Jung e il simbolismo dell’acqua.

“L’acqua in tutte le sue forme – in quanto mare, lago, fiume, fonte ecc. – . una delle tipizzazioni più ricorrenti dell’inconscio, così come essa è anche la femminilità lunare che è l’aspetto più intimamente connesso con l’acqua”,  Carl Gustav Jung (1)

 

“Sin dalla mia infanzia ricordo il nonno intento a questo lavoro. Vicino al lago scavava il terreno per isolare certi piccoli rivoli d’acqua e farli convergere in un unico canale, che drena l’acqua dal terreno. Un anno prima della sua morte, quando io avevo già 33 anni, l’ho ancora visto fare lo stesso lavoro. Aveva una racchetta da sci, alla cui estremità aveva attaccato una paletta, come quelle dei bambini, e con questa paletta toglieva i sassolini che impedivano il flusso dell’acqua. Si divertiva, poteva stare lì per delle ore. È un’immagine tipica di lui, seduto lì su una piccola sedia. Una volta in uno di quei canali l’acqua era torbida, ma un affluente portava dentro acqua limpida. Alla confluenza quest’acqua limpida, entrando nell’acqua torbida, formava dei bellissimi disegni. Io gliel’ho fatto notare e lui mi ha detto: «Sì, questa è l’influenza». Alludeva al significato etimologico della parola: una cosa che fluisce dentro un’altra. […] Jung era un uomo intero, presente con tutto se stesso in ciò che faceva. Anche in questo caso il concetto astratto – l’influenza – e la cosa concreta che lo genera sono una sola realtà. L’astratto mostra sempre le sue radici nel tangibile. Questo era Jung» (2).

Sono le parole con cui lo psichiatra Dieter Baumann descrive suo nonno Carl Gustav Jung, il fondatore della psicologia analitica, quando era intento a quelli che lui stesso definiva i suoi waterworks. Anche Barbara Hannah, allieva di Jung nonché sua collaboratrice e amica, così lo ricorda a riguardo delle sue «opere idriche», in una biografia a lui dedicata:

“Una volta mi disse che quell’attività, assieme allo starsene a guardare l’acqua, costituiva per lui la migliore preparazione al lavoro creativo e gli serviva in pari tempo a sbarazzarsi dell’estroversione del semestre di insegnamento. Le idee affluivano a lui dall’inconscio assai più liberamente lì fuori che nella casa in cui si metteva poi a scrivere” (3).

La storia di Jung, uno dei più grandi esperti di psicologia del profondo del XX secolo, e il suo rapporto con l’acqua non termina qui. I suoi luoghi di residenza seguono la vicinanza con questo elemento naturale, dal quale, come afferma lui stesso, non avrebbe potuto vivere lontano. La prima parte della sua vita non solo si svolge sul Reno, ma segue la corrente di questo fiume, che proviene dalle Alpi svizzere e sfocia nel Mare del Nord. Jung infatti nasce a Kesswil, una cittadina sul lago di Costanza (cantone di Turgovia), in Svizzera, nel 1875 ma, dopo poco meno di un anno, la sua famiglia si trasferisce a Laufen, vicino a Sciaffusa, nei pressi delle cascate del Reno e, infine, nel 1879 è la volta di Klein-Hüningen, nel cantone di Basilea, sempre sul fiume Reno, dove risiedette fino alla conclusione dei suoi studi in medicina.

A questo punto, «cambia acque» e inizia a «navigare controcorrente» trasferendosi, nel 1900, sul lago di Zurigo: sarà la metafora della sua vita. In questo periodo, inizierà a schierarsi contro la vecchia psichiatria a favore della nascente psicoanalisi, per poi intraprendere una propria strada autonoma – dopo il 1913, anno della rottura con Freud – e fondare la psicologia analitica. A Zurigo inizia a lavorare presso l’ospedale psichiatrico Burghölzli (diretto dall’illustre Eugen Bleuler) e si dedica a perfezionare gli studi di psichiatria. Non abbandonerà il lago di Zurigo per il resto della sua esistenza e continuerà a «navigarlo» sempre risalendo la corrente. Infatti andrà a vivere con la sua famiglia a Küsnacht, sulle rive del lago; in seguito, a diversi chilometri di distanza dalla sua abitazione, decide di costruire, partecipando attivamente alla progettazione e realizzazione, una torre tutta per sé, che amplierà in varie fasi successive.

