Riflessioni sul gesto creativo.

La nascita, la ricerca, la crescita nel segno attraverso il gesto dell’immagine emerge da un’energia interiore. L’incontro con lo spazio pieno, su cui s’inizia a operare, diventa attimo sospeso e dilatato insieme, come ampliata e profonda si sente quella superficie che si trasforma in un vuoto di materia, in profondità che si protende sempre più verso di me e avvolge il mio pensiero. Cresce d’intensità l’unione di segno, gesto, immagine, energia, pensiero, quando comincia ad apparire quella traccia “nello” spazio così intensamente osservato. Ora quei limiti non si avvertono più. Quei limiti non esistono, se non intesi come dentro e fuori. Io vivo in questo interspazio, all’interno di un’energia che mi unisce al’attimo della nascita dell’immagine. Fuori c’è tutto il resto.

C’è il “luogo reale”, il luogo tangibile e “vero”, che per me non esiste più. La stanza, la sedia, il pavimento, i muri…. non ha importanza se lo spazio “reale” che mi ospita è angusto, piccolo; semplicemente non lo vedo più. Quella immagine che sta nascendo ad un certo punto può av ere urgenza di mostrarsi, allora ogni intervento “dovuto”, temperate le matite o spremere il tubetto di colore o cambiare strumenti, diviene fastidioso perché si frappone al fluire del gesto e dell’intento.

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La mia mano deve stare vicina all’occhio, al volto, alla mano di “colui” che sta apparendo e si sta presentando a me in quei momenti…Chi sei tu? Che cosa mi vuoi dire? Dire ad altri? Piuttosto che cosa poi io vorrò dire agli altri attraverso di te. Tu che emergi da questo nulla-spazio-vuoto, tu che sei tutt’uno con me, che in silenzio ti presenti guardandomi negli occhi, o abbassi lo sguardo per non incontrare subito il mio. Personaggio misterioso che mi vorrebbe dire tante cose, tu che sei allo stesso tempo pensiero ed emozione, che giungi da non so dove e divieni parte, nella unione, dei miei pensieri e delle mie emozioni. Non solo. Tu quando emergi dal nulla forse hai già raccolto e assorbito le energie di tanti altri… o forse no.

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Tu con prepotente apertura ti palesi, non annunciato e oramai non più nascosto tra mille segni. Il mistero continua ogni volta ad affascinare i momenti creativi, che tuttavia non potranno mai essere pienamente descritti e comunicati da queste parole. Il desiderio, grande, di presentare ad altri, questi esseri, queste “madri”, di far sì che loro non guardino solo me, ma possano parlare con quello sguardo a tanti, è impellente. Perché? Forse sapranno dire meglio di me, senza parole, ciò che io non riesco a dire e comunicare. Tu, persona, che vivi con me, lavori vicino a me, che m’incontri per strada, guardami, entra in contatto con me, con gli occhi, con il pensiero, con la mente….Ti vorrei raccontare, nello stesso momento in cui mi guardi, tutti i sentimenti di questo mondo: la tenerezza, la malinconia, l’amore, il rispetto, l’affetto, il dubbio, l’onestà…. Solo alcuni dei tanti misteri del “sentire” umano. Vorrei trasmetterti quell’energia che io sento, vorrei dirti “sono qui”! Vieni vicino a me, con una mano leggermente protesa, un gesto d’incontro, un gesto d’avvicinamento.

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Non siamo solo io e te, a volte, spesso, due esseri distanti e non comunicanti che s’incontrano, si sfiorano nella superficie. C’è dell’altro. C’è un’energia, una forza che in quell’essere cerca disperatamente di mostrarti e comunicarti, con gli occhi, con la mano, con un gesto, un segno, un’ombra o una macchia. A volte è così intensa e viva, la luce che possiedono che è necessario trasmetterla tra le mani, prima di lasciarla libera e donartela; altre volte il gesto liberato fa aprire la mano e distendere leggermente le dita, verso di te che guardi, verso di te che senti. Ti vorrei conoscere, ti vorrei parlare senza parole, ti vorrei chiamare: avvicinati, guardami, ti vorrei comunicare tante cose, ti vorrei proteggere, accogliere, avvolgere, abbracciare…. Condurre almeno per un attimo nello spazio d’energia che da sempre mi coinvolge e affascina, là dove le emozioni e i sentimenti ri-creano un nuovo corpo e cercano di incontrarti.

Siusi, Silenzi d’Alpe 2016

Di Loretta Cavicchi, pittrice di Bologna