Il gioco simbolico: nell’intervallo tra il balocco e il mondo.

“Sulla spiaggia di mondi infiniti
giocano i bambini”, L. Tagore

“Quando un bambino gioca sta sempre
almeno un palmo sopra se stesso”,
L.S. Vygotskij

“Si viveva, cosí, nell’intervallo 
ch’è tra il balocco e il mondo“,
R. M. Rilke

 

Il significato che riveste il gioco infantile nello sviluppo è assolutamente centrale, a partire dai 15 mesi, per diventare essenziale nell’età che va tra i 3 e i 6 anni. Troppi adulti che non hanno giocato da bambini giocheranno poi malignamente da adulti. Troppi regolamenti della vita adulta nascono da un difetto di gioco dell’infanzia. Perché è cosi importante questo linguaggio?

Si educa se c’è un rapporto e il rapporto c’è quando vi è una circolarità, cioè se noi riusciamo a trasmettere al bambino i nostri linguaggi, il nostro sapere, la nostra esperienza, la nostra memoria. Questa circolarita dà al bambino un sentimento di continuità e di appartenerza che diventa poi il pilastro della sua identità e quindi della sua forza, della sua capacita di rapportarsi con il mondo. Ma in questa circolarità, che è costituiva dell’educare, noi dobbiamo anche ascoltare, leggere ed interpretare i linguaggi dell’infanzia: e i linguaggi dell’infanzia sono il linguaggio del corpo, il linguaggio del gioco, il linguaggio del disegno, il linguaggio dell’ immaginario. Linguaggi sovrani che caratterizzano la comunicazione infantile e non a caso cominciamo dal gioco, che è il linguaggio più straordinario che esista. Pensate che uno psicologo tra i più importanti del novecento, il ginevrino Piaget, è arrivato a dire che “il gioco dovrebbe accompagnarci in tutta la nostra vita”.

Piaget diceva che niente di importante può accadere ad un bambino che lui non riproporrà nei suoi giochi. Questo significa che ogni volta che un bambino gioca, ci sta raccontando la sua interiorità, la sua immagine del mondo, il proprio mondo emotivo, ci sta dicendo che cosa sta vivendo. Quindi il gioco è un repertorio prezioso: non dico che dovremmo metterci in ginocchio, ma forse potremmo anche farlo, per guardare un bambino che gioca. C’è un verso bellissimo del poeta indiano Tagore che dice: “Sulla spiaggia di mondi infiniti giocano i bambini”. Un verso che ha un che di sacro.

Il gioco non è solo un linguaggio, il gioco infantile ha a che vedere con la sfera del sacro, è qualcosa di sacro. Quando il genitore guarda il proprio bambino e dice “adesso basta perdere tempo, basta giocare”, in fondo sta bestemmiando, è sacrilego e sta distogliendo il bambino da un’attività sacra e per lui fondamentale. Eppure nel nostro dire spesso abbiamo da adulti un’immagine del gioco completamente scorretta e vediamo il gioco come un passatempo, come una perdita di tempo.

Un altro psicologo russo, Vigosky, dice: “Quando un bambino gioca sta sempre almeno un palmo sopra se stesso”. Vuol dire che quando abbiamo fatto riflessione intorno al gioco infantile abbiamo colto sempre questa essenzialità che non sta tanto in quello che possiamo leggere sul manuale di psicologia dove ci dicono che il bambino giocando imita, che un bambino giocando apprende e quindi che il gioco è una forma di apprendimento. I manuali di psicologia ci dicono che un bambino giocando socializza cioè impara a relazionarsi all’altro, ma noi vogliamo fare una riflessione più profonda: il gioco è sempre un surplus di energia, è un’espansione di energia che il bambino giocando esprime, espandendo la propria vitalità: e allora noi capiamo che il gioco ha che fare con una cosa più segreta e più intima che è la creatività.

