Luigi Zoja: “La morte del prossimo”.

Luigi Zoja, psicoanalista di fama mondiale, in questo scritto, affronta la più grande piaga della contemporaneità, e cioè “la morte del prossimo”.

“Per millenni, un doppio comandamento ha retto la morale ebraico-cristiana: “ama Dio e ama il prossimo tuo come te stesso”. A fine dell’Ottocento, Nietzsche ha annunciato: Dio è morto. Passato anche il novecento, non è tempo di dire quello che tutti vediamo? È morto anche il prossimo”.

Il prossimo è, come dice la parola, la persona che vedi, che senti, la persona vicina, su cui puoi posare la mano, che puoi toccare come ha fatto Tommaso che non crede che Gesù sia tornato: vuole prima vederlo e toccarlo.

“Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il prossimo tuo come te stesso” recita il vangelo di Luca riproponendo ciò che era già scritto nell’Odissea: “Vengono tutti da Zeus – cioé, per il Greci, dal corrispondente Dio Padre – gli ospiti e i poveri” e “un dono anche piccolo è caro” aveva detto Nausicaa che accoglie il naufrago nudo – Ulisse – che esce da un cespuglio e mentre le ancelle fuggono impaurite dimostra cortesia allo sconosciuto che invoca la sua misericordia. Gli regala delle vesti, lo ospita presso la dimora di suo padre e gli fornisce una nave per il ritorno in patria.

Nell’Odissea, “dono”, è “dosis“. La radice indoeuropea è “do” che significa sia dare che prendere, indicando l’universalità e l’equilibrio del rapporto fra i prossimi. Non è un caso che la parola “dose” significhi ancora oggi “la giusta quantità. “Donando al prossimo, amando il prossimo, noi rendiamo il dovuto anche a Dio”.

L’isolamento oggi avanza mettendo sullo sfondo uno dei bisogni fondamentali dell’essere umano: il bisogno di prossimità e di contatto che si perverte travestendosi di sessualità e di altri impulsi formalmente permessi.

Il disagio aumenta proporzionalmente al dissolversi della “comunità” come luogo dove poter sperimentare l’altro da sé. Le pareti domestiche sono diventate sempre più spesse creando il luogo ideale per l’incubazione di paura, disperazione,  sofferenza, malattia mentale. Venendo meno il prossimo viene meno la nostra capacità di amare.

E siccome abbiamo bisogno di adorare qualcuno, il posto di Dio è stato preso dall’uomo e dalle suo opere. La tecnica è stata elevata a modello e scopo. Lo spazio celeste è stato riempito dalla scienza, dalla tecnica e dall’economia che sono diventate le nuove divinità con “l’elevazione alle stelle del proprio desiderio personale”. Desiderare viene da de-sidera, cioè smettere (de) di affidarsi agli astri (sidera), cioè fare a meno di affidarsi al cielo, a Dio.

L’uomo è trasfigurato nel culto delle celebrities, in uomini e donne perfetti che rendono colui che ci sta vicino sempre più lontano nella sua banalità e imperfezione.

 

Viaggi

Luigi Zoja racconta che quando viaggiava, negli anni settanta, sul treno Zurigo-Milano i Gastarbeiter italiani avevano scatoloni e valige tenute insieme con lo spago. Siccome per loro la presenza del prossimo era scontata, prima del Gottardo tiravano fuori pane, salame e vino rosso. E il capo famiglia diceva “Volete favorie?” proprio come nell’Oddisea dove prima si offre da mangiare e solo quando l’ospite è sazio si possono fare domande. Anche per Mosé, Aronne e gli anziani “sapere e sapore” avevano una radice comune e così saliti al monte “video Iddio, e mangiarono e bevvero”.

