Nel bel mezzo di una spiaggia. Ovvero sull’apertura alle istanze dell’ inconscio.

Proviamo insieme a fare un grande sforzo di immaginazione. Proviamo a immaginare una spiaggia, una spiaggia lunga con la vegetazione fitta da una parte e, dall’altra parte, il mare con tutta la sua ricchezza e tutti i suoi pericoli. Proviamo a immaginare i profumi e il rumore delle onde che si infrangono sulla battigia. La spiaggia è un posto molto speciale; è un microclima che riveste grande importanza dal punto di vista naturalistico, ma è un posto ancora più degno di attenzione dal punto di vista psicologico. Qui su questa nostra spiaggia immaginale, possiamo scorgere, da una parte, la terra ferma, la solidità con tutto ciò che metaforicamente questa implica: la razionalità, la logica, la coerenza, la quotidianità dell’Io, la concretezza e tutte quelle categorie che noi usiamo e di cui abbiamo bisogno per leggere e percepire la realtà che ci circonda. Dall’altra parte troviamo il mare: la fluidità, la liquidità totale, la fantasia, l’irrazionale, la necessità di abbandonare il solito atteggiamento dell’Io e di lasciarsi andare. Assieme al piacere di una tale esperienza, c’è naturalmente anche il rischio di rimanere in balia delle correnti e di essere portati via dalle onde. La spiaggia che si trova in mezzo tra la solidità e la fluidità partecipa alla vita di queste due sponde, quella solida e quella liquida, senza essere né l’una né l’altra. È ovviamente un posto solido come è solida la sabbia. Ma si tratta di un solido che spesso si comporta come un liquido. I piedi affondano nella sabbia se proviamo a camminarci sopra con lo stesso piglio, la stessa determinazione che usiamo quando camminiamo sull’asfalto, per esempio. E quante chiavi e quante monete e quanti oggetti abbiamo perso sulla spiaggia, nella sabbia che inghiottisce come il mare. È una solidità non proprio solida, una solidità sui generis. È propria quella solidità speciale e psicologica che nasce e cresce nella coscienza quando questa è a contatto in modo consapevole e fiducioso con l’inconscio. Dove finisce esattamente la spiaggia e dove comincia il mare? Basterebbe che arrivasse un’onda anomala per spostare la linea di demarcazione, come basterebbe una semplice raffica di vento per alzare un po’ di sabbia e spostare all’indietro quel punto di passaggio dalla spiaggia alla terra ferma.

La spiaggia è un vero «regno di mezzo», paragonabile a un atteggiamento psicologico fluido, ma che non abbandona totalmente il legame con la concretezza. È il regno di mezzo perché il liquido e il solido si incontrano qui e si compenetrano; la logica da una parte e la fantasia dall’altra trovano insieme un modus vivendi nell’ immaginazione creativa e nella vita simbolica che da essa emerge.

La spiaggia può essere l’angolazione migliore per riflettere su ciò che Carl Gustav Jung fece nel suo grande Libro Rosso perché la spiaggia è un posto squisitamente simbolico. Quando Jung cominciò, nel 1913, a lavorare sul materiale che era destinato a diventare il contenuto del Libro Rosso, si trovava davanti a un mare magnum che per molti versi gli faceva paura: le sue visioni, i suoi sogni insistenti, alcune emozioni incandescenti, e delle grandi delusioni. Allo stesso tempo non poteva non tenere in considerazione la solidità di una persona professionale e l’approccio scientifico alla sofferenza psichica. Dovette scoprire, trovare, creare, elaborare per se stesso l’equivalente di una spiaggia, un modo per incontrare i demoni e gli angeli che emergevano da quel mare. Un modo per fare un passo verso queste presenze e poter interagire con loro. Jung sa di non potersi arroccare sulla terra ferma, limitandosi a interpretare questi elementi emergenti con il distacco o con l’arroganza di chi pensa di sapere tutto perché ha la scienza dalla sua parte. Questi elementi, quelle presenze nel suo inconscio, esigevano di più, e lo stesso Jung sentiva che questi elementi, questi fantasmi, queste immagini dell’inconscio meritavano molto di più. Meritavano un’accoglienza attenta e prudente, ma un’accoglienza che andava al di là del solito atteggiamento della coscienza che si limita a interpretare assegnando significati alle forze inconsce sulle quali poggia la nostra stessa capacità di interpretare. Jung si è avvicinato al mare, ha affrontato le onde e ha corso i suoi rischi; facendo questo egli ha trovato una nuova base, un nuovo asse portante della sua personalità. E allo stesso tempo ha aperto per tutti noi una nuova prospettiva psicologica. Questa prospettiva psicologica è una vera rivoluzione copernicana nel modo di intendere la psiche e nel modo di relazionarsi con ciò che vive e che si fa sentire dentro di noi. Jung ci ha portati sulla spiaggia, nello spazio simbolico dell’immaginazione creativa. Non dobbiamo dimenticare che per Jung l’immaginazione creativa è l’unico fenomeno primordiale al quale noi abbiamo accesso (1).

