Tocco il cielo con un dito.

Tempo fa, come a volte succede, sfogliando i ricordi della mia vita mi sono imbattuto in una foto: una foto che mi ritraeva da piccolo, cinque o sei anni appena, seduto su un balcone che si affacciava sulle colline bergamasche, con lo sguardo tetro, ma così tetro che risultava difficile immaginare qualcosa di più scuro. Stava accadendo nella mia vita qualcosa di catastrofico, almeno nella percezione che ne avevo in quel momento: la pancia della mamma era gonfia, e io sapevo che da quella pancia sarebbe presto uscito qualcosa di molto pericoloso. Era al settimo mese di gravidanza e pensavo che avrei potuto avere ancora due mesi di libertà. Invece, durante la gita, mamma e papà scapparono in clinica; era chiaro ciò che stava per succedere: la creatura immonda, che avrebbe turbato la mia vita negli anni a venire, aveva anticipato la sua irruzione, lasciandomi solo prima del tempo, nelle braccia di uno zio e di una zia che si fregiavano di quel titolo senza averne diritto, in fondo quasi sconosciuti loro come sconosciuta era la casa dove mi trovavo e dove sarei dovuto stare per un tempo indefinito.

Lo zio, poverino, sul balcone mi diceva: «sorridi che ti faccio una foto», ma si può immaginare quanta voglia avessi di sorridere. Ero, al contrario, pronto a una di quelle grandiose regressioni che sono naturali in situazioni simili, il dito pollice si accingeva a ritornare in bocca e provavo un’inarrestabile voglia di abbandonare qualsiasi forma di nutrimento solido per tornare al latte a al biberon. Fu a quel punto che lo zio ebbe un’intuizione geniale: puntò il dito all’orizzonte fuori dal balcone e mi disse: «Guarda, la vedi quella montagna?» Io guardai, non avevo ancora notato nulla, tutto sembrava appiattito dalla mia desolazione. «Quello è il monte Polenta, una delle montagne più alte e più difficili da scalare del mondo». Fui colpito da ciò che lo zio mi aveva confidato e ancora di più dalla successiva proposta:«Se te la senti, domani mattina la scaliamo insieme». Fu una notte tormentatissima perché dentro di me convivevano due tensioni: una, la preoccupazione per la nascita di un fratello, l’altra, l’emozione di un’avventura che avrebbe potuto segnare la mia vita. Al mattino, dopo una lunga insonnia, partimmo. Lo zio era molto scaltro, il sentiero, probabilmente una mulattiera, si trasformava nel suo racconto in una via impervia; mi raccomandava continuamente di tenere un passo cadenzato, di respirare profondamente per superare i guai dell’altitudine e soprattutto di prestare grande attenzione al baratro che si apriva proprio a fianco a noi. Mentre la cima si avvicinava, io ero allo stesso tempo terrorizzato ed entusiasta, salivo e non morivo, e infine, dopo un tempo che mi apparve infinito, la raggiungemmo. «Vieni qua, respira piano; se vuoi adesso puoi toccare il cielo con un dito».

Così, in punta di piedi, toccai per la prima e ultima volta nella mia vita il cielo, che mi sembrò stranamente soffice. O forse era quella nuova potenza appena acquisita che mi dava l’impressione di poterlo padroneggiare, mentre le cose sotto di noi, case ed esseri umani, erano diventate piccole e insignificanti immagini che si muovevano nella valle. Scendendo, percepivo una strana sensazione di forza tanto da sperimentare qualche breve corsa, immediatamente censurata dallo zio; «Ricorda che se cadi puoi precipitare», e il timore di quel vuoto terribile ridimensionò velocemente la nascente baldanza. Arrivammo a valle, quella notte dormii profondamente e l’indomani fui portato a trovare la mamma e il neonato all’ospedale. Mentre lo osservavo, mi accorsi di non odiarlo più così tanto; certo non mi era simpatico, piccolo e stralunato nei suoi pianti com’era; ma un certo senso di distacco e di superiorità mi acquietava. Molto tempo dopo mi chiesi cosa fosse successo. Perché il monte Polenta mi aveva regalato la possibilità di guardare mio fratello con un’emozione più controllata?