Hall ci dice che il gioco è una ricapitolazione: ogni volta che un bambino gioca rifà la storia del mondo, come dire che “l’ontogenesi ricapitola la filogenesi”,  il che vuol dire che lo sviluppo del singolo bambino che sta giocando, ricapitola lo sviluppo della specie. Dovremmo avere uno stupore guardando un  bambino che gioca. Questo credo che sia l’atteggiamento più corretto che dovremmo avere rispetto al gioco infantile. Esiste un libro bellissimo che si chiama “Homo ludens” di Huizinga, in cui lo studioso ci dice che l’attivita del gioco è una delle attività costitutive dell’essere umano. Questo è quanto la tradizione ci ha detto sul gioco: che è un’attività rilevante attraverso la quale il bambino impara, si adatta, socializza e favorisce l’integrazione dell’Io, cioè favorisce il suo processo di maturazione.

Un altro aspetto è che l’adulto spesso impedisce il gioco, lo mortifica, lo confina in orari e in spazi chiusi: “qua no, adesso basta giocare” e spesso dal punto di vista psicologico dà al bambino dei giochi che non consentono al bambino di giocare. Ci sono dei giochi che fanno “gioco da soli”, pensiamo ai giochi elettronici in cui il bambino non è piu soggetto attivo del suo gioco ma ne diventa spettatore. Spesso diamo al bambino giochi che sono la proiezione adulta dei nostri desideri infantili. Abbiamo sognato per tutta l’infanzia un trenino elettrico e adesso che il nostro bambino compie un anno gli regaliamo un trenino elettrico. Che se ne fa? Risponde solo al nostro bisogno, perché così soddisfiamo e ci prendiamo le nostre rivincite.

Fino a 15 mesi i giocattoli non servono. Istintivamente il bambino gioca col mondo, con le cose; è patetico vedere dei genitori che quando un bambino di un anno gioca con un cucchiaio, con un piatto, gli  vanno a comprare il servizio miniaturizzato da cucina. Ma i piattini non sono un oggetto del quotidiano, del mondo. I piu grandi giochi di un bambino di un anno sono il corpo, il bambino gioca con il suo corpo e con il corpo della mamma: viene definito gioco autocosmico. Tutto il mondo è lì e il bambino gioca con il suo mondo: allora il bambino sta lì, smonta le dita della sua mano e gioca. Intanto coordina occhio e movimento, quindi giocando sta imparando. Certo dopo un po’ si stufa e gioca con le dita dei piedi, e se è un maschietto dopo un po’ anche con il pisellino. E nessuno lo deve minacciare che se lo tagliano via se ci gioca, perché nessuno gli ha detto che mi tagliano via le dita della mano, mentre giocavo con le dita della mano: è il gioco del corpo. Poi la sabbia e l’acqua. Questi sono straordinari giocattoli a un anno, e il bambino sporcherà un po’, però tutti quelli che hanno giocato con la sabbia non giocheranno con la cacca, perché il bambino vuole giocare anche con la cacca, questo è il grande tema dell’educazione al vasino.

Il piu grande autore di fiabe della seconda metà del ‘900 non è uno scrittore, è un uomo di cinema, e si chiama Steven Spielberg. Siccome gli scrittori di fiabe stavano scomparendo è arrivato il cinema a raccontare le fiabe: ha portato delle fiabe horror (lo Squalo è una grande fiaba horror, ma anche le fiabe dei Grimm in fondo sono degli horror) ma ci ha raccontato anche delle fiabe piu delicate, più deliziose. Una di queste è E.T. Quando uscì E.T. la Mattel, come si fa spesso oggi con il cinema, fece una grande promozione di giochi e fabbricò tanti E.T. piccoli, miniaturizzati, piu grandi, mobili, non mobili, eccetera. Ma questo è stato il più grande fallimento dell’industria del giocattolo negli anni ’80, perché quei giocattoli fecero un fiasco clamoroso, nessun bambino li voleva! E perché? Che cos’è E.T.? Di certo è un pollicino extraterresfre che si perde nel bosco e questo accade nella vigilia della notte di Halloween. E.T. quando esce insieme a Elliot: Elliot è travestito, ma E.T. non si deve travestire, è gia mostro, è gia diverso e i bambini si chiedono: “da dove viene questo qua?” E.T. è la cacca, ha lo stesso colore e non posso scendere nei particolari coprofili perché nel film c’è anche il momento in cui viene portato all’ospedale ed è analizzato: gli fanno l’esame delle feci. Ma perché un bambino avrebbe dovuto comprare E.T. quando ha a disposizione ogni giorno l’originale? Perché i bambini giocano anche con la cacca, certo, però se hanno giocato con la sabbia, non diventeranno coprofili e con la cacca non giocheranno più.