È ciò che ci permette di forare la rete della proiezione e dell’illusione, trasportandoci oltre la barriera della Maia. Questa possibilitàdi vedere oltre la barriera epistemologica delle nostre proiezioni è allo stesso tempo un modo per partecipare a tutto ciò che succede in quel al di là psichico di cui Jung parla ripetutamente nel Libro Rosso. L’immaginazione creativa e la vita simbolica che nasce da essa diventeranno, da Jung in poi, la base, il fulcro, il perno della terapia e della cura della psiche. A questo punto sento quasi di dovervi chiedere scusa perché il Libro Rosso è già pieno zeppo di immagini, è un vero trionfo dell’immaginazione creativa. Ci sono castelli e torri, ci sono montagne e pianure, streghe e guerrieri, ci sono serpenti parlanti… e io mi sono permesso di proporvi un’altra immagine ancora, quella della spiaggia. Si tratta di un’immagine alquanto attinente ed estremamente utile alla nostra riflessione. Credo che questa licenza che mi sono concesso sia molto in armonia con lo spirito di Jung perché è la nostra stessa immaginazione creativa che noi dobbiamo valorizzare. Se noi ci limitassimo soltanto ad ammirare o a ripetere insistentemente le immagini già usate da Jung, rischieremmo di uccidere l’immaginazione creativa e di distruggere ancora un’altra spiaggia.

Erano anni molto difficili quelli in cui questi scritti e queste esperienze di Jung presero forma. Nel 1912 Jung pubblicò il suo libro I simboli della trasformazione (2) ed è quel libro, o meglio la seconda parte di quel libro, che segna la vera rottura con Freud. Lo scambio epistolare tra Jung e Freud si interromperà bruscamente nel 1913, lo stesso anno in cui Jung, parlando a Londra, userà per la prima volta il termine psicologia analitica invece della dicitura movimento psicoanalitico. Al congresso dell’Associazione Internazionale Psicoanalitica, dove Freud per la seconda volta sviene davanti a Jung, lo stesso Jung viene riconfermato come Presidente dell’associazione, ma al momento della votazione il gruppo viennese decide di astenersi.

Jung quindi viene riconfermato come presidente, ma si tratta di una vittoria a metà, e di una ferita per lui. Giravano voci secondo le quali Freud dubitava persino della buona fede del suo ex-discepolo e Jung, ferito dalla scarsa fiducia mostratagli dal suo ormai ex-mentore, lasciava la direzione della rivista dell’associazione psicoanalitica, un posto che era stato suo sin dalla fondazione della rivista stessa. È di questo periodo il resoconto, che troviamo nei suoi Libri Neri, delle prime esperienze forti e destabilizzanti vissute. Nel 1914 Jung rassegna le dimissioni dalla presidenza dell’associazione e poco dopo lascerà anche il suo posto all’Università di Zurigo. A questo punto si è totalmente «spogliato». Ha fatto un enorme sacrificio, il sacrificio della persona, della sua maschera istituzionale, e ha messo seriamente in gioco la sua posizione professionale, la sua visione della psiche e l’equilibrio della sua stessa personalità.

Uno dei suoi interlocutori che interagiscono con la coscienza di Jung nel Libro Rosso è una presenza «solitaria». Questa figura prende diverse forme nel libro, ma è sempre caratterizzata dalla sua completa solitudine; credo che nessun’altra figura avrebbe potuto meglio rappresentare la posizione di Jung in quel periodo. Jung sa di dover sacrificare quello che lui chiama «il conforto della comprensione». Sa di dover affrontare le aspre critiche del mondo professionale e del mondo della religione istituzionale. Questo è il prezzo che egli paga per entrare in sintonia, per esempio, con la figura del mago Filemone che appare più volte nel libro. Sarà questa figura a insegnare alla coscienza di Jung come andare oltre la ragione e la scienza che sono in grado di cogliere soltanto una parte della vita della psiche e dell’Anima. A un certo punto Filemone offre alla coscienza di Jung, in una di queste esperienze immaginative, una specie di bacchetta magica. In realtà, nel testo del libro Jung si trova con questa bacchetta magica in mano. St tratta di uno strumento simbolico, una specie di ramo d’oro che permette di rendere – come spiega lo stesso Filemone – l’incomprensibile, in qualche modo avvicinabile grazie all’immaginazione simbolica. Un eccellente esempio di un’istanza inspiegabile, l’amore, verrà trattato approfonditamente nelle riflessioni della collega, Giulia Valerio. Ci sono state varie reazioni alla pubblicazione di questo libro. Alfredo Lopez, nella sua introduzione a queste riflessioni intorno al Liber Novus, ha già parlato del grande successo che il libro sta riscuotendo negli Stati Uniti. Oltre all’importante mostra sul libro allestita presso la Rubin Museum a Chelsea, New York, ci sono stati dibattiti e incontri fra artisti e persino stelle del cinema. La Biblioteca del Congresso di Washington ha riservato un posto d’onore a questo testo junghiano, un riconoscimento concesso davvero a pochi. Ma alcune persone molto vicine a Jung, come Marie-Louise von Franz e il nipote psicoanalista Dieter Baumann, hanno assunto negli ultimi anni una posizione nettamente contraria alla pubblicazione di questo libro, insistendo che meritava grande rispetto e discrezione.