In fondo su tale questione si sono contrapposti due colossi dell’indagine psichica, Freud e Jung. Perché la domanda che la psicanalisi deve porsi a un certo punto è questa: come fa un individuo, pensiamo a un bambino, a evitare di essere perennemente sommerso dalla propria pulsionalità ed accedere a una dimensione altra, la riflessione, il pensiero, la cultura e la creatività? Con una sintesi pericolosa, potrei dire che l’uomo freudiano è un soggetto pulsionale, fortemente ancorato a due istinti base: la sessualità e l’aggressività, spinta alla riproduzione ed alla difesa della prole, soddisfazione del piacere e aggressione di chi ad esso pone un limite. Da questa imprescindibile necessità l’uomo si muove per poi, altrettanto necessariamente, scontrarsi con l’obbligo di inserirsi nella vita sociale; deve quindi rinunciare alla realizzazione del proprio piacere e circoscrivere l’aggressività, perché solo così può costituire un gruppo sociale e in esso riconoscersi. “Sublimazione” è il termine che definisce lo spostamento dalla necessità del singolo ai bisogni del collettivo e che si costituisce, probabilmente, attraverso determinanti istintive e, sicuramente, grazie all’interiorizzazione delle norme che provengono da genitori, insegnanti e sacerdoti; grazie a tutto questo interrompiamo lo scorrere incessante della pulsionalità che ci accompagna ed accediamo a dimensioni più elevate. Lo stare insieme chiede rinuncia e tutte le nostre creazioni: pensieri, culture e religioni, sono in fondo formazioni illusorie, finalizzate a dimenticare ciò a cui stiamo rinunciando.

Per Jung, al contrario, è impossibile supporre che arte, fantasia e religione siano figlie della sessualità. Perché queste dimensioni esistano, c’è bisogno di ipotizzare una diversa forma energetica; a fianco di quella forza che emana l’istinto sessuale ed aggressivo, dobbiamo immaginare nell’uomo anche una forza spirituale che è connaturata al suo essere. Quindi in lui convivono materia e spirito. Fin dalla nascita ogni individuo è dotato di forme dell’azione, gli istinti, e di forme della comprensione, gli archetipi, intesi come disposizione a creare immagini che diano senso al muoversi istintivo. Questo perché possiediamo una naturale capacità di creare senso attraverso le immagini. E dato che la nostra psiche è animata da contenuti opposti (siamo ancorati alla materia così come siamo spinti dallo spirito), ciascuno di questi contenuti è rappresentato da immagini che noi stessi produciamo. E queste si scontrano e confrontano per far si che si possa accedere a una dimensione ulteriore. Quando parlo davanti a una platea presumibilmente si muovono dentro di me due forze, una legata alla potenza e all’aggressività: voglio fare un bell’intervento, colpire, avere successo. Ma contemporaneamente vive in me un’altra motivazione, quella d’interagire con voi e comunicare i miei pensieri. I due intenti naturalmente confliggono; ma se nella modalità comunicativa prevarrà la volontà di potenza, sarà l’inconscio a compensarla, portandomi immagini legate allo spirito, quindi, semplificando, a occuparmi maggiormente di voi. E se allo stesso modo il mio atteggiamento risulterà complessivamente troppo oblativo, la voce di un’immagine mi inviterà a pensare più a me stesso. Materia e spirito si confrontano al fine di permettermi di accedere a una dimensione in cui sia possibile far convivere una giusta stima di me stesso e una altrettanto giusta attenzione nei vostri confronti. Questo, che è un lavoro continuo, diventa per Jung la strada dell’individuazione. L’uomo di Freud è impegnato quindi in una strenua lotta, tesa a trovare un equilibrio tra le istanze pulsionali e le necessità del sociale; l’uomo di Jung deve continuamente farsi carico di una tensione tra la spinta materiale e quella spirituale: sostenendola può accedere a nuove rappresentazioni di sé e della vita.

