La via di ciò che sta per arrivare ovvero l’archetipo della conoscenza nel Liber Novus di C. G. Jung.

Scopofilia ed Epistemofilia

Il piacere di guardare nel libro privato, quasi segreto di Jung merita qualche considerazione preliminare, perché i termini di questa esperienza (lo sguardo, il piacere e il segreto) sono gli stessi che costituiscono gli ingredienti del voyeurismo. Jung non si occupò espressamente del voyeurismo; lo fece Freud, con osservazioni che è interessante riprendere. Muovendo dal suo assunto fondamentale e generale, che pone l’esperienza sessuale a fondamento della vita psichica, Freud ritiene che «l’impressione ottica sia la via attraverso la quale più spesso si risveglia l’eccitamento libidico».

Quest’affermazione conserva la sua validità anche nella prospettiva junghiana, dove la vita psichica non discende da quella sessuale, ma – al contrario – la vita sessuale discende da quella psichica. In questa diversa prospettiva cambia radicalmente il concetto di libido, ma si può egualmente affermare che «il piacere del guardare è una manifestazione spontanea della libido» (Freud, 1970, pp. 469 e 501).

Per la verità, se seguiamo il ragionamento di Freud, il piacere di vedere è già una sostituzione del piacere primario di toccare: «la vista ha già sostituito il tatto» (Freud, 1972, pp. 87-88) sospinta da una pulsione che non riguarda solo la sessualità, ma attiene ai processi di conoscenza. «La pulsione di sapere o della ricerca lavora con l’energia del piacere di guardare», precisa Freud (1972b, pp. 502 sgg.); come dire: la scopofilia (il piacere del guardare) è un equivalente e una declinazione dell’epistemofilia (il piacere di conoscere).

L’iconologia umanistica aveva già anticipato questa convergenza in un emblema dell’iconologo Alciati: l’oculata manus (fig. 1) è un’immagine che compendia la funzione del vedere e del toccare e che precisa entrambe come funzioni conoscitive (1648, p. 82).

Ancora un’annotazione di Freud sulla fenomenologia del voyeurismo: nel Piccolo Hans il piacere del guardare si lega al bisogno di stabilire un confronto, che nella fattispecie è il confronto fra il proprio «fapipì» e il grande «fapipì» del papà. Lo sguardo indiscreto che il piccolo Hans getta sulle «cose intime» dei grandi è bisogno di confronto e meccanismo attraverso cui egli struttura la percezione di sé. 

Abbandonata la prospettiva freudiana e assunta quella più propriamente junghiana (dove l’esperienza sessuale non è primaria, ma rimane fortemente paradigmatica della vita psichica), le osservazioni di Freud consentono considerazioni preliminari strettamente pertinenti al nostro tema: il piacere di toccare e di guardare sono caratteri essenziali della libido, alimentano la pulsione a conoscere, sollecitano l’Io al confronto e segnatamente a confrontarsi con il più grande di sé. Si potrebbe dire che, dal suo nascere fino a oggi, nel Libro Rosso si sia costellata la pulsione conoscitiva e il confronto con il più grande. Questo confronto con il più grande che avanza è annunciato fin dalle prime parole del testo: der Weg des Kommenden (fig. 2), la via di ciò che sta per arrivare.

La pulsione conoscitiva si impone figurativamente già in uno dei primi capolettera miniati, in cui Jung disegna l’occhio della conoscenza: «gli occhi», scrive in un suo saggio, «esprimono la coscienza contemplativa» (Jung, 1980, p. 369).

Queste annotazioni inducono a considerare che il piacere di sfogliare e di guardare il Libro Rosso gravita attorno all’archetipo della conoscenza. Può alimentare l’intimorito confronto di ogni piccolo Hans, che misuri il proprio minuscolo fapipì con il grande fapipì del Grande Padre, mosso dal vento del Creator Spiritus; oppure può costellare la pulsione conoscitiva a confrontarsi con il grande che avanza. Fra concretismo e simbolismo corre sempre una differenza sottile e sostanziale; quella differenza attraversa l’Io, che non è soltanto misura del mondo, ma ago della bilancia, punto di snodo e di divaricazione fra scopofilia ed epistemofilia. Ciò significa che, nell’accostarsi al Libro Rosso, dipenderà dall’atteggiamento dell’Io il tuffarsi nel volume con il piacere un po’ estatico di contemplare la via gloriosa di un altro, correndo il rischio segnalato da M. L. von Franz di proiettare l’esperienza individuativa su un Grande anziché viverla in prima persona, e ciò sarebbe scopofilia. Oppure con il desiderio di rintracciare nel percorso di un Grande la via alla conoscenza di sé e questo è epistemofilia nel senso più proprio.