Il Libro Rosso è, dopo tutto, il diario segreto e intimo dell’anima di Jung. Per permetterci di capire la sua psicologia, Jung ci ha lasciato materiale a sufficienza: tutti i volumi delle sue Opere, i testi dei suoi seminari, numerose interviste, e ben tre volumi di lettere. Ora, il Libro Rosso è stato pubblicato ed è a disposi- zione del grande pubblico di studiosi e di curiosi, ma le critiche della dottoressa von Franz e del dottor Baumann possano continuare a funzionare per noi come una specie di chiave di lettura perché si tratta di un testo intimo, molto privato, di una rara intensità che merita grandissimo rispetto, discrezione e probabilmente molto silenzio. Come sappiamo dagli insegnamenti di Jung e dei suoi seguaci, quella pratica così delicata e importante nominata da lui l’Immaginazione Attiva che consiste in un dialogo tra la coscienza e le istanze della psiche inconscia non dev’essere interpretato nel modo tradizionale da persone estranee al dialogo.

Il senso dell’esperienza risiede nell’esperienza stessa che per le sue caratteristiche di interazione tra mondo conscio e l’in- conscio, è di natura squisitamente simbolica. Il testo del Libro Rosso va letto, e rispettato, nello spirito di questa consapevolezza. Altre persone sono state contrarie alla pubblicazione del testo, non tanto per una questione di rispetto, ma perché credevano che in qualche modo Jung e la figura di Jung avessero bisogno di essere protette. Giravano voci, girano tutto- ra voci di un grave episodio schizofrenico, di un periodo di pazzia che avrebbe dato vita a questo libro. 

Già Winnicott nella sua recensione di Ricordi, sogni, riflessioni credeva di poter intravedere i segni di una psicosi infantile nel suo autore. Pochi mesi fa un giornale qui in Italia ha pubblicato un articolo autorevole che contiene una grossa imprecisione. L’articolo racconta che Jung avrebbe dichiarato in un’intervista rilasciata al grande storico delle religioni comparate, Mircea Eliade, di aver effettivamente vissuto un episodio schizofrenico. Basterebbe leggere il testo originale di questa intervista, per rendersi conto che Jung stava descrivendo le paure che aveva provato all’epoca delle sue esperienze e sogni e della stesura del libro, e che tra le cose che aveva preso in considerazione, esisteva per lui anche la possibilità di un episodio psicotico (3). Le cose alla fine non sono andate affatto così e Jung stesso si rende conto di questo fatto, con grande sollievo, quando gli arri- vano le notizie dello scoppio della guerra. In un’esperienza immaginativa particolarmente interessante raccontata nel Libro Rosso, Jung si trova a un certo punto ricoverato in una clinica e la voce della sua coscienza interagisce con un buffo psichiatra, piccolo, grasso, rotondetto, che chiede a Jung, con tono molto «clinico», se sentiva qualche voce. Jung risponde che sente diverse voci, che va in giro alla ricerca delle voci, che vuole sentire le voci. A questo punto, lo strano psichiatra ordina al suo assistente di scrivere nella cartella clinica la diagnosi: mania religiosa. E va via. Jung ha lottato seriamente con i suoi dubbi e con i rischi che prendevano forma in queste immagini. È sempre lo stesso Jung però a portare avanti il dialogo, a reggere l’intensità dello scambio, sempre con la consapevolezza di ciò che stava vivendo. Non per questo la sua partecipazione fu meno piena e coinvolgente. Per tornare alla metafora proposta all’inizio di queste riflessioni, possiamo affermare che nel portare avanti questi dialoghi immaginativi, Jung si trova nel bel mezzo di una spiaggia; non si tuffa imprudentemente in alto mare ma non rimane ancorato alle sicurezze della terra ferma. Si mette profondamente in discussione, aprendosi alle istanze dell’in- conscio e riconoscendo in esse una realtà che esige la stessa considerazione che noi abitualmente riserviamo alle cose concrete intorno a noi. Non a caso Jung, nel suo ultimo, grande lavoro, Mysterium coniunctionis, definirà il suo metodo di immaginazione attiva, una psicosi anticipata o pilotata (4).

