Il pudore. Dov’è, cos’è, dove ci porta, esiste ancora?

Il pudore corporeo come metafora

Questa bambina nasconde l’interno della bocca allo sguardo di qualcuno, ed è evidente che è in conflitto con se stessa, tra ciò che le accade e il fatto che vengo visto ciò che le accade. E questo secondo è interno e confuso, come il riso (anche alle nostre educande dell’ 800 si raccomandava di non ridere in pubblico).

Il conflitto è tra un vissuto dell’interno e un supposto sguardo esterno col quale in parte ci si identifica, perchè appartiene alla convenzioni sociali alle quali noi stessi ci adeguiamo. Un conflitto tra un interno non codificabile e non esprimibile, e un esterno che viceversa valuta e codifica, e che è vissuto in prima persona. Un conflitto tra sè e sè, che si ravviva, ‘prende fuoco’ quando davvero c’è uno sguardo esterno. La manifestazione del pudore è il prendere fuoco di quel conflitto.

Il vissuto del privato è presente spontaneamente molto presto nel bambino. La mia nipotina, a sei anni, quando deve fare i suoi bisogni chiama a raccolta i famigliari, anche i nonni, che le capitano a tiro per giocare e chiacchierare con loro nel frattempo. Ma se i suoi genitori osano raccontare qualcosa di lei ai nonni, senza il suo benestare, strilla come un’aquila.

È solo a un certo punto del riconoscimento di sé, attraverso il riconoscimento di un corpo separato da quello dei genitori, operazione favorita dallo sviluppo della sessualità, che viene operata l’associazione pudore-corpo. È quando il corpo si impone come sorgente di vissuti nuovi e coinvolgenti quanto misteriosi, chiedendo separatezza, che diventa sede di pudore.

Il pudore nasce prima, dunque, di una sua associazione con nudità e sesso, ma questa associazione viene di fatto assunta come fondante nella nostra cultura. Anche se parliamo del pudore dei sentimenti, ci viene in mente per prima cosa il sesso, l’amore, il corpo, il rapporto tra uomo e donna.

Questa parola, che nasce da un sentimento di difesa della nostra intimità corporea, ha esteso il suo significato, diventando un grande spazio di riferimento: dei sentimenti, dei pensieri, degli atti, dei modi del costume… si allarga da tutte le parti. Psicologia, filosofia, fisiologia, sociologia, codice penale, arte. Un treno fatto di molti vagoni.

Pudore è diventata così una parola a tutto campo, una metafora. Ci sono metafore neutre, come ‘andare sulle ali della fantasia’, ‘essere ai ferri corti’, che possiamo pronunciare senza per questo venir rimandati nè al volo nè ai coltelli. Il pudore è invece una metafora particolare, ci risuona dentro con un significante ancora prima che con un significato, ci richiama a vissuti ed esperienze personalissime e non neutre, al corpo, al conflitto tra esterno e interno del corpo, alla nudità e alla sessualità. Parlerò del pudore corporeo come metafora, fortemente vissuta, di ogni tipo di pudore.

 

Non è la nudità in sè a essere oggetto di pudore…

 

 

 

Tre nudi, Giorgione, Tiziano, Manet

A parte la posizione della mano non c’è nulla qui che ci rimandi a pudore o impudicizia. Non ce n’è bisogno. Sia perchè quando si vede tutto non c’è più nulla da indovinare, o da voler frugare tra le pieghe del corpo, e quindi non c’è conflitto tra il soggetto e lo sguardo. Sia perchè sono ritratte come divinità, e quindi inavvicinabili.

 

… ma lo sguardo (vero o presunto) sul corpo

 

 

 

 

 

Diversa è quest’altra situazione L. Freud, 2011 ed E. Schiele, 1918 a 28 anni

Qui si può parlare di impudicizia di un corpo, perchè lo sguardo è chiamato in causa, sia pure dalla bruttezza, ed è chiamato a percorrere le carni per capire; ma alla penetrazione dello sguardo non è opposta alcuna difesa, anzi. Con l’eccezione che l’una ha gli occhi chiusi, come se ciò che accade non la riguardasse, e l’altro si ripara parte del volto con un braccio.

La differenza non sta nel fatto che i primi tre erano dei bei corpi, e questi sono brutti. Ma i primi respingevano lo sguardo, se così si può dire, sulla superficie della tela; questi invitano lo sguardo a penetrarla. La differenza tra pudicizia e impudicizia.

