Saper stare sulla soglia ovvero della mutua permeabilità tra conscio e inconscio.

Personalmente appartengo al novero delle persone che sono piuttosto riluttanti a commentare il Liber Novus di Jung. Contraddizione in termini, visto che sono qui per questo. Cercherò allora di argomentare in che senso la lettura del testo, implicando una dimensione personale assai privata, richieda a mio parere doveroso rispetto e molte cautele.

Non avendo avuto all’epoca in cui si sviluppò il dibattito intorno all’opportunità della pubblicazione alcuna voce in capitolo, come tutti, mi trovo anch’io di fronte a un dato di fatto con cui ormai si deve fare i conti. Accade spesso per eventi che abbiano speciale impatto storico e culturale: filtrano nel tempo e diventano proprietà di tutti. Ciò sta nelle cose. Tuttavia, riguardo ai rischi che la pubblicazione del Red Book comporta, come hanno evidenziato persone a Jung assai vicine, quali M.L. von Franz, D. Baumann e altri, è opportuno che un’attenta riflessione sia condotta e ben tenuta presente. Ora che il libro è consegnato alla memoria collettiva, come di ogni cosa, se ne può fare buono o cattivo uso. In specie, trattandosi di uno scritto assai prezioso che dischiude alcune pagine determinanti della vita interiore di un grande uomo di spirito, l’uso buono o cattivo che se ne può fare assume ancora maggiore importanza. Un uso scorretto sarebbe, a mio parere, prendersi la licenza di sottoporre il testo a interpretazione.

L’evento psichico di Jung, da lui personalmente composto per scrittura e immagini, non fu concepito per essere interpretato da altri. Fu diretta ed esclusiva espressione di quel che avveniva nel suo laboratorio privato: un diario intimo immaginale. Perciò, pur contemplando la liceità di una lettura critica, valida per ogni testimonianza che passi nella memoria storica, va comunque detto con chiarezza che sarebbe solo voyeurismo morboso permettersi delle psicologizzazioni indebite; analogamente a quanto accadde in merito alla relazione tra Jung e Sabine Spielrein nella vicenda editoriale del loro epistolario. Sarebbe voyeuristico (e di per ciò stesso falsificatorio) indulgere nel guardare da fuori qualcosa di personale e intimo che ha un suo esclusivo senso intrinseco. Dunque, il rispetto, come giustamente afferma Robert Mercurio, è più che mai in questa occasione significativo. Rispetto che si deve alla dimensione personale e riservata di un uomo: non ficcare il naso nel sogno di un altro, non abusare di una sua visione. Sia si tratti di una grande individuo, quale Jung certamente fu, sia di un piccolo qualsiasi uomo. Portare rispetto significa non adulterare, non leggere con accanimento estrinseco, eventi e formulazioni che hanno senso proprio solo nella dimensione interiore. Per questo ritengo sia assolutamente da evitare ogni lettura del Liber Novus che pretenda di sottoporlo a psicologizzazione. Già in molti si prodigano in suggestioni, del tipo: «Ma, insomma, Jung aveva non pochi spunti psicotici, no?». E fin qui si sarebbe solo nel sensazionalismo d’accatto. Ma, pur poggiando su presupposti più dignitosi, lo stesso si deve tenere a bada il rischio di farne cattivo uso. Come per Shamdasani, curatore dell’edizione: storico della psicologia molto serio e accurato, autore di un ottimo apparato critico, il cui lavoro oggettivo va senz’altro apprezzato. Tuttavia, solo a spingersi un po’ più in là sul crinale critico adottato da Shamdasani, si rischia la tentazione di rileggere la psicologia di Jung in base al suo diario intimo. E ciò sarebbe del tutto fuorviante: quel che Jung aveva da dire ad altri non ha certo mancato di esprimerlo in forme appropriate. Speculando intorno a uno Jung «segreto» si finisce solo a deformarne il messaggio. Viene da immaginare che la cosa avrebbe potuto esser diversa, forse, se fossero trascorsi altri cinquant’anni.

