura di Tullio Tommasi:
    www.geagea.com/Monografie/Fil-02/5.htm
  • Neumann E., (1971), Amor und Psyche. Eine tiefenpsychologishe deutung, Verlag, Walter; trad. it. Amore e psiche. Un’interpretazione nella psicologia del profondo, Roma,Astrolabio, 1989.
  • Trevi M., “Psicoterapia: interpretazione e confronto” in Psicologia analitica. La teoria della clinica (a cura di Aversa L.), (1999), Torino, Bollati Boringhieri, 1999.
  • Winnicott D.W., (1957-1963), The Maturational Process and the Facilitating Environment, New York, International Universities Press, 1965; trad. it. Sviluppo affettivo e ambiente, Roma, Armando, 1974.