Linda Schiere Leonard: “La via al matrimonio. La trasformazione del rapporto d’amore”.

Per “matrimonio” s’intende un “matrimonio d’anima”, non necessariamente esterno con una persona in carne ed ossa, ma soprattutto si vuol intendere un percorso che conduce ad una trasformazione interiore per unirci finalmente al divino in noi, al nostro compagno d’anima. Attraverso un viaggio nelle profondità della psiche che ci porta ad affrontare le umane sofferenze (la nostra in primis e con essa indirettamente quelle collettive) vediamo come l’amore e la creatività ci trasformano interiormente rendendoci pronti per eventualmente compiere il matrimonio esteriore, in ogni caso, per abbracciare pienamente la vita e realizzare noi stessi.

Il testo esplora nella prima parte alcuni ostacoli archetipici nella nostra psiche presentandoli come figure interne durissime da affrontare, come l’amante Fantasma, l’amante Demonio, il Principe Azzurro e la principessa Eccezionale. Ognuno di essi nasconde un’insidia e un’illusione di felicità: non è facile per nessuno attraversare la foresta oscura del nostro viaggio nella vita.

Nella seconda parte si prendono in considerazione alcune sfide tipiche che gli amanti devono affrontare: andare oltre il potere e la possessività, la paura dell’ignoto, l’ira, la gelosia.

La terza parte tratta del matrimonio d’anima: incontro esistenziale con il divino, ricerca del significato dell’esistenza umana. Il matrimonio può essere con l’amante, con il nostro lavoro creativo nel mondo o con il divino.

L’autrice, psicoterapeuta junghiana, si rivolge sia agli uomini che alle donne, intrecciando il racconto di episodi tratti dall’esperienza della propria vita e da quella dei pazienti, arricchendola di sogni, citazioni da opere d’arte (poetiche e non solo) e fiabe.

In questa breve trattazione ho scelto di soffermarmi sulla terza parte del libro, particolarmente ricca di citazioni di Rilke, autore molto caro e – per esperienze di vita – vicino all’autrice, che attraverso le sue opere racconta il suo faticoso e creativo “attraversamento” alla scoperta di ciò che da senso all’esistenza umana.

Quando nella vita andiamo alla ricerca dell’amore romantico totalmente puro andiamo incontro a delusione certa: quel tipo d’amore non può durare. La divina visione romantica si dà nel regno dell’eterno e non certo nella vita normale, dunque in molte fiabe e leggende finisce nella morte (Tristano e Isotta, L’Olandese Volante, Il lago dei cigni).

Il matrimonio d’anima, ovvero le “mistiche nozze”, come scrive Jung, costituiscono un’immagine a priori, un archetipo che sta nel cuore stesso dell’esistenza umana. E’ quella visione che ispira il sacro viaggio dell’anima verso il divino. E mentre il più delle volte noi proiettiamo il matrimonio divino come un mistero che si trova fuori di noi, scopriamo alla fine che la danza del matrimonio divino è un matrimonio interiore, una conciliazione tra opposti.

Il velo, il giuramento e l’anello sono elementi simbolici del matrimonio interiore e di quello esterno e sono qui intesi a rappresentare vere e proprie fasi, o passaggi lungo il processo individuativo. Nelle cerimonie nuziali il velo è il simbolo tradizionale. In origine la sposa era velata per protezione contro le forze maligne. Il velo separava la promessa sposa da influenze esterne profane. Con il velo addosso lo sguardo è rivolto al proprio intimo; esso rappresenta un tempo di dimora interiore, di quel viaggio che si compie da soli, spesso con angoscia, lungo il processo di individuazione che ci porta a congiungere gli opposti in noi. E spesso si tratta di un velo di lacrime. Nel tempo del velo si fa un giuramento a se stessi, al processo creativo del proprio viaggio di vita su questa terra. Il velo rappresenta il periodo di lavoro con la propria anima. Il velo protegge e offre il tempo sacro per giungere infine a pronunciare il giuramento a un amore leale e duraturo.

Il giuramento all’altro da noi – che sia Dio, l’amato, un bambino o il proprio lavoro nel mondo – è un atto di piena coscienza, parte necessaria all’interezza.

