Lo sguardo nella costituzione del sé. Dallo sguardo al selfie.

Il mondo dell’arte e delle relazioni è fatto di sguardi. Lo sguardo non è qui inteso come l’organo di cui è disposto il corpo la cui funzione è la vista. Anche il cieco è dotato di sguardo.  Derrida:  “L’occhio può perdersi, può smettere di funzionare, ma la visione è un’altra cosa, appartiene a un ordine totalmente differente”.

Jacques Lacan, nel 1949, formulerà per la prima volta quello che lui stesso definirà come “Lo stadio dello specchio come formatore della funzione dell’io”.  Il bambino guardandosi per la prima volta allo specchio rimane incantato e sorpreso, cerca di riconoscere se stesso in quell’immagine e inizia a gesticolare, a guardarsi e guardare come reagisce lo specchio ai suoi gesti.  Il primo sguardo che incontra il bambino è quello della madre. La madre che funge da riconoscimento dell’altro.

Lacan si interroga sulla l’azione che provoca l’immagine che lo specchio offre e mostra nell’essere umano, Lacan lo chiama Soggetto in quanto è sempre effetto di qualcosa: soggetto di qualcosa. Lacan si interroga quindi nella sua teorizzazione dello specchio: come si forma il soggetto?

L’immagine allo specchio del soggetto è un’immagine altra rispetto al soggetto, un’immagine che svolge un’azione costituente su di esso, che gli offre dunque un’immagine di sé, gli offre un abito; il soggetto arriva ad esistere. Allo stesso tempo rimane sempre un’immagine Altra a cui il soggetto non potrà mai coincidere.

Però lo scarto prodottosi rispetto all’immagine di sé data dallo specchio genera di rimbalzo una frammentazione del corpo, non tutto il corpo prende forma attraverso l’immagine dello specchio.

Questo evidenzia:

1) il potere dell’altro sul soggetto;

2) la condanna alla mancanza, a non poter mai coincidere con se stessi e a essere altro da sé;

3) un residuo di corpo che rispetto alla compatezza dell’immagine risulta frammentato.

La disagio nella personalità Borderline è proprio il sentirsi frammentato e di vivere il tempo in modo frammentato, non percepisce la continuità storica.

Ora lasciando Lacan sullo sfondo, il bambino ha bisogno dello sguardo della madre per crescere, lo sguardo lo accompagnerà durante la sua separazione dai genitori verso l’esplorazione del mondo.

Lo sguardo è Archetipico, è lo sguardo del mondo, sono gli occhi con cui vivrà il mondo. L’immagine archetipica la troviamo nell’occhio di Osiride e la sua frammentazione in sei parti. Il terzo occhio di Shiva, l’occhio del padre nella religione cattolica che vede e provvede a tutto. Lo sguardo di Medusa che pietrifica.

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Il primo sguardo aiuta il bambino nella formazione del narcisismo primario, da qui nasce la sua prima immagine di sé. Molti bambini nella prima infanzia cercano lo sguardo della madre, “Papà guardami” .

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Un ulteriore passaggio sta nell’autoritratto dove autore e soggetto dell’immagine coincidono, ma proprio là dove pare che ci sia massima prossimità, sovrapposizione perfetta, si apre un abisso; ciò che è identico si sdoppia, differisce da sé, si allontana nel tentativo di ritrovarsi.

Derrida fa esporre apposta, nella galleria di volti, numerosi autoritratti. L’effetto che ha sull’autore è di straniamento, di interferenza, come se l’immagine che uno ha di sé resti sempre un po’ sfasata, non corrisponda mai del tutto a quella che si deposita in immagine, che si scopre ritraendosi o vedendosi ritratto: «Riconoscersi, allora, è riconoscere l’inconvenienza a se stessi, accettare la discordanza e arrischiarsi allo scarto annichilente a costo di perdervisi, di ritrovarsi altri» .

La ricerca spasmodica di fare il Selfie perfetto deriva dal desiderio di ricucire quello scarto, di eliminare la parte oscura di noi, Ma il Selfie può anche essere usato come terapia se introdotto nell’analisi personale o in un contesto educativo.

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Cristina Nunez (1)

 

Per poi fare il passo successivo: non più essere guardati ma guardare.

 

Elsa Falciani, Psicologa e analista a orientamento junghiano

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Note:

  1. Cristina Núñez nasce in Spagna nel 1962 e dopo il diploma inizia immediatamente ad occuparsi di fotografia. La sua fama di artista è nata con il tema di cui si occupa da più di vent’anni : l’autoritratto terapeutico. Con un passato di uso di droghe alle spalle, e quindi una giovinezza difficile, a Los Angeles nel 1988 coglie il primo sguardo curativo su se stessa e si guarda per la prima volta con “lo sguardo di cui ha bisogno”. Parte così l’autoterapia del self-portrait. Nel 2012 l’artista vince il Celeste Prize per il progetto per Montreal “Someone to love” partito nel 2007.