 

Un apparente percorso del pudore

 

 

 

 

 

 

 

Calais, fine 1800. Le bagnanti nei loro variopinti prendisole: ma per andare a fare il bagno non sono costrette a percorrere la spiaggia in costume, bensì vengono trainate in acqua (suppongo da cavalli) chiuse in cabine su ruote. con la porta orientata verso il largo, al riparo da eventuali canocchiali. Via via il costume si accorcia, sotto l’occhio vigile di un doppio decimetro che misura la distanza tra l’orlo del costume e il ginocchio. A metà del 1900 fa la sua apparizione il due pezzi. Come sono proseguite le cose è sotto l’esperienza di tutti. Dopo la liberazione delle gambe, dei seni e degli ombelichi c’è stata quella dei glutei, la separazione dei quali è affidata al suo solco naturale, o meglio a una fettuccina di tessuto che vi affonda. Ma ormai sono in pochi a farci caso.

Erano meno felici quelle ragazze sulla spiaggia con i loro costumoni? Erano molto divertite dal venire fotografate. E allora perchè si parla di liberazione? Forse che quelle ragazze non si sentivano libere? Quale movimento le ha via via spogliate? È proprio vero che così l’occhio prova più piacere e sono più seduttive? Proviamo a entrare in un campo di nudisti, e a saggiare il piacere che ci si prova: dal senso di imbarazzo, poi di fastidio (non della nostra nudità, maper quella altrui) si passa via via all’indifferenza. Perchè ciò che fa scalpore non è il livello di nudità, ma è il passaggio da un livello all’altro, a suonare come un’infrazione.

Parlando di pudore bisogna distinguervi due elementi:

  • uno è variabile, ciò di cui si ha pudore, e che è qualcosa che col tempo si sposta, come l’altezza della gamba che rimane scoperta;
  • un secondo è l’esistenza comunque di una demarcazione, che separa ciò che è scoperto da ciò che è coperto, che separa un interno che non vorrebbe essere visto da un esterno che guarda. Da un lato la demarcazione esiste sempre, dall’altro essa col tempo si sposta.

Ma quando si è arrivati alla nudità, non c’è più campo per il pudore. E allora? Al più si passa dalla spiaggia alle strade cittadine, cercando di risicare dove si può. Un tempo erano gli ombelichi, ora sono i glutei a dover bucare la scena e fare da protagonisti.

La nudità dei corpi come tale sembra non poterci portare lontani nel percorso del pudore, e prima o poi restiamo senza metafora. A meno che la nudità stessa non diventi spersonalizzante, lasciando il campo a un vuoto, preludio all’entrata in scena di un ‘interno’ .

 

Il nudo che annulla

Una signora sta facendo il bagno, un po’ al largo, quando si accorge di aver perso la parte inferiore di un due pezzi. Panico, non ha il coraggio di tornare sulla spiaggia. E Calvino vi imbastisce un racconto (in “Gli amori difficili”) dal quale traggo un passo:

E lei ad affannarsi, a cambiare modo e senso del nuoto, e si girava nell’acqua, si osservava in ogni inclinazione e in ogni luce, si contorceva su se stessa; e sempre questo offensivo nudo corpo le veniva sempre dietro. Era una fuga dal suo corpo, che lei stava tentando, come da un’altra persona che lei, signora Isotta, non riusciva a salvare in un difficile frangente, e più non le restava che abbandonare alla sua sorte. Eppure questo corpo così ricco e innascondibile era ben stato una sua gloria, un suo motivo di compiacimento; solo una contraddittoria catena di circostanze in apparenza sensate poteva farne ora una ragione di vergogna. (…) la sua nudità le apparteneva così poco, era un inconsulto stato della natura che si rivelava di tempo in tempo destando meraviglia negli esseri umani e in lei per prima.

Un inconsulto stato della natura. Sì, perchè allo sguardo della gente lo stato di natura è essere vestiti, avere il costume. Allora a quel punto la nudità è l’anticamera di un interno. Il confine tra interno ed esterno è percepito anzitutto attraverso l’occhio che ci guarda, e come tale a noi alieno, e allora il nostro corpo diventa un punto di domanda a noi stessi: e sempre questo offensivo nudo corpo le veniva sempre dietro. Era una fuga dal suo corpo, che lei stava tentando.

