Jung e l’ “Ombra”: esplorare i nostri lati oscuri.

Agli inizi della sua carriera di neurologo, Sigmund Freud si recò a Nancy, nella Francia orientale, per poter assistere alle famose sedute di un ipnotizzatore, il dott. Bernheim. Ciò che Freud vide influenzò in seguito le principali correnti della psicoterapia occidentale.
 
Durante un esperimento tipico eseguito da Bernheim, il paziente veniva condotto in stato di profonda trance ipnotica; gli veniva poi detto che, ad un certo segnale, egli avrebbe sollevato un ombrello vicino alla porta, lo avrebbe aperto e si sarebbe riparato con esso.
 
Quando veniva dato il segnale, il paziente faceva esattamente come gli era stato detto: prendeva l’ombrello e lo apriva. Quando il medico gli chiedeva perché avesse aperto un ombrello in casa, il paziente rispondeva, per esempio: “Volevo vedere a chi appartenesse”, oppure “Desideravo solo assicurarmi che funzionasse bene”, oppure ancora “Volevo vedere il nome della marca” e cose del genere.
 
 
“Ove c’è molta luce, l’ombra è più cupa”, 
Johann Wolfgang Goethe
 

Tutte buone ragioni, ma che ovviamente non avevano nulla a che fare con quella reale. Il paziente eseguiva un’azione senza avere la benché minima idea del perché lo stesse facendo! In modo più preciso, il paziente aveva una ragione per aprire l’ombrello, ma non ne era consapevole:  egli veniva guidato da moventi che evidentemente non risiedevano nella sua mente conscia. Un modo di considerare l’ Ombra può essere quello di intenderla come ciò che è al di fuori dalla sfera della nostra coscienza.

Marco Gay, Daniele Ribola e Giulia Valerio, psicoanalisti (Scuola di psicoterapia LI.S.T.A, Milano)

 

La ricerca filosofica prima con Kierkegaard, Schopenhauer e Nietszche e psicologica successivamente  con Breuer, Freud e Jung, hanno dato un enorme contributo allo studio del fenomeno dell’ombra, mettendo in evidenza che in noi operano una pluralità di forze di cui possiamo essere inconsapevoli.

L’integrazione di tale pluralità, l’interezza, l’unità della psiche, più che un punto di partenza è un laborioso traguardo, spesso frutto di un lungo lavoro su se stessi che inizia proprio con l’investigare le “zone d’ombra” per lasciare finalmente agire le forze e le potenzialità unificanti che sono già presenti nella nostra psiche.

Ma se l’uomo mente a se stesso prima ancora che agli altri, come è possibile diventare responsabili? Come fa un governatore a guidare il suo paese se non conosce tutte le risorse disponibili, le debolezze e fragilità, le soggettività che operano con lui nella maggiornaza e le forze che stanno all’opposizione rispetto al suo progetto? Come fa ad essere responsabile (abile a rispondere) del suo operato verso i paesi con cui stringe accordi, amicizie e collaborazioni se non conosce a fondo nemmeno il suo paese? Può realmente prendere impegni seri se non si è accordato con tutte soggettività che abitano la sua comunità?

La saggezza della massima inscritta sul tempio di Delphi recita: “conosci te stesso”. Conoscersi per diventare intergri, cioè interi e abbracciare di noi tutte le parti, luci e ombre. Comprendere che in noi operano bisogni, desideri, passioni, pulsioni e forze potenti che se negate o mal governate finiscono per ostacolare il nostro processo di crescita verso la consapevolezza.

 

Marco Gay, Daniele Ribola e Giulia Valerio, psicoanalisti  (Scuola di psicoterapia LI.S.T.A, Milano)

 

Cosa succederebbe se il governatore di quel paese negasse alcune rappresentaze politiche che lottano per essere riconosciute? O addirittura le avversasse? O cercasse di dominarle in modo dittatoriale? Con la violenza?

Conoscersi significa “ri-spettarsi”, come suggerisce l’etimologia di questa parola, guardarsi, riguardarsi e guardarsi di nuovo. Guradare il nostro “spettacolo” interiore, osservarlo, conoscerlo e riguardarlo di nuovo. Mentre è abbastanza facile osservare alcune parti di noi, è invece molto difficile guardare la nostra “ombra”, ossia le parti di noi che non vogliamo vedere. Ebbene entrare dentro se stessi significa incontrare la propria ombra, entrare in contatto con ciò che di noi non ci piace affatto.

Incontrare l’ombra significa contattare le nostre emozioni e il mondo istintuale che ci abita. E questo non sempre è gradevole perché spesso risulta fortemente in contrasto con l’immagine che di noi abbiamo costruito a fatica nel tempo per sopravvivere, per adattarci al nostro ambiente familiare, per essere amati, per conformarci e omologarci nel mondo collettivo in cui viviamo.

Entrare in contatto con i nostri lati d’ombra significa tuttavia conoscersi veramente e recuperare risorse ed energie che fanno parte di noi. Abbracciare ed esaminare i nostri lati oscuri è la via verso la nostra completezza psichica. Il risultato più evidente è un ampliamento della coscienza, una solidificazione del proprio io, una maggiore vitalità ed energia, un maggior livello di tolleranza nei confronti degli altri.

Accettare la nostra diversità è spesso in conflitto con le spinte omolanti della cultura, oggi più che mai rappresentata dai valori della finanza, dalla tecnica e da un modello di sviluppo e di crescita fondato sui valori del consumo. Oppure con l’immagine di noi che ci siamo fatti, di bersone esclusivamente, brave e buone.

L’ombra è come una scatola in cui, a partire da quando eravamo bambini, abbiamo iniziato a buttare le cose che di noi non ci piacevano perché non aprezzate dai genitori, dagli amici, dalla società. Man mano che la vita è andata avanti questo sacco è diventato sempre più pesante e anche più grande di noi in alcuni casi. Diventa allora vitale iniziare ad esaminare il sacco, tirare fuori delle cose, guardarle e capire cosa ne possiamo fare.

I nostri aspetti d’ombra rimangono attivi e ci influenzano, ci possiedono tanto che tendiamo a proiettarli sulle persone con cui entriamo in relazione. Aspetti che ci danno molto fastidio negli altri riguardano in questo modo nostri aspetti d’ombra rifiutati, rimossi. E allo stesso modo caratteristiche degli altri che ci affascinano, che ci fanno innamorare possono essere occasioni per conoscere nostri contenuti psichici non riconosciuti.

Ogni appassionamento, sia esso per il calcio, per la box, per la cucina o per la filosofia, contiene una buone dose di proiezione e quindi di ombra così come ogni innamoramento ci permette di incontrare nell’altro, nella persona amata, la nostra ombra oltre che la nostra anima.

Senza l’ombra, del resto, saremmo uni-dimensionali. Un uomo che non ha preso contatto con la propria ombra è un uomo forse efficiente, che coltiva la propria imagine di sé, un uomo collettivo facilmente e collettivamente definibile (un bravo cittadino, un uomo di buona volontà, il buon papà, la prava persona, una persona per bene, etc.), un uomo che rimane dipendente ed irretito da un’immagine ideale di sé stesso che quindi non ha forza perché non ha preso contatto con la propria duplicità.

Nostra responsabilità è allora darsi da fare per diventare integri (interi), persone risolte, compiute o santificate a seconda se la prospettiva è psicologica, umanistica o spirituale.

Come dice Carl Gustav Jung “siamo luce e ombra”:

“Ognuno di noi è inseguito da un’ombra
e meno questa è integrata nella vita conscia
dell’individuo, tanto più è nera e densa”,
Carl Gustav Jung