L’innamoramento: una vicenda proiettiva.

Tra il 6 e il 7 luglio 1812 Ludwig van Beethoven scrisse tre lettere, indirizzate ad una donna di cui pare fosse profondamente innamorato, una donna la cui identità rimane tuttora sconosciuta, ma alla quale ci si riferisce con l’espressione di “Amata Immortale”.

Quello che è certo è che le lettere non furono mai inviate: furono trovate in una credenza nei giorni che seguirono la morte del compositore. I biografi di Beethoven ancora oggi si arrovellano su chi potesse essere questa Amata Immortale: c’è chi sostiene che si trattasse della contessa Joséphine von Brunsvik, che fu probabilmente la donna più importante nella vita del compositore; secondo altri era Antonie Brentano, moglie di un ricco mercante di Francoforte, Franz Brentano, di cui Beethoven era amico per cui mai avrebbe accettato di rovinare il loro matrimonio (il che rese questo amore sì corrisposto, ma impossibile nella realizzazione).

In realtà, il piccolo ritratto di donna ritrovato accanto al manoscritto non corrisponde alle loro fattezze. Nel film “Amata Immortale” (1994) di Bernard Rose, che si ispira proprio a questo enigma, si avanza addirittura l’ipotesi che la donna in questione altro non fosse che la musica, dunque che non corrispondesse ad una persona fisica, realmente esistita. Sulla figura dell’Amata Immortale, insomma, si sono proiettate figure e fantasie di ogni tipo.

Questo aneddoto ben esprime un concetto a mio avviso essenziale: la vicenda dell’innamoramento presenta, tra i vari elementi da cui è caratterizzata, una componente proiettiva. Noi ci innamoriamo delle immagini e dei contenuti che proiettiamo sull’altra persona. Riprendendo quasi testualmente una definizione contenuta nei “Tipi psicologici” (1921) di Jung, la proiezione consiste nel trasferimento di un contenuto interno, soggettivo, su di un oggetto: il contenuto che viene proiettato è un contenuto inconscio, di cui il soggetto non è consapevole. Si tratta di un processo autonomo, che non è gestito dall’Io, dalla coscienza, bensì dall’inconscio: la proiezione non è qualcosa che noi facciamo, ma si fa da sé; non sono io che proietto un contenuto inconscio su un oggetto, ma è quel contenuto che proietta se stesso su un oggetto: la proiezione, insomma, è qualcosa che accade. Si tratta, inoltre, di un meccanismo inevitabile: noi non possiamo non proiettare, e non possiamo venire a contatto con il nostro inconscio se non proiettando. La proiezione, almeno in un’ottica junghiana, non è un meccanismo difensivo, bensì un processo costruttivo; come sostiene Widmann, nell’articolarsi del processo proiettivo accade qualcosa di psicologicamente significativo: un contenuto che era inizialmente inconscio comincia ad emergere, ciò che era originariamente indifferenziato diventa progressivamente più conscio, ciò che era indistinto si è differenziato.