Nessuna disciplina afferma con maggiore convinzione dell’analisi che l’autentica conoscenza implica sempre la conoscenza di sé, che l’empiria della conoscenza appartiene all’archetipo della coscienza.

 

Immagini mandaliche

Il Libro Rosso è un autentico manuale di immaginazione attiva, forse il migliore che potessero desiderare quanti di noi ne hanno lamentato la mancanza nella bibliografia junghiana. È la trascrizione dei capitoli forse più importanti di quella «storia di un’autorealizzazione dell’inconscio» che, nella sua stessa definizione, costituisce la vita di Jung (Jung, 1980b, p. 381). È una trascrizione che procede sul doppio registro dell’immagine e della parola, dove l’immagine non è commento o illustrazione, ma autopoiesi della psiche. Non chiosa e non commenta accadimenti psichici, ma è psiche in divenire. In questo testo le immagini archetipiche spesso si orchestrano in sequenza, simili a una sinfonia di Beethoven: inizialmente un certo motivo è appena accennato, poi ritorna in forma più distinta, ricompare più e più volte e ogni volta si arricchisce in un crescendo attraverso il quale matura fino a trovare la sua manifestazione più compiuta nelle figure finali. All’interno delle immagini archetipiche che punteggiano il Libro Rosso desidero riservare qualche considerazione alle immagini mandaliche, assumendole a pretesto per ricapitolare indicazioni preziose, che Jung ha lasciato in merito a questo genere di raffigurazioni e ai processi psichici che vi corrispondono. Non tutte le immagini del Libro Rosso sono mandaliche, ma quelle che lo sono si prestano a illustrare in maniera incisiva la specifica concezione che egli aveva dell’immagine e dell’immaginazione. Il mandala è un’immagine circolare a simmetria quadrata con evidenziazione del centro. La sua importanza rimanda a un archetipo ordinatore e fortemente dinamico presente in tutta la realtà; è l’archetipo che ispira il Demiurgo di ogni mitologia a trarre il kosmos (ordine) dal chaos (disordine) e che orienta ogni persona che si trova concretamente nel caos dell’esistenza. «L’ordine severo imposto da un’immagine circolare come quella del mandala», scrive Jung, «compensa il disordine e la confusione dello stato psichico, attraverso il costituirsi di un punto centrale» (Jung, 1980b, p. 381). Con quest’affermazione egli sposta l’interesse dall’atemporalità della cosmogonia al tempo presente, dalle regioni dell’Oriente (dove vengono praticate precise tecniche di edificazione spirituale rette sul mandala) alle regioni dell’individuo: ovunque ci sia disordine individuale o collettivo lo stato psichico invoca immagini mandaliche. Se si dovesse accogliere l’ipotesi che l’uomo contemporaneo vive singolarmente e collettivamente in un disordine evidente, si dovrebbe anche supporre che l’anima contemporanea necessita di esperienze mandaliche. L’immagine mandalica si sostanzia di alcuni elementi costitutivi (fig. 3), tra cui si possono individuare:

  • la circonferenza;
  • il centro
  • la struttura quadrangolare che perimetra l’insieme.

La circonferenza delimita, abbraccia, circoscrive; il centro orienta, stabilizza, consolida. Questi termini si applicano contemporaneamente alle proprietà geometriche dei costituenti mandalici e alle qualità psichiche dell’esperienza costellata dai mandala. Il mandala si presenta, dunque, come un’immagine sovra-stratificata, che addensa in sé proprietà figurative, fisiche e psichiche, ma nel contempo è una realtà simbolica che colloca l’individuo in un mondo unitario, in un unus mundus dove immagine ed esperienza, vissuto psichico e concretezza empirica, psiche e materia sono distinzioni arbitrarie, imposte dalla finitezza della coscienza.

