Nichilismo: dialogo tra Umberto Galimberti e Marco Guzzi

Umberto Galimberti

La distanza o l’opposizione tra me e Marco Guzzi, non litigheremo perché ci stimiamo reciprocamente, è ben più radicale di quella che può esserci tra un laico e un cristiano. La nostra distanza è ancora più radicale perché lui è un “cristiano” e io sono un “greco” nel modo di pensare. Da qui partiremo anche per capire cosa significa nichilismo. Perché il nichilismo è il più inquietante degli ospiti?  Perché cade una categoria fondamentale, e voi  non siete ancora nichilisti perché pensate ancora di trovare un senso nella vostra vita e che il tempo che vivete è ancora fornito di senso. La categoria del senso è ciò che vi tiene fuori dal nichilismo, ma il nichilismo è già arrivato ad abolire qualsiasi forma di senso. Il nichilismo è il più inquietante degli ospiti perché è l’abolizione del senso, gira tra di noi e non è ancora avvertito.  Heidegger dice che gira per la casa ed è inutile metterlo alla porta, ma bisogna guardarlo davvero in faccia. Il temine nichilismo fa la sua comparsa con Turgenev nel 1800 ma è diventato tematico con Nietzsche che lo definisce così: “Nichilismo: manca lo scopo, manca il perché, tutti i valori si svalutano”.

Che i valori si svalutano dal mio punto di vista non ha una grande rilevanza. Che cosa sono i valori? Dei coefficienti che tengono insieme una società, tanto che alcune società hanno dei valori, altre società hanno altri valori. I valori non scendono dal cielo. Per Nietzsche i valori sono prodotti di valutazione umana. E la storia è sempre andata avanti attraverso una “trasmutazione di valori”. Quando la società era gerarchica c’erano valori gerarchici, poi con la rivoluzione francese sono subentrati altri valori che hanno depotenziato quelli gerarchici e sono entrati almeno potenzialmente i valori dell’uguaglianza e della fraternità. Quando non c’è più la possibilità di fondare valori in modo che valgano e che funzionino siamo nell’anticamera del nichilismo. Ma soprattutto, dice  Nietzsche, “manca il perché, manca lo scopo”. Manca lo sguardo indirizzato al futuro e se il futuro non offre niente di stimolante e di motivante è chiaro che questo niente retroagisce sulle condotte collettive. I giovani respirano già questa atmosfera nichilista, guardano davanti e non vedono niente mentre le generazioni precedenti vedevano qualcosa. Se questo niente mi aspetta perché devo lavorare e studiare? Questo niente retroagisce come motivazione. E i genitori, che non vedono niente neppure loro, come fanno a motivare i figli? Manca lo scopo, manca il perché, una cosa ancora più forte dello scopo perché ha a che fare con il senso. Heidegger vuole superare Nietzsche, ma non ce la fa: la vera metafisica l’ha distrutta Nietzsche non Heidegger.
Per poter capire a fondo l’affermazione “Dio è morto” bisogna addentrarci in uno scenario più complesso e rifarsi ai greci.

I greci avevano un tempo ciclico che ripeteva se stesso. Un tempo come quello degli agricoltori. Chi è giovane ha visto pochi cicli, mentre chi è anziano è sapiente perché ha visto tanti cicli. E per questo che i giovani imparano dagli anziani. Siccome il ciclo ripete se stesso non c’è alcuna ricerca di senso. Il tempo è una ripetizione eternamente ripetitiva e per questo non c’è alcun senso. I greci non hanno una storia, historia significa “essere testimone, fare un’ispezione visiva”. Erodoto è un cronista perché riferisce ciò che ha visto nei suoi viaggi e non perché traccia un senso storico che avrebbe bisogno di una fondazione del tempo. Tulcidide inizia le sue storia 10 anni prima della sua nascita perché prima non è successo niente d’importante, che significa io non c’ero.