Al di là dell’interno che non distinguiamo, dell’insieme di emozioni confuse, o magari di pensieri ripetitivi con i quali vorremmo raccontarcele, percepiamo un’assoluta oscurità, forse un vuoto.

Il senso di noi stessi, dell’essere soggetti e oggetti al tempo stesso, sprofonda in un buco senza fondo, rende incerto il senso del nostro esistere. Il vero interno è innominabile e impensabile, come l’infinito, o l’infinitesimo. Ma per concepire l’infinito abbiamo bisogno di un punto fermo, in cui porre l’al di qua, come la siepe di Leopardi. Per lo più lo poniamo in una soglia concreta, asseverata dalla collettività, può essere il vestito, una scollatura, in ogni caso un’esistenza fisica.

Se l’interno è legato totalmente a una barriera fisica, e non simbolica, allora esso stesso assume caratteristiche di concretezza. Che è quanto ci accade per il pudore che abbiamo per il nostro corpo e le manifestazioni più elementari della sua animalità, ma anche per cose semplici come il riso, lo sbadiglio, la pancia che brontola. Ci scontriamo con il fatto che il nostro versante animale, non controllabile, diventi oggetto di uno sguardo altrui. La reazione a questo pudore concreto può diventare una manifestazione eversiva opposta, come nella pornografia, o nell’invettiva, o nella provocazione. Allora parliamo di spudoratezza, come nelle foto che si faceva fare Toulouse Lautrec.

 

 

 

 

 

 

 

 

La pancia che brontola

Borborigma: una parola ormai dimenticata. Ma quando sono in seduta me la devo ricordare. Poichè a volte capita che in seduta il paziente sia soggetto a borborigmi. Si contorce un po’ imbarazzato, e può capitare che chieda scusa. Ma di cosa chiede scusa?

Immagino che, mettendosi nei miei panni, pensi che lo sto giudicando negativamente, ma non saprebbe spiegarne la ragione. E sì che siamo lì proprio per accorgerci di queste cose, le impertinenze dell’inconscio, che sfuggono al controllo della coscienza. Ma naturalmente in seduta non entro nel merito, lui lo vedrebbe come una indiscreta perdita di tempo.

Sono certo che a casa sua fa tutti i borborigmi senza il minimo imbarazzo, o anche senza accorgersene. Quindi è il mio supposto sguardo che è imbarazzante per lui e lo fa diventare pudico. Ma perchè mai dovrebbe pensare che lo giudico, quando sa che può capitare anche a me. Cos’è che avviene?

Accade, come ben sappiamo, che se qualcuno ci guarda, l’analista in particolare, o pensiamo che ci guardi, noi stessi ci guardiamo in modo diverso, come se ci guardassimo dal di fuori. Se viviamo l’analista come un giudice, allora valutiamo inostri borborigmi oggettivamente sconvenienti, perchè è sconveniente che il nostro corpo si autogestisca al di fuori del nostro controllo, e che stia provvedendo a funzioni digestive, e che lo si veda così.

È come se in quel momento ci accorgessimo di uno sconosciuto antipatico col quale siamo costretti a viaggiare. Solo che quello siamo noi. Attraverso al supposto sguardo dell’analista, è il paziente che sta guardando in se stesso con un occhio diverso, e si considera portatore di qualcosa di poco degno.

Quello che ci accade, nei confronti del quale a tu per tu eravamo ciechi o indifferenti, ora che è diventato dominio di uno sguardo terzo lo consideriamo disdicevole, percorso da manifestazioni ‘inferiori’. Non diremmo che anche questo è pudore? Naturalmente è tutto un discorso che tengo per me perchè altrimenti quello si chiederebbe come sta spendendo i soldi, occupando io del tempo per parlare di cose così irrilevanti.

 

Esterno e interno. Parliamo dell’interno, ma non sappiamo cosa sia.

Alcune emozioni sono chiare, altre sono confuse, mescolate a pensieri ripetitivi con i quali vorremmo raccontarcele. Forse un vuoto. La percezione di noi stessi può sprofondare in un buco nero senza fondo, rendere incerto il valore del nostro esistere. Il vero interno è innominabile e impensabile.