L’attenzione dell’Occidente si è posata sulla produzione dei mandala orientali anche grazie all’interessamento di Jung, giungendo talvolta a identificare il mandala con un genere iconografico orientale. Il termine mandala, però, significa «cerchio» e ciò basta a dire che esso è un motivo simbolico universale, non esclusivamente e nemmeno tipicamente orientale. La prima sollecitazione che ci viene dalle considerazioni junghiane sul mandala è quella di cogliere l’universalità di questa figura; noi tutti viviamo in un mondo di immagini mandaliche e vale la pena riscoprire la molteplicità di mandala tipicamente occidentali che costellano la nostra vita psichica; ne sono esempi i rosoni, gli orologi, le monete classiche e quelle più recenti, figure antiche tracciate sulle carte da gioco e fenomeni recenti che si imprimono nei campi di grano (crop circles) (figg. 4, 5, 6, 7). Queste immagini «compensano il disordine e la confusione dello stato psichico» individuale e collettivo anzitutto attraverso l’azione delimitante della circonferenza.

 

La circonferenza

La natura stessa del chaos costella esigenze di delimitazione. Archetipicamente il chaos è sterminato: è ampiezza estrema, molteplicità senza fine, moltiplicazione ad libitum. Nel piccolo caos di una borsetta e in quello immane che regna su una scrivania c’è sempre tutto, ma tutto sfugge alla ricerca, all’occhio della coscienza contemplativa; irreperibili e non relazionati, gli oggetti perdono la loro stessa funzionalità. La prima lettera istoriata del Libro Rosso non è ancora una circonferenza, ma di certo è una delimitazione, una linea che chiude e circoscrive. Si potrebbe dire che la circonferenza significa chiusura, che rappresenta il bisogno di circoscrivere, che è immagine  di delimitazione; ma ritengo più rispondente allo spirito di Jung dire che, producendo immagini di circonferenze, la psiche si adopera per circoscrivere e delimitare il chaos. Anche nell’empiria della vita quotidiana, per ordinare il caos del traffico, geometriche menti di burocrati vanno moltiplicando a dismisura rotonde e coppe rotatorie (fig. 8); se seguiamo con coerenza le suggestioni di Jung, siamo legittimati a guardare anche a questi fenomeni minuscoli della vita psichica e a mettere in dubbio che sia il burocrate l’autore di quell’invenzione; possiamo invece immaginare che strutture archetipiche di forma rotonda affiorino a marginare il caos del traffico per tramite del burocrate. Il Libro Rosso documenta la tesi centrale e più originale di Jung: è sempre la psiche che produce immagini e attraverso le immagini non solo mostra se stessa, ma anche dà forma a se stessa e realizza se stessa. Nell’economia della funzione mandalica, il rotondum assolve funzioni differenziate a seconda dello stato evolutivo e dell’assetto globale della psiche.

Nella psicologia dell’alba e in tutte le situazioni di inizio archetipico promuove l’esigenza di circoscrivere e confinare: nelle fasi iniziali della coscienza il rotondum è un cerchio che delimita. All’alba della vita, le immagini del Sé sono le immagini dell’Io; il cerchio appartiene indistintamente a entrambi, ma costella funzioni primarie dell’Io: circoscrivere l’attenzione su un oggetto, delimitare una sfera di interessi, specializzare un raggio d’azione, consolidare una cerchia di conoscenze. In questa fase dell’esistenza circoscrivere significa soprattutto escludere e la circonferenza mandalica diventa cinta di protezione, confine per eccellenza.

Il «cerchio magico» (temenos) è cerchio esemplare che argina e protegge. La circonferenza attiene anche alla specifica natura della coscienza egoica, che procede archetipicamente per distinzioni; l’Io stesso si instaura come principio di una strutturale esclusione, come elemento psichico che dividit et imperat. Garantisce all’individuo spazi di libertà, ma al prezzo di escludere tutto ciò che è destabilizzante e inquietante e in quanto immagine dell’Io, il cerchio mandalico estromette ed esclude.

Nella psicologia dell’occaso, invece, la circonferenza attiene alla sterminata estensione del Sé: cattura la visione dell’Io e dilata la coscienza. In questa prospettiva, circoscrivere non significa escludere, ma abbracciare (fig. 9) e la circonferenza non è più linea cerchia che delimita, ma sfera che ingloba. Il cerchio diventa immagine così ampia da essere una delle più frequentate metafore dell’infinito dalla cosmogonia di Platone fino all’astrofisica contemporanea. Si consuma qui un trapasso non tanto concettuale quanto esperien- ziale: il baricentro si sposta dall’Io al Sé, attraverso un passaggio che è mediato dall’immagine.

