Felicità. Possiamo realizzarci?

Smarrimento, soffocamento, senso di vuoto crescente che divora i cuori degli esseri umani di cui si parla poco anche a livello privato. Una sofferenza di cui che le persone si tengono dentro con senso di colpa, vergogna e di incomunicabilità. Una mancanza di speranza. Nemmno la convinzione che potrà mai servire contattare o tirare fuori tutta questa sofferenza.

Quello che un secolo fa era percepito solo dagli artisti e dai poeti, è oggi percepito endemicamente da tutti noi nelle varie condizioni in cui ci troviamo a vivere. Dàmaso Alonso (nella foto) descriveva nel 1955, con tono drammatici, quello di cui vogliamo parlare:

“Madrid è una città di oltre un milione di cadaveri, secondo le ultime statistiche, a volte nella notte io mi rivolto e mi levo a sedere in questo loculo in cui sono e da quarantacinque anni imputridisco”.

Se ascoltata a fondo l’anima di ognuno di noi potrebbe sentire qualcosa di analogo. La nostra umanità soffre in modo crescente perché percepisce intorno a se situazioni, relazioni e ambiti di lavoro dentro i quali ci sentiamo ormai estranei. A volte percepiamo che non ci sia più nessun luogo in cui potremmo sentirci a casa, al posto nostro. Una percezione pesante, dolorosa e di estraneità. Il nostro luogo di lavoro, la politica ma persino la parrocchia o il gruppo spirituale che frequentiamo, che dovrebbe essere il luogo di ricerca della verità, non  ci appartiene più.

Siamo allora costretti a forzarci, a diventare altro da noi, a dissimulare e  questo produce una grande, crescente, poco definibile e nominabile, poco riflessa e interpretata eppure dilagante sofferenza. La cultura in cui viviamo non ci offre delle chiavi interpretative, non ci aiuta a stare meglio, a capire cosa stiamo vivendo. Il vuoto culturale e interpretativo accresce questa sofferenza perché la rende privata, la rende privata e solitaria.

Molti ricercatori, antropologi e filosofi sono concordi che questa sofferenza è il segno di una grande crisi ma che si configura come una grande opportunità di crescita. Questa è una buona notizia di cui non si parla, una prima notizia che non viene trasmessa. Ci viene data solo la notizia della crisi. Il cristianesimo si sta sfasciando, il nichilismo è alle porte come un ospite inquietante, il petrolio sta finendo, il pianeta sta soffrendo. Ma questa è una crisi di crescita perché stiamo diventando altro, stiamo diventando più grandi delle forme coscienziali etiche e religiose che ci hanno preceduto, stiamo crescendo anche se molto faticosamente e questo sta avvenendo su tutta la terra se viene letta bene la fenomenologia del presente.

Si sta dilatando uno sguardo che non si identifica più con il punto di vista in cui le culture e le civiltà per millenni si sono pensate. Per millenni le culture e le civiltà si sono costruite e organizzate “contro” gli altri. Io sono cristiano perché sono “contro” da te che sei non credente, io sono italiano perché sono “contro” di te che sei francese, io sono di “destra” così posso odiare te che sei di sinistra. La mia identità, cioè il mio “IO” si fonda sulla contrapposizione, ha bisogno di un avversario su cui fondare la propria identità.

Queste vecchie forme di convivenza stanno implodendo o scoppiando. Sta emergendo un “IO” più globale, trans-culturale in grado di non identificarsi più nelle differenziazioni culturali, delle contrapposizioni religiose. (Io ti ammazzo, ti odio perché così mi sento forte e pieno di energia). Questa nuova soggettività che sta emergendo che c’è in ognuno di noi “non è ancora linguaggio”, non ha ancora una cultura in cui potere esprimersi, in cui potere condividere i processi gioiosi della sua emersione. Ecco perché viviamo un grande scollamento e una grande lacerazione.