Pensiamo che sia segno di liberazione essere in pace con la nostra oscurità annullandola, e per questo ci adeguiamo a coincidere con immagini piatte e prefabbricate, ben comprensibili dalla collettività. L’esterno detta quale debba essere l’immagine pubblica dell’interno. Come le immagini che vogliamo dare di noi, pur che siano condivisibili, e ricevere gli ‘i Like’ dei social networks.

Quindi non è che nella condivisione l’oscuro sia diventato finalmente chiaro, ma acquista una carta di identità di comodo che lo sdogani, camuffato, socializzabile,e quindi facilmente condivisibile, facilmente comprensibile, indipendentemente  dal contenuto.

Una condivisione che rende felici, leggeri. L’interno è evaporato, parafrasando un’espressione di Recalcati.

 

Maschile e Femminile – Allegorie del pudore

Nel seguito userò i sostantivi Maschile e Femminile per connotare due atteggiamenti opposti inscritti nella psiche, che si trovano indicativamente associati a qualità tipiche dei due sessi, ma di fatto parzialmente mescolati. È una distinzione che, almeno in una sua primissima approssimazione, è di dominio comune, e sulla quale non mi soffermo. Il pudore è tradizionalmente ascritto a chi soprattutto accoglie e quindi deve difendersi, e cioè al Femminile.

Gli artisti che hanno voluto rappresentare un’allegoria del pudore hanno quindi preso come rappresentativo il corpo della donna. Perchè è il corpo femminile che ha un vuoto per accogliere qualcosa, e che quindi maggiormente può essere immaginato come contenente un mistero emotivamente carico e impenetrabile allo sguardo, e comunque da difendere. (Pietro Canonica e Quintilio Corbellini).

 

 

 

 

 

 

 

 

Singolare come le icone della pudicizia siano donne nude, e non siano coperte da un burkini. La pudicizia si esplica in un ambito relazionale, tra un Maschile e un Femminile; se queste donne si riparano vuol dire che c’è qualcuno da cui si temono insidiate.

Ma l’occhio di quel qualcuno è anche un loro occhio, per cui la loro indifesa nudità esprime a monte un loro stesso conflitto. Tra un loro Maschile e un loro Femminile. Vanno dunque assieme il desiderio e il divieto.

 

Andare oltre

Voglio ricordare una terza scultura allegorica: la Pudicizia velata , di Antonio Corradini.

 

 

 

 

 

 

La scultura sollecita l’impertinenza del fotografo. Sembra dire: guardate bene là dove non si dovrebbe, ve lo indico; ma non vi permetto di andare oltre con lo sguardo concreto dell’occhio. Dovete andare oltre ma con un altro sguardo. Oltre Il velo, non sotto il velo, seguendo se mai il suggerimento floreale: contemporaneamente un invito e una negazione all’accesso.

Cos’è quell’oltre? Quali sono quelle cose che indicano un andare oltre a se stesse, dove sta un indicibile? I simboli. Il pudore è una risposta a un mescolamento del concreto con il simbolico. Non intellettualisticamente, ma facendo vibrare emozioni conflittuali, e quindi il corpo per primo.

Il simbolico di cosa? Qualcosa che metta assieme l’animale con il sacro, in una miscela che produca un indicibile, un lacaniano ‘più che godimento’. Qualcosa di insostenibile, e da immaginare, se mai, molto da lontano. Del resto questa è la funzione di Beatrice nei confronti di Dante, al loro primo incontro, vestita di rosso e pudicamente con gli occhi bassi. Cos’è che spinge al trucco, al tatuaggio, al piercing, al calzone rotto: uscire dalla dimensione concreta naturalistica per far diventare il corpo un simbolo. Farlo diventare: significa che non lo si sente già come tale; incombe la dimensione animale tutta intera ed è quella che si vorrebbe trascendere (ad esempio con la depilazione).

Il pudore è quindi occultamento e svelamento della propria dimensione animale, laddove è proprio l’animale a veicolare il sacro. L’oltre che il pudore addita non è teso alla cancellazione della dimensione animale, ma al tentativo di includerla a un nuovo livello. L’osservatore sa che tolti i fiori e il velo non c’è nulla di nuovo da vedere. Ma immaginare l’atto effrattivo conduce alla soglia di un interno, di cui nulla si vuole o si può sapere, ma di cui si avverte un’ineffabile eco. Il personaggio della pittura che più va verso una sintesi delle due dimensioni, l’animale e il sacro, non poteva che essere una Maddalena penitente. 8 I capelli della Maddalena di Tiziano hanno la stessa funzione del velo della Pudicizia. Tenterò di inseguire il pudore tramite le tracce che collettivamente avvertiamo come il segreto della donna: la fecondabilità e il sangue, tra di loro antitetici, legati nell’opposizione tra piacere e orrore, agli estremi della scala emotiva.

