Motivi simbolici nelle lame dei Tarocchi.

Nel 1783 Court de Gebelin racconta così il suo incontro con i Tarocchi: “un attimo prima non ci pensavo neppure; conosce questo gioco? – mi dissero; lo guardo e subito vi riconosco l’Allegoria”. Mi è accaduto qualcosa di simile verso il 1983, quando vidi per la prima volta una mostra di tarocchi; credevo si trovare del ciarpame da fattucchiere intriso di concretismo e invece mi ritrovai circondato da immagini affascinanti, che immediatamente percepii simboliche. E nacque la mia curiosità per queste immagini.

Storicamente la prima apparizione dei tarocchi è documentata presso le corti estensi (Ferrara – Milano) nella prima metà del 1400 e costituisce un ampliamento delle carte da gioco che erano in uso almeno dal 1200. Nei tarocchi le comuni carte da gioco sono dette arcani minori e comprendono quattro semi: coppe, denari, bastoni, spade in Italia; cuori, quadri, fiori e picche in Francia; Herzen, Laub, Eicheln e Schellen (cuori, foglie, ghiande e sonagli) in Germania. Ogni seme comprende carte numerali che vanno dall’uno al dieci e quattro carte di corte: fante, cavaliere, re e regina. Accanto agli arcani minori, i tarocchi presentano 22 carte figurate dette arcani maggiori o trionfi. Basta uno sguardo a queste 22 figure e una scorsa alle loro denominazioni per “cogliere l’Allegoria”, per comprendere cioè che si tratta di immagini simboliche:

0. il matto;
1. il bagatto (o mago)
2. la papessa (o Giunone)
3. l’imperatrice
4. l’imperatore (o Giove)
5. il papa
6. l’innamorato (o l’amore)
7. il carro
8. la giustizia
9. l’eremita (o vegliardo)
10. la ruota della fortuna
11. la forza
12. l’appeso
13. la morte
14. la temperanza
15. il diavolo
16. la torre (o casa di Dio)
17. le stelle
18. la luna
19. il sole
20. il giudizio (o l’angelo)
21. il mondo

È possibile che i “triunphi dorati” dei tarocchi si siano ispirati all’usanza medioevale di celebrare i trionfi (o rappresentazioni) di vicende umane. Petrarca (1352) ci ha lasciato la descrizione di sei Triunfi che sono: Amore, Pudicizia, Morte, Fama, Tempo, Eternità. Due di essi (Amore e Morte) figurano certamente anche nei tarocchi; altri trovano solo delle evocazioni (ad esempio il trionfo del Tempo riecheggia nella figura dell’Eremita). E’ importante sottolineare che questi Triunfi, secondo il Petrarca, sono esperienze umane ordinate gerarchicamente: sull’amore (immagine della pulsione) trionfa la pudicizia (immagine del controllo da parte dell’Io); ma sull’Io trionfa la morte, che lo annienta; sulla morte trionfa la fama, che è in grado di sopravviverle; ma sulla fama trionfa il tempo, che finisce per dissolverla. Poi, persino sul tempo, trionferà l’eternità. In questo modo nell’iconografia dei trionfi entra un criterio evolutivo e un orientamento transpersonale che va dalla pulsione all’eternità. Così noi guarderemo ai tarocchi come a una raccolta di temi evolutivi in direzione transpersonale.

Se le carte da gioco sono nate in Oriente, i tarocchi sono nati certamente in Europa e i loro temi figurativi attingono all’immaginario medioevale e alla sensibilità neoplatonica. Vorrei illustrare questo aspetto presentando un tarocco un po’ anomalo che è il cosiddetto Tarocco del Mantenga (ca 1465). Esso comprende cinque gruppi di carte che trattano:

  • delle condizioni umane (dal misero fino al papa);
  • delle ispirazioni spirituali (con Apollo e le nove Muse);
  • delle attività intellettuali (dalla grammatica alla teologia, passando per tutte le altre discipline);
  • delle inclinazioni dell’animo (con le sette virtù);
  • delle dimensioni cosmiche (dalla Luna fino alla Prima Causa).