Al giorno d’oggi siamo ancora molto prossimi alla vita di Jung e ciò di sicuro incentiva il fatto che vadano in giro curiosità per aspetti intimi, talvolta congiunte a questioni meramente personali, che innescano accanimenti che, col passare degli anni, avranno meno presa. Ma restano congetture fantastiche: la pubblicazione del diario immaginale di Jung è ormai un dato di fatto. Pensiamo allora a farne buon uso. Come? Evitare di farne uso deteriore mancando di rispetto alla dimensione personale di Jung, si diceva, è già compito etico rilevante. Ma non sono poche le insidie che si parano di fronte. Si tratterà anche, infatti, per altro verso, di non proiettare in modo massiccio su Jung l’immagine del «Grande Uomo», mitizzandone le forme espressive per nascondersi dietro di lui. Di certo, non era necessaria questa pubblicazione per accorgersi di simili rischi. Ma, pur tuttavia, l’accesso che ora è dato al laboratorio intimo dello psicologo svizzero è un evento che, più della stessa opera completa, può suscitare tentazioni imitative in chi, come von Franz direbbe, tenda a restare vittima della propria pigrizia. In buona sostanza, quindi, si tenga fermo il punto che non ci è richiesto né di assurgerci, a mo’ di analisti di Jung, a critici della sua dimensione interiore, né di mettere in atto, per converso, uggiose forme di «imitatio magistri».

Un buon uso della lettura del Red Book sarebbe, invece, trarne incoraggiamento per valorizzare il modello che Jung ha inteso trasmettere attraverso i propri scritti ufficiali e il suo stile di lavoro, mediante la sue concezioni del processo psicologico e della relazione terapeutica. Tutto ciò ha già un proprio senso compiuto, cui la pubblicazione del Liber Novus aggiunge un prezioso equivalente simbolico personale che, in quanto tale, però va accostato con il rispetto che si deve al mistero individuale di ogni esistenza. Dal punto di vista teorico e nella prassi, il modello su cui siamo indotti a riflettere ruota intorno al metodo dell’immaginazione attiva. È questa la questione principale su cui l’attenzione va focalizzata, indirizzandovi la ricerca e il confronto di idee, più di quanto fino a oggi sia accaduto. Il Red Book apre gli occhi anche ai ciechi sul ruolo che l’immagi- nazione riveste quale nucleo originale della psicologia junghiana, elevandosi al di sopra del basamento analitico che pur rivendica in concordanza con altre ipotesi psicanalitiche. Il termine «analitico» rende il senso dell’attività di interpretazione dell’inconscio al fine di integrarne i contenuti e di ridurne gli effetti disturbanti. A tal scopo, l’«analisi», quale procedimento mentale, si avvale di distacco e considerazione oggettiva. La preminenza di tali fattori caratterizza il primo gradino del procedimento psicologico. Jung ha sempre sostenuto che, considerata dal punto di vista analitico, la propria visione del processo psicologico non rileva alcunché di speciale rispetto ad altre, all’epoca notoriamente quelle di Freud e Adler. Riteneva piuttosto che il proprio contributo originale risiedesse nell’aver enucleato, sul fondamento analitico e a sviluppo di esso, una concezione sintetica e costruttiva della relazione con l’inconscio.

Non limitandosi all’obiettivo di interpretare l’inconscio e di ricondurlo a miglior ragione mediante l’approccio analitico-riduttivo, Jung si prefiggeva un ulteriore compito, d’ordine superiore: creare le basi per un dialogo permanente tra l’io e l’inconscio che, in condizione di mutua influenza, incrementasse l’atteggiamento simbolico della coscienza a sostegno dell’individuazione. Tale fase avanzata del processo psicologico necessita per Jung di modalità di relazione con l’inconscio profondamente diverse dal consueto approccio analitico. La dotazione acquisita mediante il metodo dell’analisi: consapevolezza di sé e della propria vicenda personale, ricognizione dei propri complessi e un certo grado d’integrazione complessiva della personalità, tutto ciò, dal punto di vista di Jung, va considerato come un prezioso risultato, in termini di maggiore e più duttile coscienza, ma di per sé non rappresenta un fine cui sia possibile attenersi, ma piuttosto un semplice mezzo, per quanto basilare sia, per intraprendere la vera opera. La coscienza psicologica, come disposizione a integrare l’inconscio in una visione più ampia, non è fine a se stessa, ma è mezzo per adoperarsi al compito di creare una propria individuale sinergia con l’inconscio. Lo spirito dei nostri tempi ha recepito l’idea di analisi dell’inconscio a beneficio del massimo potenziamento possibile della coscienza. Finche questa sarà l’unica prospettiva (ammesso che sia conseguibile un livello ottimale di autonomia del fenomeno cosciente) resterà tuttavia inevasa l’ulteriore determinante questione: che ne è della nostra natura propriamente inconscia? Che ne facciamo della radice che all’inconscio psichico ci tiene collegati, connaturati, non per difetto ma per autentica costituzione? Come Sisifo, ci si sforzerà all’infinito d’integrarla? Ma, nella misura in cui ci si renda conto che ciò non è possibile, che se ne fa? La si lascia da parte come un che di marginale? Oppure, questo dono prezioso, la coscienza psicologica focalizzata in analisi, vale la pena di disporla con diversa attitudine all’interazione con le tendenze emergenti dall’inconscio? Il lavoro di Jung e la sua esperienza immaginativa, sono volti allo sviluppo di questa seconda fase del processo psicologico: non limitarsi a lavorare sull’inconscio, ma lavorare con l’inconscio. Dimettere la pretesa espressa dallo slogan freudiano di conquista del territorio dell’inconscio a beneficio del campo della coscienza dell’io: là dove era l’Es, dovrà essere l’io. A contrario, la nuova prospettiva incoraggiata da Jung si rappresenta con il Mysterium Coniunctionis, ovvero: la congiunzione simbolica e la tendenziale reciproca integra- zione tra le opposte polarità psichiche.