È la torre di Bollingen, un rifugio contemplativo e di lavoro nel quale Jung non vorrà mai far arrivare la corrente elettrica, cucinando esclusivamente sul fuoco del camino e prendendo l’acqua da un pozzo azionato da una pompa manuale; una torre immersa nel verde, con l’acqua del lago che lambisce l’edificio:

“Prima di costruire la casa a Bollingen [la Torre], per alcuni anni (1918-1923) Jung aveva trascorso le vacanze con la moglie e i figli sull’isola antistante la foce del canale di Linth, nel lago di Zurigo superiore. Lì si conduceva davvero una vita da briganti e da indiani: Jung era il capitano, e i figli – a volte anche una quantità di cugini – erano la ciurma. Si campeggiava in tenda, e c’erano a disposizione due barche a vela, una a remi e una canoa” (4).

Su questo tema la testimonianza di un’analista junghiana, Norma Bärgetzi Horisberger:

“L’acqua, il mare, è il simbolo dell’inconscio per eccellenza, con tutti i contenuti rappresentati da tutti gli esseri che vivono nelle sue profondità. Noi tutti abbiamo navigato nel mare uterino delle nostre madri e l’acqua ci ricollega a uno stato in cui non ci sentivamo ancora separati dal grande universo. La barca è da sempre stata non solo un veicolo, uno strumento, ma anche compagna dell’uomo. Alla barca si dà un nome e guai a cambiarlo! Da sempre la barca è stata espressione di un archetipo, colei che ci porta nel nostro viaggio terreno da una sponda all’altra. L’io che nel viaggio individuativo deve confrontarsi e relazionarsi con le intemperie che il destino ci pone sul nostro viaggio. La vela è un’immagine che mi parla molto, perché si muove con il vento e nessuno può comandare il vento. È una metafora per le nostre attitudini, le nostre caratteristiche, le nostre qualità. Il vento è per me simbolo del destino, colui che interferisce nel dialogo tra mare, barca e vela. Quindi, dobbiamo adattare le vele come meglio possiamo. Capita, per esempio, che un vento contrario ci costringa a rinunciare almeno temporaneamente a raggiungere un dato porto; proprio come con certi obiettivi che ci fissiamo nella vita. In altri casi siamo costretti a circumnavigare un’isola, proprio come dobbiamo spesso «girare attorno» a ciò che vogliamo ottenere. Il viaggio in barca a vela sottolinea la relazione che intercorre tra l’energia divina (il vento) e l’essere che si muove a seconda del proprio destino nella presente incarnazione” (5).

Questo avvicinarsi al significato simbolico dell’acqua ha sicuramente riscontro nella mitologia greca e, infatti, nell’Iliade troviamo all’origine del mondo e delle divinità “Oceano, che a tutti i numi fu origine” (6) e Teti, «la madre»; inoltre, per quanto riguarda Oceano, è specificato che di lui “tutti i fiumi e tutto intero il mare, tutte le fonti e i grandi pozzi traboccano” (7).

Esiodo, nella Teogonia, parla della numerosa prole generata da Oceano e Teti: moltissimi figli (fiumi) e figlie (fonti e ruscelli), le Oceanine (od Oceanidi), che sono addirittura tremila, come afferma lo stesso autore, benché ne citi solo quarantuno. Oceano per gli antichi era il grande fiume dall’ampio e poderoso flusso, eterno alimento di tutti i corsi d’acqua, che delimitava circolarmente il confine del disco piatto della Terra, oltre il quale si trovava l’Erebo, il luogo dell’Oltretomba, le tenebre.

All’interno di Oceano c’era lo scenario della vita degli uomini e degli dèi, oltre di lui il regno dei morti:

“Il significato materno dell’acqua è una delle interpretazioni simboliche più chiare della mitologia. Gli antichi Greci dicevano: «Il mare è il simbolo della nascita». Dall’acqua viene la vita, e quindi anche i due dèi che qui ci interessano: Cristo e Mithra. Quest’ultimo, secondo le rappresentazioni che ne abbiamo, nacque nei pressi di un fiume; Cristo ricevette la «rinascita» nel Giordano e nello stesso tempo nacque dalla Pegé (sorgente, fontana), la sempiterni fons amoris, madre di Dio che la leggenda pagano- cristiana tramutò in una ninfa delle sorgenti” (8).

