Mistero d’ amore ovvero bere l’amaro calice della nostra funzione ultima.

Jung termina il volume di “Sogni, Ricordi, riflessioni”, scritto verso la fine della sua vita, con queste parole, da cui le mie considerazioni prendono volentieri avvio anche perché sono quelle con cui è stato inaugurato il circolo Temenos che ci ospita. Come medico e come uomo, scrive Jung di essersi spesso trovato di fronte al mistero dell’amore, e di non essere mai stato capace di spiegare cosa esso sia. Arduo definire gli incalcolabili paradossi dell’amore: padre e madre di ogni coscienza, è povertà e ricchezza, luce e tenebra, ci rende sue vittime e a un tempo suoi strumenti. Possiamo anche ribellarci, o sottometterci, non ne conosciamo la fine né il fine, ne dipendiamo e ne siamo sostenuti. È l’impulso profondo che spinge l’Io a rompere i propri confini e a spogliarsi di certezze e onnipotenze, è l’impulso del Sé a realizzarsi. E se siamo un po’ saggi, chiamiamo questo mistero – parla di mistero dell’amore – con un nome ancora più sconosciuto, quello di Dio. Dio infatti è amore, in quanto, sottolinea, è unione degli opposti (1).

Il racconto della sua vita si chiude con una apertura e uno squarcio, una sospensione, una indicazione. Alla luce della pubblicazione del Libro Rosso, questo sigillo dell’opera assume uno spessore e una significatività nuovi. Il testo è straordinario, sorprendente, e commuove. La prima volta che l’ho avuto tra le mani (a Ravenna, in tedesco, prestatomi per una notte da Claudio Widmann) sono stata male, tale la forza dell’impatto. Pubblicato in italiano da solo un mese, mi ha consentito una prima lettura, e credo che per comprenderlo ci vorranno anni di lavoro, di studio, di approfondimento e di esperienza di vita. Offro quindi un piccolo sentiero di riflessioni, necessariamente parziale, appena accennato. Jung dice di non essere mai stato capace di spiegare cosa sia l’amore, e in questo si comporta come un vero iniziato ai Misteri: sa che non si possono raccontare, né descrivere.

Il Libro Rosso è dedicato, direi consacrato per intero a questa iniziazione, che coglie Jung nella metà della vita, a 35 anni; in quell’anno tra l’altro leggeva la Divina Commedia, altra storia di un uomo giunto nel mezzo del cammino. Per fortuna oggi la metà della vita si è forse un po’ spostata, così – sempre forse – possiamo avere un po’ di tempo in più. Nel 1913 Jung più volte ha raccontato di aver avuto sogni e visioni terrifici che riguardavano esondazioni, fiumi di sangue, glaciazioni, segni per noi chiari di un esordio di follia, di una tracimazione dei contenuti dell’inconscio che si preparano a travolgere l’Io, i suoi equilibri, le sue mura fortificate (2).

Preoccupato, li annota con attenzione. Scopre nel tempo che non a lui si riferiscono, ma a quanto accade nell’ambiente accanto a lui, negli eventi che segnano l’Europa che lo circonda. Come è possibile, si chiede stranito? Sappiamo che così inizia la scoperta e l’esplorazione dell’inconscio collettivo, ma assistiamo anche a qualcosa di radicale e sconvolgente. Jung incrocia il suo opposto, il contrario che vive all’interno di se stesso; nella breccia che la crisi della Grande Guerra apre in ogni uomo, gli si presenta l’Altro, la sua funzione infera. Scopriamo qui senza possibili equivoci che Jung è un tipo di pensiero, che a metà della vita incrocia il sentimento. Possiamo immaginare cosa possa significare per un uomo di scienza, per un ricercatore rigoroso, scoprire di possedere dentro di sé una sorta di mago ricco di fosche e ridondanti premonizioni, che lo collega all’empatia verso i suoi simili e alle profondità della storia?