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La tradizione cristiana introduce un altro concetto di temporalità, un tempo che non ripete se stesso, un tempo rettilineo dove alla fine (dal Greco antico ἔσχατος, éskhatos=ultimo) del tempo si realizza ciò che era stato annunciato. Il tempo non è più un “eterno ritorno” ma introduce una configurazione del senso. Quando il tempo ha senso nasce la storia. Il cristianesimo è inserito in una parabola sensata, alla fine si realizza ciò che è stato annunciato. Questo fa si che il tempo sia storia. La storia è sempre una storia religiosa, al di fuori di questo contesto non c’è storia. Le culture che si inseriscono in questa concezione del tempo pensano di essere in una storia.
Quando i giovani di oggi quando dicono “ho avuto una storia” annunciano una sensatezza che non c’era ne prima, ne dopo. Il concetto di storia è un concetto gravido di senso. Dire che “Dio è morto” significa abolire la storia, perché il senso implode, non c’è da attendere più niente. Cosa significa “Dio è morto”? Significa abolire il mondo come lo conosciamo perché Dio fa mondo. Il mondo è sempre stato permeato di Dio. Se dal mondo contemporaneo tolgo Dio, esiste ancora? Si. Forse abolisco maggiormente il mondo di oggi se tolgo la parola denaro o la parola tecnica. Se tolgo la parola Dio il mondo di oggi non se ne accorge nemmeno. Dio non fa più mondo, significa che “è morto”, cioè viene a mancare un punto di vista assoluto per guardare e significare il mondo nella storia. Non c’è più alto e basso, destra e sinistra, stiamo precipitando nel nulla, nell’abisso. Le chiese sono diventate i sepolcri di Dio. Non si parla solo della morte di un essere supremo, ma dell’implosione della storia. Non si può parlare più di progresso, ma solo di sviluppo quantitativo di qualche fenomeno: sviluppo tecnologico, economico.

Il passato è male (peccato originale), il presente è occasione di redenzione, mentre il futuro è salvezza. La nostra scienza è cristiana e le diatribe sono increspature di poco conto. Il passato per la scienza è negativo, il presente è ricerca e il futuro è progresso. E anche Marx è un grande cristiano da questo punto di vista: il passato è ingiustizia, il presente rivoluzione e il futuro è giustizia sulla terra. Anche Freud (per lui la religione è un’illusione) pensa che il passato sia negativo  e cioè luogo di traumi e disordini psichici, il presente è analisi e il futuro è guarigione. Il cristianesimo immette l’ottimismo e la speranza. In occidente tutto è cristiano. Ma se Dio è morto cosa succede? Crolla tutta questa impalcatura. Il tempo fornito di senso implode, manca lo scopo e il perché, tutti i valori si svalutano.

 

Marco Guzzi

Tema molto molto vasto. Il nichilismo in realtà è un movimento millenario che adesso giunge a rivelarsi. Non è che prima non c’era. Tutta la storia dell’occidente è in un certo senso nichilistica, solo adesso ce ne accorgiamo. Il nichilismo è presente in tutta la storia dell’occidente e in tutta la storia dell’uomo. Dunque è un’ottima cosa che venga rivelato qualcosa di occulto che c’era anche prima ma che era nascosto. Nel 1600 c’era il nichilismo, ma non lo vedevamo. Ora ce ne accorgiamo. Il nichilismo inaugurato da Nietzsche è la “rivelazione” di una situazione che c’era da millenni. È una buona cosa, una grande opportunità per uscirne, verso qualcosa di nuovo. Il pensiero di Nietzsche è infatti entusiasticamente positivo perché annuncia l’oltre-uomo, il superamento di una situazione terribile di menzogna per approdare ad una libertà che l’uomo non ha mai conosciuto. Sia la cultura laica post-comunista che la cultura cattolica concordano su una visione pessimistica del nostro tempo, c’è un piagnisteo comune. Queste interpretazioni pessimistiche della contemporaneità sono tutte da discutere, come Nietzsche ci ha insegnato i fatti non esistono, ma solo le interpretazioni dei fatti. È tutto da discutere che questo è un tempo peggiore di altri. Quando eravamo più cristiani? Nel 1600? Nel medioevo quando ci scannavamo tra Perugia e Assisi? Quando si stava meglio? E dobbiamo rimpiangere il tempo mitologico? Stavamo meglio? Le società tribali? Dobbiamo rimpiangerle? Stavamo meglio? Si da un’interpretazione banale del presente! Siamo convinti che questo processo di annichilimento sia un male? Ne siamo convinti? Come possiamo vivere questo tempo in un modo positivo e creativo come Nietzsche stesso ci ha invitato a fare. Distinguere tra un nichilismo passivo e piagnisteo da un nichilismo attivo, propositivo, che scavalca completamente la crisi, annuncia, sveglia, c’è un oltre-uomo, un’ulteriorità da vivere.

Il nichilismo non è una filosofia, un modo di vedere, non coincide con il volgare ateismo. Il pazzo che entra al mercato annunciando la morte di Dio esordisce affermando “Cerco Dio!”. Il nichilismo ha a che fare con l’intera storia dell’occidente, per Nietzsche è chiaro: “Con Zaratustra e con me adesso si manifesta la menzogna di tutto ciò che la civiltà cristiana occidentale e in realtà tutte le civiltà della terra hanno ritenuto fino ad oggi vero e morale”. Questa è la dinamite. Questo è “Ecce homo”. Il nichilismo è “l’annientamento di un castello millenario di menzogne”. Quello che noi abbiamo chiamato valore, il “bene”, sono menzogne che vengono smascherate e questo è un bene.