Qual’ è la prima osservazione che facciamo? Il gioco infantile, da sempre, ha avuto a che fare, con la sfera del sacro. Rodari in un libro strepitoso che si intitola”Grammatica della fantasia”, dice che i giocattoli dei bambini stavano un tempo nelle mani degli adulti ed erano le trottole, le palle, eccetera. Ad un certo punto gli adulti, che erano stregoni, sciamani, sacerdoti, li hanno lasciati cadere e sotto c’erano i bambini che li hanno raccolti e hanno trasformato quegli oggetti sacri in giocattoli.

Il gioco della palla è un gioco sacro presso alcune popolazioni arcaiche e serviva per prevedere il raccolto. La trottola in Nuova Guinea serve per augurarsi un buon raccolto. Le bambole sono sempre appartenute a un mondo magico e alla stregoneria. Questa cosa la capiamo se andiamo a vedere i nomi che avevano i giochi nel mondo antico. Allora, nella lingua più antica del mondo, che è il sanscrito, la prima lingua che abbiano parlato degli esseri umani, giocare si diceva “critati”, e critati era il era il gioco dei bambini, il gioco dei grandi e il gioco che il vento fa con le onde del mare; questo termine definiva questo insieme di attività. Nella lingua degli Alghoini, che è una tribu di indiani ormai quasi estinta (che sta al confine tra gli Stati Uniti e il Canada,) giocare si dice “coaghi“: coaghi è il gioco dei bambini, e i gesti che precedono l’amore tra un uomo e una donna, quello che oggi chiamano petting; tutte e due le cose avevano lo stesso nome. In sassone, altra lingua antichissima, giocare si dice “loc“,  che vuol dire anche offrire qualcosa a Dio: quindi c’era uno stesso nome per nominare il gioco dei bambini e l’offerta che gli esseri umani fanno a Dio. In arabo giocare si dice “la-iba“, ma la-iba vuol dire anche sorridere con Dio.

Lo stesso significato di quando Sara si nasconde dietro la tenda (c’è un bellissimo mosaico in San Vitale a Ravenna). Quando arrivano i tre ospiti, a mezzogiorno, Platone chiamava mezzogiorno l’ora che dicono immota, in cui futto sembra fermarsi, e vicino ad Abramo arrivano questi tre viaggiatori, che poi per l’antologia cattolica sono una figura della trinita, questi tre angeli fanno un annuncio ad Abramo, che da tempo sta aspettando una promessa che non si realizza: il figlio che non arriva, tanto che Sara ad un certo punto gli dice “fanne uno con la schiava e vediamo cosa succede”. Insomma, aiutati che il ciel ti aiuta, sembra che Sara avesse già questa saggezza un po’ contadina, ma niente, neanche questo andava bene, Ismaele viene ripudiato. Poi arrivano questi tre sul far del mezzogiorno e a Sara che ormai è in ultra-menopausa, dicono “avrai un bambino”. Sara sorride, se andate a leggere il Corano, Sara gioca, ride con Dio e quindi in tutte queste lingue, che sono le lingue più antiche del mondo, ci viene detto che il giocare è un’attività sacra, ha che fare con la sfera del sacro.