Al pre-pensiero, che nominerà più avanti, si oppone il pre-sentimento, un albore affettivo oscuro e infero che lo trascina nelle tenebre del non senso. L’unilateralità ricca di conferme del suo Io, dedito agli studi, alla carriera, a uno straordinario successo internazionale si incrina, ed egli viene afferrato dallo spirito del profondo, che lo distoglie da ciò che è utile e intenzionato, dalle richieste dello spirito del suo tempo. Alla nostra coscienza, che prosegue progressivamente scartando tutto ciò che non serve e non è utile a costruire specializzazioni, competenze, superiorità (e dall’altro lato ghetti in cui rinchiudere fuori dalla nostra vista, fuori dalle nostre mura tutto ciò che è vinto e ultimo) si oppone una potenza più grande, sottesa da sempre alla storia, che lo costringe con «tenaglie roventi» (sono parole sue) ad accogliere in sé quanto c’è di più ripugnante, piccolo, sviante, meschino. Non per punizione o per un progetto di redenzione, non per «farne qualcosa», ma come «farmaco di immortalità » (3).

Sappiamo tutti cosa vuol dire bere l’amaro calice della nostra funzione ultima, che abbiamo sempre riversato nelle nostre idiosincrasie; quando ci accorgiamo che il più vile dei nostri nemici siede in noi, ne restiamo sconvolti. Jung non si accontenta di capire, di essere ospitale verso questo incrocio fatale. Ci va dentro, con un coraggio da sperimentatore e da uomo serio che commuove. Scende le pareti di un vulcano e decide di aprire quell’oscura porta che lo metterà in contatto con tutto ciò che sta «sotto» di noi, quel «flusso impetuoso che, nell’oscurità dell’anima, scorre verso l’eternità», come lo descrive nel Mysterium coniunctionis  (4), «l’occulto, colpevole Dio-fiume del sangue» di cui parla Rilke nelle Elegie Duinesi (5). E non solo: quando ordina il grande libro in pergamena con copertina rossa di cuoio a Emil Stiers, contemporaneamente si dimette dalla carica di primo presidente dell’Associazione internazionale di psicoanalisi e dalla Facoltà di medicina dell’Università di Zurigo di cui era docente.

Siamo nel 1914. Gli avvenimenti della vita seguono il destino che viene tracciato dal profondo; tutti noi sappiamo che così deve essere e che non può che essere così, che presto o tardi, consenzienti o nolenti, felicemente o tragicamente, lì siamo ricondotti. Vocatus atque non vocatus, ci richiamerà. Ma il coraggio di aderirvi prontamente e di sconfiggere le pretese e i successi dell’Io (in questo caso riconoscimenti e cariche di eccezione) conosciamo bene quanto costa e di che prova, di che tentazione si tratti. Jung capisce, accoglie, ospita, perché capire è un ponte, è una possibilità di tornare in carreggiata mentre spiegare è un arbitrio, a volte un assassino. Le cose più forti di noi, le cose divine si patiscono; tra i dotti hai contato quanti assassini ci sono? Migliorare e dare leggi è un errore e un male, la via del profondo ci porta all’amore vicendevole, alla comunione (6). Ma l’amore non è quel sentimento che lascia ogni cristiano esterrefatto davanti al male del mondo, lamentandosi costantemente che Dio non sia perfezione e non abbia creato un mondo più facile e con leggi solo giuste. Dio è appunto amore, e l’amore è tremendo, è devastante: tiene insieme gli opposti in noi e non ci permette più di scaricarli sul nemico, l’amico, il fratello. L’amore siede nella parte sinistra, quella del cuore (7), come scrive analizzando la prima figura del Rosarium Philosophorum ne La psicologia del transfert (come si approfondisce tutta l’opera che Jung ha scelto di pubblicare, come si amplia lo spettro delle sue parole!), quando Re e Regina per conoscersi si danno la mano sinistra, scegliendo di mettere in gioco tutta la parte ambigua, sconosciuta, piena di pensieri sinistri, eticamente turbata, affettiva e infettiva di noi stessi che emerge in ogni incontro.