Così Jung esprime la necessità del giuramento: “L’uomo senza relazioni non possiede totalità, perché la totalità è raggiungibile soltanto attraverso l’anima, la quale non può esistere senza la sua controparte, che si trova sempre nel Tu. La totalità consiste della combinazione di Io e Tu che appaiono come parti di un’unità trascendente la cui essenza non può essere afferrata che simbolicamente, per esempio mediante il simbolo del rotundum, della rosa, della ruota o della coniunctio soli set lunae”.

L’ansietà prima di un matrimonio d’anima, che sia interiore o esterno, è naturale perché riflette quella morte del controllo dell’Io che rende possibile pronunciare il giuramento al superiore mistero dell’amore e della vita. Sebbene noi incontriamo questo mistero superiore nell’esperienza d’amore e di morte verso cui ci muoviamo non appena veniamo al mondo, la maggior parte di noi trova più facile seguire il sentiero del controllo, che produce risultati rapidi e sembra offrire sicurezza. Questo è il motivo per cui molti di noi optano per l’unione coniugale pratica, scansando il lampo divino del matrimonio d’anima. I giuramenti sono due: quello concreto all’Altro e quello esistenziale alla vita. Il giuramento concreto è il veicolo che permette quello esistenziale. Per alcuni il veicolo è il rapporto con un’altra persona, per altri avviene tramite il veicolo del loro lavoro nel mondo; per altri ancora può aver luogo attraverso una comunità religiosa o la pratica della meditazione. Tutti nella loro maniera singola e personale pronunciano il giuramento all’esistenza.

Il matrimonio di R. M. Rilke fu interiore. La sua sposa fu l’immaginazione poetica; le nozze furono con la musa. Per tutta la vita Rilke lottò per trovare un significato in un mondo che vedeva sovrabbondare guerra e sfacelo, alla ricerca del senso dell’esistenza lacerata dall’ umana finitezza. Per molti anni portò il velo delle lacrime. La scrittrice scoprì gli scritti di Rilke in un momento particolarmente difficile della vita e in essi si immerse, facendone la sua ispirazione, la sua musa maschile. Andando alla ricerca del significato della vita, senza trovare via d’uscita al mare notturno in cui era caduta, scoprì il romanzo I quaderni di Malte Laurids Brigge, che rifletteva quello stesso dolore che lei sentiva. Così Rilke con la trascendente bellezza delle sue immagini poetiche le toccò l’anima e l’aiutò a sopportare quel difficile periodo. Come psicoterapeuta ascoltava la sofferenza di uomini e donne che anelavano ad un rapporto d’amore e temevano di non incontrare qualcuno che li amasse e da cui essere amati. Si chiedevano, come l’autrice e come pure Rilke, se c’era un significato nella finita esistenza umana, se c’era una dimensione eterna per la vita umana, e se l’amore fosse realmente possibile.

Nella sua ricerca personale che durò un’intera vita Rilke giunse ad accettare la fondamentale unità di vita, amore e morte. Tale accettazione scaturì da grande sofferenza personale, sofferenza che diventò così profonda da toccare il mistero della vita umana. La sua peculiare strada fu quella della scrittura, specialmente la poesia. Come Orfeo scese negli inferi per riportare alla vita l’amata Euridice, Rilke discese nell’abisso e accettando la morte riaffermò la vita. Il protagonista del suo romanzo si apre al tutto della vita, allo spaventoso come all’incantevole; e così facendo vive appieno la tensione di quegli opposti riuscendo a dare loro un’espressione personale creativa. I diari di Malte rivelano appunto l’aspra lotta per rimanere aperto all’esperienza nonostante la malattia e poi l’incontro con la morte.

Rilke ritiene che la capacità di aprirsi alla vita e di sopportare sia il destino di tutti gli esseri umani e che nel tentativo di esprimerla e condividerla consista il compito dell’artista. Significa saper conservare il centro della nostra forza di fronte alle nostre ferite. Il terreno su cui si apprende è proprio nell’accettare le ferite e nel riuscire a strappare ad esse stesse il nostro risanamento. La discesa nell’abisso è dunque parte necessaria del matrimonio poiché rende capaci di sopportare le grandi tensioni di un rapporto d’anima. La conscia accettazione della vita e della morte apre dunque la via all’amore.