Questa sequenza di immagini propone una visione filosofica di trasmutazione dell’uomo (dal Misero al Papa, che è “Dio in terra”), di educazione dell’Anima (Apollo e le Muse), di raffinazione dell’intelletto (Grammatica – Teologia), di evoluzione del comportamento (le sette virtù) e di armonizzazione con il cosmo (Luna – Prima Causa).

Questa serie di immagini focalizza, a mio avviso, il tema dello sviluppo psichico dell’uomo e lo colloca nel rapporto con le dimensioni “cosmiche”. Dunque, pone sul tappeto il tema dell’individuazione. È possibile che, partendo dal variegato immaginario medioevale, le 22 figure dei tarocchi si siano autoselezionate a rappresentare momenti, passaggi e problemi del percorso di individuazione.

Tenterò di inquadrare alcuni aspetti del principium individuationis nelle carte dei tarocchi sviluppando qualche osservazione su due aspetti di queste carte:

  • le strutture numeriche dell’intera serie;
  • l’iconografia degli arcani maggiori.

 

Le strutture numeriche

Abbiamo visto che gli arcani minori si dividono in quattro semi; questi sono stati messi ripetutamente in correlazione con gli elementa fondamentalia di Platone. K. Newman, per parte sua, pone in relazione i quattro semi con le quattro funzioni psichiche:

  • coppe e funzione sentimento;
  • spade e funzione pensiero;
  • bastoni e funzione intuizione;
  • denari e funzione sensazione.

Come l’universo di Platone è organizzato attorno ai quattro elementi, gli arcani minori sono organizzati attorno ai quattro semi e l’attività psichica vive delle nostre quattro funzioni. Il quattro, scrisse Jung

“è la premessa logica per ogni giudizio di totalità”, (1942/1948, p. 164).

Ogni seme possiede poi quattro carte di corte: fante, cavaliere, regina e re e qui ritroviamo un tema noto: si tratta di tre figure maschili e una femminile. Ciò ripropone il tema simbolico del “quarto escluso”, cioè di una triade dominante su un elemento minoritario. Sappiamo che nella vita psichica questo problema investe soprattutto il rapporto fra conscio e funzione inferiore. I tarocchi sono l’unico mazzo in cui le carte di corte sono presenti tutte e quattro: nelle carte francesi cavaliere e fante si fondono nel Jak, salvaguardando la permanenza della regina; nelle carte italiane la donna scompare del tutto, forse riflettendo l’ampia rimozione del femminile all’interno del quaternario. L’architettura degli arcani minori è intessuta attorno al simbolismo del quattro, ma converge su quello del dieci: oltre alle 4 carte di corte, difatti, ogni seme ha anche 10 carte numerate. Credo che siamo manifestamente dinanzi a una tetratkys dove il 10 costituisce lo sviluppo simbolico del quattro. L’addizione teosofica di quattro, difatti, dà dieci (4+3+2+1 = 10). Potremmo tradurre questa simbologia dicendo che il quattro contiene in sé il dieci; il quattro è decade in potenza così come il dieci è quaternità in atto. Se il quattro è “premessa di totalità”, il dieci è “conseguenza di totalità” è totalità portata a termine, tradotta in atto. Graficamente il dieci accosta uno e zero; è l’incontro algebrico fra l’unità originaria e la totalità finale, fra l’unità primordiale (preconscia, collettiva e psicoide) e l’unità portata a compimento, la grande unità del Sé. Ma è anche l’incontro fra l’unicità del singolo e il grande cerchio cosmico, fra l’individuo e la globalità. Esso introduce cioè al rapporto fra unità e totalità.

La “riduzione teosofica” di dieci, difatti, dà uno (10=1+0=1). Ciò riconduce il valore segreto del dieci all’unità, per riaffermare che entro la singolarità è ricompresa la totalità dell’intera serie. Per i pitagorici era chiaro che sia il quattro sia il dieci costituivano lo sviluppo dell’uno. Mi pare che i tarocchi diano adeguata rilevanza a questo concetto: la carta numero uno (asso) è abitualmente raffigurata con particolare enfasi. Sono anche interessanti quei giochi (e non sono pochi) in cui l’asso vale molto più di uno; nel gioco popolare della briscola, ad esempio, l’asso vale non uno, ma undici punti. E undici (11) è manifesta esaltazione dell’uno. Se posso tentare una sintesi, gli arcani minori mi pare mettano in evidenza che il quattro e il dieci discendono dall’unità e contemporaneamente riconducono all’unità. Così, sono propenso a vedere negli arcani minori lo scenario archetipico, lo sfondo universale sul quale si colloca il percorso di individuazione.