L’amore ci costringe e ci vince e ci convince a ripercorrere il cammino di Cristo, a lasciare i nostri dèi gloriosi e robusti delle foreste per questo pallido asiatico che finisce inchiodato a un legno come una martora, martoriato. Nessuno può evitare questo cammino, anche se siamo portati costantemente a delegare a potenti, redentori e salvatori il fatto di risparmiarcelo: l’uomo si è rifiutato di fare del Golgota la propria esperienza esistenziale, e così facendo ha trasformato l’Europa di quegli anni in un immenso Calvario (8) – intuizione folgorante.

Quando ho parlato al dott. Lopez del tema su cui mi concentravo, mi ha suggerito di ricordare che il Mistero cela il sacrificio. Nel seguire il cammino di Jung, pellegrino degli inferi, scopriamo che lo presuppone. Scrive Lévinas: «Solamente un essere arrivato a incrinare la sua solitudine attraverso la sofferenza e la relazione con la morte si pone su un terreno dove la relazione con l’Altro diventa possibile» (9). Atroce come una notte senza sonno è intuire l’Altro, l’opposto presente in me, presenza dell’aldilà dell’aldiqua (10), annota Jung. L’opposto, la quarta funzione, l’alterità si insinuano come un morbo, una febbre, un veleno che ci nauseano, hanno odore maleodorante e sanno di immondizia, sono masticati da tutti; ti portano diritto sulla via del tuo inferno personale, con i detriti che arrivano alle ginocchia. Sembra spassoso quello degli altri (come ci divertiamo, quando studiamo la tipologia, a parlare di quella altrui!), ma il proprio è costituito da tutto quanto hai gettato via a calci e bestemmie. Ci entrerai non da castigatore o soffrendo, ma da citrullo ottuso e curioso, spoglio e stupito (11). L’autoconoscenza non è un passatempo intellettuale ma un viaggio attraverso i quattro continenti dove si è esposti a tutti i pericoli sia del mare che della terra, sia dell’aria che del fuoco. Un atto di conoscenza totale abbraccia i 4 – 360! – aspetti dell’Essere, ricorda Jung nel Mysterium (12).

Muore così dentro di noi per sempre la parte eroica, che ci aveva ammantato di vittoriosa impenetrabilità, muoiono potenza e volontà, e nelle macerie della miseria e dell’umiltà, tra paura e precarietà, sulla paglia di una stalla, nasce Dio come Bambino divino che in sé contiene le più spaventose delle contraddizioni, tutte. Solo quando l’eroe muore e tutto è vile e tende a salvarsi, Dio dalle crepe della torre crollata si insinua nel cuore dell’uomo, generato dalla sua anima vergine, fazzoletto incontaminato di terra, bambina che tiene in mano i misteri più grandi. Atto d’amore è accogliere in noi la nostra parte più ferita e fragile, accorgersi che dobbiamo amare l’ultimo degli uomini perché arriva terribile il momento in cui ci accorgiamo che l’ultimo degli uomini siamo noi (13), perché solo nella legge dell’amore nulla è perso e scarto non deve esistere.

