Il secondo viaggio psicodialettico: la lotta con i genitori mitici interni.

Premessa

 È soprattutto grazie ai sogni che possiamo conoscere e analizzare il legame che intercorre tra noi e i genitori mitici interni. Psicodialettica (1) , il libro di Luciano Rossi, padre fondatore della Psicodialettica, pubblicato nel 1999,  inizia proprio raccontandoci un sogno. E i sogni, come i miti e le fiabe, narrano vicende apparentemente assurde come assurdo è il linguaggio dell’inconscio. I sogni, via verso il Sé prediletta da Jung, possono aiutarci a scoprire in quale posizione (o livello evolutivo), rispetto all’individuazione, si trova la coscienza di un individuo. Talvolta, grazie ai sogni, troviamo la soluzione ai nostri problemi. In altri casi guidano il nostro comportamento senza che ce ne rendiamo conto.

Il sogno, raccontato in Psicodialettica da Rossi, narra di un animale che s’inabissa, per sempre, nelle acque dalle quali è emerso, lasciando finalmente libero il sognatore dalle antiche paure che esso stava a rappresentare. E “rappresentare”, quando si parla di viaggio iniziatico, è verbo assolutamente insufficiente, dal momento che realmente, se il mostro s’inabissa per sempre nel sogno, l’uomo si rialza da terra rigenerato, libero dalle catene della paura.

L’Ombra, rappresentata nel sogno dall’animale feroce, può assumere anche altre forme, più spesso però è un antico o immaginario animale che terrorizza in svariati modi il sognatore durante l’attività onirica. Possiamo ancor meglio definire l’Ombra utilizzando la definizione di “genitori mitici interni” (2) : simbolicamente uroboro, morsa dolorosissima,  catena fatta di sangue umano dal quale proveniamo. Finché i genitori mitici interni ci tengono sotto il loro giogo la paura è l’emozione che guida le nostre decisioni, ci immobilizza, frena le spinte verso il futuro, condiziona il nostro modo di vedere noi stessi, gli altri e il mondo. La paura è l’emozione di cui si nutre la nostra Ombra che, consciamente o meno, ci conduce verso il buio. Una massa di due individui antichissimi, copie mostruose dei nostri genitori reali, bloccano le porte del nostro avvenire agendo attraverso padre e madre reali. Sembra fantascienza, ed invece è la potenza del nostro “essere psiche”, quindi contenitori di processi invisibili tramandati nei millenni.

Il nodo genitore-figlio

Il tema dei genitori mitici interni è per la Psicodialettica di fondamentale importanza: lo scioglimento del nodo “genitore-figlio” segna la possibilità di partire per la propria strada e di essere autonomi; la mancata separazione, al contrario, condanna alla permanenza insoddisfatta e infelice nella casa d’origine.

I genitori mitici interni sono la rappresentazione fantasiosa dei nostri genitori reali. Un lascito della nostra psiche infantile che non manca di esprimersi attraverso immagini che trasformano la realtà e la popolano di fantasmi. Essi, madre e padre mitici interni, possono impedirci di partire per il nostro viaggio in due modi diversi.

Il primo, la madre, rappresenta la nostra tendenza ad interagire nelle relazioni in modo simbiotico: questo è il desiderio viscerale-corporeo, di tenersi legati a qualcuno o qualcosa. Il secondo, il padre, rappresenta invece la tendenza ad aderire ad un sistema culturale prestabilito che utilizza la parola come mezzo espressivo: egli detiene quel potere legislativo che di solito è il sunto delle norme sociali vigenti. La madre ha il potere sul corpo, il padre sulla cultura.

Entrambi i genitori mitici interni possono tenerci in uno stato d’immobilità, di stallo, possiamo anche dire in una gabbia, o in un nido.  La Psicodialettica utilizza l’espressione “pensiero povero” per designare questa condizione. Il pensiero povero è ciò che ci è stato dato in eredità dalla nostra famiglia e dalla cultura nella quale siamo vissuti. Hegel lo definisce il “già dato”. Utilizzando una metafora si può dire che esso è quel cibo che ogni giorno qualcuno ha preparato per noi, ha messo sulla nostra tavola e ci ha consigliato di mangiare, senza chiederci o senza poter sapere se era quello giusto per noi, se era l’alimento  adatto alla nostra crescita. Già da ora accenniamo al progetto di Psicodialettica: esso punta a che ogni individuo scopra qual è il cibo giusto e se lo procuri da sé.

