H. Covard: “Jung e il pensiero orientale”.

Una lezione che ho tenuto presso la “Scuola quadriennale di insegnanti di Yoga Rahmni” mi ha stimoltato approfondire il rapporto tra la nostra cultura occidentale e lo yoga attraverso la lente epistemologica della psicologia analitica junghiana che a mio parere ci offre strumenti efficaci per comprendere il difficile rapporto tra queste due tradizioni tra loro caratterizzate da una profonda alterità.

La cultura orientale è mistero difficilmente attingibile attraverso il nostro punto di vista, se non a scapito di gravi errori ermeneutici. Carl Gustav Jung si è occupato specificatamente del “pensiero orientale” in alcuni scritti, anche se tutta la sua opera è ampiamente costellata da innumerevoli amplificazioni aventi per oggetto la tradizione orientale: Commenti al “Segreto del fiore d’oro” (1929/57),  Il Libro tibetano della grande liberazione (1954), Psicologia della meditazione orientale (1943), Seminario su “La psicologia del Kundalini-yoga” (1932).

Uno degli aspetti centrali di quelle che Foucault chiama “Le tecnologie orientali del Sé”, è quello di presentarsi non come corpus dottrinario astratto e intellettualistico, ma come delle

“vere e proprie, sofisticatissime ‘pratiche di sapere’ dove non si da nuova acquisizione conoscitiva senza una parallela ‘torsione’ dell’impianto mentale, affettivo e comportamentale dell’individuo. Esse mirano, in generale, alla ricomposizione di ogni forma di dualismo che invece caratterizza la coscienza ordinaria. Di qui il principale motivo del loro fascino, visto che lo stato di scissione è precisamente la calza di nylon – la defonnazione permanente – in cui la coscienza occidentale ha ormai posto stabilmente  il proprio volto, predatorio e irriconoscibile. È indubbio, così, che Jung condivise l’assoluta necessità di una pratica advaita, a-dualistica. Allo stesso tempo com’è ovvio, tale condivisione ebbe dei limiti” (1).

Rinunciare al punto di vista coscienziale, per quanto angusto e ristretto sia, vorrebbe dire approdare ad uno stato di totale incoscienza, rimanere  con nemmeno un pugno di mosche in mano. Parlare di una “coscienza universale” totalmente presente a sé stessa costituisce per Jung un semplice paradosso. L’ammonimento di Jung è quello di studiare e praticare lo yoga, ma senza illudersi di superare la differenza di mentalità. L’incontro con l’Oriente non deve servire da alibi per evitare di fare i conti con la nostra identità e con la nostra tradizione, con il fatto che noi occidentali abbiamo ”la storia nel sangue” ovvero l’abitudine a percepire in termini di Io e di Coscienza.

Il pensiero orientale è più simile a quello della Grecia Antica o dell’Africa Nera che come diceva Kereny ha una forma di coscienza diversa, la quale non procede linearmente, ma per vuoti e pieni. La conseguenza è quella di una “mentalità” che non procedendo lineramente, non scarta e non esclude ma tende invece all’inclusione, all’annessione. Queste tradizioni “funzionerebbero” come il nostro inconscio. Ad una coscienza lineare farebbe da contrappunto un inconscio circolare. Ad una coscienza che scarta un inconscio che include. Ad una coscienza che sta nella storia, un inconscio ciclico dovre tutto ritorna e si ripresenta eternamente. Ad una coscienza che crea,  “gettata” nella storia e quindi nell’esistenza, un inconscio di potenze, di essenze potenziali “fissate” nell’eternità.

Jung suggerisce allora di avvicinarsi ai “valori” e ai “concetti” orientali dall’interno e cioè attraverso il nostro inconscio e non attraverso la nostra coscienza, il nostro Io e cioè adottando la lente della nostra tradizione. Quando Jung tenne il suo seminario nel 1932 notò che gran parte del suo gruppo si stava inflazionando: di fronte ad una filosofia così affascinante l’Io dei partecipanti (medici, psichiatri, ricercatori allievi che erano nel processo individuativo) stava cercando di capire i simboli e gli archetipi che questa cultura individuativa evocava nella brillante esposizione del professor Hauer per farli propri e cioè ricondurli al proprio sistema di coscienza. Quindi operò una svolta brillante e scioccante insistendo sul fatto che nella nostra esperienza occidentale muladhara deve essere visto come sopra e cosciente all’Io, mentre svadisthana deve essere concepito come sotto e inconscio:

“noi abbiamo inizio nel nostro mondo conscio, quindi possiamo dire che il nostro mulathara potrebbe essere non laggiù, nel ventre, ma su nella testa” (2) .

questo perché se vogliamo assimilare il pensiero del kundalini-yoga è necessario capovolgere tutto perché

“In oriente l’inconscio è sopra, mentre per noi è sotto. Possiamo quindi rovesciare il tutto, come se scendessimo dal mulathara, come se mulathara fosse il centro più alto. […]. La loro rappresentazione del mondo  è completamente diversa dalla nostra, e quindi la possiamo capire soltanto nella misura in cui cerchiamo di capirla nei nostri termini […]. Dobbiamo renderci conto o perlomeno prendere in considerazione il fatto che il mulathara è qui, che è la vita di questa terra, e che qui il Dio è addormentato. Poi ci si immerge nel Krater – per usare una antica citazione di Zosimo – o nell’inconscio, e si intende con ciò una condizione più alta della precedente, perché li ci si avvicina ad un altro tipo di vita. Li ci si muove soltanto grazie a Kundalini che è stata risvegliata” (3).

Gli ultimi due chakra Ajna e Sahasrara sono per Jung due concetti filosofici che per un occidentale non sono nemmeno immaginabili, tanto che nel suo seminario arriverà a malapena a commentarli.  A livello di questi due chakra non può esserci nessuna esperienza psichica perché qui tutto è uno. Esiste solo Brahman senza una seconda presenza. È meglio che l’occidentale non pensi neppure a simili speculazioni.

Jung adottò questo punto di vista nel contesto di una comprensione del pensiero orientale e nei termini della propria psicologia. Per Jung il requisito chiave per il risveglio della kundalini è la giusta attitudine psicologica. Per accostarsi all’inconscio sono necessarie una mente purificata e una grazia che guidi, che spinga in avanti e questa grazia interiore è la kundalini che può apparire in vari modi, come paura, nevrosi, malattia, interesse irresistibile, ma l’importante è che situi al di sopra degli interessi dell’Io altrimenti l’Io rinuncerebbe al primo ostacolo se è lui a guidare il processo. Una volta che kundalini si è risvegliata fornisce la spinta necessaria che non farà più tornare indietro l’individuo. Per Jung Kundalini è l’Anima.

 

Recensione

 

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(1) COVARD H., Jung e il pensiero orientale, La biblioteca di Vivarium, Milano, 2005, p. 10.
(1) JUNG C.G., La psicologia del Kundalini-yoga. Seminario tenuto nel 1932, Boringhieri, Torino, 2004, p. 65.
(2)  ibidem, pp. 66-67.
 

COVARD H., Jung e il pensiero orientale, La biblioteca di Vivarium, Milano, 2005.