Detto questo possiamo finalmente tornare al monte Polenta; cosa è successo lassù? Forse lo zio, attraverso il suo carisma dovuto all’essere adulto, mi ha intimato di smetterla di stare attaccato alle gonne di mia madre, per accedere al mondo degli adulti. Attraverso lo sforzo e la rinuncia, mi comunicava, avrei potuto evadere dall’eccesso di emotività che occupava il mio esistere entrando a pieno titolo in una comunità che di me e della mia forza aveva bisogno. O forse lo stesso zio, proponendomi un’esperienza elevata, ha sollecitato un contatto con un’energia ancora sopita e mi ha permesso di conquistare una dimensione differente rispetto a quella in cui ero immerso. Aderire a una o all’altra ipotesi è forse una questione di fede; posso solo ribadire che sulla vetta del monte Polenta mi sentivo più lontano da mia madre, anche se la paura di perderla era forte, così come, una volta tornato a valle, convivevano in me distacco e rabbia nei confronti di mio fratello. Stavo diventando grande pur avendo paura di crescere. Tensioni opposte evidentemente, che avrebbero potuto determinare maturazione. Ma abbandonando quel bambino piccolo alle sue tensioni, che le utilizzerà come possibile, si può tentare di allargare il discorso.

Tempo fa è uscito un simpatico libro di Michele Serra, Gli sdraiati. Gli sdraiati sono i giovani, i suoi figli o i nostri figli, spesso privi di passione e di iniziativa, flaccidamente accomodati sopra una linea orizzontale e apparentemente privi di quelle scintille che ci proiettano verso l’alto. Un libro molto simpatico; tuttavia mi verrebbe da obiettare a Serra che siamo tutti tendenzialmente orizzontali, perché le nostre vite tendono a uno sviluppo, diciamo così, prevalentemente piatto. Siamo consueti, ci piace la ripetizione perché ci rassicura: sapere che ciò che faremo domani è identico a quello che facciamo oggi rende più prevedibile la vita e quindi più sicura. La natura si presenta a noi con la stessa modalità: il tragitto quotidiano del sole, lo scorrere sempre uguale dei giorni e delle stagioni, una madre che accudisce il figlio con gesti ripetuti ed il figlio che chiede alla madre di ripresentarsi a lui con atteggiamenti continuamente riconoscibili. Tutte immagini che testimoniano l’imprescindibile importanza della continuità. Ma se ci fosse sempre e solo continuità non cambierebbe nulla nella nostra vita e non ci sarebbe alcun tipo di creazione.

È la stessa psiche che, direbbe Jung, tende a sollecitare un movimento diverso, a fronte di questa ripetizione accomodante. Succede a tutti noi di essere più o meno consapevolmente stanchi o annoiati dal tipo di vita che conduciamo. Questo disagio, che possiamo raccogliere o meno, si trasforma in immagini nei sogni e nelle fantasie, in immagini della verticalità potremmo dire, o della spiritualità; immagini che tendono a sollecitare uno sguardo diverso sulle forme del nostro esistere. Ma cosa porta di diverso l’immagine relativa alla verticalità? E soprattutto quali sono le immagini che rappresentano questa dimensione? La montagna è forse il simbolo che meglio ci parla di tutto questo, il più adeguato per rappresentarcela. Salendo sul monte Polenta ho sperimentato una forte sensazione di potenza, la condizione necessaria per evadere dalla continuità, dato che questa evasione richiede una buona dose di coraggio. E quando salgo con coraggio ottengo la possibilità di avere uno sguardo dall’alto. Da lassù tutto diventa più piccolo, anch’io lo divento, perché le infinite consuete abitudini che vivo là in fondo sull’orizzontale nella terra diventano relative. Allora posso chiedermi quale possa essere il valore che attribuisco alla mia vita così come la conduco, rileggere le forme dei miei appassionamenti ed eventualmente discutere con me stesso sulla loro validità. Quindi la montagna come rappresentazione eccellente della verticalità, e verticalità come luogo della rilettura dell’orizzontale. Ma esiste una dimensione ulteriore da tenere in considerazione. Quando io salgo, oppure quando ascolto ammirato le imprese di Nives e Maurizio, non vivo soltanto la potenza della salita ma penso anche alla possibilità di cadere.