Con la loro simbologia che procede dall’uno al dieci passando per il quattro, costituiscono lo sfondo generale (cosmico) su cui si colloca l’avventura umana, quella che verrà illustrata dagli arcani maggiori. Rimane però una perplessità: se queste carte simbolizzano l’universo, il generale, l’assoluto, perché sono detti minori?, perché sono più banali, più ripetitivi, iconograficamente più poveri e meno elaborati degli arcani maggiori? A margine di questi interrogativi, io ho solo una riflessione.

Molto spesso anche nella pratica psicoterapica il riferimento teorico, metapsicologico, la filosofia dell’uomo sono ritenuti aspetto “minore”; gli orientamenti più materialistici della psicologia elaborano tecniche, appuntano l’attenzione sul cosa fare, assumono una teoria sommaria e sbrigativa della vita psichica. Poco o nulla si occupano della “visione” dell’uomo; rigettano ogni “immagine visionaria” dell’esistenza, del senso esistenziale, della presenza umana nello sviluppo del cosmo e della coscienza.

In ogni caso gli arcani minori parlano del mistero dell’uno che si squaderna nelle categorie del quattro per manifestarsi nella molteplicità del dieci; quelli maggiori s’incardinano invece sul binomio del tre e del sette. In realtà i trionfi sono 22, ma una carta (il Matto) non è numerata o ha numero zero. Per questa ragione si è sempre parlato di 21 figure che convergono su una carta extra, soprannumeraria. Pare che di nuovo si proponga il tema archetipico della molteplicità che converge nell’unità. Ventuno è il prodotto dei fattori primi 3 e 7 che sono i simboli archetipici consacrati fin dal pitagorismo a rappresentare la manifestazione del Sé nell’esperienza umana. Sette – scriveva Giamblico – “è il numero più congeniale e più connaturale alla costituzione dell’Uomo”; è il numero che “governa le cose mortali”. Per la cabala il sette è numero prediletto da Dio (“tutti i settimi sono beneamati da dio” si legge in Sefer Yetzirà). Dai Pitagorici è immaginato come ponte (“medio”) fra l’oscura totipotenza originaria (l’uno) e l’abbagliante, utopica pienezza del Sé (la decade). Dai rabbini ebraici è visto come numero del legame, dell’interdipendenza fra Dio e il suo popolo (è nel settimo cielo o Aravot che Dio si unisce a lui). Come l’uomo possa farsi medio fra totalità originaria e unità finale, è sviluppato dal simbolismo del tre. Questo numero è archetipo del “distendersi dalla potenza all’atto”, quindi dell’azione concreta, della dynamis; è l’archetipo che cala nelle categorie della storicità. “La triade -scrive Jung – è uno sviluppo dell’uno nella conoscibilità. Tre è l’uno diventato conoscibile”. E più avanti precisa che la triade esprime l’inconscio “processo di trasformazione della psiche nella sua totalità” (1942/1948 p. 125 e p. 188).

Il tre è dunque immagine della totalità psichica nel momento in cui diventa processo concreto e realtà empirica. Mi pare che gli arcani maggiori con il loro simbolismo fortemente incentrato sul tre e sul sette alludano al progetto più proprio dell’uomo, quello di farsi Anthropos, dando realizzazione concreta all’unità-individualità attraverso l’azione creatrice e fecondatrice della coscienza. In questo senso il simbolismo numerico dei tarocchi si produce in un’ulteriore, sfumata indicazione. L’intero mazzo è costituito da 77+1=78 carte. Il 77 è un’esaltazione del 7, cioè della vicenda trasmutativa e individuativa; la carta unica, extranumeraria riconduce al concetto di un’unità quale inizio e fine di ogni cosa e di ogni vicenda. Questa carta è il Matto, carta senza numero o con numero zero. E questo apre le riflessioni sul livello figurativo dei tarocchi.