Un grande conflitto, siamo tirati da due parti opposte. Da un lato siamo risucchiati e richiamati dalla potenza psichica e politica dell’ IO morente, dalle nostre abitudini mentali, pregiudizi, credenze. È difficile uscire anche perché questo Io morente si alimenta ed è rafforzato da tutto ciò che succede attorno, dalla cultura dominante morente e decadente in cui viviamo. Questo Io è continuamente alimentato sul posto di lavoro dove mi è richiesta competitività e aggressività contro l’altro (altrimenti fallisci), nel mondo dell’arte e della cultura dove ci sono una miriade di poeti e pittori che sgomitano per entrare nella storia: ma nessuno gli ha detto che non c’è più la cultura e la storia dell’arte come l’avevamo intesa per 2500 anni? Non hanno capito che essere scienziato o poeta oggi significa un’altra cosa? Che non è più gareggiare con qualcuno? Per uno scienziato prendere il Nobel. Essere poeti, scienziati o meglio uomini oggi significa “mettersi al servizio di ciò che sta nascendo”. Da un punto di vista intra-psichico stiamo assistendo ad una mutazione della struttura dell’IO.

Se immaginiamo la vita come un “flusso di energia pensante” (non anonima) possiamo immaginarci che essa stia sottraendosi da alcune parti per andare altrove. Certi ambienti, circoli, gruppi, eccetera sono devitalizzati ed è per questo che ci danno un senso di alienazione. In questi ambienti staremo sempre peggio. Queste vecchie forme sono in putrescenza, stanno per morire, non c’è scampo come dice Alonso. La vita si sta trasferendo altrove e allora stando qui siamo “in putrescenza”, cioè  non stiamo facendo un vero servizio al “nascente”, siamo ancora dentro gli schemi vecchi. Ci sentiamo frustrati, falliti e morti e se non ce ne accorgiamo significa che abbiamo messo degli strati anestetici per non sentire questo terribile dolore, ma se invece stiamo male allora significa che siamo ancora vivi. In queste aree devitalizzate non c’è più amore, non c’è eros e vita. Difficile trovare in certi ambienti qualcuno che ami quello che fa.

Dobbiamo rimetterci nel flusso della vita, andare dove sta andando la vita, questa nuova coscienza e umanità nascente che si sta destando sul pianeta per collaborare alla sua fioritura. Questa umanità globale durerà millenni, non c’è dubbio e sta nascendo ora. La struttura nella nostra soggettività sta cambiando. Questa umanità nascente non trova ancora forme espressive, non ha ancora la forza di costruire una sua cultura e un suo linguaggio, una sua mitologia.

In questo momento ne stiamo parlando, stiamo dando parole e stiamo creando un linguaggio intorno a questa coscienza nascente. L’umanità pensa, parla, crede e costruisce la cultura in questo modo.

Una umanità in noi che ha una voglia straziante di vita autentica e che vive una sofferenza straziante nell’alienazione (così si sta manifestano) perché non trova ancora corrispondenza e forme nella cultura e nella politica. Ovviamente per realizzarsi dovrà diventare ripensamento del mondo. Questa nuova coscienza sta emergendo per trasformare il mondo, non per un fatto privato. Anche i nuovi mezzi informatici sono una prefigurazione di questa coscienza spirituale, trans-egoica, globale e cerebrale planetaria. Siamo già connessi, siamo già una mente globale.

L’evoluzione sta procedendo a livelli sotterranei attraverso la nostra sofferenza, attraverso questa passione senza nome che si manifesta nelle vite concrete delle persone, nei fallimenti familiari, lavorativi, professionali, nelle malattie del nostro secolo che insieme stanno pian piano distruggendo il vecchio, lo macinano lentamente rendendolo una poltiglia.

Le ricerche sociologiche ci dicono che il livello di felicità percepita nelle nostre civiltà occidentali è di gran lunga inferiore di quello percepito nelle civiltà più primitive (Vedi la storia della pompa dell’acqua).

Questo non ci permette di realizzarci. Soffriamo molto e i mondi dell’alienazione hanno schiere di funzionari umani disposti a rinunciare alla vita per avere potere. Alcuni sono inconsapevoli, altri lo sanno e il diavolo chiederà prima o poi il rispetto del patto a prezzo di sangue. Per avere il potere, bisogna rinunciare alla vita. Sentirsi vivi e bene nel vivere senza bisogno d’altro, la bellezza e la gioia d’essere, come dice il salmo “non manco di nulla”, non ho bisogno, adesso, di aspettare niente e nemmeno l’aldilà.

Questi sistemi organizzati di morte, con tutti i loro pro-consoli, stanno escogitando di tutto per distoglierci dall’evidenza delle cose. E si stanno potenziando e raffinando.