Rimanendo nella metafora alimentare vi è un grande mito del passato a cui si fa costantemente riferimento in Piscodialettica:  quello di Adamo. Il mito ci indica come già il primo uomo abbia voluto infrangere un divieto procurandosi proprio quel frutto di quell’albero che non avrebbe dovuto toccare. Adamo, cacciato dal paradiso a causa dell’infrazione, dovette successivamente imparare a lavorare la terra per potersi nutrire.

Tornando a noi e ai nostri genitori mitici interni: essi, come il Dio d’Adamo, pongono divieti alla nostra volontà e alla nostra autonomia; divieti che dovremo infrangere, proprio come Adamo.

La Psicodialettica, in quanto processo psichico diviso in quindici passi (3) e tre viaggi, nella sua veste di teoria psicologica fondata sull’evolversi della coscienza, si occupa di questo tema nel secondo viaggio, che è di ascendenza junghiana, e descrive il processo attraverso il quale siamo imprigionati dal potere dei genitori mitici e grazie al quale ce ne potremmo liberare. Questo potere tiene legate a sé grandi masse di energia che, se liberate, tornerebbero a noi, al servizio della crescita personale.

I tre viaggi e i quindici passi

Tre sono i viaggi psicodialettici e quindici sono i passi che l’analizzando dovrebbe compiere per portare a termine l’intero percorso. L’obiettivo finale è quello di promuovere l’evoluzione della coscienza individuale attraverso tre grandi viaggi: il primo personale, il secondo transpersonale e il terzo di disidentificazione. In questo saggio ci occuperemo del secondo viaggio, quello di ascendenza junghiana, che ha come meta ultima la riconciliazione con i nostri genitori reali, riconciliazione che passa attraverso l’osservazione e il distacco dai nostri genitori mitici interni. Finché essi avranno potere sulla psiche molte delle nostre energie verranno impiegate per nutrire il conflitto, obbligandoci all’immobilità.

I cinque passi del viaggio transpersonale attraversati dall’analizzando psicodialettico (4)

  1. Il figlio dimora presso la casa d’origine, se non fisicamente, almeno come dipendenza materiale o emotiva.
  2. Il figlio lentamente diviene consapevole dei propri desideri: l’uno è quello di andare e l’altro è quello di restare.
  3. Il figlio prende coscienza della propria autonomia e della propria volontà. Si separa dai genitori mitici interni e parte per il proprio viaggio.
  4. Il figlio riesce a riconoscere le qualità reali dei propri genitori e periodicamente può tornare a casa.
  5. Il figlio torna. Egli sa di sé e dei propri genitori. È ripristinata l’alleanza e ognuno è ben distinto dall’altro.

Secondo la Psicodialettica la “salute psichica” dipende dall’aver soggiornato nella casa d’origine e dall’averla poi lasciata, due tappe per raggiungerne una terza, quella dell’ ”adulto sano”. La  prima tappa corrisponde al legame simbiotico, la seconda alla separazione o opposizione colpevole.

L’adulto, secondo la Psicodialettica, non può dirsi tale se ancora soggiorna in una di queste fasi senza poter passare ad una terza:

1)Fase dove prevale il legame simbiotico

2)Fase dove prevale l’opposizione colpevole

Se un individuo permane, senza potersi muovere,  nella prima, è ancora “ figlio”: dimora nella casa d’origine senza potersene andare. Se è immobile nella seconda, esso si priva delle proprie radici: separato e in opposizione alle proprie origini percepisce senso di colpa. In entrambi i casi non si trova nello stato di salute indicato dalla Psicodialettica.

Come fare, quindi, a completare il ciclo e trovarsi, finalmente, nella condizione di “adulto sano”?

Il viaggio iniziatico

La Psicodialettica non si accontenta di descrivere e interpretare ma, rifacendosi alle grandi tradizioni iniziatiche, desidera realizzare l’evoluzione della coscienza individuale attraverso una trasformazione concreta che solo attraverso la trasformazione della “carne” può avvenire. Tre sono i grandi viaggi psicodialettici e tre le tipologie, verosimilmente, di cammini iniziatici. Ognuno porta con sé difficoltà specifiche e altrettanto originali risoluzioni.

Come in tutti i cammini iniziatici esiste un livello essoterico ed uno esoterico. Il primo “di carta”, il secondo “di carne”. Il livello essoterico, di carta, invita all’ascolto delle parole della guida, mentre quello di carne, al fare concreto.  Tema caro al suo fondatore, quello dell’iniziazione è ancora materia di studio e di elaborazione; esso rappresenta la possibilità concreta di vivere il nostro personalissimo viaggio di conquista del sé e di una nuova “carne”, ossia di un nuovo modo di sentire e di essere.