Quest’idea che il gioco voglia dire di più di quello che è, c’è anche nel latino, che è una lingua più vicina alla nostra, dove giocare si dice “ludo“, e da ludo vengono “alludo”, “colludo”, “illudo”, “deludo”. C’è questo continuo rimandare, questo dirci, questo suggerirci che il gioco non è così semplice come crediamo, che nel gioco c’è una serietà, una profondità, una sacralità. Come mi piacerebbe che i genitori provassero tale meraviglia guardando il loro figlio che gioca, e capissero che sta accadendo qualcosa di straordinario. Altro che guardare in maniera distratta o con sufficienza un bambino che gioca: dobbiamo ridare al gioco la sua profondità e la sua solennità. Potrei anche dirvi che in quasi tutte le lingue, il greco per esempio, “gioco” e “agonismo” hanno due nomi diversi: uno per definire il gioco spontaneo, quello che fanno i nostri bambini dai 3 ai 6 anni, l’altro per definire il gioco governato da regole, quello che poi diventerà gioco di gruppo, gioco sociale: “agon” rimanda ad agonismo, al gioco come confronto, come sfida. Il gioco in cinese: “ceng” e “vang”. Ceng il gioco libero, vang il gioco imprigionato, incatenato, governato da regole.

E non si vuole fare uno show di filologia, ma sottolineare l’importarza di questo linguaggio, che è un linguaggio fondamentale di cui cogliamo l’importanza in un momento fondamentale della nostra vita, intorno ai 14-15 mesi del nostro bambino o della nostra bambina, quando il nostro bambino o la nostra bambina vive in maniera forte e angosciante, il distacco dalla mamma e il distacco dai genitori. In questo periodo della vita andare a letto diventa difficile, straziante anche se magari fino ad allora il bambino era andato anche a dormire da solo, tranquillamente. Adesso c’è una nuova consapevolezza, qualcosa di nuovo.

Non stiamo parlando dei bambini che continuano a dormire nel lettone fino a 15 anni e che diventeranno casi clinici da studiare con attenzione. Ricordiamoci che si educa per gestas, non per verbas, come dicevano i romani, si educa attraverso le cose che facciamo, non attraverso le cose che diciamo. Parliamo di quei genitori che si tengono il bambino nel lettone, quelle mamme che di giorno danno al bambino tutta una serie di consigli del tipo “ormai sei grande” oppure “sei un ometto responsabile” o latri consigli per crescere e poi la notte se lo riprendono nel lettone smentendo clamorosamente tutti i messaggi evolutivi che hanno fatto durante la giornata.

Che cosa accade a 15 mesi?  Una cosa straordinaria e meravigliosa: il bambino si separa della mamma, si identifica ma non regge la distanza e nasce allora quella che si chiama in psicologia l’angoscia di separazione. Questo è il momento in cui ognuno di noi ha scoperto la morte. Il bambino scopre la morte. Ha esperienza della morte (il concetto della morte arriverà a 5 anni, 6 anni). L’esperienza del morire un bambino la fa intorno ai 14-15 mesi, perché non regge il distacco, non regge l’abbandono, non regge la separazione. Questo l’ho imparato vivendo 15 anni in comunità con dei bambini, soprattutto autistici, che avevano questa ferita, e che me la mostravano ogni sera. Un bambino di 15 mesi che va a letto la sera e non è sicuro di trovarsi di nuovo lì al mattino; un bambino con un’angoscia di separazione, ma a differenza degli adulti che quando sono depressi prendono degli anti depressivi oppure bevono, questo bambino trasforma quest’angoscia in qualcos’altro. Cosa fa dunque questo bambino intorno ai 14-15 mesi? Prende un orsacchiotto, un peluche, un animaletto che ha lì vicino, se non ce l’ha prende il lembo di una coperta come Linus, se non ci arriva neanche perché il lembo della coperta è corto si affida ad una ciocca di capelli, un lobo di un orecchio e lo trasforma in qualcos’altro, fa diventare quell’orsacchiotto la mamma che sta lontana, fa diventare quella coperta un prolungamento della figura materna. Questo si chiama oggetto transizionale. Questo orsacchiotto non lo userà magari per dieci anni, non lo guarderà più, però lo terrà lì. Conosco degli adulti che ce l’hanno ancora, magari nascosto) ma sicuro come in una cassaforte interiore, nascondono il proprio oggetto transizionale. È successa una cosa straordinaria: il bambino ha fatto la sua prima creazione simbolica. Ha preso l’oggetto e lo ha trasformato in qualcos’altro, lo ha fatto diventare simbolo di qualcos’altro. Questo è stato per ciascuno di noi la prima creazione culturale della nostra vita.