Vale qui riprendere il riferimento fatto da Robert Mercurio alla funzione trascendente, sapientemente espresso nella metafora della spiaggia. L’immagine da lui evocata è la metafora che più si adatta al modo in cui Jung amava parlarne. Il saggio che lo psicologo svizzero dedica alla Funzione trascendente, del 1916, ma rivisto e pubblicato solo negli ultimi anni di vita, è da considerarsi quale spiritus rector di tutta la sua produzione. Vi è messo in risalto il vero compito della psicologia: prendersi cura della soglia di mutua permeabilità tra conscio e inconscio. Non, dunque, ostinarsi nel tentativo di esaurire l’oscuro potenziale dell’inconscio per travasarne i contenuti in un lucido contenitore di coscienza. Il che varrebbe andare incontro a frustrazione e inflazione psichica, poiché mai il più grande potrà entrare nel più piccolo. Più umilmente, quello che è alla nostra portata, avverte Jung, è ricollocare il fenomeno della consapevolezza sulla soglia di permeabilità tra conscio e inconscio. Come sulla spiaggia, appunto, tra fluidità psichica e punti fermi di coscienza. Sviluppando un’attitudine riflessiva, si apprenderà in tal modo a cogliere intuitivamente le suggestioni che promanano dalla realtà interiore e a dialogare con esse. Restituiremo così alle figure, mediante cui l’inconscio si personifica, l’offerta delle nostre riflessioni, la nostra disponibilità. Al centro della questione non è un nuovo ideale di coscienza dell’io targato «psicoanalisi», ma la dinamica di reciproca influenza tra gli opposti livelli psichici. Il che comporta il delinearsi di un atteggiamento non più identificato con le ipotesi formulate dall’io, né incline a divinizzare le esperienze dell’inconscio; ma, piuttosto, un saper stare sulla soglia d’interscambio maturando consapevolezza dell’insieme: un ondeggiare e un fluire tra liquido e solido, appunto, come la battigia della spiaggia, immagine della funzione trascendente. Idea che prese corpo in Jung rievocando giochi d’acqua infantili, recuperati a fonte di orientamento proprio negli anni critici di gestazione delle sue originali concezioni. Egli riprese a giocare sulla battigia del lago di Zurigo. Non era mare, ma un lago molto denso di esperienze interiori e vi trovò sostanza per il metodo cui poi darà sviluppo come immaginazione attiva. Di qui, in seguito, Dora Kalff prenderà spunto per il suo «gioco della sabbia». 