Potenzialmente esistono tanti viaggi iniziatici quanti sono gli individui che decidono di rispondere alla chiamata, cioè infiniti o nessuno. Ognuno di noi ha una particolare mancanza o un preciso desiderio, diverso da quello di qualsiasi altro, per questo il processo descritto è uguale per tutti ma i suoi contenuti, la melodia contenuta nella struttura, sono diversi per ognuno. Non esiste un viaggio iniziatico uguale all’altro. Impossibile sarebbe invitare qualcuno a raccontare del viaggio con parole comuni, senza far ricorso alla metafora e ai simboli. E’ però possibile portare esempi di viaggi iniziatici che contengono l’intero processo psicodialettico, andandoli a cercare là dove il linguaggio si fa adatto al proposito, cioè nelle fiabe e nei miti.

Ne utilizzeremo qualcuno per render chiara la struttura, sempre costante, del processo. Che favole e quale mito scegliere per “la lotta con i genitori mitici interni”?

Il primo che abbiamo scelto è quello di Jung. Lo sintetizziamo utilizzando le cinque fasi del viaggio transpersonale de “i quindici passi” ma inserendo, in ognuna di esse, l’evento junghiano che la caratterizza:

  1. Jung prova una grande ammirazione verso Freud. Essi non solo collaborano alla teoria psicoanalitica ma si considerano legati da un amore filiale: Freud, il padre e Jung, il figlio. Jung permane nella casa del padre entusiasta della grande e nuova teoria psicoanalitica.
  2. Jung inizia ad avere i primi dubbi rispetto alla rigidità della teoria “paterna”. Egli desidera ampliare, aggiungere, apportare nuovi e “stravaganti” contenuti alla teoria.
  3. Iniziano i primi reali conflitti che sfociano nell’abbandono di Jung della dimora paterna. Egli si separa dal mondo psicoanalitico. Intraprende un viaggio solitario nel quale si mette a confronto con il proprio inconscio. Annota per anni incontri surreali, figure psichiche buone e cattive, visualizza immagini e si mette in ascolto di ciò che l’inconscio vuol dirgli: sono questi gli anni della stesura del Libro Rosso.
  4. Rientra nel mondo psicoanalitico con un nuovo corpus teorico.
  5. Il corpus teorico junghiano, nonostante non sia stato sistematizzato da Jung (ma solo dai suoi allievi, Psicodialettica compresa che ha messo a punto una metapsicologia junghiana), è perfettamente integrabile con la teoria psicoanalitica freudiana e adleriana. Egli ripristina l’alleanza con le istituzioni psicoanalitiche pubblicando testi e ampliando le conoscenze sull’inconscio. Introduce nel corpus teorico il concetto di archetipo.

Tutto ciò ha comportato per Jung un prezzo in termini di dolore vissuto. L’esperienza garantisce cambiamenti radicali poiché comporta un nuovo modo di vedere e sentire le cose. Ma per raggiungere questo nuovo modo si devono superare prove e affrontare ostacoli che procurano dolore, allo stesso tempo queste ci permettono di attingere a risorse che non sapevamo di possedere.

Chi intraprende, quindi, un viaggio iniziatico “transpersonale”?

Colui che ha il coraggio di rispondere alla chiamata, che altro non è che il farsi strada dentro di noi di un dubbio su ciò che siamo e ciò che vorremmo essere, di dar ascolto a quel dubbio, e di abbandonare la “madre patria”, la famiglia d’origine, il vecchio sistema di regole, la cultura di appartenenza, il pensiero povero, per andare verso una  solitaria ricerca della risposta. E, una volta trovata, colui che ha il coraggio di tornare e donarla al mondo dal quale era un tempo fuggito, riconciliandosi con esso.

Nei miti che la cultura occidentale ha avuto in eredità dall’antichità, questi individui erano chiamati eroi o eroine. Nelle fiabe di magia essi sono i protagonisti della storia che, prima si allontano da casa, e poi vi tornano per essere incoronati re o regine.

In molte delle fiabe dei fratelli Grimm, ad esempio, il protagonista o la protagonista deve abbandonare il regno o la casa paterna, in alcuni casi viene cacciato o costretto ad andarsene e, spesso, si ritrova in un bosco o in un luogo ignoto e lontano in cui affronta delle prove. Il bosco o il regno ignoto e lontano rappresentano, nella nostra psiche, i luoghi dell’inconscio. Nel bosco o nel regno il principe o la principessa esiliati incontrano personaggi che li ostacolano, come la strega cattiva, ma anche personaggi che li aiutano fornendo loro oggetti magici. Grazie a quest’ultimi superano  prove impossibili. Infine tornano nel regno originario, dove vengono incoronati o sposano un appartenente alla famiglia regale.

