Italo Calvino: “Le città invisibili”.

Le città invisibili si presenta come una serie di relazioni di viaggio che Marco Polo fa a Kublai Kan imperatore dei tartari: come brevi poesie sfilano davanti a noi le molte città visitate da Marco Polo e, lungo il viaggio, troviamo gli incontri del Kan con l’esploratore ad intessere una trama parallela, doppia, tanto lieve quanto suggestiva.

Kublai Kan invia molti messi in esplorazione, eppure Marco Polo è quello ascoltato con maggiore attenzione, tra loro nasce un incontro particolare, un dialogo denso che offre moltissimi rimandi a chi assiste al loro viaggio.

Così almeno è stato per me, trovando in questo strano testo un altro modo, forse più ermetico e che a che fare maggiormente con le immagini, di scrivere di psicologia. Dopo tutto, i narratori sono anch’essi degli esploratori della psiche.

Così Calvino ci accompagna nell’incontro con l’altrove, lo sconosciuto che è in noi, l’inconscio. Quell’area di mistero che sì troviamo nel mondo fuori da noi, ma che prima di tutto ci portiamo dentro: quante volte ci chiediamo come mai sentiamo certe emozioni, o per quale motivo ci svegliamo la mattina scossi da un sogno.

L’inconscio è un qualcosa che ci influenza dal di dentro, seppure noi non ne abbiamo consapevolezza.

Tracciare i contorni di questo sconosciuto è molto difficile: ci si trova a pensare che forse davvero la strada delle immagini o della poesia o dell’arte, offra maggiori possibilità di incontro che non il linguaggio del nostro quotidiano. Se pensiamo a quando siamo animati da qualcosa che, pure così forte nella sua presenza, è difficile da definire, naturalmente ci si trova a ricorrere ad immagini, noi stessi che non siamo né poeti né artisti – mi sentivo come in un buco nero, ad esempio – oppure, quando ci troviamo in particolarissime coincidenze, tanto dense che siamo portati a ricercare un senso superiore, sembriamo dirci stupiti che non può essere stata solo una coincidenza.

Allora come avvicinarci, come cercare di incontrare questa fetta di altrove che ci portiamo appresso. Attraverso il dialogo, con noi stessi e con l’altro, che oltre ad essere quella persona in carne ed ossa che ci troviamo di fronte è anche un pezzetto di noi, qualcosa di nostro. Prestiamo attenzione alla lente che ci poniamo davanti agli occhi: arrivare a questo incontro con il filtro del nostro pensare pratico in questo caso non sembra affatto fertile; anzi, finiamo col togliere forza e senso a quello che ci accade dentro. Ad esempio, questo strano sogno che mi sorprende la mattina è solo un caso o esprime qualcosa che io sto attraversando?

E ancora, le città che Calvino narra non ricordano nessuna di quelle che già conosco? Milano? Parigi? Che strano, capita di voler rintracciare quello che già sappiamo nel mistero…

In altre parole, tendiamo a voler tradurre in una lingua “razionale-diurna”, dove ad esempio quel che è rosso è rosso e 2+2 fa 4, un qualcosa che non nasce dalla nostra coscienza ma dall’inconscio, che, per sua natura, si esprime secondo altre modalità: nei sogni quel che è rosso, un attimo dopo può essere tutt’altro. Permettersi di visitare anche questo altro livello di senso, può essere la strada per iniziare a conoscerci meglio, anche se dovremo tollerare maggiore confusione e disorientamento – se 2+2 non è detto faccia sempre 4, su cosa contiamo?

Nelle città invisibili corre non a caso il tema dello specchio e del doppio, quasi che attraverso il nostro sguardo sull’ immagine riflessa di noi, possiamo vederci meglio, comprenderci un poco di più. Si parla allora di riflessione quale primo strumento del nostro viaggio. Così Kublai Kan e Marco Polo, nel linguaggio del sogno, possono apparirci due parti di una stessa persona, che è impegnata a tracciare delle mappe di sé. Allo stesso tempo, sentiamo il bisogno di trovare interlocutori privilegiati del nostro viaggio interno: a volte è l’innamorato, altre la guida spirituale, altre ancora l’analista. Come Dante, anche noi cerchiamo un Virgilio che ci accompagni nella discesa, ci stia accanto quando siamo sopraffatti dalla paura o dal dolore e ci permetta di fare i nostri passi, stimolando la nostra ri-flessione e, prima ancora, testimoniando del nostro viaggio.

