Psicologia e Alchimia.

Carl Gustav Jung è stato un ricercatore e uno studioso che ha contribuito alla rinascita, all’interesse e allo studio dell’alchimia. Il punto di vista non è quello dell’alchimista che è interessato alla ricerca dell’oro, ma la dimensione di coinvolgimento, di passione, di introspezione psicologica e la ricerca sulla dimensione simbolica ci danno l’immagine di un ricercatore completamente dentro, avviluppato nella sua ricerca scientifica.

Negli studi dell’alchimia emerge il lavoro di Jung come psicologo dell’inconscio. La speranza era quella di trovare nell’alchimia itinerari, percorsi, modalità, viaggi psichici, percezioni e interpretazioni del fenomeno “inconscio”. Un aspetto che colpisce riguarda le confluenze esistenti in molti sogni moderni e temi alchemici.

La ricerca junghiana sull’alchimia viene collocata in quel percorso chiamato da Jung “principio di individuazione”. Questa miscela di pratiche e di saperi che l’alchimia rappresenta si offre per molti ricercatori a rappresentare quel percorso psicologico molto complesso e articolato che è la ricerca del Sé, del senso della vita o della felicità nel suo itinerario di ricerca e di sprofondamento nell’inconscio.

L’interesse di Jung per l’alchimia inizia piuttosto tardi. Jung nasce nel 1975, fa lo psichiatra e diventa psicoanalista con l’avvicinamento a Freud, rompe con Freud nel 1912, ha una profonda crisi di passaggio e qui inizia ad occuparsi di gnosticismo che lo porterà all’alchimia. Da questo momento fino al 1927 è completamente dentro alla tematica gnostica, interessato al rapporto tra cristianesimo e sapere ellenistico-gnostico. Lo gnosticismo come un sapere a cui si attinge tramite un’esperienza individuale come sarà quello di tipo alchemico. In parallelo la ricerca sull’inconscio attraverso i sogni e i processi immaginativi. L’immaginazione attiva che sarà una pratica fondamentale e innovativa nella psicoterapia analitica nella quale il soggetto, creando un vuoto nella coscienza, un buco, un abisso, può lasciarsi andare nei suoi percorsi immaginativi mettendosi in relazione con un’altra dimensione. Immaginatio come medium tra l’inconscio e la coscienza, tra l’Io e l’Altro. Di qui l’importanza dell’immagine. Nel Libro Rosso emerse questa ricerca che Jung fa soprattutto su se stesso.

Nel 1927 inizia la fase di studio sull’alchimia. Se nel 1912 già se ne era occupato ma con un approccio piuttosto culturale, ora Jung si butta dentro in questa dimensione. Qui ha il primo approccio con quello che lui chiama il Sé. Mentre l’Io rappresenta la coscienza normale, in nostro essere in uno spazio-tempo delimitato, la nostra storia e il nostro itinerario, il Sé comprende sia l’Io che l’Inconscio, è come se circondasse l’Io, è il territorio in cui l’Io si sviluppa e si realizza, da cui proviene. Il Sé come punto germinale della totalità in cui sarebbero inclusi gli opposti come bene-male, terra-cielo, alto-basso, etc.
Dal 1918 al 1927 Jung scopre l’unione degli opposti in una fase in cui inizia ad interessarsi dei mandala. Se volete vedere molti mandala andate in un ospedale psichiatrico: lo schizofrenico non fa che disegnare cerchi, cerchi, cerchi perché probabilmente cerca di compensare lo stato dissociativo in cui si trova. Il suo sistema psichico dissociato lo riporta al centro. Il tentativo di centrare la personalità a livello più arcaico lo troviamo nello schizzofrenico, ma in tutte le tradizioni come espressione della ricerca verso la centratura o verso il proprio cosmo (figure, punti cardinali, colori) e cioè cosa c’è intorno al centro. Circumnavigazione come forma di immaginazione, meditazione, insight e costruzione del proprio centro, ossia come il mio cosmo interiore si relazione, intorno a cosa si relaziona. Punto dinamico e fattore di orientamento. Dove andare? Che fare? Quale direzione prendere? (Pensiamo ad un uomo nel deserto). Sé come archetipo dell’orientamento. Archetipo come fattore dinamico che entra nell’esistenza e che possiamo ritrovare in un nostro lavoro psicologico. Questo archetipo è quello che mette in moto anche la ricerca dell’alchimia.