Jung rileva che nel processo di sviluppo di ciascuno, allorché il proprio ideale è sul punto di cambiare, la figura che personifica il vecchio ideale deve morire, e questo infatti determina nella persona presentimenti di morte. E’ quanto accade quando siamo nell’abisso. Di nuovo Jung scrive:

Perciò quando vi è da compiere qualche grande opera, dinanzi alla quale l’uomo indietreggia disperando delle sue forze, la sua libido rifluisce al punto d’origine della sorgente e questo è il momento pericoloso nel quale occorre decidere tra l’annientamento e una nuova vita. Se la libido si attarda e rimane impigliata nel regno meraviglioso del mondo interiore, per il mondo superiore l’uomo non è più che un’ombra. Ma se la libido riesce a liberarsi e a farsi strada verso l’alto, si verifica il miracolo; la discesa nel mondo sotterraneo sarà stata un tuffo nella fonte di giovinezza e un nuovo impulso fecondatore risulterà dalla morte apparente”.

Nel periodo successivo alla stesura del sopra citato romanzo, nelle Elegie di Duino Rilke lancia questo grido: “Come è possibile vivere se non possiamo penetrare gli elementi di questa vita? Se siamo insufficienti nell’amare, nel decidere, incerti e incapaci di fronte alla morte, com’è possibile esistere?”.

L’autrice lesse le poesie in un momento in cui sentiva la stessa incapacità di accettare le condizioni in cui la vita la poneva: lì udì il suo stesso lamento e la sua stessa paura di fronte al paradosso di bellezza e terrore dell’esistenza. Nel momento in cui era immersa nella profonda disperazione del velo, leggendo quelle poesie trovò la visione del giuramento alla trasformazione che Rilke aveva compiuto prima di lei. In quelle poesie trovò la stessa speranza con cui Rilke aveva trasformato la sua disperazione, celebrando un giuramento che onorava il mistero della vita, nel pieno riconoscimento e nell’accettazione dei cicli di vita e morte. In ogni Elegia viene data luce ad un differente aspetto del giuramento. Per chi sa prendere il tempo necessario per vedere ed ascoltare, queste poesie sollevano il velo e permettono il giuramento. Pretesa e possessività, volere l’assoluto, sono i principali ostacoli al giuramento. Agogniamo l’Intero tutto in una volta, ma quando l’abbiamo di fronte sotto forma di Notte, la sua estensione cosmica ci sopraffa’, lasciandoci più che mai soli. Dice Rilke che quando guardiamo, le stelle attendono d’esser viste da noi! Abbiamo dalla natura questa fiducia, questo possibile rapporto, ma presi dalla brama dell’assoluto non sappiamo cogliere queste offerte e aspettiamo la personificazione dell’assoluto in qualcuno da amare. Così cessiamo lentamente e progressivamente di avere fiducia nella vita. Rilke ricorda che dovremmo lasciar scaturire l’eterno liberamente dentro e fuori di noi, piuttosto che cercare di guadagnarlo col possesso. E accettare la nostra finitezza invece di annullarci nel desiderio dell’infinito. La sfida dell’amore sta nell’apprendere il segreto della sua dimensione nel regno umano. Così dobbiamo imparare ad attendere e ad ascoltare quel che giunge nel silenzio e nel vuoto; non temere la morte quando arriva e voler stare aggrappati alla vita, ma estrarre la luce dalle profondità che ci capita di attraversare. Perché l’essere umano tende ad aprirsi solo ad una parte dell’esistenza – quella luminosa – identificandosi continuamente con il suo Io e il suo volere, evitando a tutti i costi la sofferenza e trovandosi frustrato e tagliato fuori dal suo centro di significato.

