Prospettive sociologiche e psicoanalitiche sulla sofferenza del bambino.

Il tema di questa relazione tratta di come lo sguardo di ciascuno di noi è condizionato dal modo in cui siamo stati guardati all’inizio della nostra vita. Per entrare in relazione autentica con l’altro e, in special modo con il bambino, è necessario adottare delle modalità che riducano le nostre proiezioni e identificazioni con lui.

Il “primo sguardo” ricevuto segna fin dalle origini il nostro modo di guardare e l’intensità del bisogno di essere guardati. È la qualità di tali primi sguardi, accoglienti, contenitivi, che forma nel soggetto il presupposto di essere sempre guardato con amore. O, viceversa, induce a una rincorsa dello sguardo dell’altro, con la perdita di identità e concentrazione su se stessi.

Oltre a queste dimensioni individuali, esiste una dimensione sociale e culturale dello sguardo. Lo sguardo non è uguale in ogni luogo e in ogni tempo: cambia e determina comportamenti differenti. Lo sguardo è un fattore che condiziona concretamente molti aspetti della nostra vita.

Ciò che invece rimane invariabile nel tempo è il valore simbolico del bambino, che possiamo definire come fragilità e progetto. Il Bambino è quindi il simbolo della fragilità del progetto umano.

Per avvicinarsi al mondo infantile è necessario che l’adulto sia in grado di rapportarsi con la propria fragilità e con la fragilità del proprio progetto umano. È evidente che l’adulto che vive immerso prevalentemente nel senso del dovere non può facilmente accedere alla propria fragilità interiore.

Solo negli ultimi decenni, i mutamenti socio culturali hanno permesso uno sdoganamento del rapporto fra il soggetto e i propri bisogni e desideri. Questo cambio di prospettiva ha consentito all’adulto di pensare e percepire di più il proprio mondo interno. La percezione del proprio mondo interno rende possibile un avvicinamento al mondo infantile, favorendo l’empatia con esso. Conseguentemente è variata anche l’inclinazione dello sguardo dell’adulto sul bambino: da verticale a orizzontale. Uno sguardo orizzontale e simmetrico sul mondo dell’infanzia rende possibile una relazione empatica.

La relazione empatica necessita però del mantenimento di una certa distanza, condizione difficile da mantenere a causa del modo veloce e irriflesso con cui l’adulto tende ad avvicinarsi al proprio bisogno. L’adulto che vede e legge il proprio bisogno nel bambino si
identifica con lui ed elimina quella distanza necessaria a vederlo come altro da sé. In questo processo d’identificazione il bambino come soggetto scompare e lascia il posto all’adulto e alla sua fragilità. L’immagine del bambino, infatti, è in grado di farci accedere, immediatamente, alla nostra fragilità. In tal caso il fallimento del bambino è vissuto come il proprio fallimento, e, per esempio, la malattia del figlio diventa il fallimento del genitore.

Le istituzioni e i soggetti deputati alla cura del bambino non possono prescindere da questi presupposti. Chi si prende cura del bambino non può ignorare che deve curare anche gli adulti e i genitori che lo accudiscono. È quindi indispensabile entrare in contatto anche con il genitore del bambino malato e curarlo. Questa cura è intesa come la creazione di spazi di relazione che facciano sentire guardato il genitore insieme al bambino. E’ necessario e fondamentale tenere presente che tutti gli adulti che accudiscono i bambini, in quanto adulti e appartenenti a una determinata società e cultura, non sono immuni dal pericolo dell’identificazione. Soprattutto l’attuale epoca e società rendono particolarmente semplice l’attivazione di processi identificativi, che creano difficoltà a stare con i bambini, ad ascoltare, comprendere e soddisfare i loro reali bisogni e ad avere quindi una relazione autentica con loro.

È necessario comprendere che la sofferenza del bambino è strutturalmente diversa da quella dell’adulto. Per esempio, nel bambino (almeno fino ai 10 – 11 anni) non è ancora sviluppato “il concetto” della morte. La sua è una sofferenza concreta, determinata dal dolore e dal disagio imposti dalla sua condizione di malattia. In questi casi il bambino percepisce con particolare intensità lo sguardo dell’adulto. Quando il bambino è malato ha bisogno ed è fondamentale per lui sentire che gli adulti che lo circondano lo contengono. Il bambino in sofferenza ha quindi bisogno di uno sguardo accogliente, di contenimento, d’amore. Quando ciò non avviene il bambino si sente in colpa perché è egocentrico, pensa infatti di essere responsabile di tutto ciò che accade attorno a lui, per cui diventa, anche se sembra poco comprensibile, responsabile della propria malattia.

Considerando quanto finora esposto, è evidente che serve identificare delle modalità per prendersi cura dei genitori e dei curanti, dei metodi che li aiutino a superare i propri processi di identificazione, come ad esempio, dei veri e propri protocolli di ascolto del bambino. Per cogliere e soddisfare i reali bisogni del bambino è necessario creare intorno a lui delle condizioni di protezione dall’ansia della famiglia e dei curanti. Questi processi non richiedono condizioni particolarmente difficili, è possibile, per dirla con Winnicott, instaurare degli accudimenti “sufficientemente buoni”, ossia comportamenti non improntati alla ricerca di tecnicismi, ma a modalità naturali e spontanee di avvicinamento comprensivo al bambino. In questa attività il medico non necessita di essere affiancato da uno psicologo, che potrà essere utile in altri momenti e su altri versanti: è sufficiente avvicinarsi al bambino (e ai suoi genitori) con uno sguardo empatico, in grado di comprendere l’ansia del mondo che circonda il bambino, per poi avvicinarsi a lui, cercando di assecondare le sue fantasie. Per far questo non occorre ricorrere a modalità particolarmente complesse o articolate: è “sufficiente” stare in ascolto.

Per relazionarsi in modo autentico con il bambino che soffre è quindi richiesto di ritornare alla dimensione naturale del “primo sguardo”, libero dai condizionamenti individuali e collettivi che rischiano di deviarlo.

 

cvMichele Oldani, sociologo e psicanalista del comitato Scientifico FGQ (Fondazione Giancarlo Quarta), Atti del Convegno: “Lo sguardo sulla sofferenza del bambino”, Milano, 5  Ottobre 2015