Nei sogni di Jung iniziano ad apparire sogni con strutture archetipiche come il noto sogno di Liverpool:

“Mi trovavo in una città sporca, fuligginosa. Era una notte d’inverno, era buio e pioveva: ero a Liverpool. In compagnia di alcuni svizzeri, diciamo una mezza dozzina, passeggiavo per le strade buie. Avevo la, sensazione di venire dal porto, e che la vera città fosse in effetti in alto, sulle colline; vi stavamo salendo. Mi ricordava Basilea, dove il mercato è in basso, e di lì si sale per la Totengasschen (la viuzza dei morti) fin su un altopiano, dove sono la Petersplatz e la Peterskirche. Quando giungevamo in alto, trovavamo una larga piazza, debolmente illuminata dai lampioni, nella quale confluivano diverse strade. I vari quartieri della città erano disposti radialmente intorno a questa piazza, e al centro di questa c’era un laghetto rotondo, con in mezzo un’isoletta. Mentre tutto intorno era avvolto da nebbia, pioggia, fumo e dalle tenebre notturne a mala pena rischiarate, la piccola isola splendeva di luce solare. Aveva un unico albero, di magnolia, coperto di germogli rossicci, che pareva al tempo stesso illuminato dal sole e sorgente di luce esso stesso. I miei compagni parlavano dell’orribile tempo, e evidentemente non avevano notato l’albero. Parlavano anche di un altro svizzero che viveva a Liverpool, e si meravigliavano che avesse potuto stabilirvisi. Io invece ero affascinato dalla bellezza dell’albero in fiore e dell’isola avvolta dalla luce, e pensavo: “So bene perché si è stabilito qui.” Poi mi svegliai. Su un particolare del sogno devo aggiungere un commento: i singoli quartieri della città erano anch’essi sistemati radialmente intorno a un punto centrale rappresentato da una piccola piazza aperta, illuminata da un lampione più grande, la quale costituiva una replica in piccolo dell’isola. Sapevo che “l’altro svizzero” abitava in vicinanza di uno di questi centri secondari. Questo sogno rappresentava la mia situazione di allora. Mi pare ancora di vedere gli impermeabili grigiastri, luccicanti, bagnati dalla pioggia. Tutto era assai sgradevole, nero, opaco, proprio come mi sentivo allora. Ma avevo avuto una visione di celestiale bellezza, ed era proprio per ciò che potevo vivere. Liverpool è la sorgente della vita (pool of life). Il fegato (liver) secondo un’antica concezione, è la sede della vita” (JUNG C.G., Sogni, ricordi, riflessioni).

Di questo sogno Jung fa un disegno che andrà a finire sul libro rosso e che ha dei forti tratti cinesi. Ne parla con Wilhelm che abitava in Cina e parlava molto bene il cinese, il quale gli fa conoscere “Il segreto del fiore d’oro”:

“Prima di scoprire l’alchimia avevo avuto una serie di sogni che trattavano sempre lo stesso tema. Dietro la mia casa c’era ancora una casa, cioè un’altra ala, o una dipendenza, che mi era sconosciuta. Ogni volta nel sogno sorprendevo perché non conoscevo questa casa, nonostante in apparenza fosse stata sempre lì. Finalmente venne un sogno nel quale io mi recavo nell’altra ala. Vi scoprivo una magnifica biblioteca, risalente in gran parte al XVI e XVII secolo; grandi e spessi volumi in folio rilegati in pelle di cinghiale erano allineati alle pareti. Tra essi v’era un certo numero di libri decorati con strane incisioni in rame che riproducevano strani simboli, come non avevo mai visto prima. Allora non sapevo a che cosa si riferissero; solo molto più tardi li riconobbi come simboli alchimistici. Nel sogno sentivo solo l’indescrivibile fascino che emanava da essi e da tutta la biblioteca. Si trattava di una collezione di incunaboli medievali e di stampe del XVI secolo. L’ala sconosciuta della casa era una parte della mia personalità, un aspetto di me stesso; rappresentava qualcosa che mi apparteneva ma. della quale allora non ero cosciente. Essa, e in particolare la biblioteca, si riferivano all’alchimia, della quale ero totalmente ignorante, ma che presto avrei studiato. Circa quindici anni dopo avevo raccolto una biblioteca molto simile a quella del sogno. Fu nel 1926 all’incirca, che feci il sogno fondamentale che anticipò il mio incontro con l’alchimia. Ero nel Sud-Tirolo, in tempo di guerra. Mi trovavo sul fronte italiano e rientravo dalle prime linee con un piccolo uomo, un contadino, sul suo carro tirato da un cavallo. Intorno esplodevano granate, e mi rendevo conto che dovevamo affrettarci il più possibile, perché c’era pericolo. Dovevamo attraversare un ponte e poi passare attraverso un tunnel la cui volta era stata parzialmente distrutta dalle granate. Arrivando alla fine del tunnel vedevamo dinanzi a noi un paesaggio soleggiato, e riconoscevamo la regione veronese. La città era ai miei piedi, radiosa nella luce del sole. Ne provavo sollievo, e avanzavamo nella verde, fertile pianura lombarda. Ne provavo sollievo, e avanzavamo nella verde, fertile pianura lombarda. La strada portava attraverso un’incantevole campagna primaverile: vedevamo i campi di riso, gli olivi, le vigne. Poi, lungo la strada, diagonalmente, vedevo un grande edificio, un castello di grandi proporzioni, piuttosto simile a un palazzo ducale dell’alta Italia. Era un tipico con molte dipendenze e costruzioni laterali. Proprio come al Louvre, la strada passava davanti al castello attraverso una grande corte. Io e il piccolo contadino giungevamo a un portone, e da qui potevamo vedere di nuovo, attraverso un secondo portone all’estremo opposto, il paesaggio soleggiato. Mi guardavo intorno: alla mia destra era la facciata del maniero, alla mia sinistre le stanze della servitù e le stalle, i granai, e altri edifici minori, allineati. Appena giungevamo nel bel mezzo della corte, dirimpetto all’entrata principale, avveniva qualcosa che non ci aspettavamo: con un sordo fragore tutti e due i portoni si chiudevano. Il contadino balzava da cassetta, ed esclamava: “Ora siamo prigionieri del secolo XVII” Rassegnato, pensavo “Già è così! Ma che cosa si deve fare? Ora saremo prigionieri per anni” Poi mi veniva un pensiero consolante: “Un giorno, dopo anni, sarò di nuovo fuori.” Dopo questo sogno mi misi a frugare in ponderosi volumi di storia mondiale, di religione, di filosofia, senza trovare nulla che potesse aiutarmi a capirlo. Solo molto tempo dopo mi resi conto che si riferiva all’alchimia, poiché questa scienza raggiunse il culmine nel secolo XVII. Abbastanza stranamente avevo completamente dimenticato quel che Herbert Silberer aveva scritto sull’alchimia. Quando apparve il suo libro consideravo l’alchimia piuttosto marginale e ridicola, per quanto apprezzassi il punto di vista anagogico, vale a dire costruttivo, di Silberer. A quel tempo ero in corrispondenza con lui e gli espressi il mio consenso. Ma, come mostra la sua tragica fine, se le cose le vide non le visse. Aveva usato principalmente materiale tardo, che non mi serviva gran che. I testi alchimistici tardi sono fantastici e spesso barocchi; solo dopo aver appreso come interpretarli possiamo riconoscere i tesori che nascondono. Solo dopo aver letto Il fiore d’oro – quell’esemplare di alchimia cinese che Richard Wilhelm mi mandò nel 1928 – cominciai a intendere la natura dell’alchimia. Ero desideroso di avere una più diretta conoscenza degli alchimisti, e diedi incarico a un libraio di Monaco di tenermi al corrente di qualsiasi libro di alchimia gli capitasse. Poco dopo ricevetti il primo di essi, Artis Auriferae Volumina Duo (1593), una vasta raccolta di trattati latini, tra i quali un certo numero di classici dell’alchimia. Lasciai questo libro da parte, quasi senza toccarlo, per circa due anni. Di tanto in tanto davo un’occhiata alle figure, e ogni volta pensavo: ‘Signore Iddio, che assurdità! Non se ne capisce nulla!’. Ma non me ne potevo staccare e decisi di impegnarmi più a fondo. Cominciai l’inverno successivo, e presto trovai la lettura affascinante e stimolante. Certo, i testi mi davano ancora l’impressione di un’evidente assurdità, ma qua e là c’erano passi che mi sembravano significativi, e talvolta trovavo anche affermazioni che ritenevo di poter capire. Alla fine mi resi conto che si trattava di simboli di mia vecchia conoscenza. ‘È fantastico” pensai “devo imparare a decifrare tutto ciò’. Ero completamente affascinato, e mi sprofondavo nella lettura di quei testi tutte le volte che ne avevo tempo. Una notte, mentre li stavo studiando, improvvisamente ricordai il sogno nel quale ero prigioniero del secolo XVII. Alla fine ne coglievo il significato. ‘Ecco dunque! Ora sono condannato a studiare tutta la alchimia dal principio!’. Occorse molto tempo prima che potessi trovare la mia strada nel labirinto del pensiero alchimistico, poiché nessuna Arianna mi aveva dato il filo. Leggendo il testo cinquecentesco Rosarium Philosophorum osservai che certe strane espressioni e giri di parole erano frequentemente ripetuti. Per esempio ‘solve et coagula’, ‘unum vas’, ‘lapis’, ‘prima materia’, ‘Mercurius’, e così via. Capii che queste espressioni erano usate con insistenza con un significato particolare, che però non riuscivo ad afferrare con sicurezza. Decisi pertanto di cominciare un lessico, contenente anche dei rinvii alle frasi chiave. Misi insieme col tempo alcune migliaia di voci e riempii volumi interi di estratti. Seguii un metodo puramente filologico, come se stessi cercando di risolvere l’enigma di un linguaggio sconosciuto. Così il caratteristico linguaggio dell’alchimia un po’ alla volta mi rivelò il suo significato. Fu un lavoro che mi assorbì per oltre dieci anni”, (JUNG C.G., Sogni, ricordi, riflessioni).