Lo sviluppo esige coscienza e separazione; eppure finchè rincorriamo l’amore romantico – di fusione totale e incondizionata  – e che sempre perdiamo, la coscienza ci appare una maledizione. Per ricevere le nostre mani devono essere aperte e non afferranti. Siamo umani non per acquistare felicità, dice Rilke, boccio prematuro, che s’apre già nel frutto del dolore…Ma essendo creature terrene in relazione con l’eterno, possiamo imparare ad aprirci all’esistenza, a lodarne la ricchezza. Questa la nosta possibilità e il nostro compito. Nostro compito da adulti è dunque riacquistare quel rapporto con le cose che avevamo da bambini. L’atto di celebrare la terra e ciò che ci circonda e di trasformare il visibile nell’invisibile, di salvare il transitorio onorandolo, ci è possibile perché viviamo sulla soglia tra il transeunte e l’eterno.

Rilke nelle Elegie descrive la vita di molta gente che fa di tutto per sfuggire al dolore, esistenze superficiali orientate al profitto, nella continua mira della felicità e nella speranza di fortuna, affollata di sempre nuove distrazioni: una vita al contempo superficialmente originale e priva di vitalità, sempre in fuga da qualcosa. Subito dietro questo regno ce ne presenta un altro dove semplicemente i bambini giocano e gli amanti si amano. Rilke usa la metafora del ragazzo che, attratto fuori dal suo regno da una fanciulla, per un po’ la segue, ma quando lei gli mostra quanto lontano deve andare torna indietro. Questa metafora simboleggia l’atteggiamento di molti, ancora prigionieri della falsa separazione tra gioia e dolore: soltanto chi ha smesso di operare questa divisione è pronto per seguire la fanciulla. Accettare l’intera realtà con tutti i suoi opposti e paradossi, gli aspetti frustranti come quelli incoraggianti ci permette di fare quel giuramento, affermando l’unione di amore e morte in un canto alla vita nella sua interezza.

Dunque trovarsi sulla strada del matrimonio significa onorare il grande anello di mistero in cui viviamo; vuol dire lodare il moto orbitante che ci è proprio. L’anello nuziale simboleggia l’interezza di ciascuna persona e l’interezza cosmica di cui ciascuno è parte.

Lasciar compiersi ogni sentimento dentro di sé, nel buio, nell’inconscio irraggiungibile dalla ragione, e attendere con umiltà e pazienza l’ora della nascita di una nuova chiarezza: questo è vivere da artista, ovvero abbracciando la vita, nel comprendere come nel creare, senza misurare il tempo e senza calcolare.

Lo stesso avviene nell’amore: la pazienza necessaria all’altro per trasformarsi, la pazienza necessaria a noi per trasformarci e la pazienza di attendere che il rapporto divenga intero. Il dono reciproco degli anelli afferma l’interezza di ciascuno e la relazione con il ciclo dell’esistenza. È lo stesso anello che tanto spesso Marc Chagall ha espresso nei suoi quadri. La visione chagalliana dell’amore, simbolizzata da amanti che navigano nello spazio insieme ad altri esseri riconosce l’esistenza nella sua interezza. Quando gli amanti balzano nel centro dell’anello dell’amore lo spazio aperto consente loro di volare. Tempo e spazio non sono più soggetti a misurazione, sono elementi ciclici di un processo, vibrazioni d’energia, sono il Tao. In questo anello di interezza, in questo incessante processo dell’essere, impariamo a muoverci seguendo le correnti nel mutevole fluire dei mutamenti, in armonia con il grande anello del mistero. Nel Taoismo gli amanti simbolizzano l’armonia tra cielo e terra attraverso l’unione dello yin e dello yang, oscillanti energie femminile e maschile. Il Tao, il grande intero, si riflette in ogni persona, quale matrimonio divino di opposte energie che si congiungono nel singolo essere, nel rapporto fra amanti, nella creazione cosmica. Se guardiamo i movimenti della natura impariamo a scorgere l’anello nuziale che contiene ogni mutamento. Come nel ciclo della natura così nel ciclo della nostra vita e nei rapporti d’amore.

 

recensione di Ilaria Bagni, psicologa, psicoterapeuta e analista junghiana di Milano

Recensione e sintesi di: Linda Schiere Leonard, La via al matrimonio, la trasformazione del rapporto d’amore, Casa Editrice Astrolabio, 1987