Così si recupera anche tutto ciò che è passato, che è umile e a volte irredento, come grida lo sciame dei morti che ci precedono e ci perseguitano se non sono stati onorati, come lo stuolo di pellegrini morti che suonano invisibili al suo campanello nel 1916 risvegliando i Septem sermones ad mortuos. Atto d’amore è come Maria farci pietosi verso la nostra parte che è stata torturata dallo spirito del tempo, messa in croce, martirizzata. Perché così facendo non curiamo solo noi stessi, ma ci prendiamo cura del Dio ferito. Nei tempi straziati della storia e della nostra vita noi bestemmiamo Dio perché non ci salva, come bambini che vogliono rimanere figli di un genitore giusto e potente, e non pensiamo che Dio nei tempi eccezionali è insieme a noi nell’abisso del non senso e della paralisi, e non sentiamo che è tempo di prendere in mano anche lui, insieme alla nostra vita stessa. Jung viandante si orienta verso est, alla ricerca dell’origine della luce, e a metà strada incontra il gigante divino, Gilgamesh- Itzubar assetato di tramonto (ed è il primo disegno, fatto la notte di Natale del 1915). Le sue domande inquisitive, la sua scienza paralizzano il Dio, che giace a terra avvelenato, pronto a lasciarsi morire. L’abbiamo ucciso con la smania di comprenderlo e con i nostri occhi di basilisco, dice Jung (14), che sente anche con certezza che la sua vita sarebbe rimasta spezzata se non fosse riuscito a guarire il suo Dio. Rimasto accanto a lui nella gelida notte di stelle, si interroga su come riuscire a trasportare questo peso immane, questo essere che da bambino gravava sulle spalle del gigante Cristoforo fino a farlo quasi affogare. Ridotto a fantasia, a immagine, diviene così leggero e sop-portabile che l’uomo lo può caricare sulle spalle, rischiando di essere trasportato in aria da tanta levità, e sa che deve proteggerlo tanto quando è malato, portarlo nella casa ospitale degli uomini. Dopo averlo nascosto in un uovo, come negli antichi Misteri quando si chiudevano i pezzi del dio sacrificato nel lychnon, utero e sacco di cuoio, vengono pronunciate delle incantazioni, che si rivelano essere (ed è un colpo al cuore) le preghiere del Natale: il Natale si fa festa misterica calcata su schemi antichi, diviene il momento dello smembramento e del rimembrare; è l’occasione per generare, nel nostro cuore e nelle nostre intime stanze, il Dio che viene.

Ed è quanto hanno fatto dopo di lui anche altri uomini e donne straordinari, che ce ne hanno lasciato testimonianza. Penso a Hans Jonas (15), che davanti al massacro dell’olocausto in cui perse la madre e la famiglia riuscì a ripensare Dio, accorgendosi che durante gli anni in cui si scatenò Auschwitz Egli era rimasto muto. I miracoli furono opera di uomini: Dio tacque e non intervenne perché non era in condizione di farlo. Auschwitz diviene per lui un evento sacro, perché ci costringe a ripensare Dio come un Dio che si rivela impotente: che schianto per l’uomo, fatto a sua immagine e somiglianza, sentirsi figlio di un Padre che non può e non garantisce nessuna onnipotenza, ma che insieme a noi vive la sconfitta della volontà e della forza, annientando ogni divina garanzia! E ricordo Etty Hillesum, quando scrive che «l’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è salvare un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini… tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere la tua casa in noi» (16). Si tratta qui della seconda Guerra mondiale; Jung presente già questa urgenza venticinque anni prima, di fronte al disordine feroce della prima Guerra mondiale. Vi sono parole di Heidegger particolarmente calzanti per il cammino che Jung sta compiendo in questi anni; partendo dai versi di Hölderlin (IV 190): «Ma là dov’è il pericolo, cresce/anche ciò che salva» il filosofo annota: «La salvezza deve venire là dove i mortali svoltano nella loro essenza. Ci sono mortali che giungono più presto nell’abisso dell’indigente e nella sua indigenza? Costoro, i più mortali fra i mortali, sarebbero i più arrischiati» (17). Il rischio che Jung corre è grandissimo: offre se stesso come esperimento vivente per segnare un passaggio, capace di cambiare la concezione dell’uomo e dell’esistenza, di cui si guarda bene di diventare il profeta o l’annunciatore. Il suo dono è la sua esperienza, che cercherà di tradurre in termini comprensibili, ricercandone le tracce in altri saperi e altri cammini, sia quello alchemico o delle varie forme di autorappresentazione, sia nelle vie percorse dai suoi pazienti, come per esempio nel materiale visionario di Christiana Morgan da lui approfondito nelle Visioni. L’essere umano non viene più definito dal suo Io ma relativizzato da diverse funzioni, che dislocano il suo Io e aprono la via al Sé, centro trascendente dell’esistenza.