La nozione junghiana di Sé è assolutamente specifica e troppo faticosamente si tenterebbe di coartarla entro la «psicoanalisi del sé». Con le categorie psichiche che Winnicott, Bion, Klein, Kohut e altri chiamano «sé», condivide lo stesso nome, ma conserva proprietà diverse. È la categoria forse più complessa della psicologia junghiana e la più centrale della psiche individuale. A causa di questa complessità ha avuto molte definizioni, nessuna delle quali, tuttavia, può mettere né in ombra né in discussione una caratteristica essenziale, la totalità.

Il Sé è l’archetipo della totalità individuale e il mandala ne è un’immagine caratteristica nel Libro Rosso come nei testi alchemici, nelle raffigurazioni orientali come in quelle occidentali. Il Sé come «archetipo della totalità individuale» è definizione aulica, ma sul piano pratico solleva questioni concettuali ed esperienziali enormi. Implica anzitutto che il Sé è luogo di antinomie e che, di conseguenza, l’individuo è conflittuale, contraddittorio, incongruente, paradossale. E tuttavia è unitario, di un’unità che trova rappresentazione nel centro del cerchio e che in esso trova la struttura che promuove unità.

 

Il Centro

Narra Platone che, per formare l’Anima Mundi (fig. 10), l’Artefice mescolò dapprima l’Indivisibile con il Divisibile e poi l’Identico con il Diverso. Prese il composto così ottenuto e lo insufflò nel Corpo del kosmos, così che l’eterea Anima Mundi si diffuse per tutto il Corpo del Mondo e fram- menti di essa penetrano ancora nel corpo di ogni uomo. In questo modo ciascuno di noi è portatore della magia di essere sempre diverso e tuttavia identico a se stesso: molteplice e unico al tempo stesso.

Il centro del mandala è raffigurazione della centrale unità-unicità dell’individuo. È difficile dire come il cerchio mandalico, nella sua archetipica ampiezza, sia passibile di essere dilatato a estensioni cosmiche fino a sconfinare nel concetto di infinito e contemporaneamente di essere com- presso nel Punto centrale, fino a essere privo di dimensione e consistenza. Punto, difatti, è per definizione un luogo geometrico privo di superficie e come tale non visibile, ma solo rappresentabile.

È difficile dire come il mandala possa esprimere contemporaneamente l’immenso cerchio cosmico che sfuma nell’idea di infinito e il punto centrale del macro come del micro-cosmo privo di dimensioni e di superficie, tanto da sfumare nell’irrappresentabile. Si dovrebbe concludere che l’immagine mandalica è rappresentazione dell’infinitamente grande e contemporaneamente dell’infinitamente piccolo. Attorno a un’incongruenza tanto patente, la mente dell’uomo sviluppò speculazioni fumose e artifizi verbali insostenibili sul piano logico, potenti sul piano simbolico. L’aforisma consegnatoci dal teologo Agostino è certamente tra i più efficaci: Deus est circulus cuius centrum est ubique, peripheria vere nusquam [Dio è un cerchio il cui centro è ovunque e la cui circonferenza non è in nessun luogo].

Come il Dio di Agostino, anche il Sé è totalità psichica che sfugge a qualunque delimitazione e centro gravitazionale che si precisa in ogni manifestazione contingente. Combinando il diverso con l’identico e il molteplice con l’unico, esso costituisce la matrice archetipica dell’individualità e in questo senso è il centro intimo e immutabile che alimenta le percezioni di continuità, stabilità e permanenza che sono alla base di ogni percezione di sé. Con espressione enfatica e biblica dell’essenza individuativa si può solo dire: Eheie, l’essere è colui che è. I paradossi della speculazione intellettuale incrociano i limiti della mente razionale, ma empiricamente è chiarissimo che essere individuo significa «essere quello». In quanto cerchio, il mandala implica sempre il gravitare attorno a un centro; nelle parole stesse di Jung il cerchio è una struttura che sempre riconduce al centro. Il mandala non è solo un’immagine, ma un impulso alla concentrazione: per effetto dell’archetipo che sottende, il mandala evi- denzia che ogni esperienza gravita attorno a un centro, ogni componente ruota attorno a un fulcro. L’immagine della ruota (figg. 11 e 12) è manifestazione mandalica forse una delle più diffuse; nella psiche collettiva del nostro tempo è una realtà operante tra le più attive.