Abbiamo incominciato a far cultura a 15 mesi dicendoci “quest’orsetto è…”. La sera prima di dormire si stringe l’orsetto non perché abbia paura che qualcuno
glielo porti via, ma perché stringendolo è sicuro che l’orsetto terrà in vita lui. Non ha paura che gli rubino l’orsetto, ma è l’orsetto che garantisce che lui resti li, che la notte ridiventi luce. È in questo momento che l’animale uomo diventa un animale culturale. Questo è in fondo il momento in cui nasce la poesia, la pittura, la letteratura, il cinema, perché questa è la prima creazione culturale. Il gioco che il bambino ha fatto fino ad ora era un gioco con il corpo, un gioco con gli oggetti del mondo, un gioco con le cose della casa, era soprattutto un gioco senso-motorio, che serviva ad addestrare i suoi sensi. Adesso il gioco diventa una creazione simbolica, una la liturgia dell’infanzia. Da questo momento il gioco diventerà la più potente auto vaccinazione dello spirito che un essere umano abbia a disposizione. Quando un bambino è in difficoltà bisogna vedere se gioca. Se gioca si sta vaccinando, auto vaccinando, perché qualsiasi esperienza, anche la piu nera lui possa fare, avrà a disposizione il linguaggio per emergere dal suo dolore, dai suoi conflitti, dalle sue frustrazioni, da un rimprovero sbagliato, da un rimprovero giusto che però l’ha colpito per il tono o per la severita. Ricordiamo di nuovo Piaget, “niente di importante capiterà a un bambino che lui non riproporrà nel suo gioco”.

Per esempio “il gioco del nascondersi”, che è un gioco universale, non è solo un gioco occidentale. E un gioco trasversale presente in tutte le culture. Cosa accade nel gioco del nascondersi? In alcuni paesi, per esempio in Calabria o in Spagna, il bambino “attoppato” deve cadere per terra e fare il morto, e solo nella liberazione finale risorge: più palese di così la cosa non potrebbe essere. Se vogliamo capire quale autonomia possiede un bambino, lo possiamo guardare quando gioca a nascondersi e quanto coraggio ha nel distanziarsi dalla toppa, perché quello più maturo e più audace va a cercare il compagno anche girando l’angolo, quello più
introverso sta sempre con un dito sulla tana, perché non ha il coraggio di allontanarsi troppo; ha bisogno ancora del suo albero, della tana, della toppa, una specie di figura materna.

Oppure il gioco del lettone la domenica mattina, per quelli che stanno nella loro camera, ovviamente, che però la domenica mattina vanno a giocare nel lettone, e allora vanno sotto, non sentono nemmeno i miasmi, non sentono niente, vanno in questa specie di caverna e poi per incanto emergono in una gioia esplosiva in cui vengono fuori alla luce; anche loro stanno passando dal sabato santo alla domenica di pasqua, anche loro stanno facendo nel gioco l’esperienza dello scomparire, del buio, e della luce. Del resto quando hai un bambino piccolo si porta in auto e si entra in galleria, il bambino piange ma quando esce dalla galleria esplode con gioia e riso. Il gioco infantile esorcizza sempre la paura del buio, della morte.