Il significato dell’acqua non si esaurisce nella mitologia, nelle religioni, nell’antichità, perché questi contenuti simbolici appartengono alla struttura più profonda della nostra psiche e ancora oggi si manifestano a livello psichico attraverso i sogni o le immaginazioni fantastiche di ognuno di noi: è importante riuscire a leggerle – ancora una volta – per ricercare un equilibrio nella nostra vita:

“L’acqua è delle origini. Da acque mitologiche originò l’universo, da acque oceaniche affiorarono le terre emerse, in acque marine si formò la vita, in acquosità uterine si sviluppa il feto, in brodi di coltura crescono colonie biologiche. Eraclito assunse l’immagine di un fiume a esprimere l’universale fluire dell’esistenza: panta rei, tutto scorre nella vita e in ciò che è vivo” (9).

Nella psicologia analitica di Jung questi aspetti profondamente radicati nella psiche umana sono definiti archetipi (una sorta di parallelismo psichico con gli istinti biologici) e appartengono a quello strato della psiche definito inconscio collettritivo (uno strato sottostante all’inconscio freudiano che conterrebbe tutti quegli aspetti psichici strutturanti, gli archetipi appunto, che si sono andati a depositare nei milioni di anni dell’evoluzione dell’uomo e che rimarrebbero patrimonio comune di ogni uomo al di là della razza di appartenenza).

La caratteristica degli archetipi è quella di manifestarsi alla coscienza in immagini (immagini archetipiche) che mantengono ancora oggi un significato propositivo per ognuno di noi e che si legano e si intrecciano con gli eventi della nostra vita reale e oggettiva.

Un’altra caratteristica fondamentale degli archetipi è la loro duplicità, la compresenza degli opposti, e in questa loro funzione possono assumere un aspetto positivo quanto negativo. L’archetipo della Grande Madre, del Padre, dell’Ombra, dell’Anima e dell’Animus, del Puer e del Senex sono solamente alcuni esempi.

“La proiezione dell’imago materna sull’acqua conferisce a quest’ultima una serie di qualità numinose o magiche, peculiari della madre. Il simbolismo dell’acqua battesimale della Chiesa ne è un buon esempio. Nei sogni e nelle fantasie il mare, o una qualsiasi vasta distesa d’acqua, significa l’inconscio. L’aspetto materno dell’acqua coincide con la natura dell’inconscio, in quanto quest’ultimo (specialmente nell’uomo) può essere considerato madre o matrice della coscienza. In tal modo l’inconscio, quando interpretato in riferimento al soggetto, ha al pari dell’acqua significato materno” (10).

Anche nella mitologia l’acqua è vita e nel suo movimento accompagna e rigenera la vita, ma in alcuni casi può essere priva di movimento, un’acqua stagnante, come quella, per esempio, dove viveva l’Idra, grande serpente marino dotato di nove teste, di cui quella centrale era immortale; un mostro velenosissimo, tanto da poter uccidere un uomo con il solo respiro, o per mezzo del suo sangue e persino delle sue orme.

E, infatti, l’acqua stagnante rappresenta simbolicamente una stasi dei processi psichici o il legame con la morte. Tutto quanto sorge dall’acqua e a essa ritorna nello stadio finale, come il carro di Elios che nasce da Oceano e ogni sera torna a dimorarvi per riprendere forza e risorgere ogni mattina. Gli uomini stessi nella mitologia vivono sulla Terra per poi raggiungere l’Oltretomba, oltre Oceano, superando lo Stige per intraprendere la «traversata notturna»; come del resto su di un’imbarcazione si muovevano i faraoni d’Egitto dopo la morte. Anche Ofelia si lascia morire nelle acque di un fiume, dopo aver ascoltato le parole senza amore di Amleto ed essere venuta a conoscenza della morte del padre:

“Le sue vesti, gonfiandosi sull’acqua, l’han sostenuta per un poco a galla, nel mentre ch’ella, come una sirena, cantava spunti d’antiche canzoni, come incosciente della sua sciagura o come una creatura d’altro regno e familiare con quell’elemento. Ma non per molto, perché le sue vesti, appesantite dall’acqua assorbita, trascinaron la misera dal letto del suo canto a una fangosa morte” (11).

L’acqua, nella molteplicità delle forme che può assumere, si rivela oggetto di un’altrettanta molteplicità di significati psicologici che le nostre proiezioni possono attribuirle: acqua che fluisce, acqua che staziona, acqua che sgorga dalla terra e che vi si inabissa, acqua sotterranea, acqua piovana che fa nascere la vita, diluvio che tutto distrugge, lasciando una speranza di vita.