 

La fecondabilità

Naturalmente le Madonne, salvo quando allattano, sono rigorosamente vestite. Mi è venuto da pensare a un’espressione di pudore guardando il gesto di ripulsa, o di difesa, in due Annunciazioni, di Botticelli e di Simone Martini e da associare queste due Madonne alle due allegorie della pudicizia che abbiamo visto prima Maria in queste tavole è sorpresa, spaventata, si sente indegna.

 

 

 

 

 

Quello di poter venir fecondate (da non confondere con lo stato di gravidanza) è un pensiero sconvolgente, che colloca la donna a metà tra un mondo animale istintuale e un mondo permeato da una sorta di santificazione, il ‘materno’.

 

 

 

 

 

L’immagine del pieno va però di pari passo con quella del Vuoto, caratteristica del Femminile, e che è protetta dal pudore. Questo è il segreto, il Vuoto. Cosa sia, cosa mai significhi, a cosa corrisponda: a un vuoto indicibile, spersonalizzante, capace di dare la vita, come di significare sterilità.

Nel primo caso abbiamo un Angelo che porta con sè una rivelazione, che la donna ha fatto all’amore con Dio. Non so bene cosa possa significare questa espressione, ma certo non esclude una reazione di pudore, che oscilla – in un Vangelo – tra una sensazione di turbamento e un esplicito atto di ubbidienza (“sono la sua ancella”)

Nel caso opposto, che è quello del sangue, sembrerebbe significare sterilità e basta. E il pudore sembrerebbe a maggior ragione giustificato. Ma c’è un’altra prospettiva, che ora andremo a esaminare.

 

Il sangue

Restando all’interno della metafora del corpo, prendiamo ora la strada del sangue. La storia del tabù mestruale affonda nella notte dei tempi. Anche nella cultura del Vecchio Testamento, nel Levitico e nel Deuteronomio:

E quando la donna avrà il suo flusso, quando le colerà il sangue dalla sua carne, dimori separata sette giorni. E chiunque la toccherà sia immondo fino a sera…. E se pure alcuno giace con lei talchè abbia addosso della di lei immondizia sia immondo sette giorni, e sia immondo ogni letto sopra il quale egli si sarò giaciuto.

E fin qui tutto bene. Ma dopo qualche versetto:

Colui che giace con una donna mestruata e scopre la di lei nudità, denuda la sorgente di lei e lei scopre la sorgente del proprio sangue: li ucciderete ambedue in mezzo al loro popolo.

Terribile. Nella cultura universale di tutti i tempi più che con un’immondizia si ha l’impressione di avere a che fare con qualcosa di grande potenza magica, e quindi da tenere alla larga. Dapprima è stato un tabù palesemente ritualizzato in tutto il mondo, addirittura codificato nelle Scritture.

Poi è diventato un tabù nascosto, qualcosa di cui non parlare. E oggi? Prendiamo come misura la pubblicità degli assorbenti in TV. In Italia è stata permessa nell’ultimo decennio del ‘900, in Inghilterra nel primo 2000. Il liquido che vi appariva era rigorosamente azzurro, e solo di recente ha fatto la sua apparizione il rosso.

 

 

 

Oggi il sangue mestruale è un tabù che si fa finta di ignorare muovendoci in senso contrario: buttandoci con il paracadute anche in quei giorni (Nuvenia), ultraappiattendo gli assorbenti, rassicurando sull’invisibilità e una tenuta perfetta. Sicuramente col tempo ci ha guadagnato la maggior vivibilità di questo incomodo da parte delle donne… ma nello stesso tempo dobbiamo chiederci perchè è stata fatta tanta fatica per occultare, ancora nelle famiglie di oltre metà secolo, e cosa dice di noi questa storia, e se è davvero questo, della liberalizzazione, e dello spostamento dell’asticella del pudore, il senso profondo del percorso. Perchè stiamo ancora cancellando, sterilizzando, zittendo questo tipo di pudore, avvolgendolo in confezioni invisibili, mostrandolo come non più necessario. Ma è non necessario perchè si nasconde, non perchè si supera. Non riusciremo a guardare questa storia più da vicino, non ci si svelerebbe nulla. Per avvicinarci a come il corpo femminile incarni la metafora che stiamo usando, dobbiamo rivolgerci ai sogni, che fanno tutt’altro discorso.