Heideger dice che “il nichilismo è l’epoca in cui l’essere viene dimenticato nella rappresentazione dell’ente”. Cioè l’uomo dimentica l’essere studiando solo l’essere dell’ente. Si ferma all’ente e dimentica l’essere. “Dell’essere non è più nulla”. Tutta la metafisica è nichilismo. Tutta la metafisica occidentale è nichilismo. Tutta la storia universale è avvolta da questo mistero del nichilismo. Nichilismo come dimenticanza dell’essere. Questo nichilismo di cui parliamo è solo la rivelazione di un nichilismo che connota tutta la storia del mondo, sempre più radicata sui fondamenti metafisico-tecnici. Cosa sta accadendo? Oggi si sta smascherando un profondo inganno, un certo modo di pensare dell’ego (del soggetto) che pretende di essere principio conoscitivo e valoriale assoluto. Il nichilismo è l’apocalisse e la rivelazione dell’ego e del suo mondo come nulla e come distruzione. Qui precipitano tutte le strutture conoscitive, psichiche, sociali e religiose che si sono costruite nei millenni. Dire Dio è morto vuol dire che quel Dio muore. Il Dio ente della metafisica muore. Il Dio ente supremo muore. Il Dio come creazione e causazione del mondo muore. Muore tutto il modo di pensare che si è fondato su quelle categorie che si sono dimostrate illusorie. Le categorie valoriali sprofondano.

Ma questo è un male? Oppure questo è il tempo più propizio che sia mai avvenuto sulla terra! Questo ci può dare una libertà e liberare una verità inaudita. Intere strutture mentali, filosofiche e teologiche si stanno manifestando nella loro infondatezza, illusorietà, mendacità. Cosa dobbiamo rimpiangere? Quando i valori erano più solidi? I massacri e le stragi che abbiamo compiuto in nome di questi valori? In nome di Dio e in nome di Cristo? Oppure c’è un elemento di verifica spaventoso, un dinamismo, una spoliazione, una verifica, una resa dei conti, finalmente uno smascheramento di tutte le grandi menzogne e di tutte le atrocità che gli uomini hanno fatto in nome dei valori inventati da loro per avvallare il loro potere e giustificare il loro odio. Siamo bravissimi ad ammazzarci e a trovare buone ragioni per farlo. Cosa dobbiamo rimpiangere? Ma viva il nichilismo! Viva l’annientamento di tutta questa menzogna.

E questo è lo spirito di Nietzsche: “In realtà ogni grande crescita comporta anche un enorme sbriciolamento e deperimento, il dolore, i sintomi di decadenza fanno parte delle epoche di enorme avanzamento, ogni fruttuoso e potente movimento dell’umanità ha creato contemporaneamente anche un movimento nichilistico. In determinate circostanze sarebbe segno di crescita incisiva ed essenzialissima a nuove condizioni di esistenza il fatto che venisse al mondo la forma estrema di pessimismo, il vero e proprio nichilismo, questo ho compreso”, F. Nietzsche 1987-88: Visione complessiva

 

Umberto Galimberti

Dice Marco Guzzi che il nichilismo è sempre stato e oggi si rivela. Siamo vissuti in una menzogna millenaria, la filosofia dell’occidente da Platone a Nietzsche, e il cristianesino che per Nietzsche è una sorta di platonismo spiegato al popolo ci ha ingannato per 2000 anni. Adesso che abbiamo rivelato questa menzogna secondo cui c’è un mondo vero chiamato Iperuranio o Paradiso, tempo di grande ottimismo perché c’è un luogo di salvezza, un rimedio all’ingiustizia, alla sofferenza e al dolore, un tempo in cui c’era una grande consolazione all’interno di questa menzogna millenaria, cosa succede? La menzogna regge se consola, altrimenti crolla subito! Ogni volta che cerco di persuadervi che l’uomo è mortale, come direbbero i greci, c’è sempre una certa resistenza. Come quando vi dico che c’è solo il corpo e l’anima non c’è fate molta fatica, perché questo non vi consola. Le menzogne funzionano perché portano dei vantaggi. Il collasso della menzogna millenaria ha per forza bisogno di una nuova menzogna (interpretazione) perché allora dove cerco la mia consolazione? Perché è adesso che devo vivere! In questo senso il nichilismo è anche una dimensione tragica. È vero che i disastri che abbiamo fatto in nome di Dio, nemmeno per ragioni economiche li abbiamo fatti. Non si può dire però che oggi stiamo meglio. Oggi possiamo uccidere senza avere di fronte il nemico. Basta schiacciare un bottone. Siamo diventati indifferenti.