Nell’immagine della ruota mozzo e cerchio, centro e circonferenza declinano il rapporto solidale fra invarianza e mutevolezza, fra unità e molteplicità: uno e invariate è il punto del centro, infiniti e cangianti sono i punti della circonferenza. Nel centro si rispecchia l’unico e l’identico di ogni indi- viduo, la specificità individuativa depositata nel Sé. Un’acuta formulazione taoista afferma che è il vuoto (sic!) del mozzo che fa girare la ruota. Questa affermazione si presta a facili trasposizioni nei termini della filosofia classica, per esempio aderisce alla concezione secondo cui il Motore fig. 13 Immobile è la Prima Causa (fig. 13) da cui emana l’Universo.

Trasposta nei termini della psicologia analitica, si presta a raffigurare il Sé come la categoria psichica profonda e impalpabile, che dal centro muove tutta la vicenda personale. Nell’essenza simbolica della ruota, la forza centrifuga dei raggi spinge in ogni direzione e minaccia la dispersione; per contro il contenimento centripeto del cerchio riporta sempre al centro e alimenta unità. Dipende da una strutturata organizzazione dell’Io la possibilità di fare esperienze molteplici senza disperdersi in tutte le direzioni, di attraversare la volubilità dei vissuti senza disunirsi, di accogliere la varietà delle sollecitazioni senza alienarsi, di coltivare la pluralità delle inclinazioni interiori senza perdere di identità: di concentrarsi su di sé in un processo centripeto o di sfuggire a se stessi in un’esplosione centrifuga. In quanto «vuoto del mozzo» e fulcro di tutto il movimento psicologico, il Sé è immaginabile come il seme prezioso che è custodito al centro e molte figure del Libro Rosso enfatizzano ciò che giace al centro. Attiene a queste caratteristiche l’iconografia della «mandorla» (fig. 14), una delle versioni più diffuse nella produzione mandalica sia orientale sia occidentale, dove il cerchio mantiene la sua funzione di delimitazione e di protezione (temenos), ma contemporaneamente si fa guscio duro come quello della mandorla a proteggere il germe del futuro sviluppo e il core dell’intero individuo.

Si segnalano per la loro specificità quei mandala a mandorla in cui la perfezione del cerchio si deforma in figure oblunghe, ovali o ellittiche. Se il cerchio ha un solo centro e un unico focus, l’ellisse ha geometricamente due fuochi e costituisce un’ulteriore, significativa rappresentazione della psiche individuale, che non ha mai la pienezza del rotondum, ma è una realtà bifocale, dove il focus del Sé e il focus dell’Io appartengono egualmente alla totalità mandalica.

C’è convergenza e perfino sovrapposizione fra i simboli del Sé e i simboli dell’Io. Entrambi rispondono all’essenza delle immagini mandaliche, che consiste nel fungere da «antidoto allo stato mentale caotico» (Jung, 1980, p. 9); lungo tutto il corso dell’esistenza entrambi partecipano a una stessa esigenza ordinativa, concentrativa e unificante.

L’Io è il punto minuscolo in cui si rispecchia il rotondo immane del Sé; è assurdamente piccolo, ma dà concretezza all’immensamente grande. È strumento di concentrazione non solo in accezione mentale: convoglia interessi, investi- menti e libido su un centro; riporta a sé la pluralità delle esperienze, riconduce a unità di senso la molteplicità degli stimo- li. Riflette nell’empiria del quotidiano l’archetipo del Sé quale archetipo del senso. Nell’ellisse mandalica dell’individuo il focus dell’Io è quello che fornisce un’autopercezione unitaria di permanenza, continuità e identità personale, ma la matrice archetipica dell’unità e dell’unicità individuali è data dal Sé; l’Io percepisce, il Sé è l’oggetto della percezione. Il focus del Sé è quello che costituisce il centro profondo dell’individualità, l’archetipo che consente di rimanere se stessi nella variabilità delle manifestazioni personali, che presiede alle funzioni che unificano il molteplice della psiche nell’unicum dell’individuo. È il centro che attrae e aggrega, che accentra il molteplice e unifica il discorde; è punto di contatto di ciò che diverge e luogo gravitazionale su cui converge ciò che è diametralmente opposto.