 

Sogni di mestruo: la macchia

Forse è il compleanno di qualcuno. Io sono a disagio, non so mai di cosa parlare. A peggiorare la situazione accade una cosa terribile. Vado in bagno e mi rendo conto di avere le mestruazioni. Ma il terribile è che vedo che semino sangue dappertutto. Sono disperata. Nessuno però pare accorgersene. Mi siedo sul divano e, inevitabilmente, lo sporco. Decido allora di non alzarmi più di lì fino alla fine della festa. Sono angosciata.

Ho le mestruazioni. Sono a casa mia e devo andare a cambiarmi gli assorbenti, ma non riesco a restare sola nel bagno perchè c’è tanta gente. Metto gli assorbenti in tasca, ma questi escono da soli e li perdo per tutta la casa. Così tutti si accorgono che ho le mestruazioni. Mi arrabbio con gli altri perchè non si può avere un po’ di privatezza.

C’è un’evidente contrapposizione tra un Io del sogno – l’io protagonista che si narra – e una dispettosa regia che accumula accadimenti a lui sgraditi, magicamente sollecitando sangue e assorbenti a denunciare lo stato mestruale e a invadere l’ambiente. Di primo acchito sembrerebbe che non ci fosse nulla da dire: se del sangue fuoriesce è ovvio che macchi il divano.

Ma nel sogno la stanza, il mobilio, le suppellettili sono estroflessioni di un contenitore primario, il corpo dell’Io del sogno, cosicchè la macchia rappresenta il terreno di incontro tra il sangue e un ‘corpo’. D’altra parte anche nell’esperienza che abbiamo di noi stessi possiamo assistere a un sangue che fuoriesce dal corpo, considerandoli dunque in partenza entità concettualmente separate. Un sangue davvero intraprendente, che vuole mostrarsi a tutti i costi, facendo disperare la pudicizia dell’Io del sogno.

Vuole invadere il mondo, a dispetto dei presupposti culturali. Verrebbe da dire: spudorato. Di cosa è portatore? Stando al Vecchio Testamento il sangue è “la vita”, ma non è una definizione che ci chiarisca molto le cose, anzi, ci fa pensare che non si possa fare nessuna ipotesi al riguardo. E c’è qualcosa che lo frena?

Ho lasciato in giro un mio assorbente macchiato di sangue mestruale. Attorno alla macchia c’è un alone giallo, e io so che sono le vitamine. Non voglio che il mio compagno lo veda, perchè lo considererebbe sporco.

Sono nel bagno di casa mia, e c’è un’amica che si sta pettinando davanti allo specchio. La vasca è piena d’acqua, io sono mestruata, entro nella vasca, e l’acqua diventa tutta rossa. Il mio compagno apre la porta per entrare, ma lo mando via perchè non voglio che veda l’acqua rossa.

Il sangue deve salvarsi dallo sguardo del Maschile (appartenente anche alla sognatrice), che lo considera immondizia; mentre c’è uno sguardo del Femminile che lo considera equivalente alla ‘vita’ (le vitamine). Ciò che non deve essere visto in particolare è, come già detto, la traccia che il sangue lascia sulle cose, ossia il suo incontro con la realtà concreta, con il ‘corpo’.

C’è un pudore – scopriamo in questo contesto – che appartiene al Maschile (dell’uomo e della donna), e che vorrebbe impedire al sangue di irrompere e impregnare il mondo. E questo già ci dice qualcosa di alcuni aspetti del pudore, che non sempre lo rendono una difesa necessaria in assoluto, ma in relazione a uno sguardo collettivo del Maschile, che non è tuttavia in grado di capire cosa nasconda in un suo ‘oltre’. Non so cosa possa essere questo ‘oltre’ tenuto in serbo dal Femminile, non siamo in grado di dire che dovrebbe essere così o colà, perchè lo diremmo ancora in una prospettiva maschile, che è quella del tempo in cui viviamo; qualcosa che la coscienza non è ancora in grado di recepire, e che rimane nascosto tra le ombre del sogno.