Trattare l’uomo come un fine e non come un mezzo (Kant) non è mai stato possibile. Fino a che c’era il cristianesimo nel volto del prossimo c’era il volto di dio. Oggi non più. Le morali funzionano perché sono interiorizzate collettivamente. Se viene stuprata o uccisa una ragazza questo fa colpo sulla collettività se la  morale è fortemente interiorizzata collettivamente, altrimenti ciò passa inosservato nella sensibilità comune. Guzzi è contento che sia crollata questa menzogna millenaria perché credo che ipotizzi un senso di Dio ben più grande del Dio che il mondo di oggi si è occupato di rappresentare, il cui senso va al di la del Dio buono e provvidenete. Qual’è questo Dio? Come possiamo essere di nuovo cristiani denunciando la menzogna millenaria durata 2000 anni? E voi chi mi guardate in questo modo state dicendo: “io voglio essere di nuovo nella menzogna millenaria!”

Marco Guzzi

La menzogna millenaria è il pensiero rappresentativo metafisico, che è una menzogna relativa. La distorsione è l’unilateralità del modo di pensare metafisico. Anche Galimberti ha scritto su un Dio più divino, ulteriore rispetto alle modalità metafisiche in cui è stato interpretato il Dio cristiano. Heideger dice che “una polemica contro il cristianesimo non è necessariamente una lotta contro ciò che è cristiano, allo stesso modo che una critica della teologia (il pensiero rappresentativo metafisico su Dio) non è in nessun modo una critica della fede di cui la teologia dovrebbe essere l’interpretazione.

Ciò che muore è la mentalità metafisico egoica di pensare Dio. Che è un modo distorto unilaterale di pensare Dio. Ricordiamoci il modo in cui Jung pensa Dio (poi Galimberti ve lo spiegherà), un modo che scavalca la visione metafisico-teologica del pensamento di Dio. Dire dio è morto significa parlare del dio pensato dall’Ego, cioè dall’io, dal soggetto che non ha nulla a che fare con il mistero dell’essere, che va al di la di un modo di vedere l’essere solo dal punto di vista razionale.

Il nulla del nichilismo diventa allora la porta per un’esperienza nuova dell’essere. Il niente come negazione di un modo di pensare, l’annientamento della mia pretesa di rappresentare l’ente per dominarlo e per poi distruggerlo, diventa la porta attraverso la quale si apre una nuova esperienza dell’essere. Un’ esperienza inedita dell’essere a cui dobbiamo ancora trovare un nome. Il nichilismo significa che stiamo ancora troppo dalla parte del pensiero metafisico e menzognero.

Quando ci saremo sufficientemente spogliati da questa pretesa unilaterale di dominare il mondo faremo un esperienza diversa che Jung ha indicato nel processo di individuazione, un processo in cui il sacrificio dell’unilateralità dell’ego apre all’esperienza del Sé. Ti togli dal centro che hai occupato usurpandolo e ti metti in quella posizione di ascolto di quella profondità del tuo essere e dell’Essere in modo che ti comincino ad orientare e guidare.
Il poeta persiano Gialàl ad-Din Rumi, vissuto nel tredicesimo secolo, scriveva:“Volgiti dall’essere verso il nulla, se cerchi Dio sei divino. Il nulla è il luogo delle entrate, l’essere il luogo delle spese, il luogo del più e del meno, poiché l’officina di Dio è il nulla, fuori dell’officina nulla ha valore”. Non cade il senso, perché si apre una diversa esperienza del senso. Non di possesso dell’esperienza del senso, ma di una trascendenza continua.

 

Umberto Galimberti

Dio crea l’uomo a sua immagine e somiglianza e poi gli consegna il suo dominio “Dominerai sui pesci delle acque, sugli animali della terra…”. Dominerai. Un greco non avrebbe mai pensato una cosa del genere! Platone dice “non pensare uomo meschino che questa natura sia stata creata per te, piuttosto sarai giusto se ti aggiusti all’universa armonia” (Leggi, 903c). Nel rapporto uomo-natura la natura è il soggetto e non l’oggetto.

L’egocentrismo denunciato da Marco Guzzi, questo io potente che non riusciamo mai a perforare per arrivare a quel Sé che noi siamo e non siamo, è la nostra distruzione. Questo Sé non ci ha però ancora descritto una visione del mondo e noi non possiamo annientare il nostro Io per entrare in questo Sé, ne saremmo ingoiati. Non possiamo vivere al di fuori di ogni interpretazione. Heidegger dice citando Hölderlin “gli dei sono fuggiti e ancora non ci sono i venienti“. Non so se arrivano i venienti ed io devo vivere nel frattempo.

