Storia di un confronto senza fine.

Uno degli aspetti della psicologia junghiana che più mi affascina è la centralità data all’immagine: la psiche è essenzialmente caratterizzata dalla capacità di autorappresentarsi mediante le immagini.

Basti pensare ai sogni, dove i contenuti psichici si presentificano in immagini, che sono forme visualizzabili assunte dall’energia psichica, dalla libido.

Il Libro Rosso costituisce una delle espressioni più concrete ed evidenti di questo modo di intendere la psiche, sicuramente perché esso è il frutto di un lavoro di confronto attivo e di dialogo intenso che Jung ha effettuato nei confronti delle proprie immagini interne (la cosiddetta “immaginazione attiva”), ma anche perché contiene diverse immagini dipinte dallo stesso Jung, che rappresentano personificazioni dell’insconscio, soprattutto nella sua dimensione archetipica.

Tra le varie immagini che popolano le pagine del Libro Rosso, quella che maggiormente mi colpisce per impatto visivo e per significato è l’immagine in cui viene raffigurata una barca che trasporta il disco solare e sotto la quale, nelle acque profonde del mare, nuota un enorme e mostruoso pesce dai denti aguzzi.

Sopra l’immagine si trova una scritta in tedesco, in caratteri gotici, che può essere così tradotta: “Una parola che mai è stata detta. Una luce che ancora non ha brillato. Una confusione senza confronti. E una strada senza fine”.

Credo che l’immagine (unitamente alla relativa scritta) sia piuttosto emblematica e rappresentativa del pensiero junghiano, che pone l’accento sulla necessità di un confronto costante e attivo tra coscienza ed inconscio.

L’immagine che ho sopra descritto riprende il motivo mitico della divinità o dell’eroe solare e della sua lotta con il mostro marino, motivo presente nelle mitologie e nelle fiabe di varie epoche e culture, a partire da quella egizia, dove il dio Sole intraprendeva il suo viaggio quotidiano attraverso i cieli, su di una barca: durante questa traversata, la divinità solare (che, da un punto di vista psicologico, può essere vista come espressione della coscienza) si trovava a combattere con il mostro Apophis, rappresentante dell’oscurità e del caos (quindi potremmo dire, in termini psicologici, dell’inconscio), il quale cercava ogni giorno di impedire al dio di sorgere, minacciando di inghiottirlo durante il suo viaggio attraverso Duat (l’aldilà, il regno dei morti).

Un etnologo francese di nome Frobenius, di cui parla lo stesso Jung in Simboli della trasformazione, mise a confronto i diversi miti e racconti in cui compare il motivo dell’eroe solare e della lotta con il mostro marino e cercò di individuarne gli elementi in comune, arrivando a delineare uno “schema tipico”, una narrazione-modello che, più o meno, suona così:

“Tutto comincia ad Ovest, il punto in cui tramonta il Sole. Un eroe non troppo fortunato si imbatte, nel corso delle sue avventure, in un enorme mostro marino dall’aspetto non esattamente rassicurante, e ha l’impressione che qualcosa di catastrofico stia per accadere: questo presentimento viene confermato dalla realtà dei fatti che seguono, in effetti la creatura, particolarmente affamata, divora il nostro in un solo boccone. L’eroico protagonista si ritrova così, contro le sue intenzioni, nel ventre dell’animale, che a questo punto comincia un viaggio verso l’Est, e l’eroe, com’è ovvio pensare, lo comincia con lui. L’eroe, pur non dovendo faticare molto in questa traversata avendo trovato un inaspettato mezzo di trasporto, soffre parecchio, ha freddo: decide, quindi, di raccattare un bel po’ di legna precedentemente inghiottita dall’ingorda creatura e di accendere un fuoco che nel giro di poco tempo divampa in tutta la sua potenza ed il suo calore. A questo punto, riacquisita una certa energia vitale e trovandosi maggiormente a proprio agio nell’insolito contesto, l’eroe comincia ad avere appetito: non trovando di meglio, taglia un pezzo di cuore al povero mostro, che, comprensibilmente, non apprezza molto il gesto e comincia a perdere la propria energia vitale. Pur non essendo in ottima salute, il mostro riesce ad approdare sulla terra d’Oriente, e l’eroe, non appena percepisce di essere giunto al capolinea del tragitto, comincia a crearsi un varco per uscire dal mezzo di trasporto, in un modo forse indelicato ma sicuramente coraggioso, cioè squarciando il ventre della sempre più povera creatura. L’eroe riesce finalmente a riemergere alla luce, nel punto in cui il Sole sorge. Certo, non si può dire che le cose siano andate completamente bene per lui, che risulta essere un po’ acciaccato alla fine del viaggio: in particolare prende atto, con grande dispiacere, di aver perso tutta la sua chioma di capelli a causa del forte calore presente nel ventre del mostro. Tuttavia, l’eroe è anche arricchito, ma di una ricchezza non tanto materiale, quanto piuttosto umana, relazionale: con sé, infatti, ha liberato, riportandoli alla luce, tutti i malcapitati che erano stati inghiottiti in precedenza dal mostro”.

Questo racconto, leggermente infarcito di sfumature emotive aggiunte dal sottoscritto, costituisce una sorta di prototipo di tutte le narrazioni che hanno come tema principale la lotta con il mostro, narrazioni comuni che si declinano in diversi modi a seconda delle epoche e delle culture.

Ad esempio, la vicenda del profeta Giona, narrata nell’omonimo libro dell’Antico Testamento, costituisce una variante di questo mitologema: Giona viene inghiottito da un grande pesce, nel cui ventre rimane per tre giorni e tre notti, al termine dei quali viene “sputato” fuori, su una spiaggia, e da lì comincerà a realizzare la sua missione voluta da Dio, cioè andare a Ninive per predicare.