 

Le strutture immaginative

Se disponiamo i tarocchi in cerchio, a ruota (rota è un anagramma di taro che ha sempre stimolato le riflessioni dei simbolisti), vediamo che l’immagine del Bagatto è coerente con la sua posizione di n. 1. Ritratto dell’uomo qualunque, a volte un po’ “bagattato”, è talvolta artisan e sempre Artifex. Sul suo tavolo vi sono utensili artigianali che nei secoli si sono precisati come i 4 semi (spade, bastoni, ori e coppe). Gli autori dell’ottocento vi ascrissero le 4 voci della ricerca esoterica: sapere (coppe), osare (spada), volere (bastone), tacere (denari), ma – in modo a per più pertinente – sono già stati associati con le quattro funzioni. Al di sopra del tavolo è evidenziato il rapporto con la funzione superiore: una di esse difatti è maneggiata (cioè tenuta in mano) più manifestamente e disinvoltamente. Al di sotto del tavolo pare evidenziarsi invece il rapporto con la funzione inferiore: il tavolo, pur avendo quattro gambe, ne mostra solo tre e una rimane “in ombra”. Contemporaneamente il tre introduce quell’elemento dinamizzante che gli è proprio e che è necessario affinché il processo di individuazione si metta e si mantenga in moto. Il cappello del Bagatto, nel corso dei secoli, ha preso la forma del lemnisco e il suo profilo (∞) rimanda all’infinito, che è il vero termine di riferimento del principium individuationis. Non pochi hanno accostato la posizione del tronco e delle braccia all’aleph ebraico (ﬡ), prima lettera dell’alfabeto e immagine archetipica degli inizi. In sintesi, mi pare che il Bagatto possa essere una figura che simbolizza in forma compiuta il momento iniziale, la fase di avvio del processo di individuazione.

L’arcano n. 21 o Mondo pare esprimere in maniera altrettanto adeguata il momento finale, difatti è la più mandalica delle immagini. Il quaternario iniziale (i quattro utensili disordinati e sbilanciati del Bagatto) qui si è organizzato nei quattro punti ordinali. Oltre ai quattro elementi esso richiama i quattro evangelisti e, prima di essi, i quattro figli di Horus e si associa alle costellazioni degli equinozi e dei solstizi (dunque del cerchio zodiacale nel suo insieme). Il rotondum quale simbolo onnicomprensivo della totalità compiuta e ordinata ha caratterizzato questo arcano fin dalla sua comparsa. La sua circolarità non allude più ai circoli viziosi in cui si perde il Misero, né alle minute circulationes che scandiscono il processo individuativo; essa è archetipo del vortice cosmico che gli orientali designavano con il nome di svastica e che fisici come F. Capra riconoscono quale essenza della materia. Il tarocco del Mantenga dà una raffigurazione di questo vortice cosmico immaginato in forma circolare nella carta della Causa Prima. In altri tarocchi il circolo prende forma di mandorla o di ghirlanda, spesso intrecciata o adornata di rose, simbolo di completezza e di spiritualizzazione della vita (vedasi la “candida rosa” di Dante). La figura centrale di questo arcano si è invece modificata nel corso dei secoli, precisandosi come raffigurazione femminile dell’Anima Mundi, l’essenza che anima l’universo (vegetalis in arboribus, sensibilis in pecoribus, rationalis in hominibus, sec. XII). In questa carta la figura femminile fa girare la ruota cosmica con la sua danza. Spesso questa figura porta un velo, più sollevato che coprente, allusione a quel velo di Maya che parla delle inevitabili velature che impediscono all’Io di possedere la Verità, di ottenere quella profonda visione della Realtà che è del Sé e non dell’Io.