All’interno del quadro cristiano c’è consolazione e speranza. Ho un senso, una casa, so cosa devo dire e come interpretare quello che mi capita. Io non ho speranza perché non sono cristiano.Ma se la menzogna è smascherata allora la situazione è quello che Nietzsche descrive: “non c’è più un altro e un basso, una destra e una sinistra, andiamo precipitando verso un infinito nulla”. Siamo in un luogo di carenza, di orizzonti e di significati, carenza di luoghi dove collocarmi, carenza di senso. Crollata l’interpretazione cristiana cosa facciamo in attesa degli “Dei venienti?”.

Io ho trovato la mia casa che è la casa dei greci, i quali prendono sul serio la morte. I greci sono prima della menzogna millenaria. Non credono all’immortalità dell’anima. L’uomo è mortale. E guardiamo allora la vita dal punto di vista mortale e con conseguente acquisizione del limite. La nostra cultura non ha bisogno di limiti? E nella consapevolezza del limite non conduciamo una vita più consona alla nostra natura. Non siamo eterni ma mortali. C’è un tempo limitato e uno spazio espressivo limitato. Forse è meglio organizzarci intorno ad una vita buona, più che a una vita eterna. La vita buona ha già rinunciato alla vita eterna perché si accontenta del limite. Conosci te stesso e non oltrepassare il limite. Vivi secondo misura. Noi siamo smisurati, nell’economia e nella tecnica che però non producono felicità. Non conviene fare diventare questo punto di vista “viscere”? Le cose funzionano quando sono interiorizzate e diventano psiche profonda e non idea. Sappiamo morire? Ci stiamo abituando al fatto che siamo mortali?

 

Marco Guzzi

Non è il cristianesimo che ha inventato l’immortalità dell’anima. I greci hanno teorizzato l’immortalità dell’anima che è un concetto platonico, che Platone ha esplicato in dialoghi memorabili come il Fedro, Fedone e Repubblica. Lo ha insegnato con l’aiuto del mito. La Grecia non è solo quella Omerica del mito, ma quella dei misteri eleusini, orfici e di Samotracia, che Nietzsche conosce bene, in cui si veniva iniziati all’eternità dell’essere umano. Il cristianesimo è un episodio della storia antropologica nella quale viene postulata l’immortalità dell’anima. Non conosco una tradizione nella quale non si postuli l’immortalità. Non ci chiamiamo mortali perché sentiamo che la morte non ci appartiene fino in fondo. Perciò ci chiamiamo mortali. Un cane non è un mortale. Mortale è l’uomo. Come non vedente può essere un uomo perché nella sua essenza vede. La speranza di superare la morte fa parte della natura “antropica”. I ritrovamenti dei primi ominidi mostrano la posizione fetale, perché quell’uomo rinasce. Questo non l’ha inventato il cristianesimo, bensì l’ha confermato con la risurrezione di Cristo testimoniando che quello che tutti gli uomini credono e sperano è reale! Perché Umberto tu vedi i limiti dell’Ego razionalistico, li critichi e poi però resti dentro questo gioco? Non compi il sacrificio dell’Ego?

 

Umberto Galimberti

Per non andare in manicomio. Non è una battuta.

 

Marco Guzzi

Non c’è solo il manicomio e ce lo insegni tu! C’è anche Platone. Platone parla delle varie forme di mania che significa entrare in contatto con il divino. “La follia dal Dio proveniente è assai più bella della saggezza umana”. Ermeneutica è traduzione e trasmissione di un messaggio che provenendo da altrove mette in gioco l’uomo in quell’immenso gioco che separa i due mondi, dove non è più l’uomo ad vere in mano le regole del gioco ma il Dio, che con il suo dono lo gioca”.

Non voglio fare una visione unilateralmente negativa di un tempo che sia Heidegger che Nietzsche hanno definito ambiguo, dove c’è un pericolo estremo e reale. Forse tutto ciò è un passaggio ineluttabile che porterà alla liberazione dell’uomo dalle sue presunzione di sapere e potere (il discorso della tecnica). Questo tempo forse nasconde in se una bella notizia che dovremmo riesumare dalla tomba. “Dio è morto” è un discorso cristologico, perché non esiste al di fuori di una dialettica hegeliana. Ma cosa vuol dire? Di che cristo parliamo? Di che esperienza stiamo parlando? Il problema non è filosofico, bensì iniziatico! Le cose che stiamo dicendo hanno senso solo all’interno della trasformazione del soggetto, dell’IO!