Questi passeggeri arcaici sono scomparsi, gli scompartimenti che offrivano una certa intimità sono stati quasi aboliti, i treni si ispirano agli aerei, si vendono riviste “che aiutano a dissumulare l’umanità vera seduta accanto, mostrandone una lucida, piatta e falsa […]”. In treno come in aereo restiamo individui che parlano al loro cellulare, che lavorano al computer o ascoltano dal loro auricolare

 

Mezzi di comunicazione

Nel 1949 Geoge Orwell pubblico 1984. Dagli schermi il grande fratello, un’autorità onnipresente, entrava nelle case e quindi nelle vite private. Nel 1953 Fahrenheit 451 descrisse una società in cui i libri erano vietati: le persone viveno circondate da schermi che chiamavano “la mia famiglia”. Il potere eliminava via via i vicini e l’unico vicino era ormai lo schermo. Lo schermo che era nato per avvicinare le persone ai congressi, dove l’oratore e il pubblico assumono vicinanza, assume la funzione opposta diventando da strumento a fine.

La vergogna del narcisismo – che accomunava gran parte delle culture tradizionali – si è sbriciolata sotto le spallate del mercato, solleticando autocompiacimento. Così il pronome “Io” (ingele “I”) si è trasformato in prefiso di prodotti di successo: iPod, iBook, iPhone. La parola egoista, che era un offesa, in un profumo alla moda. Un altro profumo si chiama Envy me (invidiami) perché l’invidia è diventata una qualità.

 

Pubblicità

La pubblicità si è specializzata. Ci segue sul display dei nostri telefoni cellulari, un sensore riconosce l’auto che sta ricevendo la stazione radio ed è in grado di inviare un messaggio personalizzato. Il messaggio è sempre più concentrato e personale. Il consumatore sempre più lusingato (“Bravo Carlo Rossi, hai fatto proprio bene a comprare XY”), ma solo. Come il display del nostro cellulare e del nostro computer, i cartelloni pubblicitari sempre più efficaci, ci inseguono, come “la grande famiglia”. Tradizionalmente agli occhi spettava il compito di identificare il prossimo. Il negoziante sorrideva, accettava un assegno o faceva credito. Oggi la cassiera fa segno di no, abbasso lo sguardo verso la macchinetta. I lettori digitali dei codici a barre hanno sostituito gli occhi del prossimo.

 

Narcisismo: solo per sé

Ai giovani del dopoguerra “era stato restituito un senso sociale” e un “rispetto per la cultura” anche attraverso la “critica ironica del maschilismo fascista”. Il fanatico fascista della pellicola “il Federale” di Salce, viveva dei suoi muscoli “scatto, salto nel fuoco, corsa”. Niente cultura, niente psiche, niente senso. Nel film, il graduato della milizia fascista Primo Arcovazzi era convinto di essere un mattone della costituzione e che se tutti fossero stati come lui l’Italia sarebbe stata un paese migliore. Gran parte dei “neo-ciclopi” che frequentano le palestre del XXI secolo, non ha alcun scopo a cui dedicare la sua forza, alcun senso ulteriore. Non si fondono nel gruppo ma lo fanno solo per sé.

 

Ingorghi psichici

Nell’antichità “l’uomo non riusciva a contenere in sé il mistero della psiche” ma lo proiettava sul mondo circostante”. In questo stadio dello sviluppo dell’umanità, chiamato animismo, l’albero, il vento, la natura  erano personificati e considerati magici. Poi l’istituzionalizzazione della religione richiese che le forze psichiche determinanti fossero proiettate solo in altro e sottoposte ad interpretazioni meno flessibili. Fu lo stadio teologico. Con “la morte di Dio” i problemi interiori non possono più essere espulsi dalla personalità e dal corpo, creando “ingorghi psicologici prima sconosciuti”.

 

Solitudine e prossimità

Messa in crisi la prima relazione fondamentale dell’uomo, il rapporto con “verticale” con Dio, l’uomo è “ora orfano dovunque volga lo sguardo”, anche nel suo rapporto “orizzontale” con il prossimo. La filosofia, la biologia, l’antropologia,  l’etologia umana e persino le neuro-scienze dicono che “il prossimo è un animale sociale”. Il bisogno di “contatto” e di “prossimità” è anzi un bisogno fondamentale. Nel lavoro le macchine e il computer sostituiscono il prossimo e la mancanza di presenza umana costituisce un vero e proprio danno psichico.