Cosa succede a un bambino o una bambina che ha litigato con la mamma? Va di là la bambina, prende la bambola, la disarticola tutta e scarica tutte le sue pulsioni e tutta la sua frustrazione, il gioco la rimette perfettamente a posto, ricompone l’umiliazione, delusioni, frustrazioni. I genitori spesso dicono dei loro figli che fanno giochi passivi, perché hanno visto un cartone animato o qualcosa d’altro in tv, per loro imiterebbero un film. Ma non è vero, guardateli bene! In un certo senso è vero che rifanno telefilm o il cartone che hanno visto, però i morti risorgono e i selvaggi adesso muoiono: si ricompone una specie di ordine del mondo, di ordine dell’universo e di ordine del racconto. Perché nel gioco un bambino può dare un significato a ogni cosa; per questo un bambino può giocare con tutto, se gli permettiamo di giocare, se non incateniamo il loro gioco. E allora ecco alcuni principi generali per comprare un giocattolo perché sulle scatole trovereno “+2”, “+3” oppure “dai 5 anni in su”, eccetera. Io è da tempo che propongo di scrivere sulla scatola del gioco il “potenziale di gioco”, cioè quanto quel gioco può rendere il bambino protagonista del suo gioco.

Se diamo una bambola molto sofisticata che addirittura parla, il bambino la starà a guardare ma non ci giocherà, non sarà protagonista. Deve essere il bambino che fa il gioco, non il giocattolo. Spesso se io gli do una bambola meno definita, meno dettagliata, questa bambola avrà un potere di gioco superiore a una bambola straordinariamente sofisticata ed elettronica. Stiamo commettendo una serie di errori impressionanti lasciandoci influenzare dalla pubblicità, da cui successivamente si farà influenzare anche il bambino. Però noi non possiamo essere così ingenui, se il gioco è così importante! Il giocattolo non deve arrivare prima di un anno e mezzo. Mi è capitato di entrare in camera di bambini di un anno e ci sono giocattoli sofisticatissimi e allora mi chiedo: ma che ci fanno qua? Che ci fa un treno elettrico nella di un bambino di un anno? Il gioco, il giocattolo è una protesi che deve servire al bambino per esprimere il suo mondo simbolico, per esprimere e raccontare la sua interiorità, ed è preziosissimo da questo punto di vista, il gioco non deve essere troppo verosimile, sennò favorirà solo un gioco di imitazione e il gioco di imitazione è un gioco passivo, nel quale viene imitato il mondo adulto, come se poi il mondo adulto fosse un mondo esemplare. Addirittura in America avevano fatto una nipotina della Barbie che si chiamava Skipper che faceva la pubertà, se gli stringevi braccia gli crescevano le tette, diventavano grandi, e andava per così dire in pubertà. Quando comparvero i primi giochi elettronici esisteva un termine che si trova più nel vocabolario, una parola scomparsa, ormai il termine videogioco è diventato imponente. Il termine era “ludomatica” per indicare quell’insieme di giochi che erano di fatto elettronici. Ora dirò un’altra cattiveria per suscitare qualche senso di colpa a qualcuno di voi: non si possono regalare ai bambini giochi didattici, non si può! I giochi didattici che in Italia ha conffibuito a divulgare la Montessori, sono nati per i bambini portatori di handicap, Per aiutare questi bambini a superare le loro difficoltà. Che se ne fa di un gioco didattico un bambino di 3 anni, di 4 anni, che è in piena espansione? Non ci fa niente, impara una concezione del gioco legata alla prestazione, infatti se fa un puzzle, la seconda volta che lo fa deve farlo in un tempo minore della prima volta; allora si fa la gara per vedere chi lo fa prima. Il gioco didattico è la preparuzione ai videogiochi. Voi regalategli pure giochi didattici e questi a 7 o 8 anni non faranno altro che fare videogiochi, perché il videogioco è didattico, mi insegna a svolgere un compito nel minor tempo possibile e con il minor numero di errori possibili. Questo è esattamente il compito di un videogioco, che è esattamente il compito del gioco a incastri.