Nel tentativo di esprimermi con chiarezza, ho sostato a lungo in un linguaggio diurno, visibile potrebbe dire Calvino; eppure questo testo mi aveva animata di altre suggestioni, calandomi nel mondo dei sogni. Calvino scrive nella sua introduzione al testo: “un libro (io credo) è qualcosa con un principio e una fine (anche se non è un romanzo in senso stretto), è uno spazio in cui il lettore deve entrare, girare, magari perdersi, ma a un certo punto trovare un’uscita, o magari parecchie uscite”; Le città invisibili sono esattamente questo: uno spazio in cui perdersi e ri-flettere, uscire, rientrare… viaggiare, trovare, trovarsi… quasi fosse un sognare ad occhi aperti.

Si tratta di un testo scritto in una lingua che non ci è familiare, perché è quella notturna del sogno, e per questo, a noi che veniamo dal mondo diurno ci appare difficile; c’è qualcosa dentro di noi che si ribella, eppure, se ci si lascia interpellare da questo viaggio, noi stessi ci mettiamo in cammino. Non mi sono in fondo troppo stupita del gran numero di progetti in rete attorno alle città invisibili, molti come me saranno stati chiamati a visitare questi paesaggi interiori.

Come Eusapia, Valdrada o Isaura, città duplici, questo articolo non può avere solo un sopra… per chi avrà la pazienza e il desiderio di proseguire la lettura vorrei tentare di restituire il giusto ritmo e le atmosfere delle città invisibili. Le città reali sembrano solo un lontano riflesso, un lontano rimando per un viaggio circolare sulle tracce di ciò che non è visibile. L’altrove… Noi stessi…

“L’altrove è uno specchio al negativo, il viaggiatore riconosce il poco che è suo, scoprendo il molto che non ha avuto e non avrà.” Eppure non è solo qualcosa che sta fuori da noi, che possiamo riconoscere come nostro o meno. L’altrove diventa un invisibile celato dentro, solo ai nostri occhi e con la nostra ricerca può prendere corpo e attraverso questa incarnazione, noi stessi possiamo acquistare sostanza.

“Un paesaggio invisibile condiziona quello visibile, tutto ciò che si muove al sole è spinto dall’onda che batte chiusa sotto il cielo calcareo della roccia.”

Lungo le tracce delle città invisibili, il confine tra dentro e fuori si fa sfumato; sopra sotto, esterno interno, lontano vicino, tutto si confonde. Marco Polo ci dice “… Forse questo giardino affaccia le sue terrazze solo sul lago della nostra mente…”, e noi con lui siamo in un altro viaggio e ci poniamo altre domande.

“– Io non ho desideri né paure, – dichiarò il Kan, – e i miei sogni sono composti o dalla mente o dal caso. – Anche le città credono di essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura. D’una città non godi le sette e le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà ad una tua domanda. (Marco Polo) – O la domanda che ti pone obbligandoti a rispondere, come Tebe per bocca della Sfinge.”

L’altrove è lo spazio e il tempo sfumato del nostro discorso interno. Attraverso di esso, attraverso l’altro, noi ci decliniamo in un fuori che ci restituisce qualcosa di noi stessi, delle nostre topografie interne. Quale strumento allora per intraprendere questo viaggio. In questo mondo che non è visibile, pure Marco Polo non spende il suo tempo a raccontarci di viaggi per mare o su dorso di cammelli. Qui nave e cammello, cavallo e carovana sono tutti raccolti nell’incontro tra il Kublai Kan e Marco Polo. Ciò che conta è il loro dialogo, il loro raccontarsi, quello spazio tra l’uno e l’altro che si fa teatro degli avvenimenti dell’uno e dell’altro mondo, quello visibile che si rispecchia in quello invisibile e ritorno.

Marco Polo confessa “Ogni cosa che vedo e faccio prende senso in uno spazio della mente dove regna la stessa calma di qui, la stessa penombra, lo stesso silenzio percorso da fruscii di foglie. Nel momento in cui mi concentro a riflettere, mi trovo sempre in questo giardino, a quest’ora della sera, al tuo augusto cospetto, pur seguitando senza un attimo di sosta a risalire un fiume verde di coccodrilli o a contare i barili di pesce salato che calano nella stiva.”