Il prossimo che incontriamo per la strada abbassa lo sguardo. L’uomo incontra la solitudine e la depressione; l’uomo depresso è un uomo a cui mancano forza, slancio e la spinta di andare incontro al prossimo. E così si chiude il circolo vizioso. Il prossimo è la principale fonte di esperienza e apprendimento. In natura è guardare gli altri in piccoli gruppi la maggiore fonte di apprendimento come Lorenz ha osservato costatando nell’uomo che vive in piccoli gruppi, un vero e proprio istinto sociale. Il modellamento è l’essenza dell’apprendimento.

 

Sovraffollamento da stimoli

Nell’antichità solo Roma superava un milione di abitanti. Nel 1820 solamente Londra. Nel 1900 le città abitate da più di un milione di persone erano 11, nel 2000 quasi 400, mentre nel 2015 saranno 500. Cresce la popolazione, crescono le fonti di rumore, quando in un villaggio arriva la corrente elettrica arrivano anche, oltre ai frigoriferi, anche televisione, stereo ed elettrodomestici e con loro inizia un vero e proprio “sovraffollamento di stimoli”.

Nel 2007 più di metà delle persone che vivono sul pianeta risiedono in megalopoli sovraffollate da stimoli. Un cittadino può vedere in una giornata migliaia di volti sconosciuti, per non contare i volti che si possono incontrare accendendo la televisione. Per il suo istinto sociale e d’ imitazione quell’uomo è solo. Di fronte all’ innondazione permanente degli altri l’alienazione non è più patologia, ma una condizione di sopravvivenza. Ognuno rientra in casa disorientato da quell’incontro con infinite persone che non potrà mai conoscere. Cresce il numero degli alloggi perché si vuole rimanere soli

 

Le “celebrity”

Un tempo era la fama a creare le celebrità e spesso dietro una celebrità (Churchill, Picasso, Gandhi e molti altri) c’era effettivamente una persona fuori dal comune. Oggi invece la fama è la conseguenza dell’essere “celebrity” e l’essere “celebritiy” produce circolarmente la fama. Le “celebrity” sono espressioni esagerate di sé stesse, della propria “digitale bellezza”. Le “modelle” dovrebbero essere un “modello” ed invece il loro corpo “urla una solitudine in cui nessuno vorrebbe trovarsi”; la loro vita alimentare è sconvolta, scollegata dalla vita. Nelle sfilate e nella posa, il passo e lo sguardo alteri, lontani, non sottintendono, malgrado l’esposizione intima, un invito all’amore, al contatto, ma proprio il suo contrario, una condizione irraggiungibile.

 

Paura e ansia

L’ansia è uno stato d’allarme per qualcosa che esce dall’ordinario, un simile non abbastanza simile, uno straniero. Vivendo nella metropoli della società post-moderna, quest’ansia diventa permanente.

Alla fine del XX secolo, negli Stati Uniti, grazie ai travolgenti cambiamenti tecnologici e sociali, si è assistito ad un aumento di prosperità e ad una diminuzione della criminalità con pochi precedenti nella storia. Ma proprio in quel periodo in cui iniziavano a lacerarsi i rapporti umani, l’americano medio era convinto che la situazione economica stesse peggiorando e la criminalità crescendo. Questa percezione si ripete ad ogni angolo dell’occidente: la fiducia del prossimo si trasforma in diffidenza.

Negli stati uniti ma presto anche in Europa le cause civili con richieste di danni crescono avvelenando quello che era sempre stato il tessuto portante della società: il vicinato. Nel vicinato i bambini si facevano visita per pomeriggi interi, anche senza chiedere il permesso. Oggi se un bambino rompe involontariamente le ceramiche di casa del vicino c’è il rischio che questi incarichi l’avvocato e gli mandi a casa i danni! Il rapporto con il prossimo è diventato rischioso.