 

Il quadrangolo

Al rotondum pertiene il moto circolare, che fa del cerchio, e – ancor più – della sfera, immagini altamente mobili e dinamiche. La sfera è un corpo facilmente instabile, oppone il minimo di resistenza agli impulsi dinamici, risponde prontamente alle sollecitazioni meccaniche più deboli. Non è insensata l’idea del Demiurgo di plasmare la sfera del Mondo senza gambe, dato che la forma sferica lo rende per natura accline al moto (Platone). In quanto rotondum, il mandala è archetipo di dynamis; l’espressione: «circolare!» è una comune esortazione a muoversi e a procedere. In tempi antichi e moderni, l’immagine mandalica di una sfera costella movimento, azione, velocità, prontezza, dinamismo, ma anche attenzione, precisione, esattezza. Attraverso le proprietà del rotondum, il mandala dice che energia vitale ed energetica psichica (libido) sono proprietà del Sé; innumerevoli e universali giochi con una sfera (la palla) costellano esperienze archetipiche di dynamis e confrontano individui di ogni età e genere con le difficoltà, le abilità e la necessità di mettere in gioco le proprie dotazioni energetiche.

Fin dai tempi degli egizi la circumambulatio dei templi fu un girare in tondo che simbolizzava il procedere. Ma girare in tondo significa anche girare a vuoto, avvitarsi in circoli viziosi; se da un lato l’intrinseca dynamis del Sé converge con il concetto stesso di vita e alimenta ogni dinamismo psichico, dall’altro è anche all’origine di esperienze motorie inquietanti: roteare, prillare, turbinare sono aspetti della dynamis che danno il capogiro, sono esperienze di virtigo, e procurano tipicamente disorientamento. La propensione al moto della ruota e l’intrinseca instabilità del cerchio, nelle immagini mandaliche, sono compensate e stabilizzate da una struttura quadrangolare. La bussola, dove il cerchio del quadrante è marcato dai quattro punti cardinali, costituisce un esempio mandalico di antidoto al disorientamento; chiarisce come il mandala sia un’immagine che costella le capacità di orientare e di reorientarsi. Il Libro Rosso propone con insistenza e con trasparenza immagini circolari che si bilanciano e stabilizzano in strutture quadrangolari (fig. 15). Attinge a quelle esperienze immaginative l’intuizione di Jung che la quadratio circuli costituisca una delle caratteristiche del Sé.

La lezione junghiana sui quaterni archetipici costituisce una delle pagine più interessanti dal punto di vista culturale e più fondanti dal punto di vista clinico. Jung fa rilevare come la raffigurazione dei quattro evangelisti (fig. 14) costituisca un mandala ricorrente nell’iconografia cristiana, ma immediatamente rimbalza quest’ immagine indietro nel tempo, la connette con i quattro animali dell’Apocalisse, con i quattro figli di Horus e con altri innumerevoli quaterni che popolano la mitologia. Egli insiste molto nell’argomentare che la quaternità è una categoria strutturante della vita psichica e che il quattro entra nella simbolica del mandala in virtù delle sue potenzialità di organizzare e di ordinare la totalità: la geografia organizza lo spazio secondo quattro punti cardinali; la filosofia classica deriva tutta la realtà dai quattro elementi (terra, acqua, aria e fuoco); la medicina tradizionale fonda salute e malattia sulla dinamica di quattro umori (flegma, sangue, bile, atrabile); i pitagorici distinguono in quattro parti l’anno, la vita (fanciullezza, giovinezza, maturità e vecchiaia) e lo stesso corpo umano (testa, tronco, gambe, braccia); la psicologia junghiana fonda molta parte della dinamica psichica sul gioco delle quattro funzioni (pensiero, sentimento, sensazione, intuizione).

