La spiritualità del ‘900: Pavel Florenskij.

Nato il 9 Gennaio 1882, matematico, ingegnere, ma anche filosofo dell’arte, teologo e sacerdote della chiesa ortodossa russa: per quest’ultimo motivo fu fucilato l’8 Dicembre 1937. In lui le due grandi dimensioni del sapere, oggi scisse, si sommano: quella scientifica da un lato e quella spirituale dall’altra. La vera spiritualità nasce come contestazione, ribellione, sfida e desiderio di libertà; se il mondo appagasse tutti i desideri dell’interiorità umana gli uomini non avrebbero mai sentito l’esigenza di un altro mondo (il Regno dei cieli di Gesù, il mondo delle idee di Platone)

La verità di noi stessi non la consegna il pensiero conformista, ma una sfera più alta dell’essere. Se la spiritualità non nasce dal bisogno di  liberazione  allora è un fenomeno (politico, filosofico, sociologico) del mondo come tanti altri. Credere è appartenere a una della tante lobby che il mondo contiene.

Per salire verso la pienezza della vita, occorre un secondo passaggio: l’unione con tutti gli uomini.

Il terzo momento consiste nell’amore per la verità. Da sempre la fede è vista come cieca, affidamento a qualcosa che non si vede, una sicurezza; la fede non è assoluta ma è relativa alla verità, funzionale alla ricerca, all’incontro con la verità. Quando assolutizza se stessa, quando non è più una via verso qualcosa di più grande, allora si trasforma in ideologia, dogmatismo e non ha nulla a che vedere con l’autentica spiritualità.

Perché l’amore per la verità? Perché la verità è la dimensione propria di Dio: ciò che devono fare gli uomini è esporre se stessi con onestà verso la verità della vita.

Che cosa si ottiene quando si cerca la verità per se stessa? Quando si è aperti a ogni manifestazione del mondo senza preconcetti, che cosa avviene? Inevitabilmente si avverte la contraddizione tra ciò che ci fa apprezzare e amare la vita in ogni suo aspetto e ciò che ci fa vivere nel dolore e nel non senso. Come diceva Florenskij “occorre coltivare l’arte di cogliere le contraddizioni”; lui stesso le coglieva quotidianamente durante il periodo trascorso nel lager di Solovki con momenti pieni, dotati di senso profondo  e altri che affermano il contrario.

Coltivare le contraddizioni significa essere al cospetto dell’Antinomia, uno scontro tra due leggi entrambe legittime: nella vita c’è la legge della vita e quella della morte e vanno tenute insieme, non sceglierne una sola.

Il quarto e ultimo passaggio della spiritualità di Florenskij riguarda la domanda: in pratica, cosa bisogna fare? Lui privilegia il polo positivo, occorre avere dinanzi allo sguardo interiore l’armonia e bisogna cercare di realizzarla. Ciò che colpisce maggiormente di fronte ai suoi insegnamenti è che questi, in realtà, erano lettere che lui scriveva ai suoi cinque figli dal lager come una missione pedagogica a cui non voleva rinunciare. Nelle sue lettere, il concetto centrale che appare è quello del lavoro  e dello studio, invitando i figli ad evolversi, a partecipare al meglio dell’umanità. E non si tratta solo del lavoro esteriore; il lavoro più importante è quello di conoscere e governare noi stessi.

Non per gli altri ma per se stessi … e non importa ciò che gli altri penseranno di voi. Essere e non apparire, avere una disposizione d’animo chiara e trasparente, una percezione integrale del mondo e portare avanti un’idea disinteressata. Vivere così da poter dire nella vecchiaia di aver preso il meglio dalla vita, di aver fatto proprie le cose più nobili e più belle del mondo e di non aver macchiato la coscienza con le sozzure di cui si sporca la gente e, che una volta esaurita la passione, lasciano un profondo disprezzo.”

In sintesi, fare abitare dentro di noi i due poli dell’esistenza, quello positivo e quello negativo e insieme avere profondamente lo sguardo rivolto verso l’armonia e lottare perché il polo positivo, almeno nella nostra vita, abbia il predominio. Se si fa questo, si realizza il senso della vita. La vera religione, la vera spiritualità è un inno esistenziale al senso della vita.

 

Vito Mancuso, tratto dal programma, Damasco, Il terzo Anello, di RAI radio 3

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