 

Musica e isolamento.

Basta fare un click sull’I-pod e il vicino diventa lontano. Se la tecnologia ha portato la musica a tutti e in qualunque luogo, a basso costo e con riproduzioni di qualità, il walkman è rimasto “individuale” nonostante Akio Morita ne temeva già l’abuso e impose nel progetto una configurazione con due cuffie e non una.

 

Socialità, empatia e neuroni “mirror”

Le forme elementari del comportamento sociale hanno una base antropologica e biologica. La scimmia che ha imparato ad azionare un comando per raggiungere una banana rinuncia al frutto se si accorge che muovere quella leva provoca sofferenza ad un’altra scimmia. Nelle grandi scimmie e nell’uomo sono presenti i neuroni specchio (mirror). Per entrare in funzione non necessitano di un comportamento particolare e attivo da parte del soggetto, basta che i sensi percepiscano che il vicino compia un’attività. La scimmia allora saliva se vede il vicino mangiare una banana, Un essere umano si commuove o si impressiona quando i suoi neuroni “rispecchiano” la sofferenza del suo prossimo. Questi neuroni “rispecchiano” semplicemente, riflettono delle esperienze con cui si è entrati in risonanza. Del resto il mercato della pornografia si sostiene proprio sfruttando tale principio, e cioè che vedere individui impegnati in attività sessuali risveglia l’eccitazione sessuale.

 

Distacco dalla realtà e dalle sensazioni

Se la scimmia dell’esperimento è invece isolata e non si accorge di fare male al suo compagno, se è distaccata dalla sensazione, se non può esserci rapporto empatico, può fare il male. “Impugnando un bastone posso sentire se tocco leggermente il mio vicino o lo percuoto, facendogli male”. Ma se impugno i comandi di un aereo posso bombardare i cittadini senza avvertire niente della loro sofferenza”. L’interposizione della tecnica mette una distanza dalla sensazione fisica e dalla possibilità di provare compassione. Achille, anche se posseduto da un barbaro impulso, compiva in prima persona le sue scelte  perché la spada stava nella sua mano. “Il militare di oggi, invece, è diventato lui l’appendice di una macchina”.

Spesso il bisogno di contatto e di provare sentimenti è intercettato dal mercato innaturale dei pity-show, i programmi televisivi che fondano il loro richiamo sul sentimentalismo del dolore-spettacolo. Queste forme di intrattenimento che vorrebbero sprigionare compassione, riavvicinando il prossimo che è scivolato lontano, propongono emozioni piagnone che però sono prodotte dall’esterno e non dal di-dentro. Il buon samaritano si ferma ad assistere il suo prossimo perché ha provato con-passione e non perché ha sentito una predica o un discorso. “La tecnica e l’economia  perfezionano il prodotto, ma i loro procedimenti separano gli uomini contribuendo all’isolamento e alla privazione sensoriale”. Pensiamo al livello di qualità sonora che può offrirci un impianto stereofonico di nuova generazione, meglio di un’orchestra. Ma non potrà mai trasmetterci le sensazioni e le emozioni come se fossimo a concerto.

 

Psicopatia da successo

L’imprenditore sempre più lontano dagli uomini perché impegnato in battaglie legali, contatti e business plan, non rischia di perdere il contatto con l’umanità e quindi di perdere alcune qualità psicologiche fondamentali come umanità ed empatia? I nuovi abusi finanziari come Enron negli stati uniti e Parmalat in Italia non sono forse segnali preoccupanti di questo distacco sempre crescente dalla realtà? E l’attuale situazione mondiale nella quale la finanza con i suoi strumenti virtuali giganteggia su tutto e su tutti?