Nella ruota dei tarocchi il Matto (arcano senza numero e contrassegnati con lo zero) viene prima del Bagatto e dopo il Mondo: esso è inizio e fine del processo. Nel suo aspetto inferiore (il Matto come inizio) esprime l’incoscienza, la possessione, la follia anche clinica. Ha il vestito cencioso dei disadattati o quello variopinto di Arlecchino, con allusione alla molteplicità caotica e incoerente in cui si trova. Nei tarocchi delle origini ha penne scombinate in testa, forse a segnalare l’involuzione degli aspetti spirituali che di preferenza si simbolizzano nel volo, nell’uccello, nell’ala e dunque nelle piume. Fin dai Tarocchi del Mantenga il Matto è inseguito da un animale (spesso cane) che lo azzanna a una gamba: potrebbe essere un’istintualità animalesca che afferra e impedisce di progredire? L’ iconografia più antica è straordinariamente simile alla Stultitia di Giotto. Il salmo 52 recita: “lo stolto dice nel suo cuore: Dio non esiste”.

Accettata l’identità Dio/Sé così ampiamente documentata da Jung, il Matto è dunque colui che ignora il Sé, che ha perso di vista la realtà del Sé. Ma una lettera ai Corinti, evidenzia ben più complesso rapporto fra follia e divino: “se alcuno fra di voi – vi si legge – crede di essere savio della sapienza di questo secolo, diventi stolto per essere sapiente. Poiché la sapienza di questo mondo davanti a Dio è stoltezza” (I, 3, 18-19). Nel suo aspetto superiore il Matto, quindi, è colui che conosce non solo i linguaggi razionali dell’Io, ma soprattutto quelli sconcertanti dell’inconscio e quelli imperscrutabili del Sé. I progetti, le convinzioni dell’Io – dal punto di vista del Sé – sono vera follia. Allora il fardello del Matto contiene le vanità in cui s’addensa la sapienza (la “pietra gettata per via che diverrà pietra d’angolo” degli alchimisti). La stranezza del matto è dovuta a una conoscenza più profonda del supercosciente (perché l’infinito non è di nostra competenza, il Sé non è compatibile con l’Io e quanto più l’Io si accosta ad esso, tanto più pare di sragionare). Il cane che tallona il Matto lo costringe a una corsa incessante perché la ricerca dell’individuazione è un cammino senza sosta (“la meta del viaggio è farlo” direbbe Dieter Baumann).

 

Il percorso individuativo

In una prospettiva simbolica di questo tipo, mi pare chiaro che i tarocchi parlano del processo individuativo e che l’inizio e la fine di questo processo sono raffigurati chiaramente. Senza entrare in dettagli, dirò che anche le altre figure dei Trionfi hanno significati simbolici attinenti a questo percorso. La questione successiva è questa: nei tarocchi esiste solo un significato delle figure o anche un significato della sequenza? Ovvero, l’ordine in cui sono disposte le figure indicano tappe ordinate nel processo di individuazione? Alcuni lo sostengono. Wirth, ad esempio, ritiene che la sequenza dei tarocchi rispecchi i passaggi del processo iniziatico e distingue una “via secca”, maschile o razionale, che comprende i passaggi dal Bagatto alla Forza. Le sue considerazioni si prestano ad essere rilette anche in ottica psicologica. Nelle prime undici carte, ad esempio, è sempre la figura umana a occupare tutto il campo; per cinque volte essa siede maestosamente in trono; ha abitualmente in mano degli strumenti e tutta la sequenza termina nell’immagine della Forza. Si può dedurre che questa via mette al centro l’individuo, privilegia l’operatività (l’iniziativa individuale), esalta la conoscenza, il dominio e il controllo. Accanto a questa via, Wirth individua una “via umida” o femminile e intuitiva, che comprende i passaggi dall’Appeso al Matto. In queste undici carte prevalgono elementi naturali e cosmici; la figura umana è ridimensionata nella presenza e nelle proporzioni; compaiono immagini androgine (il Diavolo, l’Angelo) e la sequenza evolve verso un’immagine mandalica del Cosmo. Si può dedurne che qui il baricentro è spostato al di fuori dell’Io, che sull’operatività prevale la partecipazione al Tutto; che il contatto con l’inconscio (Matto) viene preferito al controllo su di esso. Queste osservazioni paiono sostenibili, ma forse non risolvono completamente la questione della sequenza. La caratteristica più forte dei tarocchi sta nella loro natura “disordinata”, nella loro mobilità, nel loro essere carte da stendere, da osservare e da rimescolare.

Nel loro disordine è celata la più vera sequenza, il cui ordine ogni volta va ricercato e ricreato.

 

cvClaudio Widman