È dunque sorprendente che il tema dell’immaginazione attiva, fondamento della psicologia analitica, non sia stato fino a oggi posto al centro della riflessione e della ricerca in ambito junghiano e nel confronto con altre scuole. È parso ai più quasi un motivo misticheggiante, esoterico, che al pari dell’alchimia o d’altre forme di ricerca simbolica poco si confanno allo spirito dei tempi. Io sono didatta e svolgo docenza in una delle associazioni di psicologia analitica che fanno scuola; ebbene, solo dall’anno scorso vi è stato istituito un corso specifico sull’immaginazione attiva. Ed è già qualcosa poiché fino a poco tempo fa sembrava argomento tanto strano da evitarsi; anche in quanto, chissà, sul piano clinico avrebbe potuto avere esiti pericolosi. Sul piano teorico, poi, ciò avrebbe magari comportato complicanze nel dibattito con freudiani e neo freudiani. Sarebbe andato, forse, a discapito della convergenza tra differenti scuole? Insomma, di fatto, la questione è rimasta oscurata. Un buon portato della pubblicazione del Red Book, al di là di tutto quel che si è finora detto, è che gli junghiani di scuola, gli affiliati alle associazioni che ufficialmente si richiamano a Jung, adesso non potranno più scantonare del tutto dalla questione posta dall’immaginazione attiva e in qualche modo dovranno farci i conti. Certo, per chi si sia formato secondo coordinate ad essa del tutto estranee e a sua volta abbia trasmesso ai propri allievi una formazione che ne rimuove il senso e il valore, la resistenza nei confronti del metodo immaginativo junghiano continuerà a lungo ad andare in giro. Ma, almeno, oggi non si potrà più negare in modo altezzoso che l’immaginazione attiva sia fondante nella prospettiva simbolica di Jung. Il fatto è che la concezione junghiana dell’inconscio non è personalistica, né riducibile a vissuti infantili, più o meno legati a complicanze nella relazione con i genitori; non sovrastima la pur innegabile incidenza di come sia andata con mamma e papà, di come in alcune fasi evolutive possano esser intervenute distorsioni. Si tratta anche di questo, ma non solo di ciò. La concezione di Jung è più ampia; contempla, come è noto, l’idea di inconscio collettivo. Non si intenda per ciò un che di meramente culturale; la nozione di inconscio collettivo postula semplicemente l’idea che l’essere umano sia dotato non solo di un corredo istintuale, di tipo concreto e materiale, quali l’istinto alla sopravvivenza, alla riproduzione, alla sessualità, alla affermazione di sé, ecc., ma che al tempo stesso includa in modo altamente significativo un particolarissimo istinto psichico capace di esprimersi in forme creative di contenuto fantastico.

L’Uomo, dotato al pari di altri esser viventi di un corredo istintuale concreto e comportamentale, è al tempo stesso genialmente dotato di istinto psichico: è un animale immaginale. Questa inoppugnabile constatazione è anche l’unica che lascia (forse) tollerare la credenza che l’essere umano sia da ritenersi un caso a parte nel creato, un privilegiato che ha l’anima, mentre gli animali (contraddizione in termini) non ne avrebbero. La qual cosa nell’intimo non può trovarmi d’accordo. Tuttavia, l’universalità di questa presunzione antropocentrica che all’Uomo rivendica uno status particolare (con tutto quel che ne consegue in termini di efferatezza etica), si basa sulla constatazione dell’eccezionalità del suo apparato psichico, dell’istinto a formulare immagini, ad articolare le immagini in segni, da cui il linguaggio, la cultura e la civilizzazione. Concependo l’inconscio nella sua dimensione collettiva, quale voce dell’istinto psichico (tutta la teoria degli archetipi altro non sarebbe che una toponomastica di ciò), Jung ci induce a comprendere che, al di là delle investigazioni sulle «cause prime», andando a vedere cosa ci sia capitato con mamma e papà, al di là delle fantasie infantili di riparazione, il vero grande compito che la psicologia analitica sta segnalando è quello di riallacciare una relazione significativa, intelligente e valida sotto il profilo dell’impegno etico, con l’istinto psichico, con la nostra natura più intima ed evolutiva cui è vincolato il senso del nostro destino. Il che presuppone ma non è riducibile al possesso di tecniche di sfruttamento ottimale della realtà oggettiva, non equivale a quel che fu il mito moderno del frigo e dell’automobile, né al contemporaneo della tecnologia computerizzata; non è medicina che allunghi la vita a dismisura, né chissà che altra articolazione del controllo materiale. Richiede relazione intelligente e coinvolta con la natura psichica in noi, con la disposizione ad avere idee, stati d’anima e d’animo, che improntino la nostra attitudine cosciente. Istinto psichico che nella mentalità corrente è percepito ancora come un che di oscuro che si debba ricondurre a ragione efficiente. Nessuno nega che le espressioni dello sfondo psichico pongano interrogativi e richiedano risposte ragionevoli, ma, al di là di qualsiasi interpretazione se ne possa utilmente trarre, esso eccede il senso letterale delle nostre spiegazioni poiché non è solo oggetto di conoscenza, ma ne è fondamentalmente la fonte: vi si esprime la disposizione propria dell’essere umano a divenire consapevole.