Jung ha 55 anni quando decide di studiarsi tutta l’alchimia, dopo un lungo processo di incubazione e dopo essersi occupato di schizzofrenia, storia delle religioni, teoria dei complessi, gnosticismo e così via. Scriverà a Wilhelm dicendogli “io è te siamo l’anello tra oriente e occidente” perché il testo chiave è “Il segreto del fiore d’oro”. È stata attraversata una soglia tra oriente e occidente. Negli anni ’30 il “fenomeno Cina” e poi il “fenomeno Giappone” erano stati molto sviluppati dalla intellettualità europea, come se l’Europa cercasse, in momenti difficili, un altro spazio culturale per potere aprire una finestra su altre dimensioni. Già Shopenhauer aveva sfondato il muro orientale alla fine dell’800. Esiste dunque una forte tensione, come fossero prove generali del fenomeno della globalizzazione.

L’alchimia cinese parla di questo “punto germinale” che Jung identifica con il suo Sé. Germinazione del sapere, della vita e della coscienza. L’altro tema fondamentale è la “circoambulatio”, la rotazione della luce e del punto di vista che si riferisce alla attività del ricercatore che gira in continuazione attorno ad un centro che sarebbe il Sé. L’Io ruotando intorno a questo punto germinale (il Sé) ricerca il senso e il significato della propria storia. Questo girare intorno riguarda anche l’attività della “amplificatio” e cioè della ricerca che si svolge intorno ad un tema simbolico, l’unica ricerca in grado di muoversi nell’oscurità, come se si rompesse lo sviluppo diacronico e lineare a favore di uno sviluppo sincronico.

Jung cerca nell’alchimia un sapere oggettivo e culturale con cui ci si può confrontare per uscire dal suo isolamento. L’alchimia con partner e riscontro della psicologia e come espressione dell’inconscio medesimo.

Per comprendere meglio il tema bisogna partire dalla premessa di Nietzsche relativa alla morte del cristianesimo e dalla radicale novità che questa filosofia inaugura. È qui che nasce l’inconscio, dove la religione si spacca e da questa rottura culturale ci si apre sull’ignoto. Da questo vuoto viene alla luce nel singolo il disagio, il disturbo, il disagio psichico che nasce da questo rinnovamento che ancora non è stato chiarito. Un processo che può essere di guarigione o di malattia. Dalla sofferenza e dalla malinconia nasce il bisogno di salute (salus) e di salvezza, temi al centro del sistema gnostico (I-II sec. a. C.).

Se da un lato l’alchimia può essere vista come terreno di approfondimento della natura sessualità, della libido, del corpo, delle pulsione (in linea con Freud), dall’altro è luogo di incontro con la dimensione luminosa della sessualità la quale ha a che fare con la luce e con la spinta coscienziose di cui la sessualità stessa ne sarebbe il motore principale.

Cristianesimo e alchimia.

