Eugenio Borgna: “La fragilità che è in noi”.

Qual’ è il senso di un discorso sulla “fragilità” ce lo spiega Eugenio Borgna in questo piccolo saggio: non la “fragilità” intesa come negli slogan mondani dominanti quale debolezza inutile, antiquata, debole e malata, ma invece come condizione di sensibilità, delicatezza, gentilezza, dignità e stato in cui è anche possibile intuire l’indicibile e l’invisibile che sono nella vita.

Fragilità come stato d’animo nel quale possiano incontre l’altro o scoprire “modi” di essere “altri da noi”. Fragilità come possibilità “di riflettere sugli aspetti luminosi e oscuri di una condizione umana che ha molti volti e, in particolare, il volto della malattia fisica e psichica, della condizione adolescenziale con le sue vertiginose ascese nei cieli stellati della gioia e della speranza e con le sue discese negli abissi dell’insicurezza e della disperazione, ma anche il volto della condizione anziana lacerata dalla solitudine e dalla noncuranza, dallo straniamento e dall’angoscia della morte” (E. Borgna, La fragilità che è in noi, p. 3).

“La fragilità fa parte della vita, ne è una delle strutture portanti, una delle radici ontologiche” (ibidem, p. 5) sottolinea Eugenio Borgna e quindi la psichiatria non può non occuparsi  della fragilità, stando attenta a non cadere nella tentazione di considerare la fragilità come espressione dissonante della malattia che non può essere che curata, piuttosto che un’esperienza dotata di senso.

“Cosa sarebbe la condition humaine stralciata dalla fragilità e dalla sensibilità, dalla debolezza e dalla instabilità, dalla vulnerabilità e dalla finitudine, e insieme dalla nostalgia e dall’ansia di un infinito anelato e mai raggiunto?” (ibidem, p. 7).

Ecco allora “la fragilità come grazia, come linea luminosa della vita, che si costituisce come il nocciolo tematico di esperienze fondamentali di ogni età della vita, della fragilità come ombra, come notte oscura dell’anima, che incrina le relazioni umane e le rende intermittenti e precarie, incapaci di tenuta emozionale e di infedeltà […]”, (ibidem).

“La coscienza della nostra fragilità, della nostra debolezza  e della nostra vulnerabilità rende difficili e talora impossibili le relazioni umane: siamo condizionati dal timore di non essere accettati, e di non essere riconosciuti nelle nostre insicurezze e nel nostro bisogno di ascolto e di aiuto”, (ibidem, p. 8).

Nella vita e soprattutto in psichiatria si ha a che fare con le parole, “con parole fredde e opache, crudeli e pietrificate, negate alla trascendenza e immerse nell’immanenza, o con parole leggere e profonde, fulgide e discrete, delicate e aperte alla speranza, fragili e friabili, permeabili all’incontro e al dialogo, al cambiamento degli stati d’animo e delle situazioni. […]”, (ibidem, p. 9-10).

David Khayat, grande oncologo francese, sottolinea l’importanza psicologica e umana delle parole che si rivolgono ai pazienti e che ne possono rispettare o lacerare la dignità e la fragilità. “La chirurgia, la radioterapia e la chemioterapia sono ovviamente strumenti essenziali di cura dei tumori, ma a esse è necessario aggiungere, egli sostiene, un altro strumento: quello delle parole. […]. Le parole sono dotate di un immenso potere: sono in grado di aiutare, di indicare un cammino, di recare la speranza, ola disperazione, nel cuore dei malati che, nel momento in cui scendono nella voragine della sofferenza, hanno un infinito bisogno di dare voce alle loro emozioni e al loro dolore, che è dolore del corpo e dolore dell’anima. […] Una diagnosi comunicata in un corridoio o a una segreteria telefonica, un gesto ambivalente che lascia presagire indifferenza o preoccupazione, uno sguardo sfuggente nel momento di rispondere a una domanda: tutto può causare angoscia e disperazione” (ibidem, p. 11).

E che dire della fragilità del silenzio. “Quante volte in un incontro terapeutico una paziente, o un paziente, rimane chiuso in un silenzio che non bisogna interrompere, e che è necessario ascoltare nei suoi enigmatici significati; ed è importante distinguere il silenzio che nasce dal desiderio di solitudine da quello che nasce invece dalla profonda tristezza; e ancora distinguere il silenzio che sgorga dalla nostra incapacità di creare una relazione interpersonale dotata di senso, da quello che ha in sé scintille, o gocce, di speranza. […]. Ma dovremmo sapere che nella vita non tutto è dicibile, e non tutto è esprimibile; e non dovremmo illuderci di potere spiegare i pensieri che abbiamo, e le emozioni che prioviamo, con le sole parole chiare e distinte.La parola che tace è talora più importante della parola che parla”, (ibidem, p. 15-16).

“Solo nel silenzio si possono ascoltare voci segrete, voci che giungono da un altrove misterioso, voci dell’anima che sgorgano dalla più profonda interiorità, e che portano con sé nel nostro mondo, e nell’autre monde del dolore e dell’angoscia, della malattia e della follia, risonanze emozionali palpitanti di vita”,  (ibidem, p. 17).

 

Recensione

E. Borgna, La fragilità che è in noi, Einaudi, Torino, 2014

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