A ben pensarci è una rivoluzione copernicana, una teoria della relatività pari a quella che Einstein formulava non a caso proprio in quegli anni, tra il 1905 e il 1913. L’essere umano ha parti non visibili e non specializzate, che lo approfondiscono e che cambiano i parametri di sanità e malattia, di mortalità e immortalità dell’anima, che segnalano lo spessore di ogni parola che pronunciamo e di ogni gesto che compiamo. Affondato per tre quarti nel magma incandescente dell’inconscio, tessuto e generato dalla tenebra, a metà tra ordine e caos, l’uomo ha il compito di sposare le sue parti inferiori per non agire sempre il conflitto al di fuori di sé. Ma mettere un seme in quel concime vuole anche dire avere radici profondissime e salde. La propria parte infera e morta va resuscitata, e la cura passa attraverso un atto ambiguo che ci sporca le mani, un sapersi contaminare con il sacro, fatto di voluttà e di angoscia. Di questo parla in una delle sue più belle pagine dedicate all’essenza della cura nel Mysterium Coniunctionis, quando descrive la capacità necessaria al medico di conoscere e maneggiare «quella serie di fantasie che stanno alla base, da un lato, delle formazioni deliranti che compaiono in forme di schizofrenia paranoide, e dall’altro dei processi di guarigione che sono all’opera nelle nevrosi psicogene» di cui egli ben deve conoscere le oscurità terrene e ultraterrene (18).

In questo luogo di contaminazione e con-fusione in cui primigenia sta ogni possibilità di germinazione e di smarrimento, di perdita di senso e di ricreazione del mondo in nuove cosmogonie, stanno le radici dove si intrecciano i semi di quanti ci hanno preceduto e di quanti verranno: è il luogo misterico dell’eros, dove si annoda il segreto della vita. Così descrive Kerényi l’essenza e il fulcro dei Misteri eleusini (19). La nostra parte più vile qui affonda, immersa in un sonno simile alla morte, che necessita di un calore vitale capace di tenere indistinti bene e male. È parte della via, malattia e inizio di guarigione. È madre di ogni infamia e di ogni simbolo salvifico. È la forma primordiale della creazione, primissimo oscuro impulso che fluisce segreto e rende fertile la terra, scaturendo dalle fessure impreviste. È l’essere più profondo che gridava, non desiderava offerte ma la disponibilità della nostra carne. Emerso alla luce, porta con sé inquietudine e discordia, dubbio e pienezza della vita. Tutto è compiuto, teteleszai era il grido dell’iniziato nel momento del compimento e diviene il grido di Cristo in croce: questo è il Venerdì santo, annota Jung, quando il Signore morì, scese all’inferno e portò a compimento il Mistero. Non solo Dio rinasce intero e tutto nuovo: il viandante comprende che il nuovo Dio sta in ciò che è relativo, ma che anche l’uomo ha una vita del tutto nuova, che inizia dalle sue ferite. «Io sono rinato, e senza nome, mi sono diviso in due accettando me stesso e sono la mia parte minore, più povero e più piccolo» (20).

Cosa pensi di fare ora che hai capito, a Jung chiederà qualche anno dopo l’Anima, proprio quando pensava di essere arrivato alla fine di un tratto di strada, dopo la pubblicazione dei Tipi psicologici. Sai quello che c’è da sapere, gli dice, ma non vivi tutto quello che c’è da vivere, che si esprime soltanto «nella trasformazione delle relazioni umane, le quali non possono essere sostituite nemmeno dalle più profonde conoscenze» (21). Si emerge dall’iniziazione battuti e spogli, e semplicemente umani.

