Umberto Galimberti: “I miti del nostro tempo. Idee che ci possiedono”.

Un libro, questo di Umberto Galimberti, che andrebbe letto e riletto, soprattutto da parte di chi svolge professioni legate all’aiuto e alla formazione della persona: educatori, consulenti familiari, religiosi, psicologi e psichiatri. Ma anche dai padri e dalle madri che oggi svolgono un ruolo di “prima linea” e di vera e propria “trincea” nell’educazione di loro figli.

Contro la “prigrizia” di certe idee che non mettiamo più in discussione, l’arma più efficace è quella del “giudizio”, ossia della capacità di discernere e di criticare le idee e i valori che guidano la nostra vita. Quando i nostri valori si sono “scollegati” dalla nostra esperienza e dalla nostra coscienza e nascono da semplicstiche introiezione di idee “stereotipate”, allora significa che non siamo più guidati dalla nostra coscienza ma da dalle idee a cui abbiamo aderito “acriticamente”.

“Conosciamo le malattie del corpo, con qualche difficoltà le malattie dell’anima, quasi per nulla le malattie della mente. Eppure, anche le idee della mente si ammalano, talvolta si irrigidiscono, talvolta si assopiscono, talvolta come le stelle si spengono. E siccome la nostra vita è regolata dalle nostre idee, di loro dobbiamo avere cura, non tanto per accrescere il nostro sapere, quanto piuttosto per metterlo in ordine” (pag. 11). Ci sono alcune idee che “per ragioni biografiche, culturali, sentimentali o di propagandasono così radicate nella nostra mente da agire in noi come dettati ipnotici che non sopportano alcuna critica, alcuna obiezione. E non perché siamo rigidi o dogmatici, ma perché non le abbiamo mai messe in discussione, non le abbiamo mai guardate da vicino. Chiamiamo queste idee mitimai attraversati dal vento della de-mitizzazione” (pag. 11).

“A differenza delle idee che pensiamoi miti sono idee che ci possiedono e ci governano con mezzi che non sono logici, ma psicologici, e quindi radicati nel fondo della nostra anima, dove anche la luce della ragione fatica a far giungere il suo raggio. E questo perché i miti sono idee semplici che noi abbiamo mitizzato perché sono comode, non danno problemi, facilitano il giudizio, in una parola ci rassicurano, togliendo ogni dubbio alla nostra visione del mondo che, non più sollecitata dall’inquietudine delle domande, tranquillizza le nostre coscienze beate che, rinunciando al rischio dell’interrogazione, confondono la sincerità dell’adesione con la profondità del sonno. Ma occorre risvegliarci dalla quiete che le nostre idee mitizzate ci assicurano, perché molte sofferenze, molti disturbi, molti malesseri nascono non dalle emozioni di cui si fa carico la psicoterapia, ma dalle idee che, comodamente accovacciate nella pigrizia del nostro pensiero, non ci consentono di comprendere il mondo in cui viviamo, e soprattutto i suoi rapidi cambiamenti, di cui i media quotidianamente ci informano senza darci un discernimento critico che ci consenta di intravedere quali idee nuove dobbiamo escogitare per capirlo” (pag. 12).

“Per recuperare la nostra presenza al mondo, una presenza attiva e partecipe, dobbiamo rivisitare i nostri miti, sia quelli individuali sia quelli collettivi, dobbiamo sottoporli a critica, perché i nostri problemi sono dentro la nostra vita, e la nostra vita vuole che si curino le idee con cui la interpretiamo, e non solo le ferite infantili ereditate dal passato che ancora ci trasciniamo” (pag. 12).

“Critica è una parola che rimanda al greco kríno, che vuol dire ‘giudico’, ‘valuto’, ‘interpreto’. Ogni giudizio, ogni valutazione comportano una crisi delle idee che finora hanno regolato la nostra vita, e che forse non sono più idonee ad accompagnarci nella comprensione di un mondo che si trasforma anche senza la nostra collaborazione. Chi non ha il coraggio di aprirsi alla crisi, rinunciando a quelle idee-mito che finora hanno diretto la sua vita, non guadagna in tranquillità, ma si espone a quell’inquietudine propria di chi più non capisce, più non si orienta” (pag. 12).

 

Recensione

Umberto Galimberti, I miti del nostro tempo, Feltrinelli, 2009