Il loro incontro è un gioco di specchi. Come le città sono visibili e invisibili così Marco Polo e Kublai Kan sono interlocutori esterni e pure si fanno contenitori interni del proprio dialogo. Il dialogo di chi? Chi è conosciuto e chi si fa conoscere? Chi sta nell’ombra e chi sta sopra, alla luce, nella città reale? Lungo la strada, potremmo scoprire di essere entrambe le cose.

L’impero con tutte le sue città, diventa una tela bianca dove Marco Polo e Kublai Kan sognano insieme. Sognano il mondo e se stessi, prende corpo un dialogo tra sé e sé.

Kublai Kan, imperatore di questo sconfinato mondo si trova a non conoscerlo, come chi si affaccia alla vita conosce così poco di sé. Marco Polo esplora con noi ed è immagine ri-flessa di noi: in questo dialogo possiamo svolgerci, svilupparci lungo un racconto e così conoscerci.
“Lo specchio ora accresce il valore delle cose, ora lo nega. Non tutto quel che sembra valere sopra lo specchio resiste se specchiato”.

Lo specchio ci rimanda un doppio invisibile, e forse potremo trovarci più interi e meno unidirezionali. Dapprima non avremo linguaggio per trovarci. Marco Polo non consce la lingua del Kublai Kan, si esprime a gesti, usa oggetti, inscena sciarade e il Kublai Kan fantastica interpretazioni. “Ma palese o oscuro che fosse, tutto quel che Marco mostrava aveva il potere degli emblemi, che una volta
visti non si possono né dimenticare né confondere”.

Per visitare il mondo dell’invisibile dobbiamo abbandonare il linguaggio diurno delle geografie, le pretese di traduzione perfetta e simultanea, dobbiamo sostenere la confusione e il disorientamento, Calvino ci racconta di città continue, nascoste… sottili, e le mappe che si vanno disegnando somigliano più a carte di viaggi mitologici che a efficienti navigazioni satellitari. Perdersi è il viaggio, e gli emblemi, le immagini, hanno la loro forza.

Chi non ricorda un sogno che lo ha toccato con intensità; l’invisibile rimane appiccicato addosso mentre si corre sulle strade della città diurna, quasi ci chiedesse di fermarci, di non scappare avanti e di incontrarlo. Poi, Marco Polo apprenderà la lingua, la lingua diurna del Kan, e allora entrambi capiranno quanto può essere prezioso il silenzio, il non proseguire oltre per quella strada.

La parola del mondo visibile, con la sua esigenza di logica e coerenza, è ancora insidiosa. Lo spazio del silenzio, quello gravido degli emblemi e delle molte ore passate nel nostro giardino è invece un contenitore pieno e rispettoso. È necessario capovolgere la nostra posizione; il silenzio si fa pieno e la lingua del quotidiano si fa vuota, quello che sta sotto diventa più importante di quello che sta sopra; di notte, i sogni ci dicono di noi più che i nostri curricula del mondo di sopra e, infine, giro-vagare e più importante che spostarsi lungo linee rette.

“Gli altri ambasciatori mi avvertono di carestie, di concussioni, di congiure, oppure mi segnalano miniere di turchesi nuovamente scoperte, prezzi vantaggiosi nelle pelli di martora, proposte di forniture di lame damascate. E tu? – chiese a Polo il Gran Kan. – Torni da paesi altrettanto lontani e tutto quello che sai dirmi sono i pensieri che vengono a chi prende il fresco la sera seduto sulla soglia di casa. A che ti serve, allora, tanto viaggiare?

[…]

Il veneziano sapeva che quando Kublai se la prendeva con lui era per seguire meglio il filo d’un suo ragionamento; e che le sue risposte e obiezioni trovavano il loro posto in un discorso che già si svolgeva per conto suo, nella testa del Gran Kan. Ossia, tra loro era indifferente che quesiti e soluzioni fossero enunciati ad alta voce o che ognuno dei due continuasse a rimuginarli in silenzio. Difatti stavano muti, a occhi socchiusi, adagiati su cuscini, dondolando su amache, fumando lunghe pipe d’ambra. Marco Polo immaginava di rispondere (o Kublai immaginava la sua risposta) che più si perdeva in quartieri sconosciuti di città lontane, più capiva le altre città che aveva attraversato per giungere fin là, e ripercorreva le tappe dei suoi viaggi, e imparava a conoscere il porto da cui era salpato, e i luoghi familiari della sua giovinezza, e i dintorni di casa, e un campiello di Venezia dove correva da bambino. A questo punto Kublai Kan l’interrompeva o immaginava d’interromperlo, o Marco Polo immaginava d’essere interrotto, con una domanda come: – Avanzi col capo voltato sempre all’indietro? – oppure; – Ciò che vedi è sempre alle tue spalle? – o meglio: – Il tuo viaggio si svolge solo nel passato?