“L’acqua cristallina s’intorbida dei tratti foschi dell’animo umano; l’acqua chiara si oscura di esperienze e sofferenze; l’acqua corrente ristagna in gorghi e paludi. La proprietà emolliente appartiene alla qualità energetica dell’acqua, perché serve energia anche per disgregare, decomporre, degradare ed eliminare; l’acqua cupa non è meno forte dell’acqua chiara, ma è più pesante e amara. L’acqua degli occhi scioglie la sofferenza e la diluisce, ma prende il sapore del sale e le lacrime diventano acqua amara di dolore” (12).

È importante sottolineare come anche nelle fiabe l’acqua assurga a significati simbolici di purificazione e salvezza. Nel racconto La fanciulla senza mani dei fratelli Grimm si narra di un mugnaio che, tratto in inganno dal diavolo, è costretto a vendergli la propria figlia. Ma per averla il diavolo ha solamente tre tentativi. La figlia, venuta a conoscenza del patto stipulato dal padre con il demonio, si lava per purificarsi e il diavolo non la potrà prendere; nel secondo tentativo, il demonio avvertirà il padre di tenere la figlia lontano dall’acqua, ma la ragazza piangerà così tante lacrime che neanche questa volta sarà portata via; al terzo tentativo, il diavolo minaccerà il mugnaio di prendere lui stesso se non taglierà le mani alla figlia: temendo per la propria incolumità, il padre amputa le mani della fanciulla, ma questa piangerà così tanto e così a lungo che neanche questa volta il diavolo riuscirà a portarla via. La fiaba continuerà con alterne vicende che termineranno in un classico «vissero felici e contenti».

Come ricordavo in precedenza, la duplicità dell’archetipo ci porta a immaginare aspetti positivi e negativi dello stesso elemento, così l’acqua può essere portatrice di vita in regioni aride e secche della Terra, ma può manifestare il suo aspetto distruttivo nelle piogge incessanti e nelle inondazioni (celebre eccezione è quella del Nilo, in cui ha valore di fertilità). Così, per esempio, nelle popolazioni etnologiche si usa spruzzare l’acqua per far arrivare la pioggia ovvero il fuoco per farla cessare:

“In un villaggio vicino a Dorpat, in Russia, quando c’era gran bisogno di pioggia, tre uomini solevano arrampicarsi sui pini di un antico e sacro boschetto. Uno di essi batteva un martello su una caldaia o un bariletto per imitare il tuono, il secondo batteva insieme due tizzoni per farne sprizzar le scintille a imitazione del lampo e il terzo, chiamato il «pioggiaiolo», aveva un fascio di sterpi con cui da una brocca spruzzava dell’acqua da tutte le parti” (13).

Del resto parliamo dei quattro elementi fondamentali, che nell’alchimia sono contrapposti a due a due: acqua-fuoco (freddo e caldo) e aria-terra (asciutto e umido). Mitologia, religioni, fiabe, etnologia ci riportano nuovamente, attraverso i sogni e le immagini dell’inconscio o della fantasia, ai tanti significati simbolici dell’acqua che ancora oggi, in una sorta di flusso continuo e inarrestabile, giungono a noi.

Abbiamo sicuramente mantenuto la sana abitudine di trascorrere le vacanze al mare o al lago e utilizziamo durante tutto l’anno le piscine, tra le quali anche quelle termali, ma vale la pena ricordare come l’affermarsi delle odierne Spa riprenda la locuzione latina salus per aquam («la salute per mezzo dell’acqua») e che nell’antichità i Romani, famosi per non rinunciare ai loro svaghi e momenti di benessere, costruirono molti stabilimenti termali nel loro impero; proprio in Belgio, una località prese il nome di Spa per le sue acque benefiche.

Questo termine divenne, così, sinonimo di stazione termale, prima nel mondo anglosassone, poiché molti turisti inglesi frequentavano questa cittadina belga e, in seguito, anche nel nostro. L’acqua è stata, inoltre, all’origine dei programmi di energia nucleare portati avanti durante la Seconda guerra mondiale dalla Germania nazista, che non riuscì tuttavia a costruire un reattore nucleare, proprio per la scarsa disponibilità della cosiddetta «acqua pesante», un’acqua con una particolare concentrazione di deuterio. È difficile immaginare come l’acqua, elemento vitale, sia stata così spesso utilizzata come strumento di tortura: dal fantasticato supplizio della goccia cinese, molto amato dagli scrittori di romanzi d’avventure, tra cui anche Salgari, fino alle attuali e reali metodiche di waterboarding, una forma di annegamento controllato che, senza lasciare segni visibili sul corpo, può tuttavia provocare danni cerebrali irreversibili o addirittura la morte (14).