Il compito è il proprio giardino, la propria incarnazione, il ciclo della nostra esistenza. Perché la via e la verità sono la vita, questa vita stessa: «non c’è altra via, ogni altra strada è sbagliata» (22). Lo spirito del profondo ci conduce sorprendentemente all’amore per ciò che è piccolo, quotidiano, semplice.

Nelle altezze sta il divenire, il ghiaccio degli spazi siderali della mente, la freddezza assassina, la consapevolezza della vita ma non il tuo vivere. «Il vero Paradiso/ per l’uomo/ è l’amore/ per la vita», canta Alda Merini. L’incontro con il proprio nucleo divino ci convince che Dio vuole la nostra vita, vuole passare e vivere attraverso noi stessi, e ci forza a trovare la via del Sé più personale, la vita fondata su noi stessi. Sembra una banalità, appare facile, ma per noi è la cosa più assurda e difficile, un autentico mistero che necessita un’iniziazione. Perché i Misteri non possono essere spiegati, come Jung scrive alla fine della sua autobiografia, ma soltanto semplicemente vissuti.

 

cvGiulia Valerio, relazione tenuta al convegno  Temenos “L’Eros del Viaggio” il 15 maggio 2010

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Note

  1. C.G. Jung, Ricordi, sogni, riflessioni, Milano, Rizzoli, 1984, pp. 413-14.
  2. C.G. Jung, Ricordi…, cit., p. 217; Jung parla. Interviste e incontri, a cura di W. McGuire e R.F.C. Hull, Adelphi, Milano 1999, pp. 299-300 e altrove.
  3. C.G. Jung, Il Libro Rosso. Liber Novus, Torino, Bollati Boringhieri, 2010, p. 230.
  4. C.G. Jung, «Mysterium coniunctionis», in Opere, vol. XIV, tomo I, Torino, Bollati Boringhieri, 1989, p. 103.
  5. R.M. Rilke, Elegie Duinesi, III, v. 2.
  6. C.G. Jung, Il Libro Rosso, cit., p. 231.
  7. C.G. Jung, La psicologia del transfert, Milano, Il Saggiatore, 1961, p. 60.
  8. C.G. Jung, Il Libro Rosso, cit., p. 255.
  9.  «Seul un être arrivé à la crispation de sa solitude par la souffrance et à la relation avec la mort, se place sur un terrain où la relation avec l’autre devient possible». Emmanuel Lévinas, Le temps et l’autre, Paris, Presse Universitaire de France, 1979, pp. 63-64.
  10. C.G. Jung, Il Libro Rosso, cit, p. 264.
  11. Ibidem.
  12. C.G. Jung, «Mysterium coniunctionis», cit., p. 204.
  13. C.G. Jung, Visioni, vol. 1, Roma, Edizioni Magi, 2004, p. 69.
  14. C.G. Jung, Il Libro Rosso, op. cit., p. 281.
  15. H. Jonas, Il concetto di Dio dopo Auschwitz, Genova, Il Melangolo, 2005.
  16. E. Hillesum, Diario. 1941-1943, Milano, Adelphi, 1985.
  17. M. Heidegger, «A che poeti?», in Holzwege. Sentieri erranti nella selva, Milano, Bompiani, 2002, pp. 348-349.
  18. C.G. Jung, «Mysterium coniunctionis», op. cit., p. 103.
  19. C. Kerényi, Miti e misteri, Torino, Boringhieri, 1979, pp. 159 sgg.
  20. C.G. Jung, Il Libro Rosso, cit., p. 304.
  21. Si tratta di una citazione dai Libri Neri, riportata in S. Shamdasani, «Introduzione», in C.G. Jung, Il Libro Rosso, cit., p. 212.
  22. C.G. Jung, Il Libro Rosso, cit., pp. 232 e 298.