 

Un ‘impudico’ tentativo di sintesi Siamo di fronte a una zona d’Ombra.

È un concetto Junghiano per definire qualcosa di sconosciuto che ci accompagna sempre, valorialmente opposto alla coscienza, in sè ineliminabile, anche se ne può evolvere il contenuto. Anche Dio, dice Jung, ha un’Ombra, della quale nel Vecchio Testamento non c’è consapevolezza.

Saranno l’uomo e la donna a caricarsi di quell’Ombra, e – con la cacciata – scoprirsi nudi e coprirsi. Il pudore è la testimonianza dell’esistenza di un’Ombra. Siamo di fronte al tentativo collettivo di eliminare il luogo dell’Ombra, banalizzando le ombre che lo abitano, dando loro dei nomi, esorcizzandole, proiettandole concretisticamente nel reale.

Frida Kahlo, la pittrice messicana della prima metà del ‘900 che tutti conosciamo, ha tentato sul piano dell’immagine una sintesi tra carne e sangue. In una vita profondamente segnata dalle infermità del corpo, non riuscirà ad avere figli, e in corrispondenza del suo primo aborto produce una litografia. Il tentativo che fa la Kahlo è di immaginare una compresenza di bambino – e quindi di carne – e di sangue, dando un maggior peso valoriale al sangue, come produttore di fertilità e di creatività.

E tuttavia i due restano separati. Si diceva: andare oltre. Ma l’oltre è in Ombra. Si diceva: il pudore come luogo di scontro tra desiderio e divieto. Ma nel sogno, riguardo al sangue, da parte dell’Io c’è ancora un rifiuto, perchè l’Io è profondamente maschile, e di conseguenza il ‘desiderio’ resta affidato al sangue stesso. Carne e sangue – nel mondo – restano ancora separati.

 

Tracce per un approfondimento

Sul tema di un incontro tra corpo e sangue mi viene da riandare ai Vangeli, ai passi che riguardano l’Ultima Cena. I sinottici concordano nel collocare l’istituzione dell’Eucaristia durante l’Ultima Cena, quando Gesù invita i discepoli a mangiare la sua carne e a bere il suo sangue. Ricordiamo che siamo in un contesto ebraico e in una cena celebrativa della Pasqua, dove meno ci aspetteremmo che del sangue venisse ‘mangiato’ e per di più mescolato con la carne, contravvenendo a uno dei più severi divieti ebraici relativi al cibo.

Il mescolamento è tanto esplicito, da venire ritualizzato nella messa ambrosiana, dove si effettua l’intintio ad calicem, ossia l’ostia consacrata viene intinta nel calice del vino consacrato, il corpo intinto nel sangue. A rendere ancora più misteriosa questa circostanza sta il Vangelo di Giovanni. Nell’Ultima Cena secondo Giovanni non viene istituita l’Eucaristia, ma – come nei sinottici – si dà spazio al tradimento di Giuda. Il Vangelo riferisce le parole di Gesù:

Colui che intingerà con me il boccone nel piatto, quello mi tradirà“.

E aggiunge:

E il demonio entrò in lui“.

Da incompetente qual sono in materia, mi stupisce che il demonio abbia atteso le parole di Gesù per entrare in Giuda, che probabilmente non aveva aspettato quella denuncia per rendersi conto del suo progetto. In secondo luogo: perchè mai Gesù – così come fa anche nei sinottici – ricorre a quella complicata perifrasi per indicare in Giuda il traditore? Non sarebbe bastato dire: sarà Giuda a tradirmi? Mi si fa strada allora l’ipotesi che l'”intingere il boccone nel piatto”, ossia l’intingere qualcosa di solido in qualcosa di liquido sia un atto di sostanziale significato, e che abbia a che fare con il simultaneo ingresso del demonio. Potrebbe cioè esistere un’Ombra della Consacrazione, e cioè un aspetto ‘demoniaco’, sottolineato da Giovanni, dovuto alla incomprensibile e vietatissima commixtio tra corpo e sangue, messa in atto da Gesù. Sto parlando di ‘Ombra’. Jung ci dice che anche Dio ha una sua Ombra. Sarà lungo questa strada che potremo trovare qualche indizio del perchè sia così impura la donna che è entrata in contatto con il proprio sangue, sia per via del parto che del mestruo? E che il pudore corporeo stia a guardia di questo mistero?