Secondo Jung nel momento in cui il Cristianesimo è in crisi entra nella dimensione della natura. Il cristianesimo come fenomeno patriarcale-maschile entra in contatto con il matriarcale-femminile e quindi naturale e di conseguenza sessuale. Tuttavia in questo ignoto, nella natura, vi è nascosto anche il principio del male. Siccome il cristianesimo tende al bene, di conseguenza tende a rimuovere il male. Jung è forte in polemica con la privatio boni che attraversa la teologia cristiana. Il male non esisterebbe ontologicamente, ma sarebbe una negazione del bene. Il male esisterebbe allora nell’inconscio (tema gnostico) per esempio come un femminile arrabbiato nei confronti di un maschile che lo ha abbandonato. Lo spirituale che abbandona il naturale. Questo conflitto è rappresentato sovente in alchimia con la donna con la coda di pesce. La melusina o la sirena che contiene la freddezza del pesce e anche una certa malvagità e cattiveria (oltre che una ambiguità di fondo) per il fatto di essere stata abbandonata. Ecco cosa succede quando lo spirito abbandona la materia per secoli. Si genera un eterno risentimento.

Bisogna allora operare questa conciliazione. L’alchimista sarebbe colui che va alla ricerca del femminile rimosso, il femminile allontanato, abbandonato a sé stesso (chiamato anche Eden) che non riesce a congiungersi al maschile perché è pieno di risentimento. È il maschile che dovrebbe avvicinarsi a questo femminile, entrare nella natura, scendere nella natura, attraversarla per arrivare a questa forza vivente e animata per poterla contattare e recuperarla con amore e ricostruirla dentro di sé.

Melusina chiamata spesso anche Mercuria o Anima di Dio che è sprofondata nella materia e che aspetta nella materia questo processo di redenzione che dovrebbe partire dall’alchimista in quanto filosofo della natura, operatore e trafficante della materia è quello che dovrebbe attraversare la materia, ritrovare l’elisir o la pietra filosofale, per poter effettuare questa operazione di “riconiunctio” tra maschile e femminile.

Partiamo da questa citazione che Jung fa di Pietro Bono e poi cerchiamo di fare una interpretazione per cercare di capire come si può lavorare con l’alchimia, nel capitolo dedicato al parallelo tra lapis o pietra filosofale come pietra di salvezza, farmaco di tutti i mali i Cristo il salvatore. Cristo redentore dell’interiorità umana come la pietra filosofale come redentrice di tutta la natura. L’alchimista è colui che salva perché collabora attivamente alla operazione della salvezza della natura.

“Quest’arte è in parte naturale in parte divina o soprannaturale. Alla fine della sublimazione germina infatti, per mediazione dello spirito, una splendente anima candida, e assieme allo spirito stesso s’invola nel cielo. E questa è chiaramente e manifestante la pietra […]”, (JUNG C. G., Psicologia e Alchimia, p. 359-360)

“Un Rè con un aquila e una Regina con il cigno. Accanto Saturno che sta lavorando dei fiori che sono i fiori del sole e della luna. Questo procedimento di “mettere in moto gli uccelli” che saranno spediti in cielo è la sublimatio”, (JUNG C. G., Psicologia e Alchimia, p. 359, fig. 200).

“Saturno (chiamato anche mercurio senex perché è vecchio) viene cotto nel bagno dall’alchimista che attizza il fuoco col mastice e dalla testa di Saturno si leva la colomba bianca, lo pneuma. L’ambiente è una sorta di corte barocca. L’uccello dovrebbe andare in cielo. L’anima del metallo, il piombo nero della vena melanconica e pesante diventa bianca e cioè si purifica salendo in cielo verso l’alto”, (JUNG C. G., Psicologia e Alchimia, p. 260, fig. 134).

In psicologia, strano a dirsi ma vero, queste immagini esistono. Per esempio un “sogno in cui il soggetto è messo dentro la fornace”. Si potrebbe dire che sta male quando invece sta benissimo. È quello che simbolicamente gli è dovuto in quel momento. In alchimia le sostanze funzionano come delle forze e potenze in contatto reciproco di attrazione e repulsione, amore e odio che cuociono nella fornace. In un altro sogno “il soggetto si trova in mezzo a scheletri e teschi e ossa”. Il tipico mondo saturino della melanconia. Ma il soggetto non era per nulla melanconico. Qui il soggetto va verso ciò che è durevole, perché Saturno è il Dio della durata e infatti lo scheletro è ciò che rimane di noi più a lungo. Esistono residui ossei del paleolitico. Andare verso l’essenza. Questi simboli si aggirano nell’inconscio e non avvengono perché noi siamo semplicemente junghiani, non sono viziati dalla nostra prospettiva. Esiste un inconscio collettivo, più o meno ereditario, per cui noi ci portiamo dietro esperienze ed immagini che appartengono all’esperienza dei nostri antenati e che vengono fuori al momento giusto per esprimere fattori psichici che in quel momento ci riguardano. I sogni per Jung sono fenomeni naturali, non riguardano la teologia.