È nato da poco un nuovo settore di psicologia aziendale: la corporation psycopathy (psicopatia aziendale). “Negli scandali di fine XX e inizio secolo XXI, infatti, non si sono trovate immoralità occasionali di alcune persone che hanno sbagliato, e possono pentirsi, ma perversioni morali permanenti che, se non fossero state scoperte, sarebbero continuate perché non lasciavano sensi di colpa: è la condizione chiamata psicopatia, considerata difficile da redimere”.

Uno dei più noti questionari per identificare i disturbi psicopatici è lo “Psycopathy Checklist” di Robert Hare il quale, sotto la spinta di una crescente immoralità aziendale, ha prodotto due liste:

  • Fattore I: la prima lista identifica mancanza di scrupoli, di responsabilità, di sensi di colpa, tendenza alla menzogna e alla manipolazione, cinismo, e così via
  • Fattore II: la seconda lista identifica instabilità, comportamenti apertamente devianti e soprattutto aggressività non controllata

Il fattore che caratterizza gli “psicopatici senza successo”, cioè i criminali classici, è l’aggressività. Nei manager psicopatici che sono stati oggetto di indagine, infatti, l’aggressività si manifestava senza fretta. Il loro atteggiamento criminale non è facilmente visibile perché si manifesta in modo più modulato e si nasconde spesso dietro personalità anche brillanti. Il gruppo dei “criminali classici” ha in fondo ancora “bisogno del prossimo” perché deve riversagli contro l’aggressività. “L’accelerazione imposta alla società dalla rivoluzione informatica e dalla competizione del mercato ha eliminato persone dotate di fedeltà, cautele e scrupoli, favorendo l’emergere di tipi intuitivi, cinici, opportunisti”.

Queste persone, se indagate alla luce del DSM (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali), sarebbero classificate come gravemente psicopatiche, scollegate dalle loro emozioni, criminali senza scrupoli e senza alcuna responsabilità sociale.

 

Ricchi e poveri

“Risale quasi ad un secolo fa il programma dell’economia moderna, secondo cui il capitalismo-avidità avrebbe finito con il rimpiazzare quello classico fordista”. Henry Ford era stato condannato nel 1919 da un giudice americano perché voleva re-investire gli utili della sua fabbrica migliorando la produzione, creando nuovi stabilimenti. Lo scopo dell’azienda, secondo la storica sentenza, non era dar lavoro agli operai o creare prodotti più utili ed intelligenti al servizio dei consumatori, ma piuttosto arricchire i proprietari e cioè il profitto.

La ricchezza si sta addensando  di nuovo nelle mani dei privilegiati, con una velocità che non ha precedenti della storia aumentando la forbice sociale, il divario tra i ricchi e i poveri. Il ceto medio sta scomparendo e l’aumento della diseguaglianza sociale sta raggiungendo una soglia preoccupante. In un paese comunista come la Cina l’indice di Gini (che cresce con la concentrazione dei redditi) continua ad aumentare, più che in Giappone (paese prototipo del capitalismo) e si avvicina a quello del Brasile.

“Questa è la rivoluzione mondiale dei ricchi” e con maggiore o minore ritardo tutto il mondo si sta adeguando nel raggiungere “rapidissime concentrazioni di ricchezza”. “L’altra scioccante novità è che nei posti guida si è seduta un’immoralità senza precedenti. A denunciarla come psicopatica, questa volta non sono gli anticapitalisti ma alcuni ipercapitalisti”.

 

Mezzi di comunicazione

L’industria dello spettacolo vede in testa i “videogiochi” seguiti dal fatturato della “musica” e dal “cinema” al terzo posto. Aristotele aveva detto che l’essenza del teatro è la “mimesi” che noi possiamo tradurre con “imitazione”, “modellamento” o “rispecchiamento”. Senza saperlo i teatro greco ha utilizzato il funzionamento dei “neuroni specchio”.  La tragedia imita la realtà, ma gli spettatori immersi nel teatro rispecchiano la commozione, la risata. Il pianto è contagioso, il teatro commuove per prossimità. Il videogioco invece “ha abituato i suoi utenti a un’intensa e continua eccitazione a scapito del sentimento di partecipazione (la compassione che era massima nel teatro)”.