Non esiste soltanto una verticalità ascendente; accanto a essa devo sopportare la presenza di quella discendente, il vuoto che contiene la caduta. Nel momento in cui accetto di poter usufruire di uno sguardo alto sulla mia vita e quindi mi pongo nella posizione di chi potrebbe trasformarla, in quel momento, e solo in quel momento, posso e forse devo, confrontarmi con la possibilità di precipitare. Sarò in grado di cambiare? Avrò il coraggio necessario? In alto divento piccolo e sento il vuoto delle mie insicurezze. Solo chi sale può accettare di cadere. Esiste un profondo legame tra questi due movimenti, che devono coesistere nella nostra consapevolezza per determinare una trasformazione: chi ascende senza timore del vuoto precipita nell’onnipotenza; chi vive nel timore del vuoto non potrà mai salire. Quando, come oggi, ascoltiamo il racconto di grandi alpinisti ciò che ricaviamo, noi che magari nel fisico non possediamo tanta capacità, è una sollecitazione a far riferimento a una dimensione che invece, tutti, possediamo nel mondo psichico. Ognuno può salire internamente e andare a rivedere se stesso. Ma ancor di più, dagli alpinisti proviene un grande aiuto nel momento in cui ci viene narrato il timore e il fallimento.

“Altro che conquistatori di montagne, noi siamo esperti della fuga senza vergogna. Siamo scappati così tante volte dalle montagne, che raggiunto il campo base, sfiniti, eravamo allegri come dopo una cima. Quando la natura ti sbatte in faccia la sua superiorità la fuga è un fallimento a cui puntare con la stessa determinazione di quando sali verso la vetta, perché la sconfitta, a volte, vale come un successo. Può far male ma dopo un po’ passa, perché fallire ha anche una sua utilità: allena l’umiltà”,  (Mancuso; Meroi, Sinai).

Avviciniamo l’umiltà soltanto quando dall’alto di una riflessione consapevole ci permettiamo di osservare il baratro della nostra piccolezza. E decidere se, e come, procedere. Questo modo di avventurarsi nella vita, riflettendola e ricreandola in ogni momento, appiattisce le differenze tra il monte Polenta un ottavo grado e un 8000 metri; ognuno di noi ha una propria attitudine e una specifica capacità, ma l’importante è che salga, ogni tanto; e che nel momento in cui accetta di farlo abbia il coraggio di guardare nel fondo di se stesso. Quando sono sceso dal monte Polenta ho perdonato mio fratello per la sua provocatoria esistenza; l’ho perdonato parzialmente e ho dovuto nel tempo risalire e rivedere l’abisso per perdonarlo ancora. Non sempre sono riuscito; in questa, come in tante altre situazioni, ho avuto paura di salire oppure, una volta salito, ho rifiutato in modo arrogante di osservare le mie bassezze.

Il mio lavoro psichico è stato quindi spesso imperfetto, ma sono convinto sia la strada giusta, il metodo;

“[…] un doppio metodo […] potrebbe produrre oscillazioni utili stabilendo la connessione tra la pulsione e l’ispirazione, tra ciò che preme e ciò che aspira. Bisogna costantemente attaccarsi al passato e staccarsene senza posa. Per attaccarsi al passato occorre amare la memoria, per distaccarsene è necessario immaginare molto. Per salire bene bisogna partire da molto in basso, per salire bene bisogna dimenticare il molto basso, (G. Bachelard, Poetica del fuoco).

 

cvMichele Oldani, intervento al convegno “Elogio dell’ascesa: filosofia, psicoanalisi, architettura, religione e alpinisti di fronte al fascino della verticalità“, Temenos, Forte di Bard, 12 luglio 2014.