Per fare funzionare questa sublimazione è necessaria l’aggiunta della “pietra segreta”, che non può essere afferrata ai sensi ma solo dall’intelletto, attraverso l’ispirazione, la rivelazione divina oppure un insegnamento di un iniziato.

La psicologia, nei processi individuativi complessi, ci fa vedere questi processi inconsci. Attraverso i sogni o l’immaginazione entrano in contatto con fenomeni psichici dei quali prima non avevamo conoscenza che emergono direttamente dall’inconscio. Anche nella psicologia del profondo sono delle vere e proprie rivelazioni. Dall’inconscio alla coscienza. Una conoscenza mediante il cuore che entra in contatto con le pulsazioni della vita cosmica.

Perché questa pietra e lo spirito possano incontrarsi viene tirato fuori il dogma della risurrezione dei morti. Contaminazione tra dogma teologico e fenomeno alchemico. Pietra e spirito quando si re-incontrano ossia si ricompongono c’è il fenomeno della risurrezione. Trasformazione del vecchio Saturno nel giovane Mercurio. L’alchimia riprende l’idea dell’immortalità che già i taoisti ricercavano nell’antica Cina. Oro come immortalità perché non si ossida e come salute perfetta. Vita duratura.

Per Pietro Bono questo è un fenomeno spirituale. Non si fabbrica l’Oro volgare, ma l’oro alchemico, che ha delle proprietà specifiche a cui si arriva tramite un propria purificazione interna. Mentre i metalli lavorano la nostra anima si purifica con loro. L’alchimista patisce il dramma del processo materiale che sta mettendo in Opera. In questo senso il processo alchemico assomiglia all’analisi e cioè al processo della proiezione. Ciò che non ho integrato nella mia ricerca avviene nel dramma della passione della mia ricerca, nel mio fuoco, nel mio forno, nel laboratorio alchemico anche tramite processi allucinatori. Avviene e diventa un tema visionario, che traspone la dimensione mentale e visionaria nella dimensione materiale.

Qualcuno è riuscito a fare questo Oro!? In altri termini la vita emotiva e la forza della passione dell’alchimista alla fine hanno materializzato qualcosa. Qui ci avventuriamo nella para-psicologia dove manifestazioni di questo genere si vedono e fanno parte dell’iter individuativo del soggetto. Ad un paziente che stava lavorando sull’ombra prese fuoco spontaneamente la sua immondizia, si mise a suonare il campanello, saltarono fuori spazzolino e dentifricio dal bicchiere. Jung li chiama fenomeni sincronici che si costellano quando una potenza archetipica entra nello spazio-tempo, quando una essenza entra nell’esistenza, ossia quando un archetipo illumina in maniera diversa il cosmo individuale del soggetto. Questi tipi di miracoli come le guarigioni miracolose possono avvenire quando ci sono passioni ed emozioni molto forti di mezzo, quando si attiva in modo molto forte l’inconscio, alla presenza di malattie. In questo caso l’inconscio si può manifestare con sogni, eventi strani che predicono la morte o che si costellano in momenti di forti malattie. Eventi psicologici molto particolari e sogni strambi che predicono un’altra dimensione.

“Un paziente che supera in città una soglia per entrare in bicicletta nella via delle erbe per arrivare felice in una piazza totalmente trasfigurata, con delle luci stranissime che non vengono dal cielo ma dallo sfondo della piazza e rivolgendosi all’analista gli dice serenamente…ma non è un sogno che mi dice che sto per morire?. Associazione: io passo ogni volta in via delle erbe in bicicletta dove è proibito e quando ce l’ho fatta tiro il fiato”

Il paziente coglie intuitivamente l’accesso all’altra dimensione. Probabilmente con questi sogni l’inconscio esprime il tentativo di organizzare il passaggio nella morte, oppure di attivare una possibilità di cura o di trasformazione del punto di vista sulla morte. Situazioni di passaggio nel quale l’ignoto si presenta e comincia a dare dei segnali.

Ecco una serie di sogni che fanno pensare all’alchimia:

Trasformazione.

