Aime & Charmet: “La fatica di diventare grandi. La fine delle iniziazioni e dei riti di passaggio”.

Ho assistito alla scena nei giorni scorsi, mentre viaggiavo su una grande imbarcazione tra due isole dell’arcipelago della Nuova Caledonia, lontana appendice di Francia nei mari del Sud. Il mio vicino di posto, un kanak (è il nome della società autoctona) poco più che cinquantenne, si era impadronito del quotidiano messo a disposizione dei viaggiatori: dopo averlo sfogliato e letto con tutta calma, si era appisolato con il giornale in mano. Al suo risveglio, un ragazzo sulla trentina, anch’egli kanak, dopo essersi accovacciato e senza mai guardare il suo interlocutore negli occhi, gli ha sussurrato: «Vecchio, potreste per favore passarmi il giornale»?

L’episodio mi ha colpito per due ragioni: la prima è legata all’atteggiamento di rispetto e ossequio del giovane; la seconda è l’uso del termine «vecchio» (vieux, nel francese parlato dai miei due compagni di viaggio). In molte società, tuttora, essere vecchi è una condizione positiva, a cui si riconoscono autorevolezza e potere. La categoria dei vieux definisce, tra i kanak come in molte altre culture, una tappa del ciclo di vita di un uomo, una fase caratterizzata dall’assunzione di responsabilità politiche e sociali.

Il tempo della vita di un essere umano, in effetti, non scorre in genere in modo lineare, come un fiume alla foce, ma è scandito da sbarramenti, soste e rapide progressioni. Le società danno forma al tempo organizzando la vita in sequenze, separate da momenti rituali che segnano i passaggi.

L’espressione «riti di passaggio» fu resa celebre, a inizio Novecento, da Arnold Van Gennep, antropologo di origine belga che mise a confronto società «esotiche» ed europee proprio a partire dal modo in cui esse ritualizzano passaggi fondamentali quali la nascita, l’ingresso nell’età adulta, il matrimonio, la morte (Arnold Van Gennep, I riti di passaggio, Bollati Boringhieri). Uno dei passaggi su cui la letteratura antropologica ha maggiormente insistito è quello all’età adulta, caratterizzato in molti contesti da prove iniziatiche.

Che fine hanno fatto i riti di passaggio in Occidente e in particolare nell’Italia di oggi? Come si diventa adulti in una società caratterizzata dall’assenza di lavoro stabile, dall’indebolirsi di ritualità ampiamente condivise, dal diffuso ricorso a forme compulsive di consumo? Sono queste le domande che si pongono Marco Aime, antropologo che ha studiato le classi di età nelle società africane, e Gustavo Pietropolli Charmet, psichiatra e psicoanalista, grande esperto del mondo degli adolescenti e dei giovani, in un libro appena pubblicato da Einaudi La fatica di diventare grandi.

Il dialogo, tra lo studioso che adotta uno sguardo interculturale e lo psicoterapeuta che analizza i disagi del mondo giovanile, mette a fuoco una società che sembra poter fare a meno dei riti di passaggio. Per quali ragioni e con quali conseguenze?

Nel loro confronto, i due autori convergono nel sostenere che l’indebolirsi (se non la vera e propria scomparsa) dei riti di iniziazione sia legata ai cambiamenti nei rapporti intergenerazionali avvenuti negli ultimi anni. La figura del padre, in modo particolare, è mutata. Il potere che un tempo caratterizzava il suo ruolo sociale è stato «redistribuito» tra i figli, con i quali spesso si attua un rapporto di complicità; le generazioni sono «confuse», la condivisione in famiglia eccessiva.

I padri si vestono come i figli, si tatuano e si fanno i piercing, vogliono essere trattati da giovani e non da vecchi. Il passaggio dall’adolescenza all’età giovanile avviene presto nella nostra società: si diventa in fretta «giovani adulti», una categoria inventata di recente, una tappa della vita che tende a durare per un periodo indefinito. Si rimane a lungo giovani adulti, troppo a lungo secondo l’antropologo e lo psicoanalista. Si vive per un tempo indefinito in una «famiglia lunga»; se ci si sposa si va a vivere molto vicino ai genitori, che offrono aiuto nell’accudire i figli. Il bozzolo protettivo rischia di imprigionare il «giovane adulto» in una sorta di liminalità prolungata, per usare un’espressione cara a Van Gennep.

I riti di iniziazione — dall’esame di maturità alla patente, dal primo giorno di lavoro al matrimonio — non sono del tutto scomparsi, ma si sono trasformati in riti «a bassa intensità», come direbbe Peppino Ortoleva (Il secolo dei media. Riti, abitudini, mitologie, Il Saggiatore). Essi cioè mancano di un ampio riconoscimento pubblico, di significati socialmente condivisi, e tendono ad assumere un carattere quasi privato. Manca soprattutto quel rapporto asimmetrico tra le generazioni che caratterizzava i riti di un tempo. Dove sta il problema in tutto ciò? Occorre forse avere nostalgia del servizio militare obbligatorio e di padri severi e austeri?

Una certa nostalgia per il recente passato (gli anni Sessanta e Settanta), caratterizzato da forti scontri generazionali, si avverte nel libro di Aime e Pietropolli Charmet. L’analisi dei rischi a cui va incontro una società che ha abolito i riti di passaggio è tuttavia convincente: l’incapacità degli anziani di celebrare i passaggi ha lasciato campo libero alle corporation dei consumi. L’acquisto del primo telefonino, l’accesso al tablet, il motorino e l’automobile personale, la possibilità di tatuarsi scandiscono il progredire dell’età nella nostra società.

Abbiamo affidato l’iniziazione dei giovani alle grandi aziende che li conoscono bene; il consumo definisce il loro cursus honorum. Un ruolo importante è svolto anche dal gruppo dei pari, i compagni di scuola o gli amici che, all’interno del gruppo, definiscono le modalità e le fasi della «crescita».

Un grave problema della nostra società è che imprigiona i giovani adulti in una fase di transizione dalla durata indeterminata. Ci si può chiedere allora se la redistribuzione del potere tra le generazioni descritta dai due autori — simbolizzata da una figura paterna benevola e non proibitiva — sia reale; o se, piuttosto, all’origine della crisi dei riti di iniziazione ci sia l’attuale impossibilità per i giovani di accedere alle posizioni di potere (economico e politico), a cui hanno avuto «diritto» gli (allora) giovani rivoluzionari degli anni Sessanta e Settanta.

La mancanza di riti di iniziazione è il segno di una società egualitaria o l’inganno di una civiltà dei consumi che costringe i giovani adulti a vivere in un eterno presente? Insomma, è davvero un vantaggio non poter diventare «vecchi»?

Recensione di Adriano Favole, Corriere della sera, 28 agosto 2014

 

M. Aime; G P. Charmet, La fatica di diventare grandi, Einaudi, Milano 2014

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