Nei videogame, i personaggi sono virtuali, finti e questo giustifica giochi immorali e violenti dove si uccide senza scrupoli. Il grande sviluppo tecnologico è in grado di riprodurre immagini perfette di persone che si imprimono negli occhi e nella mente di chi gioca. Immagini irreali che colmano inizialmente la solitudine di chi gioca, ma che poi, non avendo nulla in comune con chi gioca, non fanno che alimentare l’apatia e la distanza. Temendo l’apatia il pubblico richiede nuova eccitazione alimentando così un circolo vizioso. Ecco allora le immagini eccitanti della pornografia, della crudeltà, dell’horror. La pressione commerciale non permette la naturale alternanza tra il surriscaldamento delle emozioni e il loro raffreddamento. Molti telespettatori sono ormai assuefatti. Lo sviluppo di internet rende possibile

 

Parola e distanza

“La parola si è allontanata dai parlanti” nel senso che non è più lo strumento privilegiato per raggiungere il prossimo, come era nell’antichità, quando la “parola originaria” era canto, poesia e rito. La parola che era trasmessa solamente da bocca ad orecchio, Omero si recitava a memoria, era parola di un parlante prossimo e viveva solo nel dialogo e nell’incontro con l’altro. Con l’avvento della scrittura inizia a diventare possibile la comunicazione a distanza e si può comunicare lontani nello spazio. “Con la scrittura, la parola si trasformo in segno di un assente, orma secca da cui il piede si è allontanato”.

La stampa fu un’ invenzione rivoluzionaria, ma introdusse un passaggio meccanico che consegna la parola a persone lontane ed estranee.

Nel XX secolo, con la macchina da scrivere, “la parola non proviene più dalla mano, ma l’attraversa soltanto. Con il computer e poi con l’e-mail il tatto è diventato sempre più lontano. La comunicazione scritta sempre più veloce. “Il Tommaso che abita in noi soffre di privazione sensoriale: una sofferenza che ormai tutti conosciamo, anche se non ce ne accorgiamo”.

Le mani non sono solamente esecutrici del pensiero, ma il loro movimento, le sensazioni che evocano, producono anche il pensiero. Il processo è circolare. Le nuove tecnologie (Tv, mail, chat, videoconferenze) hanno posto una grande distanza tra noi e il nostro prossimo e la comunicazione si è rarefatta.

Gli studiosi della comunicazione dicono che solo una piccola parte delle informazioni è verbale, espressa dal contenuto del messaggio. I quattro quinti della comunicazione è non verbale, cioè affidata alle mille sfumature del tono della voce, al movimento, al corpo e al contesto.

 

Comunicazione

La parola comunicazione contiene la preposizione latina “cum” che significa “con, insieme” e la paola “munus” che è “compito, incarico”. E viene allora spontaneo chiedersi: insieme a chi? Con chi svolgere insieme? E quale funzione? “L’avanzamento dei mezzi di comunicazione corrisponde ad un arretrare della loro qualità che, paradossalmente, impoverisce i rapporti umani” perché il prossimo diventa sempre più notizia e sempre meno sentimento e sensazione. Si è fatto sempre più astratto. Gesù propose un salto morale rivoluzionario con la parabola del buon samaritano. “Amare lo straniero” è uno scandalo perché vuol dire entrare in contatto autentico con lui, toccarlo.

L’assenza di una comunicazione autentica, la repressione di un bisogno umano così fondamentale, finisce con il trasformarsi e contorcersi in forme perverse e malate oppure con lo sconfinare nella disperazione della solitudine-isolamento.

 

Recensione e sintesi

 

Luigi Zoja, La morte del prossimo, Torino, Einaudi, 2009

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