Tutto perché Marco Polo potesse spiegare o immaginare di spiegare o essere immaginato spiegare o riuscire finalmente a spiegare a se stesso che quello che lui cercava era sempre qualcosa davanti a sé, e anche se si trattava del passato era un passato che cambiava man mano che egli avanzava nel suo viaggio, perché il passato del viaggiatore cambia a seconda dell’itinerario del viaggio compiuto.” Si torna ai simboli, al linguaggio notturno del mondo invisibile. “Col succedersi delle stagioni e delle ambascerie, Marco s’impratichì della lingua tartara e di molti idiomi di nazioni e dialetti tribù. I suoi racconti erano adesso più precisi e minuziosi che il Gran Kan potesse desiderare e non v’era quesito o curiosità cui non rispondessero. Eppure ogni notizia su di un luogo richiamava alla mente dell’imperatore quel primo gesto o oggetto con cui il luogo era stato designato da Marco. Il nuovo dato riceveva un senso da quell’emblema e insieme aggiungeva all’emblema un nuovo senso. Forse l’impero, pensò Kublai, non è altro che uno zodiaco di fantasmi della mente.

– Il giorno in cui conoscerò tutti gli emblemi, – chiese a Marco, – riuscirò a possedere il mio impero, finalmente? E il veneziano: – Sire, non lo credere: quel giorno sarai tu stesso emblema tra gli emblemi.”

In questo mondo, notturno e onirico, l’esploratore per antonomasia diventa compagno interiore di un viaggio ben più arduo del visitare le città visibili. Specchiandoci nell’altrove iniziamo a costruire nuove mappe. L’invisibile che ci accompagna e ci influenza costantemente si può rintracciare nel mondo, per la strada che noi facciamo e ci permette di viverci più consapevoli e interi.

Le città allora, emblema dell’altrove, si fanno contenitore delle peregrinazioni intorno a noi stessi. E Calvino ci consiglia di prestare attenzione; le città sono in continuo movimento e dove pensiamo di aver appena passato il centro ci troviamo ancora a doverci arrivare.

In ultimo, porto integralmente uno dei dialoghi tra Marco e il Kan. Leggere le città invisibili è già un moto che scende per la stessa forma in cui Calvino le ha scritte e questo dialogo ne è un buon esempio.

 

“POLO: – … Forse questo giardino affaccia le sue terrazze solo sul lago della nostra mente…

KUBLAI: – … e per lontano che ci portino le nostre travagliate imprese di condottieri e di mercanti, entrambi custodiamo dentro di noi quest’ombra silenziosa, questa conversazione pausata, questa sera sempre eguale.

POLO: – A meno che non si dia l’ipotesi opposta: che quelli che s’arrabattano negli accampamenti e nei porti esistano solo perché li pensiamo noi due, chiusi tra queste siepi di bambù, immobili da sempre.

KUBLAI: – che non esistano la fatica, gli urli, le piaghe, il puzzo, ma solo questa pianta di azalea.

POLO: – Che i portatori, gli schiaccia pietre, gli spazzini, le cuoche che puliscono le interiora dei polli, le lavandaie chine sulla pietra, le madri di famiglia che rimestano il riso allattando i neonati, esistano solo perché noi li pensiamo

KUBLAI: – a dire il vero, io non li penso mai.

POLO: – allora non esistono.

KUBLAI: – Questa non mi pare una congettura che ci convenga. Senza di loro mai potremmo restare a dondolarci imbozzoliti nelle nostre amache.

POLO: – L’ipotesi è da escludere, allora. Dunque sarà vera l’altra: che ci siano loro e non noi.

KUBLAI: – Abbiamo dimostrato che se noi ci fossimo, noi non ci saremmo.

POLO: – Eccoci qui, difatti.”

 

recensione di Simona Olivaripsicologa, psicoterapeuta e analista junghiana di Verbania