Jung, come abbiamo avuto modo di osservare, non si tuffa imprudentemente in alto mare. Piuttosto c’è un mare che viene verso di lui e che lui accoglie dando forma ai suoi contenuti. Non si può non rimanere colpiti dalla bellezza delle immagini e dei dipinti che troviamo nel Libro Rosso. Sono indice della dedizione che Jung sentiva nei confronti di queste immagini e la necessità di elaborare queste imma- gini per se stesso. Il testo junghiano di riferimento fondamentale in questo contesto è il saggio sulla Funzione Trascendente (5), che risale nella sua prima stesura al 1916. Mi limiterò a un’osservazione rapida dal momento che Federico de Luca Comandini approfondirà questo argomento molto meglio di quanto non lo possa fare io. È importante notare in ogni caso come Jung ci mette in guardia nei confronti di due grandi rischi insiti nelle nostre interazioni con le immagini che emergono dall’inconscio. L’intellettualismo, il primo rischio, non ci permette di aprirci all’inconscio con la necessaria freschezza e umiltà. Attaccata alle sue capacità di ragionare e di spiegare, la coscienza rischia di perdere l’opportunità di ascoltare l’in- conscio con la necessaria apertura. Allo stesso tempo è in agguato il rischio di una forma di estetismo. Capita di rimanere così rapiti dalla bellezza di certe immagini, che la coscienza scambia la realizzazione delle immagini allo scopo di favorire il dialogo, con un’impresa artistica. Jung usò grandissima cura nell’elaborazione delle sue immagini senza cadere nella trappola dell’estetismo, ma mostrando grande dedizione e amore per la vita della psiche. Infine ci sono persone di un altro gruppo ancora, anche loro contrarie alla pubblicazione del Libro Rosso; molte di queste persone continuano a snobbarlo.

Basterebbe per un attimo osservare quello che succede in alcune nelle nostre associazioni analitiche dove l’evento di questa pubblicazione non ha ricevuto nessuna attenzione. In questo caso la motivazione sembra essere molto poco nobile, oserei definirla una motivazione codarda; nasce da un profondo imbarazzo davanti a una funzione immaginativa così forte e così intensa. Si tratta di imbarazzo davanti a un’opera così lon- tana dall’approccio serio e scientifico delle università, che non utilizza il linguaggio preciso della psicologia accademica e che si teme possa mettere a rischio la credibilità della persona, della maschera professionale mostrata con tanto orgoglio davanti ai colleghi di altre scuole. Nel Libro Rosso Jung sperimenta una fortissima tensione fra ciò che viene chiamato «lo spirito dei tempi» con tutti i vari canoni scientifici e culturali che ne fanno parte, e «lo spirito della profondità» che è disposto a sacrificare tutto l’apparato accademico universitario pur di cogliere più di ciò che la scienza e la ragione riescano a cogliere. A un certo punto, verso la fine del Libro Rosso, in una delle sue immaginazioni, un gruppo di cabiri comincia a costruire una fortezza, seguita da una torre. La coscienza di Jung che partecipa all’esperienza immaginativa sa che questa immagine, questa realtà, insieme alla bacchetta magica, sarà per lui una garanzia. Gli darà la forza di resistere alle critiche che arriveranno dal mondo accademico e dal mondo religioso. Diventerà per lui una specie di pietra filosofale, la garanzie di fedeltà e di lealtà nei confronti di questa sua intensa esperienza.

È ben consapevole Jung che incontrerà l’opposizione dell’establishment in tutte le sue forme, ma per lui la posta in gioco è terribilmente alta: è la sua stessa autenticità e genuinità e la vita della psiche che di queste due qualità: autenticità e genuinità, ha disperatamente bisogno.

 

cvRobert Mercurio, relazione tenuta al convegno  Temenos “L’Eros del Viaggio” il 15 maggio 2010

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Note

  • 1. C.G. Jung, Lettere (a cura di A. Jaffè e G. Adler), in 3 voll., Roma, Edizioni Magi, 2006, vol. 1, p. 90.
  • 2. C.G. Jung (1912/1952), «I simboli della trasformazione», in Opere, vol. 5, Torino, Boringhieri, 1970.
  • 3. M. Eliade, «Intervista di Eliade per “Combat”», in Jung parla (a cura di W. McGuire e R.F.C. Hull), Milano, Adelphi, 1995, p. 299.
  • 4. C.G. Jung (1955/56), «Mysterium coniunctionis», in Opere, vol. 14, Torino, Bollati Boringhieri, 1989-1990.
  • 5. C.G. Jung (1916/1957), «La funzione trascendente», in Opere, vol. 18, Torino, Bollati Boringhieri, 1993.