Come si può sintetizzare il linguaggio straordinario del gioco? In primis il gioco è un linguaggio, quindi ha delle regole e le regole delimitano lo spazio del gioco e ne definiscono i contenuti: lo spazio di gioco del bambino non va invaso. L’adulto non può decidere i tempi, gli spazi del gioco, nel regno del gioco il bambino è un principe e si entra solo se si è invitati. Ricordo che mio figlio, quando aveva 3 o 4 anni, aveva inventato un gioco, che era una variazione del gioco dell’oca. Si svolgeva sulle mattonelle del corridoio e lo faceva, invece che con pedine, con dei ciclisti, perché lui è sempre stato maniacale dal punto di vista sportivo. Si tirava il dado e si faceva avanzare il ciclista di tante caselle, che erano tante mattonelle, e in ogni mattonella succedeva qualcosa. Il problema è che quello che succedeva a me, cadendo in una casella, non succedeva mai a lui: la disgrazia sua era sempre molto più morbida della mia, ma la tragedia vera, che poi non so perché a lui non capitasse mai, era quella di finire nella penultima casella. Ecco, io cadevo lì con il mio ciclista! E mi chiedevo: “e ora che faccio?”? Torna indietro di 3 come nel gioco dell’oca, l, 2, 3, e adesso? Vai avanti di 3 ! Mio figlio mi stava dicendo che il gioco deve durare tutta la vita, non si può interrompere. Questo è uno dei grandi desideri che si muovono dietro il gioco infantile, vincere la morte, vincere il passare del tempo, stare in uno spazio perché il gioco immette un altro spazio.. Il gioco non è dentro di me e non è fuori di me, ma è uno spazio potenziale come ci ricorda Winnicott, lo straordinario scopritore dell’oggetto transizionale (1951); come ci ricorda Tagore “sulla spiaggia di mondi infiniti giocano i bambini”.

Nella quarta Elegia, Rilke dice:

“Si viveva, cosí, nell’intervallo ch’è tra il balocco e il mondo”.

Certo che quello del gioco è un tempo sospeso, magico, straordinario. È un linguaggio, e se è un linguaggio dobbiamo impararlo come si imparano tutti i linguaggi. Abbiamo detto che è un linguaggio simbolico: il bambino usa degli oggetti, dei pupazzetti per raccontare delle storie, perché il gioco simbolico è sempre un gioco narrativo. Noi possiamo dire che i nostri figli giocano, quando giocando non si limitano ad imitare, a svolgere dei compiti come davanti al gioco che abbiamo definito didattico, ma raccontano delle storie in ognuna delle quali c’è il riflesso di ciò che loro sono in quel momento, quindi il primo comandamento è: “osserviamoli giocare, guardiamoli giocare, cerchiamo di capire cosa vogliono dire giocando”. A volte è molto facile perché se disarticolano una bambola non credo che ci sia bisogno di uno psicologo per leggere cosa significhi questo gioco, altre volte la simbologia che emerge dal gioco è molto più complessa.

Il “gioco della sabbia” formalizzato da Dora Kalf (Sand Play) permette al bambino di mettere i suoi pupazzetti, alberelli, animali e quant’altro in una cassetta di sabbia dipinta di azzurro. Questo permette per esempio poter far parlare i bambini che non parlano, come i bambini autistici o i bambini con altre serie difficoltà.

Ma anche gli adulti possono giocare con la sabbia naturalmente! Giocare non più con il mondo ma con “parole” che raccontano il mondo, come ci ricorda Rodari, un grande scrittore di “favole”. Esiste una differenza sostanziale tra la fiaba e la favola. Mentre la fiaba è un racconto libero e gratuito, che se ne va in giro libero come lo Spirito Santo ossia come il vento tanto che non rimane che il piacere di raccontarla, la favola è un racconto con una morale che può essere pacifista, terzomondista, proletaria, eccetera. Ebbene Rodari ci ha insegnato che con anche con le parole si può giocare, con “giochi di parole” e filastrocche.