Pensiamo al dramma messianico. È l’archetipo della nascita del nuovo. Come nasce il nuovo? Come viene accolto sulla terra? Il nuovo nasce povero. Il nuovo nasce non visto, non notato. Il nuovo nasce ai margini dei poteri del mondo e sotto i riflettori della CNN. Il nuovo nasce perseguitato. Il vero Ré è la nostra umanità nascente. Quello porta in se tutta la vita, ce l’ha tutta dentro di sé.

Il vecchio lo farà fuori con tutti i suoi mezzi. Dalla strage di Erode alla croce. A Lui che viene a ricordarci (perché ce lo siamo dimenticati) che siamo organismi cosmici, che siamo pensati per uno scopo, in un piano che dalla galassie procede fino all’anima, alla coscienza come il più grande mistero dell’universo. “Vi siete dimenticati il notino per cui siete qui !”. E allora i vecchi poteri lo fanno fuori. La nascita avviene attraverso la passione e senza contrapporsi, ma accettando la sofferenza.

Posso allora decidere ora se schierarmi dalla parte dell’uomo nascente. Lo posso fare adesso e iniziare a nascere invece di continuare a morire. Ad un certo punto comunque non ne potrai più. Vogliamo decidere subito? O prima incarnarci migliaia di volte? Il Cristo inizia la predicazione così “Il tempo è compiuto. Il regno è vicino convertitevi e credete in questa buona notizia!”. Questo annuncio è ora. Possiamo spostarci. Non siamo costretti, siamo liberi. Possiamo contribuire e collaborare a creare la nostra realizzazione e quindi la nostra felicità. Sottrarre energie alle parti alienate della nostra vita, per alimentare questo nucleo più profondo del nostro essere che è pieno di vita e creatività nuova, idee nuove (energia e vita) che aspettano di piovere sulla terra.

La cosa più degna di essere fatta è un lavoro interiore e trasformativo. “Pensate al regno” e cioè mettetevi in linea con l’ordine dell’universo che avete dimenticato. Siete dei fiori pensanti. Cercare qual’è la logica con cui siete stati pensati e allineatevi, collaborate. La giustizia e la rettitudine è questo allineamento. Se fate questo tutto il resto vi sarà dato in sovrappiù. Allora tutto dal lavoro alla vita affettiva e lavorativa inizieranno a ritrovare armonia ed equilibrio. Lo vuoi? La pedagogia cosmica o divina è la pedagogia della libertà, perché Dio mette il suo nucleo nel cuore dell’essere umano e non forza nessuno. Questo perché vuole creare esseri liberi e pensanti e quindi non può imporre niente. È una scelta libera, altrimenti saremmo marionette, non saremmo vivi ma dei meccani.

Prendersi cura di questo processo  universale e cosmico che passa anche e attraverso la nostra evoluzione cosmica e personale. Prendermi cura della mia vita personale (IO) all’interno della grande realtà più universale (Sè).

Teillard de Chardin, filosofo, teologo e scienziato francese, in uno scritto “Sul piacere della vita” pubblicato per l’Unesco nel 1955 scrive

“Strano spettacolo in verità e dal quale per molto tempo non riesco a distogliere l’attenzione, che cioè su tutta la terra l’interesse di migliaia di ingegneri ed economisti sia assorbito dal problema delle risorse mondiali di carbone, di petrolio e di uranio e che nessuno per contro si preoccupi di tenere d’occhio la voglia umana di vivere, per prenderne la temperatura, per alimentarla, per curarla, perché no per aumentarla. Come un malato scoraggiato alla vista di un festino, così l’uomo assalito dalla nausea biologica farebbe certamente lo sciopero della vita, fosse anche al massimo del suo potere di scoprire e di creare e questo sciopero lo farà se di pari passo con la sua scienza e potenza non sorgerà in lui l’interesse sempre più appassionato per l’opera che gli è affidata. In noi l’evoluzione è diventata cosciente, cosciente e compiuta al punto di potere maneggiare i propri meccanismi e di sollevarsi, ma a che pro questo grande avvenimento cosmico se venissimo a perdere il piacere dell’evoluzione”.