“Cammino in terra di Sicilia, bella terra di streghe, terra della magia. Gli dicono che c’è una bega tra siciliani. Lui dice che non vuole entrare li dentro e va avanti. Arriva in un bel prato fiorito, è aprile, e vede delle ceneri di un cavallo tagliato a pezzi. E pensa che il contadino (l’uomo che lavora la natura) abbia dato fuoco a questi pezzi del cavallo e pensa strano ! Improvvisamente vede che un pezzo del cavallo, la testa (il caput) , si muove e si spaventa (ciò che non è animato in realtà ha la sua anima, la testa è il capo, il centro della vita). Dopo un po’ questa testa che si muove sopra l’erba assume la forma di un gatto (è difficile non pensare ad una trasformazione del corpo che da cavallo diventa gatto, il sacrificio del corpo del cavallo verso un animale meno ingombrante. La morte del cavallo porta al gatto. La cenere in alchimia serve a ridurre all’essenza un sistema e a produrre l’anima della cosa)”.

Acquavite.

“Ero in un posto e mi hanno offerto dell’acqua vite (acqua di vite o di vita, acqua di vita, che è alcol ossia spirito, gli alchimisti la chiamavano acqua ardens, la fusione di acqua e spirito, simbolo di un acqua o prima materia che accoppiandosi a qualcosa d’altro da la possibilità di trasformazioni e miglioramenti come il farmaco)”,

Battesimo.

“Sono nel battistero di Firenze. Sulla cupola sono affrescati degli angeli neri pieni di potenza fisica che distruggono tutti i simboli cristiani (fanno piazza pulita della simbolica cristiana. Una sorta di nichilismo della civiltà cristiana interpretato dagli angeli stessi che esprimono sia spirito che potenza fisica rappresentando una unità di corteo e spirito. Il nero è l’uomo naturale, di questa terra, “l’etiope alchemico”, l’uomo nero che esce dal fango nell’alchimia). Tutto nel battistero viene distrutto ma la la voce dice “in tutto ciò rimane la pianta esagonale del battesimo” (questo è anche un po’ il “forno alchemico”, la fonte battesimale dove sta l’acqua battesimale nella quale tutto è in potenza già dalle origini…già prima della tradizione cristiana. Un vecchio archetipo che si rifà a temi egiziani. Unione di acqua e di fuoco come purificazione, che da la morte e la vita, la risurrezione). Il tema del diavolo ha origine quando la dimensione spirituale diventa dominante rispetto a quella spirituale. È il tema della religione che provoca uno spostamento nell’altrove, che va in cielo e si stacca troppo dal corpo e dalla materia e quindi dalla terra. La predominanza dello spirito sulla natura (Tommaso d’Aquino che scopre di avere sbagliato tutto negli ultimi anni della sua vita) provoca una separazione dal femminile che viene ricacciato sulla terra, privato del maschile e della sua possibilità di avere un accesso ad una dimensione spirituale. L’alchimia vuole sanare questa frattura tra maschile e femminile, la scissione tra natura e spirito. Alchimia come ri-equilibrio (Vedi collegamento tra alto e basso, cielo e terra, Ermete Trismegisto).

Diavolo.

“Il sognatore va verso il centro della terra, un cerchio di fuoco. Si muove verso questo centro perché li c’è il diavolo (il grande esperto di Dio) che nella sua opposizione a Dio è anche il più grande esperto della teologia di Dio. Lui deve andare li a parlare di teologia con chi di teologia ne sa più di chiunque altro. Il diavolo all’interno del sistema di salvezza, l’ombra con la quale bisogna confrontarsi, l’ombra che va riportata dentro e integrata (Felix culpa)”.

Casa.

“Il soggetto scopre una ala ignota della sua casa. Entra e vede penne, sangue e capisce che c’è stata una lotta terribile in cui il gatto ha ucciso l’uccello. L’uccello sarebbe entrato nella stanza e il gatto l’avrebbe fatto fuori. Era un momento in cui la trasformazione prevedeva un ritorno a terra dell’anima del paziente. Divorare l’uccello vuol dire anche assimilare e quindi anche unione mistica, unione e trasformazione mediante la forza terribile dell’istinto naturale. Unione di cielo e di terra, uccello e gatto”

Cielo e terra.