Il bambino tuttavia dai 3 ai 6 anni può solo giocare con le cose del mondo e non ancora con le parole, ma con queste cose può costruire simboli. Pensiamo a tutta una serie di giochi che sono andati nel dimenticatoio che secondo me è importante recuperare come “mosca cieca”, “i 4 cantoni”, “il gioco del mondo” e tutti quei giochi nei quali di disegnavano forme con il gesso per terra sulle mattonelle. Sarebbe bello che in ogni casa ci fosse una sala dedicata ai giochi o anche semplicemente un angolo dei giochi. Da qui l’importanza per un paese di avere una ludoteca, che non è solamente una biblioteca del giocattolo, ma un teatro del gioco, dove si raccoglie il gioco e lo si può vivere li dove lo si raccoglie, perché è li che il gioco si libera. Ludoteca come luogo dove imparare la grammatica del gioco infantile. È possibile comprendere il procedere del pensiero del bambino da come lui gioca.

Gioco come linguaggio, comunicazione e voglia di raccontare; ma anche come invito perché spesso il bambino ci invita nel suo gioco e noi faremmo bene ad entrare solo se invitati, perché non si invade lo spazio del gioco senza invito. Il bambino, prima di giocare, circoscrive il territorio del gioco, e lo fa simbolicamente, tracciando con un dito la linea di confine (spesso i maschietti tracciano il confine con macchinine o soldatini). Per entro ci vuole la parola d’ordine ossia la password perché per entrare nello spazio del gioco bisogna aderire a delle regole che non sono quelle del mondo adulto, ma le regole del signore di quel paese. E se volgiamo che le regole, l’ordine e la disciplina arrivino dal mondo adulto non possiamo permettere che le regole del mondo adulto invadano lo spazio del gioco.

I pedagogisti degli anni ’70 e ’80 profetizzavano un futuro in cui non solo il bambino ma anche l’adulto avesse a disposizione più tempo libero. Ma se il tempo libero dell’adulto è impegnato per andare al cinema o a teatro, questo non è lo spazio libero del gioco del bambino. In questo senso i bambini subiscono molte mortificazioni se il tempo-gioco viene visto come una cosa buona estesa e utile a tutti.

Possiamo pensare ad una curva del gioco che dal “gioco simbolico” passa al “gioco narrativo”, al “gioco di gruppo” fino al “gioco di relazione”. Se questo non accade significa che probabilmente vi è stata una frattura nella crescita. Il bambino cresce attraverso il gioco. Ecco perché è importante ascoltare il bisogno di giocare dei bambini. L’infanzia dovrebbe del gioco diventare il tempo dell’ozio del gioco. La scuola è già un impegno più che sufficiente e diventerebbe davvero un sovraccarico se si togliesse spazio al gioco per introdurre qualche altra lezione o impegno. Il tempo del gioco è una attività seria. Il gioco non è mai una perdita di tempo, bensì un impiego ricco e qualificato del tempo.

Il gioco ci sottrae dal tempo storico e cronologico e ci introduce nel tempo spazializzato, ci porta nel tempo che sant’Agostino chiamava “la durata interiore”.

 

Angelo Croci, Filosofo, teologo e critico cinematografico
1998 © Tutti i diritti sono riservati ed è vietata la riproduzione

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Bibliografia:

  • J. Hizinga, Homo lunens, Einaudi;
  • A.A.V.V., Il mondo magico del bambino, Einaudi;
  • E. Erikson, I giocattoli dei bambini e le ragioni dell’adulto, Armando Editore;
  • D. Winnicot, Gioco e realtà, Armando Editore;
  • M. Cardone, Cavallo a zonzolo. Il bambino e il suo gioco, Gruppo Abele;
  • J.A. Miller, La Psicologia del gioco infantile, Boringhieri.

Filmografia:

  • Truffuat, Gli anni in tasca;
  • Schlondorff, Il tamburo di latta;
  • Sverak, Scuola elementare;
  • Amelio, Il piccolo archimede;
  • Bergman, Fanny e Alexander