Chi ha fatto un cammino iniziatico, un’esperienza reale che porta alla morte della centralità egoica sa che morendo non si muore per niente, ma si ottiene un afflusso di vita, di luce, di pensiero straordinari allora si può capire qualcosa del nulla e del nichilismo.

 

Umberto Galimberti

La violazione dell’io, la sua de-centralizzazione è un percorso iniziatico che conduce ad una rivelazione di significati non egoici, ad una illuminazione di Sé. Jung dice che “L’io consente al Sé il rendersi conto di Sé”.

Come esperienza. L’esperienza è individuale. Il profeta annuncia un’esperienza. Gesù annuncia un’esperienza. Il Papa è un’istituzione, non è più un’esperienza. L’esperienza dell’io che va nel Sé. La psicologia non è altro che un linguaggio minore, ricordiamolo, rispetto a quello degli apparati religiosi. Fuoriesco dall’umano egoico e dove vado? Cosa rischio? Rischio di entrare in quella dimensione del sacro (significa separato) nella quale, ricordiamoci, Dio è arrivato con molto ritardo. Questo luogo oltre l’IO che è il luogo della follia, il luogo dell’indifferenziato.

Eraclito dice “il Dio è giorno e notte, sazietà e fame, inverno e estate, guerra e pace“. Tutte le cose sono mescolate. Non si può più pensare. Ragionare significa istituire delle differenze senza le quali non si può più vivere. Sempre Eraclico dice “l’uomo ritiene giusta una cosa e ingiusta l’altra“.

Ecco la differenza. Gli uomini si sono emancipati dal sacro, dall’indifferenziato, dalla confusione attraverso la ragione. Se vogliamo fare una comunità bisogna essere ragionevoli, se vogliamo fare una comunità, convivere. Se prendo una bottiglia in mano in prima fila non si spaventa nessuno perché conferiscono un preciso significato. Ma non è vero, io posso anche fare altro, per esempio tirarla. Tutte le cose possono essere avvolte dalla contaminazione dei significati. La bottiglia può essere un’arma. I bambini nuotano nel sacro e si muovono nell’indifferenziato. Non sanno cosa è molle e cosa è duro, cosa è giusto o ingiusto, buono cattivo. Le mamme gli stanno dietro perché si muovono nell’indifferenziato. Corrono pericoli e si spaccano la testa. Ragionare significa distinguere e differenziare. Attraverso la ragione si esce dall’angoscia perché si arriva alla definizione dei significati, alla determinazione di significato.

Dal sacro si deve uscire ma poi bisogna ritornare. Con cautela. Anche Jung ci dice con cautela, non tutte le porte vanno aperte. La ragione è un apparato fragile e debole. Non è il luogo della verità. È un sistema di regole che  serve per convivere ed intenderci in maniera univoca, niente di più. Dalla dimensione razionale bisogna uscire per attingere alla sacralità che ci abita. I poeti e i creativi continuano ad avere questo commercio con l’indifferenziato, con la contaminazione dei significati. “Dimmi che fai tu luna nel cielo” (Leopardi) non ha alcun significato dal punto di vista razionale. Smarginando dalla ragione entriamo nella dimensione sacrale o folle. Heidegger dice che “i poeti sono i più arrischianti” e lo stesso Platone che ha inventato la ragione ci dice che “la follia dal Dio proveniente è assai più bella della ragione umana“. Platone sa che la ragione è uno strumento e che il luogo della creatività, della sorgività, dell’ideazione è tutto pre-razionale. Ma non possiamo abitare la follia e il sacro se non andando in manicomio. schizzofrenico è colui che contamina i significati. Teme la contaminazione. Non possiamo abitare li. Non possiamo. L’uomo è uscito di li, perché senza ragione e regole non si fa città, polis, repubblica. La sapienza però non è li, è altrove. La follia, iperballein, oltrepassa le cose matematiche. Platone ci avverte che la ragione è uno strumento senza la quale non si fa comunità, poi a livello personale ci si può arrischiare l’oltrepassamento, la violazione. Non si può dare questo messaggio ad una comunità perché c’è chi ce la fa e chi non ce la fa perché le dimensioni sacrali e folli sono ben più potenti di quelle razionali.

 

Marco Guzzi

Platone dice “…la follia dal Dio veniente” e non la follia qualunque. Ci sono molti modi di esorbitare dal piano egoico. Le problematiche oggi non sono filosofiche, ma iniziatiche. È solo sul piano concreto di esperienza di trasformazione dell’Io che io posso imparare a discernere gli sconfinamenti di follia da manicomio, dagli sconfinamenti di follia creatrice che rinnova la vita e la alimenta. Questa differenza non la si può codificare razionalmente perché tutto l’impianto razionale deriva dalla fonte demente (più che folle) che è fonte anche della differenza tra ragione e follia psichiatrica. La follia del Dio proveniente è il Logos originario, lo possiamo chiamare cosi!