L’universo ha impiagato 15 miliardi di anni per dare vita a questo strano essere umano che diventa cosciente di sé. Che cosa è l’uomo? È l’universo diventato cosciente di tutta la sua storia. Tutta la storia precipita in questo momento qui, nella nostra consapevolezza. Tutte le ere e tutte le storie della terra. E tutto questo senza scopo perché questo essere che è diventato cosciente di sé ha in sé alcuni desideri, bisogni o esigenze fortissimi come l’infinito, l’eterno, la verità. Depositati dentro di sé l’uomo ha dei sogni e come la ghianda sogna la quercia, ha dei principi. Come è possibile pensare ad un universo che impegna tutte le sue energie per produrre un essere mediante il quale l’universo stesso diventa autocoscienza, che è estraneo al’’universo stesso. Anche se tutto ciò che la scienza ha prodotto fosse un sogno bizzarro da qualcosa questo sogno si sarà pure generato! Il punto di vista scientifico che nega una progettualità e una coerenza tra l’uomo e l’universo pare veramente poco razionale.

Questo IO umano, questa autocoscienza dell’universo, sta arrivando ad un punto nuovo dell’evoluzione, ha raggiunto la consapevolezza di tutta la sua storia. Questo Io è pronto ad un salto, a capire meglio chi è, il suo essere coscienza spirituale trans-nazionale, trans-storica trans-culturale. Un principio in cui l’evoluzione può continuare. Forse questa evoluzione può continuare attraverso di noi. L’Io umano sta comprendendo di essere uno strumento della creazione. Uno strumento attraverso il quale la creazione potrà continuare, ma attraverso una collaborazione libera di pro-creatori. Chi è l’uomo? Chi è l’IO? Questo è l’IO nascente, l’IO nuovo? Un io consapevole di non essere ne questo, ne quello, solamente la sua storia psicologica, culturale e religiosa bensì un principio creatore più profondo e libero.

Più diventiamo consapevoli di essere un principio assoluto, libero e creatore e più allora ci vogliamo liberare da tutte le prigionie della storia. L’intera modernità può essere letta così, come il percorso dell’Io che vuole essere libero dai condizionamenti. Si vuole liberare dai poteri della politica, dell’assolutismo, dai poteri religiosi coercitivi. Più si rende consapevole e più comprende la prigionia in cui è calato e più percepisce il puzzo della sua putrefazione. Tutta la psicoterapia del ventesimo secolo risponde a questo bisogno di liberarsi dalle nostre prigionie interne.

Questo è lo scenario, il passaggio da un io umano molto limitato, molto identificato con le proprie piccole storie personali, familiari, culturali ad uno io umano che assurge alla consapevolezza di una libertà creativa assoluta. Il Cristo dice “Io ho vinto il mondo”. IO chi? Quale soggettività? Si parla di una soggettività che ha vinto il mondo, che è più grande del mondo e ci chiama ad una libertà creativa inaudita e che forse dopo 2000 anni di storia del i cristianesimo potremo capire un po’ di più. “Niente sarà impossibile” dice il Cristo. In che senso? All’Io umano finalmente cosciente della propria assolutezza niente risulta impossibile. Quale libertà creativa ci sta indicando il Cristo? Quali poteri straordinari? Ce lo diranno i millenni dopo lunghi processi di liberazione. Lo capiremo liberandoci.

Felicità come collaborazione a questo passaggio per vivere questo passaggio evolutivo in modo meno traumatico. L’uomo vecchio e duro a morire e si tratta di elaborare il lutto di penosi travagli. Parliamo della morte dell’Io così come lo abbiamo sempre sperimentato, quindi della nostra morte. E poi abbiamo bisogno di essere aiutati e aiutarci.

Possiamo realizzarci? Possiamo creare la nostra felicità? Si, perché siamo divini, siamo spiriti e cioè delle essenze non determinate dalle concezioni materiali, culturali e religiose. Stiamo vivendo in un momento critico ma positivo dove ognuno di noi è convocato a prendere una decisione che ogni giorno diventa sempre più palese. Viviamo in un tempo apocalittico in quanto ci si sta rivelando in modo sempre più evidente che certe forme sono sempre più morte e insostenibili e siamo chiamati a un’altra vita, anche se non è così chiara. Ci vuole fede, seguire l’intuito che ha il sapore della vita per non rimanere in quel luogo sicuro che però è sicuramente morto! Ne basta molto poco “per muovere le montagne”.

 

Tratto liberamente e adattato alla forma scritta dalla conferenza di Marco Guzzi:

Realizzarsi: possiamo creare la nostra felicità, Roma, 9 ottobre 2010