Persino un metallo, dalle peculiari caratteristiche, è stato paragonato all’acqua:

“Mercurio ha in comune con l’acqua l’aquaeositas, giacché da un lato è un metallo e si amalgama con i metalli sotto una forma solida, e dall’altro è liquido ed evaporabile. Il motivo più profondo per cui viene paragonato così spesso all’acqua è che, in virtù della sua somiglianza, esso riunisce in sé tutte le qualità numinose che possiede l’acqua. […] Ciò poté avvenire tanto più facilmente poiché l’acqua, in quanto «matrice e nutrice universale », possiede un aspetto materno primordiale che ne fa un simbolo quasi ineguagliabile dell’inconscio” (15).

Il nostro breve «navigare per le acque» ci restituisce solo parzialmente il mondo del simbolismo che le appartiene e sarebbe impensabile poterlo esaurire in poche pagine. Il mio intento è stato quello di offrire una serie di suggestioni e immagini per riflettere e riportare alla mente alcuni dei significati simbolici che ognuno di noi nella propria vita – e l’umanità nella sua evoluzione – è riuscito a legare a questo elemento così prezioso per la sopravvivenza umana, nei suoi aspetti numinosi e trasformatori fino ai significati di morte psichica e fisica. La simbologia dell’acqua ci induce a un viaggio nelle profondità della nostra psiche, che probabilmente non trova eguali in altri elementi proprio per il suo significato universale e indissolubilmente legato ai temi della nascita, della morte e del rinascere in un percorso interiore che dalla coscienza, attraversando l’inconscio, ci porta alla realizzazione di una maggiore consapevolezza e alla ricerca della nostra individuazione.

 

Bruno Tagliacozzi, Analista junghiano, membro CIPA-Roma e IAAP-Zurigo, in Babele (Rivista di Medicina, Psicologia e Pedagogia), 67, 2016.

 

Note

  1. C.G. Jung (1955-1956), «Mysterium coniunctionis», in Opere, vol. XIV, t. 2, Torino, Boringhieri, 1990, p. 285.
  2. A. Romano, Il vecchio di Bollingen, intervista a Dieter Baumann in «Anima», Bergamo, Moretti e Vitali, 2000.
  3. B. Hannah (1976), Vita e opere di Carl Gustav Jung, Milano, Rusconi, 1980, p. 40.
  4. A. Jaffé (a cura di), C.G. Jung. Immagine e parola, Roma, Edizioni Magi, 2003, p. 142. Nello stesso libro, nella didascalia a una foto di Jung sulla sua barca a vela, si legge: «Jung era un velista appassionato. La vela era per lui non tanto uno sport quanto uno svago e un “dialogo col vento”» (p. 192).
  5. F. Balli, Il viaggio della vita, intervista a Norma Bärgetzi Horisberger, in http://normabargetzi.ch. Arrivata al termine della sua formazione presso l’Istituto Jung di Zurigo, quest’analista junghiana decise di dedicare la sua tesi finale proprio al tema del viaggio in barca a vela come metafora del cammino psicoanalitico.
  6. Omero, Iliade, libro XIV, v. 246.
  7. Ibidem, libro XXI, vv. 196-197.
  8. C.G. Jung (1912-1952), «Simboli della trasformazione», in Opere, vol. V, Torino, Boringhieri, 1970, p. 218.
  9. C. Widmann, Gli arcani della vita. Una lettura psicologica dei tarocchi, Roma, Edizioni Magi, 2010, p. 276.
  10. C.G. Jung, Simboli della trasformazione, cit., p. 219.
  11. W. Shakespeare, Amleto, trad. e cura di A. Lombardo, Milano, Feltrinelli, 2013, p. 233.
  12. C. Widmann, op. cit., p. 277.
  13. J.G. Frazer (1915), Il ramo d’oro. Studio sulla magia e la religione, Torino, Boringhieri, 1973, p. 103. Presso alcune comunità etnologiche, il «pioggiaiolo » era colui che deteneva un potere assoluto sulla pioggia e, pertanto, aveva una grande influenza sul popolo.
  14. Tra i sistemi di tortura più contestati al mondo c’è il waterboarding, che consiste nel versare dell’acqua sulla faccia del prigioniero provocandogli una forte sensazione di soffocamento, così intensa che sono inevitabili anche i danni psicologici per l’angoscia provata.
  15. C.G. Jung (1955-1956), «Mysterium coniunctionis», cit., p. 503.