Un soggetto che aveva elementi problematici piuttosto robusti ma anche un intreccio interessante tra psicopatologia e processo individuativo. Nel sogno molla suo fratello e la sua donna e pensa andando via “Loro avevano già una relazione prima che io conoscessi lei”. Il fratello, quello un po’ matto della famiglia, aveva relazione con la “lei”, con la sua fidanzata anche lei un po’ matta. Lui dice basta e si incammina. La terra è piena di rugiada (tema tipicamente alchemico) e arriva in un boschetto dove vede quattro animali: leone, leoncino (forse il figlio), giraffa (sublimatio, collo alto) e una scerbiatta. Tutti hanno un collare dorato con il simbolo di Davide (i due triangoli di cielo e terra). Un pilota nazista, che però è un grande pilota, nel girare per il cielo a spese della sua vita, sacrificandosi ha fatto un atterraggio nel boschetto per poter salvare gli animali e dare loro la vita. Lui muore e da la vita agli animali.

L’analista è assimilabile all’alchimista? No. l’analista è più un’accoppiata tra un filosofo della natura e un teologo. Lavora sia sull’inconscio che sulla coscienza. Le somiglianze ci sono e le abbiamo toccate. Vanno soprattutto nella direzione del metodo. Lavorare nell’oscurità, verso l’oscurità, ignoto per ignoto, oscuro tramite l’oscuro. Nell’attivazione dell’inconscio dell’analista (Psicologia del transfert) gli ignoti dei due personaggi si mescolano, si alchimizzano, si traforormano guidati da processi emotivi che spesso fuggono alla coscienza, perché in fondo appartengono ancora ad una “alterità” ed è alla fine di tutto il gioco che compare qualcosa di più chiaro. Inconscio e inconscio. Nel lungo tragitto della nostra opera analitica si lavora pressoché in modo almeno parzialmente inconscio, con processi e materiali che sfuggono alla nostra coscienza. Quello che ci soccorre è una sorta di lumen nature (Paracelso), un’intuizione, un segno (ignatura rerum) e cioè la possibilità di vedere un piccolo particolare, qualcosa che ci indica che siamo sulla strada giusta, un sogno, un miglioramento di un sintomo. Questo accomuna l’analista con l’alchimista. Questa sfera emozionale che ha a che vedere con lo scuro e questo desiderio di conoscere e di trasformare ci accomuna con gli alchimisti. Questo lavorare all’interno di una scienza che non è scienza, di una disciplina che è anche pratica, qualcosa che ha a che vedere con il fabbricare (fare qualche cosa) e che non è un semplice processo cognitivo. Analisi come opus. In questo senso ci sono forte somiglianze, soprattutto passando attraverso i processi immaginativi, sogni, fantasie e immaginazioni attive. Analista e alchimista come viandanti e vagabondi dello spirito, dentro il processo individuativi o e amache in cerca di quattrini. Quando nella psiche ci sono problemi energetici si cominciano a contare i soldi. Hillman ha messo in luce come in analisi si lavori con il calore e quindi nel forno. Quanto l’emozione è alta o bassa? C’è emozione? Quando bisogna alzarla? O abbassarla? Il gioco emotivo è un gioco di cui l’analista dovrebbe essere maestro. Alzare e abbassare il fuoco.

Jung e la fisica moderna?

Pauli era un paziente di un’allieva di Jung e conosce Jung nel 1952 con il quale ha delle corrispondenze. Nel circolo junghiano c’è Marcus Firz professore di fisica a Zurigo. Il risultato di questi incontri è la considerazione sull’assoluta mobilità della coscienza, e cioè l’idea di Jung che la coscienza è qualcosa di assolutamente mobile che può avventurarsi nel rapporto tra psiche e materia a vari livelli. Questa è la cosa che più mi ha toccato. Può avere un spettrum tutto psichico o tutto materiale, affondare nella psicopatologia e tornare in enantiodromia al quotidiano (everyday life) per poi essere presa da fenomeni dell’inconscio collettivo. Rapporto tra coscienza e alterità, coscienza e mondo al di fuori di ogni visione psicopatologica tradizionale. Posso passare da un livello all’altro ed essere sano come un pesce.

Fare coscienza per Jung è lo sforzo etico dell’uomo, nella storia del bene contro il male. Senza questo anche Dio viene meno. È tramite la coscienza umana che Dio è onnisciente. Questo è il compito etico del processo individuativo che riguarderebbe ciascuno di noi. Fare coscienza e sviluppare le proprie potenzialità fino in fondo. Se molti uomini sulla terra arriverebbero a fare coscienza piena il tema del male inizierebbe a essere limitato. Responsabilità dell’uomo e necessaria collaborazione della coscienza umana al progetto divino nella costruzione del bene.

 

cvMarco Gay, Conferenza tenuta a Bologna il 10 aprile 2015