Questa follia è ben lontana dalla logica che è stata inventata dai maestri di scuola. Allora il punto è: in che modo io posso rapportarmi al Logos originario?. Questo è un problema iniziatico ed è già in atto. Nel ‘900 troviamo molte vie percorse, più o meno fallimentari che hanno tentato una trasformazione della soggettività. Jung ci spiega in che modo l’Io e con quali cautele si può esporre all’inconscio senza diventare pazzo, subirne l’inflazione. Ci sono delle regole, c’è un cammino. Il processo di individuazione è una bozza di cammino iniziatico.

Quello che posso chiedermi oggi è: chi e cosa sto diventando? Cosa sta diventando l’umano? Chi divento Io se pongo al centro del mio pensiero questa illusione di controllo, se metto al centro l’IO? Quali possibilità ho? C’è un’esperienza di pensiero trans-egoico? Ci sono già delle cose dietro di noi? Gratitudine e ringraziamento.

Il pensiero come dice Jung non lo crei tu, bensì lo ricevi. E da dove lo ricevo : dalla storia o invece da una fonte immemoriale? Da un logos originario? Da una follia genetica sempre viva alla quale posso attingere? Queste sono domande iniziatiche e non filosofiche.

È per questo che negli ultimi dodici anni mi sono dedicato a condurre gruppi di trasformazione personale. A me alla fine interessa solo quello: “Chi sto diventando?” e cosa sta diventando l’umano? Heidegger dice: “Il nulla, come nulla dell’ente, è la più radicale controparte del semplice niente. Il nulla non è mai un mero niente come non è affatto qualcosa. Il nulla è l’essere stesso, la cui verità sopravverrà all’uomo quando l’uomo si sarà oltrepassato come soggetto, cioè quando non si rappresenterà più l’ente come oggetto“. Quando non sarò più un io ego-centrato potrò fare una esperienza del nulla come rivelazione dell’essere. E il linguaggio simbolico è il linguaggio che può rendersi anche comunitario, che può anche diventare medium comune, e questo è l’aspetto positivo delle simboliche religiose.

 

Umberto Galimberti

Sono d’accordo con te. Ma non possiamo insegnarlo ai giovani che devono costruirsi l’io.

 

Marco Guzzi

La storia come la conosciamo è un susseguirsi di massacri e ammazzamenti, di guerre per il dominio del mondo. E allora viva il nichilismo se vuole dire la fine di tutto ciò. Nietzsche diceva che perché il nichilismo si manifestasse pienamente ci sarebbero voluti circa 200 anni. Siamo in una fase di passaggio che forse ci potrà liberare da queste modalità belliche di rapportarci alle culture e alle religioni diverse dalla nostra. È in atto una nuova riflessione su una civiltà della pace che però non dimentichiamolo è un novum antropologico. Fino ad oggi le civiltà sono fondate sulla guerra, compresa l’Italia. I simboli sono la guerra. Se dobbiamo fare una commemorazione ci portiamo il battaglione militare. Però forse siamo in una fase di passaggio. Io sono profondamente cristiano e credo in un mistero di caduta dell’intero piano. Questa prospettiva è presente anche in altre culture e mitologie. Non credo che nei secoli passati ci fosse una situazione diversa: sicuramente avevano meno strumenti ed erano meno pericolosi.

Heidegger, nell’analitica esistenziale, descrive la condizione dell’esserci, che è il modo di nominare l’uomo trans-oggettivamente, dice che l’essere è decaduto da se stesso, noi ci troviamo già decaduti, ci troviamo in uno stato di dimenticanza, di chiacchiera, di curiosità e di malintesi. Psicoanaliticamente si potrebbe dire in altro modo, ma anche la psicologia ci dice in definitiva che siamo un coacervo di distorsioni, di strategie difensive, di attaccamenti, di maschere e di menzogne. Poi, se Dio vuole, con un processo iniziatico, che pochissimi per ora fanno, ma che dovremo fare tutti perché lo sta facendo la storicità stessa. Per me il nichilismo è l’opera al nero, è una fase iniziatica dell’iniziazione globale del pianeta, detto in modo proprio semplice. Il nichilismo è un’opera al nero vissuta da un’umanità che si sta unificando.