Figure e cose investite di proiezione vengono letteralmente trasfigurate: diventano qualcosa che sta in luogo di qualcos’altro, acquisiscono un valore quasi magico (basti pensare all’alone misterioso che avvolge l’Amata Immortale…) e vanno a costellare esperienze autenticamente ed intensamente reali, esperienze che ci toccano profondamente e che sono molto cariche emotivamente. Tutto questo succede ogni volta che accade una proiezione, e tutto questo viene moltiplicato a dismisura nel momento in cui ci innamoriamo: nell’innamoramento, infatti, noi proiettiamo sull’altra persona contenuti che in realtà ci appartengono, contenuti particolarmente profondi che riguardano l’alterità che è presente in noi stessi. Noi, anche se ce lo siamo dimenticati, siamo noi stessi e l’opposto di noi stessi, l’altro da noi stessi: soltanto che l’opposto è stato relegato nell’inconscio. Dal momento che, secondo Jung, tutto ciò che è inconscio viene proiettato, anche l’opposto, l’alterità che è in noi viene proiettata fuori di noi, sulla persona di cui ci innamoriamo. L’alterità per eccellenza è rappresentata dagli aspetti controssessuali della psiche, che Jung chiamava Anima e Animus. Anima rappresenterebbe l’aspetto femminile inconscio che è presente in ogni uomo e può essere definita come l’immagine o la sedimentazione di tutte le esperienze che l’uomo fa della donna. Animus rappresenterebbe l’aspetto maschile inconscio che è presente in ogni donna e che può essere definito come una specie di sedimento di tutte le esperienze che la donna fa dell’uomo. Nell’innamoramento questi contenuti inconsci, profondi, si proiettano sull’altra persona, che diventa quindi la personificazione di quei contenuti, la portatrice dell’immagine dell’Anima o dell’Animus, e questo produce una forza di attrazione (e a volte di repulsione) immensa.

Questa spiegazione potrebbe generare un fraintendimento: si potrebbe pensare che la dinamica sopra descritta, ammesso che sia vera, spieghi solo un certo tipo di situazione, cioè un innamoramento eterosessuale. Eppure Jung non aveva di certo una visione limitata, basti pensare che, in un suo saggio intitolato “Sull’archetipo, con riguardo al concetto di Anima”, afferma che “l’omosessualità preserva il tipo dell’uomo primigenio, l’Anthropos originario che è l’unione degli opposti, del maschile e del femminile, quindi l’archetipo ermafroditico, che viene entro certi limiti perduto nell’essere univocamente sessuato”: affermare questo nel 1936 era alquanto coraggioso. Il fraintendimento cui accennavo prima si dissolve immediatamente nel momento in cui pensiamo ad Anima e Animus non come a contenuti strettamente e rigidamente legati al genere sessuale, perché altrimenti si commette l’errore di confondere il maschile con l’uomo ed il femminile con la donna, mentre in questo contesto si sta parlando di Maschile psicologico e di Femminile psicologico, aspetti entrambi presenti nella psiche di ognuno di noi. Forse occorre cominciare a vedere Anima ed Animus, non tanto, o non solo, come aspetti controsessuali, ma soprattutto nei termini di alterità. Ciò che ci attrae dell’altra persona è, appunto, il fatto che sia altra da noi, che rappresenti l’Altro.

Jung diceva che abbiamo già sperimentato abbastanza la maledizione di essere soltanto la metà di noi stessi, soltanto coscienza o soltanto inconscio. Ciò che sperimentiamo nel momento in cui ci innamoriamo è la possibilità di incontrare l’Altro, l’altra parte di noi, e di esserne profondamente attratti. Questo Altro viene in effetti proiettato sull’altra persona, che diventa quindi la personificazione dell’alterità: si tratta di una fase necessaria, vitale, ma è soltanto una fase iniziale. Ad un certo punto occorrerebbe rendersi conto che quell’Altro che si proietta sull’altra persona è in realtà un proprio contenuto: l’Altro non esiste soltanto al di fuori di me, ma anche e soprattutto in me. Quando si riesce a compiere questo passaggio, quindi a differenziare e successivamente integrare un contenuto che era originariamente indifferenziato, inconscio, si realizza un importante processo trasformativo: ci si riconosce la possibilità non solo di incontrare l’Altro, ma di essere anche Altro. In questo senso l’innamoramento è una creazione di mondo, una rifondazione di se stessi, un rinnovamento della propria identità, una rinascita: la nascita della complexio oppositorum, l’unione degli opposti dentro di sé.

Andrea Graglia, psicologo ad orientamento junghiano di Torino

 

Riferimenti bibliografici:

  • C. G. Jung, Tipi psicologici
  • C.G. Jung, Sull’archetipo, con particolare riguardo al concetto di Anima