Ma Jung insiste soprattutto nell’argomentare che la struttura quaternaria tende a produrre l’interclusione del quarto ele- mento: uno di essi, cioè, tende a essere sopraffatto dagli altri e a rimanere in ombra. Per effetto di questo fenomeno, nell’orga- nizzazione psichica, una delle quattro funzioni rimane più nascosta, più lenta e inconscia, meno specializzata delle altre e diventa «funzione inferiore». Il Libro Rosso è un elogio della quarta funzione; è il documento storico di un giovane psichia- tra che edifica la conoscenza della psiche non sullo studio di testi scientifici, ma su produzioni mentali apparentemente insensate, che affida il proprio equilibrio psichico non alla scienza e alla coscienza ma alle trame ermetiche dell’inconscio.

Nel Libro Rosso è documentato come l’archetipo quaternario prospetti il disegno utopico di procedere dall’esclusione all’inclusione del quattro. Riecheggia l’antico aforisma di Maria Prophetissa: «l’uno origina il due, il due diventa tre e dal tre nasce l’uno sotto forma del quattro». Nella vita psichica, come nella numerologia, tutto procede dall’uno e tutto ritorna all’uno. Quando la totalità dei componenti si compone nella sinfonia dell’unità, le immagini mandaliche costituiscono una rappresentazione di grande armonia, compostezza e completezza.

Ma è lo stesso Jung che definisce il progetto di ricomposizione di questa compiutezza un disegno utopico, perché la totalità psichica (il Sé) è inaccessibile per definizione alla coscienza: «allo stesso modo in cui il lapis non fu mai prodotto nella realtà, la totalità psichica non viene mai raggiunta empiricamente, perché la coscienza è troppo angusta e unilaterale» (Jung, 1990, p. 533).

Così, nell’incessante processo di autopoiesi della psiche, nell’opus circulationis del processo individuativo nessuna immagine è finale e definitiva. Con un certo sconcerto, ma con grande significato, il Libro Rosso è un libro incompiuto. L’ultima immagine non è un mandala, l’ultima frase è interrotta a metà, l’ultima pagina non è scritta, l’ultima espressione è dubitativa e l’ultima parola è «possibilità».

Questo potrebbe essere l’ultimo messaggio del Libro Rosso: nel processo di individuazione, la parola fine si scrive: POSSIBILITÀ.

 

cvClaudio Widman, relazione tenuta al convegno  Temenos “L’Eros del Viaggio” il 15 maggio 2010

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Bibliografia

Alciatus A., Emblemata V, C. Andreae Alciati Mediolanensis Iureconsulti, Antverpiae, ex Officina Palatiniana, 1648.

Freud S., «Tre saggi sulla teoria sessuale», in Opere, vol. IV, Torino, Borin- ghieri, 1970.

Freud S., «Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio», in Opere, vol. V, Torino, Boringhieri, 1972a.

Freud S., «L’analisi della fobia di un bambino di cinque anni (caso clinico del piccolo Hans)», in Opere, vol. V, Torino, Boringhieri, 1972b.

Jung C.G., «Simbolismo del mandala», in Opere, vol. IX/I, Torino, Borin- ghieri, 1980a.

Jung C.G., «Che cosa sono i mandala», in Opere, vol. IX/I, Torino, Borin- ghieri, 1980b.

Jung C.G., «Mysterium coniunctionis», in Opere, vol. IX/I, Torino, Bollati Boringhieri, 1990.

Jung C.G., Ricordi, sogni, riflessioni, Milano, Rizzoli, 1978.

Platone, «Fedro», in Tutti gli Scritti, Milano, Rusconi, 1991.

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Note

alciati

 

 

 

 

 

 

 

Fig. 1

der-Weg-des-Kommenden

 

 

 

 

 

Fig. 2

mandala

 

 

 

 

 

 

 

Fig. 3

Rosone

 

 

 

 

 

 

Fig. 4

simbolo-carta-da-gioco

 

 

 

 

 

 

 

Fig. 5

euro retro

 

 

 

 

 

 

 

Fig. 6

cerchi-nel-grano

 

 

 

 

 

 

 

Fig. 7

rotonde

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fig. 8

il-sé

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fig. 9

anima

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fig. 10

ruota

 

 

 

 

 

Fig. 11

ruota-della-fortuna

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fig. 12

prima-causa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fig. 13

mandorla

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fig. 14

mandala-libro-rosso

 

 

 

 

 

 

 

Fig. 15