 

Umberto Galimberti

Che cosa è la depressione? Al mattino non ho più voglia di alzarmi perché il giorno non dice niente. “Manca lo scopo, manca il perché”. Il futuro per me è insignificante. Lo scopo riguarda il futuro. La depressione oggi sta cambiando fisionomia. Siccome siamo dentro nella logica dell’efficenza spinta e del raggiungimento degli obbiettivi, non sono mai sicuro se sarò all’altezza delle prestazioni che mi chiedono. E siccome la mia identità dipende dal riconoscimento degli altri. Noi non nasciamo con un’identità. Se gli altri mi dicono bravo me la formo positiva, viceversa negativa. L’identità è il risultato di un riconoscimento. Vivendo noi in apparati istituzionali, la fabbrica o l’ufficio, le mie prestazioni mi conferiscono un riconoscimento. Ma se ogni anno mi alzano l’asticella della mia prestazione…io ce la faccio o non ce la faccio? Mentre una volta la depressione era organizzata sul senso di colpa oggi è organizzata sul senso di inadeguatezza. Non più “è permesso o proibito”, ma “ce la faccio o non ce la faccio”? L’incertezza rende problematico il riconoscimento ed entro in crisi d’identità! Non so più chi sono, nessuno conferma più la mia identità. Depressione, la passione triste. Chi lavora lo sperimenta quotidianamente ogni giorno.

 

Marco Guzzi

Anche per quanto riguarda le passioni il nostro tempo è molto ambiguo. È un tempo in cui convivono passioni tristi ma anche qualcosa di esaltante e inebriante, che però non trova una espressione culturale adeguata. In questi decenni manca una cultura della trasformazione, che sappia interpretare la complessità e l’ambiguità della trasformazione mostrando i suoi punti tragici ma anche le sue incredibili opportunità.

Nel nostro tempo ci sono passioni tristi, ma anche entusiastiche. È come se avessimo di fronte un tempo straordinario che siccome non lo capiamo, lo subiamo. Il surfista per poter prendere la giusta velocità di queste onde spaventose, deve avere determinate attitudini. Se non ce le ha, viene travolto dall’onda. Questa è la condizione dell’umano oggi.

Da un certo punto di vista siamo tutti depressi se stiamo in questa modalità di vivere, di pensare, di concepirci profondamente ego-centrata e unilaterale, insufficiente e catastrofica, è chiaro che ci sentiamo un po’ giù. Io credo solo nel processo iniziatico. Se uno non fa un’esperienza concreta nella propria vita di costante rovesciamento di questa centralità egoica e apertura ad altro e fa un’esperienza senza andare al manicomio, che non isola ma ti da delle potenze, dei poteri, mentali, fisici, energetici ed erotici che non avevi prima, come ti faccio a convincere?

Oggi molti di noi stanno raggiungendo dei limiti di sostenibilità esistenziale che ci porteranno uno dopo l’altro ad aprirci a cammini iniziatici. Non avremo alternativa. Io credo che stia terminando un’epoca del cristianesimo inteso come epoca di rappresentazione egoica dei misteri, l’epoca della platonizzazione metafisica del cristianesimo. L’intera crisi della delle religioni non è la crisi dei misteri, bensì della rappresentazione egoica dei misteri che ha portato alle guerre e a tutte le contraddizioni perché si è passati dall’iniziazione all’istituzione che è una deformazione. Oggi stiamo passando da una rappresentazione egoica dei misteri ad una realizzazione spirituale dei misteri. Di questo abbiamo una fame terribile tutti. Assistiamo ad  una esplosione dell’interesse per la psicologia del profondo e per il buddismo. Qui andrebbe fatto un link con Schopenhauer che è il primo che ha capito qualcosa del buddismo, non una cosa indifferente: se tu estingui una determinata modalità del volere non muori e raggiungi degli stati di beatitudine.

 

Umberto Galimberti

Marco Guzzi ci ha detto che dobbiamo uscire dalla modalità egoica che abbiamo della realtà, e io sono completamente d’accordo con lui. Bisogna però trovare la strada e Platone ce la indica. Tra le quattro follie che lui nomina dice che la più grande e potente è la follia d’amore (profetica, rituale, poetica e follia d’amore). Io ho letto un po’ di teologia ortodossa perché sono convinto che mentre la teologia romana è una teologia del potere, quella ortodossa greca è una teologia dell’amore. Cristo Siannaras, un teologo ortodosso, forse il più grande teologo del ‘900, in un commento al cantico dei cantici dice: “Se esci dal tuo io anche per gli occhi belli di una zingara allora incontri Dio e corri dietro a Lui“. Questo significa che la strada è l’Amore. Questo significa non l’amore universale (ama il prossimo tuo come te stesso) ma gli occhi belli di una zingara e allora incontri Dio.

 

Rimini, dibattito del 25 novembre 2010