L’inconscio non è termine antitetico alla coscienza, ci fa capire Jung, ma ne costituisce di fatto la matrice archetipica; vi si rappresentano modalità e dinamiche mediante cui l’istinto psichico collettivo compone la trama interiore della coscienza. Nel Red Book, Jung dà testimonianza diretta di quel che professa negli scritti e ha trasmesso ad allievi e pazienti: la vera impresa cui l’umanità contemporanea è richiamata coincide col compito di ampliare l’idea che comunemente abbiamo di «coscienza», al di là della visone dicotomica che oppone il Dr. Jekyll e Mr. Hyde, lo scienziato positivista e l’irsuto suo contrapposto. A ciò è devoluta l’opera di Jung che, nel confronto immaginale con irsute immagini di diavoli e streghe, fa i conti con le ombre costellate dal conscio collettivo in spirito di interazione dialogante. Questa valenza è, a mio parere, la più spiritualmente pregnante nel movimento psicoanalitico ed è anche quella per cui personalmente provo maggior interesse. Non certo in quanto non provi autentico coinvolgimento nell’aiutare le persone a disincagliare la propria barca da ogni tipo d’insabbiamento. Anzi, sono convinto che la microtrama delle nostre relazioni personali sia lo specchio più verace dei grandi significati che partecipiamo su più larga e generale scala. Non avrebbe senso ricercare il significato ultimo delle cose se non nella trama dei nostri personali minuti vissuti; ma, ciò non di meno, il senso portante della psicologia risiede nell’effettiva capacità di dare vita ad una consapevolezza radicata nella natura psichica dell’essere umano e ad un impegno etico rivolto al mondo intorno che a questa corrisponda. Il modello di coscienza che si è plasmato lungo la storia dell’occidente ha accentuato a dismisura un criterio di presa di distanza e separazione in rapporto alle radici istintuali e spirituali dell’inconscio psichico. Tale atteggiamento unilaterale diventa sempre meno significativo e sempre più appare opera sterile il cercare di formulare su questa base una linea di condotta eticamente attendibile. Una risposta reale a ciò non può trovare adeguata accoglienza nel solo ambito del conscio, né unicamente basarsi sulla versione dei fatti espressa dal complesso dell’io, per quanto rieducato analiticamente e ben intenzionato sia. Jung stesso si calò nel tessuto immaginale della sua microstoria (tale, come per ogni individuo, per quanto speciale egli giustamente ci appaia), corrispondente ai grandi motivi, non meno che al minuto dell’esistenza, e ha lasciato testimonianza che le soluzioni che provò a dare alla propria vita (come quelle che incoraggiò nelle vite degli altri) furono sempre frutto di un dialogo e di un’interazione tra gli opposti livelli psichici. Allo scopo, Jung focalizzò la propria visione psicologica sulla soglia di mutua e reciproca permeabilità tra i punti di vista di volta in volta emergenti dal conscio e dall’inconscio. Questo insegnamento, oltre a prospettare un ancoraggio solido per la prassi della psicoterapia, incoraggia uno stile di vita.

La psicologia del profondo non richiede l’azione di un demiurgo, né di un tecnico atto a capire le esistenze altrui. Sarebbe ingenuo ritenerlo. Richiede, piuttosto, stili di vita autenticamente fondati nella relazione con le proprie esperienze dello sfondo psichico e, in accordo con questo, orientamenti coerenti nell’accompagnare i percorsi terapeutici. Per ciò, siamo invitati a situarci nel mezzo, senza più identificarci con il conscio, nel termini ordinari dell’io, né restare affascinati dall’inconscio, con tutti i sottintesi della nostra consueta mentalità. Fare immaginazione attiva si colloca in questo interludio, significa proseguire il sogno arricchendolo di responsabilità desta. L’esperienza che abbiamo acquisito con l’impegno di analisi ci ha reso evidente che siamo molto di più che non il nostro io con i suoi problemi da risolvere, siamo espressione di tanti complessi psichici, siamo personalità complesse. Quel che più conta, di per nostro e nelle terapie che conduciamo, in ultima analisi è la fluidificazione del dialogo tra le varie sfaccettature. Non, dunque, un limitarsi alla pretesa di risolvere i problemi (per quanto sia un’aspirazione irrinunciabile e in qualche modo da onorare), ma suonare (ed ascoltare) il concerto delle nostre complessità. Concludo con una frase di Jung, riportata da Aniela Jaffè, sua assistente negli ultimi anni e curatrice della sua autobiografia, Ricordi sogni, riflessioni. La Jaffè riferisce di un incontro tra Jung e dei giovani psichiatri che gli ponevano domande sulla psicologia analitica; in ultimo, prima di licenziarli, Jung restò un po’ assorto in silenzio; poi, rivolgendosi a loro, così si espresse:

«Ora che abbiamo creato le basi per una coscienza psicologica, il vero problema sarà imparare ad essere più decentemente inconsci».

 

cvFederico de Luca Comandini, Babele, Numero Monografico, giugno 2011