Questa tipologia di fiaba, quella di magia, contiene proprio l’intero percorso psicodialettico (5) : descrive le tappe che la coscienza deve attraversare per potersi evolvere: dalle origini, all’esilio dalla dimora paterna, fino al ritorno vittorioso a casa.

Un ‘altro esempio lo ricaviamo da un racconto intitolato “Il sentiero nel bosco”, di Adabert Stiftert (6) , uno scrittore poco conosciuto del diciannovesimo secolo. Come nelle favole dei fratelli Grimm, il protagonista finisce con il perdersi in un bosco. Ma in seguito a questa vicenda angosciosa inizia il suo percorso di guarigione. Egli si libera, seppure non venga mai esplicitamente scritto dall’autore, dall’eredità familiare, della sua “vecchia cultura”, da un mondo che lo faceva vivere malato e solo. Ciò avviene grazie ad un incontro in un  bosco e all’iniziazione segreta, a cui sempre l’inconscio va incontro.

Un’altra fiaba, che illustreremo in un altro scritto, è quella di Silvio D’Arzò. Si tratta del “Pinguino senza frac” (7) , da poco uscito nelle librerie in edizione illustrata.

Conclusioni

Vi sono innumerevoli esempi, tratti dalla letteratura e uno, come abbiamo dimostrato, tratto dalla vita di un grande uomo di pensiero, C.G.Jung, che ci inducono a persistere nel credere che la Psicodialettica rappresenta un modello di pensiero, una metodologia d’indagine dello sviluppo della coscienza e, ora, anche una prassi psicoterapeuta di cui ci si può giovare per aiutare l’essere umano ad affrontare e a risolvere il quesito della salute psichica, qui inteso come possibilità di evoluzione infinita di cui il viaggio è  la sua miglior metafora; la lotta, nel viaggio transpersonale, il suo contenuto; l’acquisizione di nuova energia, la sua  meta.

 

Lisa Marchetta, psicologa, psicoterapeuta e analista junghiana di Parma.

(Sintesi della conferenza organizzata da Temenos tenuta il 19/09/2014 a Parma)

 

Note:

  1. L. Rossi, Psicodialettica, Urbino, Quattroventi, 1999;
  2. La denominazione “genitore mitico interno” è coerente con  l’impianto teorico della Psicodialettica che riprende il filo del discorso junghiano da Neumann, nel suo: “Storia delle origini della coscienza”. Neumann  è tra quei pochi studiosi junghiani che hanno saputo aggiungere mattoni di conoscenza alla “dimora junghiana”. Nel capitolo “Il mito dell’eroe” Neumann interpreta i miti delle uccisioni dei draghi da parte degli eroi come il confronto dell’uomo con l’archetipo della madre e del padre, nei loro aspetti “terribili”. Il concetto di “genitore mitico interno” affonda le sue radici in questa visione;
  3. In Di alcuni passi sulla via psicodialettica di Laura Briozzo e Angelina De Luca, edito da Libera Accademia delle Scienze Umane, 2007, per la collana Phronesis, vengono gettate le basi per “portare la Psicodialettica dallo stato di teoria, trattata in Negazioni e in Psicodialettica, ad una prassi concreta” (p. 25). È in questo testo che si definiscono i 3 viaggi e i 15 passi di cui è composto. Per approfondire fare riferimento al link: http://www.psicodialettica.it/i15passi.htm;
  4. Si legge in Briozzo, (op. cit.), p. 30: “Col sesto passo inizia il secondo viaggio con altro scopo, altro obiettivo. Qui si dovrà riconoscere la simbiosi con la propria matrice. Vi è spesso in questo stadio la mancata visione di un legame genitoriale imprigionante e divorante.” I cinque passi da noi elencati corrispondono ai passi 6-7-8-9-10 elencati da Briozzo. Qui utilizzeremo le sue stesse parole per definirli;
  5. R. Rossi, La dialettica della fiaba, http://www.psicodialettica.it/dialetticadellafiaba.htm;
  6. A. Stifter, Il sentiero nel bosco, Adelphi, 1999;
  7. S. D’Arzo, Il pinguino senza frac, Consulta libri e progetti, Reggio Emilia, 2014.