Un’altra variante sicuramente più recente è costituita dal celebre episodio contenuto nel romanzo di Collodi “Le avventure di Pinocchio”, in cui il protagonista, dopo la disavventura che lo ha visto trasformarsi in ciuchino al Paese dei Balocchi, viene gettato in mare e finisce dritto nelle fauci di un mostro marino, di un gigantesco pescecane (che per le sue stragi e per la sua insaziabile voracità, veniva soprannominato “l’Attila dei pesci e dei pescatori”) e qui incontra nuovamente Geppetto: da lì avrà inizio, in maniera sistematica, la riappropriazione da parte del burattino del suo destino individuativo e il suo cammino verso la trasformazione in bambino. In tutte queste storie assistiamo a “morti” simboliche seguite da rinascite: il protagonista viene inghiottito da una creatura mostruosa e terrificante, ma risorge, ritorna alla luce ed è trasformato.

Questo andamento mi fa venire in mente alcune vicissitudini importanti della nostra vita, gli eventi a volte travolgenti e caotici che ci capitano e che inizialmente tendiamo a vedere come sventure in cui un destino ingrato ci ha fatto incappare, come ostacoli apparentemente insormontabili, come mosse studiate da un “sadico che si diverte a scrivere la commedia della vita” (parafrasando una battuta dell’ultimo film di Woody Allen recentemente uscito nelle sale cinematografiche, “Café society”), ma che poi possono rivelarsi occasioni di crescita, momenti di cambiamento, prese di coscienza profonde che vanno a contrassegnare in maniera inconfondibile il proprio percorso individuativo.

Certo, questo cambiamento profondo si acquisisce con grande fatica, con un atteggiamento che implica il mettersi in gioco in maniera decisa, il confrontarsi dinamicamente ed attivamente con le dimensioni più sotterranee, invisibili, inconsce della nostra personalità. Il punto è proprio questo: la necessità di un dialogo con l’inconscio.

Se, come dicevo più sopra, l’eroe solare può essere considerato come la dimensione cosciente, essendo alla luce e visibile, e se il mostro marino può essere visto come la rappresentazione della dimensione inconscia, in quanto abita le profondità abissali ed oscure, allora possiamo dire che il confronto avviene tra coscienza ed inconscio, tra questi due aspetti della realtà che si presentano come opposti, complementari, a volte conflittuali, ma che, nel momento in cui entrano in una relazione diretta tra di loro, sicuramente producono dei cambiamenti, arrivando a modificarsi essi stessi ed a generare qualcosa di nuovo e significativo.

L’eroe che risorge dopo essere stato inghiottito non è più come prima: ha perso qualcosa di sé, che però forse non è andato perduto definitivamente, ma si è trasformato in altro, permettendo all’eroe di arricchirsi quanto ad esperienza e relazione. Anche il pesce, simbolicamente, diventa qualcos’altro, si trasforma: da mostro minaccioso ed inquietante a fonte di ricchezza e di cambiamento.

Il confronto è attivo e dinamico: l’eroe viene sì inghiottito, ma assume un ruolo attivo nel momento in cui decide di accendere un fuoco e procurarsi da mangiare, e ciò gli permette di salvarsi la vita e di rinascere trasformato; allo stesso modo, la coscienza deve assumere una posizione decisa ed attivare un dialogo con la parte più inconscia, in quanto, se si limita a fare da spettatrice passiva nei confronti delle immagini che vengono dal profondo, rischia di rimanerne inghiottita definitivamente.

Tornando all’immagine del Libro Rosso, se ci si sofferma su di essa, si può intuire l’idea del viaggio, rappresentato dalla barca che si muove sulle acque e che è accompagnata da qualcosa che si muove nelle profondità: sopra, la barca solare/coscienza; sotto, il mostro marino/inconscio.

Questo viaggio “a due” è incessante: noi siamo costantemente accompagnati dalla dimensione invisibile, inconscia, inafferrabile che ci abita. La continuità del viaggio è suggerita da un elemento che compare nel mitologema: la ciclicità. Il dio Sole ogni sera muore ed ogni mattina rinasce: una volta che l’eroe viene catapultato fuori dal mostro ed approda sulla terraferma, riprende la sua avanzata, ma man mano che il tempo procede e si riavvicina l’oscurità della notte, incontra nuovamente il pesce… Non esiste una vittoria conclusiva dell’eroe, ma semmai un continuo rimettersi in gioco, che implica il riaffrontare situazioni difficili, ogni volta uscendone con un pezzo di esperienza in più. La storia del confronto continua incessantemente e provoca sempre nuovi riequilibramenti all’interno della vita psichica, un lento e progressivo avvicinamento di due sfere inizialmente così distanti come quelle della coscienza e dell’inconscio, fino ad arrivare ad una posizione simbolica di integrazione degli opposti: nel confronto tra luce ed oscurità non c’è una vittoria dell’una sull’altra, perché di confronto appunto di parla, e non di sfida.

Da quel confronto, insomma, ci si auspica che possa nascere qualcosa di nuovo, di fondamentalmente significativo per il soggetto: forse proprio quella parola che ancora non è stata detta o quella luce che ancora non ha brillato…

 

Andrea Graglia, psicologo ad orientamento junghiano di Torino

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Riferimenti bibliografici

  • Carl Gustav Jung, Libro Rosso, ed. Bollati Boringhieri;
  • Carl Gustav Jung, Simboli della trasformazione, ed. Bollati Boringhieri;
  • Carlo Collodi, Le avventure di Pinocchio, ed. Einaudi