Carl Gustav Jung: “Visioni. Appunti del Seminario tenuto negli anni 1930-1934”.

Visioni è un’opera estremamente complessa che mostra, e in molti punti chiarisce, l’atteggiamento di Jung nei confronti dell’inconscio, della psicologia in generale, della patologia, della cultura nel senso più ampio del termine e, in qualche modo, anche della formazione degli allievi.

La traduzione italiana rappresenta un ulteriore prezioso frutto di una stagione editoriale molto ricca per il pubblico interessato alla cultura in senso lato e al pensiero di Jung in particolare. Essa si aggiunge infatti, mantenendo la metafora agricola, a una già ricca messe di pubblicazioni recenti dei seminari tenuti da Jung (1) (…).

Per Visioni le metafore potrebbero moltiplicarsi – miniera, viaggio, esplorazione, cartografia di un continente sconosciuto – ma forse l’elemento distintivo, rispetto agli altri seminari di Jung, è la forza con cui viene affermata quella realtà della psiche che – strano a dirsi – viene temuta ed esorcizzata, facendo un troppo pesante ricorso a fattori familiari, storici, ambientali ecc., anche da molti junghiani. Va precisato che l’ipotesi archetipica – che in Jung rimane sempre ipotesi e non diventa mai ipostasi (2) – nonostante vanti degli illustri sostenitori, viene a volte vigorosamente attaccata proprio sulla base di una presunta ipostatizzazione di essa ad opera di Jung.

Gioverebbe ricordare, inoltre, il monito implicito contenuto in un’acuta frase di Laurens van der Post (3):

Una delle principali fonti d’incomprensione sulla natura e sulla grandezza del contributo di Jung alla vita della nostra epoca è dovuta alla supposizione – tanto comune, ahimè, tra i suoi seguaci come tra gli altri – che il suo interesse prevalente fosse in ciò che chiamò l’«inconscio collettivo» dell’uomo. È vero che è stato il primo a scoprire ed esplorare l’inconscio collettivo e a dargli un’importanza e un significato realmente contemporanei, ma, in conclusione, non era il mistero di questo ignoto universale nella mente dell’uomo, ma un mistero ben più grande a ossessionare il suo spirito e a guidare tutta la sua ricerca: il mistero della coscienza e del suo rapporto con il grande inconscio (4).

È una frase, oltre che acuta, preziosa per farci apprezzare maggiormente la straordinaria capacità di Jung di tornare puntualmente ai dati clinici e attuali della paziente (Christiana Morgan) dopo le straordinarie cavalcate amplificative nel campo sterminato delle associazioni mitologiche alle varie immagini delle visioni. Il libro comunica tutta la leggerezza e la vivacità di quel linguaggio colloquiale che Jung sapeva utilizzare con grande maestria senza rinunciare ad argomentazioni complesse, a slanci di erudizione e a chiarificazioni sul piano clinico che arrivano puntuali ogni volta che si teme di aver perso il filo della narrazione (…). È opportuno innanzi tutto precisare che il Seminario prende l’avvio dal caso di una donna americana sulla trentina che Jung aveva seguito in un percorso analitico all’interno del quale a un certo punto si erano presentate delle visioni piuttosto articolate. Partendo dall’analisi dei primi sogni Jung volge poi il suo interesse al linguaggio sotterraneo espresso dalle visioni della paziente abbandonando completamente la prospettiva della coscienza che lo aveva invece in parte guidato nel corso dell’analisi. Appare subito chiaro infatti che le varie argomentazioni espresse da Jung durante l’esposizione del caso sono rimaste estranee al contesto analitico che avrebbe potuto essere seriamente inficiato dalla sovrabbondanza delle amplificazioni.

L’amplificazione, com’è noto, è un metodo per accostarsi al materiale prodotto dal paziente, per esempio un sogno, che si contrappone, in quanto associazione mirata, all’associazione libera di Freud. Si tratta, in pratica, di ampliare un tema presente nel sogno, accostandolo a temi simili che si possono ritrovare nella mitologia, nelle religioni, nel folklore ecc., per ottenerne un contesto più ampio e metterlo a confronto con esperienze generalmente umane, il che permette di approfondirne il senso che può avere per il paziente stesso.

L’agio e la naturalezza di Jung nel muoversi nel mondo simbolico, immaginale e visionario è davvero stupefacente. È qualcosa che va al di là della cultura, peraltro sterminata, di Jung stesso e che non sarebbe stata possibile senza il suo personale, drammatico e periglioso «confronto con l’inconscio» di cui ci narra nell’autobiografia raccolta da Aniela Jaffè (5).

Avendo assistito quasi senza commenti alla produzione delle visioni e avendo restituito alla paziente solo ciò che la coscienza era in grado di assimilare, Jung si abbandona invece, nel corso del seminario, a un discorso immaginale che rende invece ragione della processualità dell’inconscio. La maestria con cui l’Autore si muove in territori lontani dalla coscienza fa sì che a volte l’articolazione dei passaggi appaia forzata, ed è come se si avesse la sensazione di perdersi in una sorta di delirio incomprensibile che si allontana inesorabilmente dal contatto con la realtà. Jung invece non vi si perde, ma torna sempre con grande lucidità alla realtà psichica della paziente per chiarire, dopo essersene allontanato, il quadro clinico da cui le varie immagini prendono l’avvio e per confrontarsi con nosografie che acquistano così tutta la loro coloritura emotiva.

La visione sembra essere a volte il punto di avvio di una sua immaginazione attiva sugli elementi presentati dalla paziente – una sorta di «dialogo d’immagini » — e, al di là dell’adesione o meno alle immagini da lui prodotte, mai si ha la sensazione di essere in presenza di un puro fantasticare. E d’altra parte è lo stesso Jung a puntualizzare in più occasioni il significato che la fantasia riveste per la vita psichica. Rivolgendosi all’uditorio così si esprime:

La domanda è: la fantasia è un mero effetto derivato, che in quanto tale deve essere spiegato come proveniente da cause interne ed esterne, o è, essenzialmente, un processo creativo e, di conseguenza, concreto? Cercate di cogliere la differenza. Nell’un caso si deve ridurre la fantasia, si deve dire che non è altro che una fantasia dovuta al sesso o al potere, che indica la tale o talaltra cosa del mondo conosciuto e che perciò fa apparire immagini o determinati ricordi personali. Nell’altro caso si deve conferire all’immagine la dignità di un fattore datore di vita, si deve riconoscere che l’immaginazione è capace di qualcosa e che è in grado di creare, non importa quali siano i suoi antecedenti apparenti. Un punto di vista significa spiegare un essere umano a partire dai genitori e da tutto il clan, dall’ambiente, dalle condizioni ereditate, dall’educazione ecc., rendendo l’individuo un mero conglomerato di effetti più o meno fortuiti. L’altro afferma: non preoccupiamoci come e da dove sia arrivato questo tizio, vogliamo vedere, prendendolo come un’unità originaria di forza creativa, come agisce, che cosa fa, cosa può creare. È un altro modo di considerare il problema (pp. 335-336).

Siamo sempre all’interno di quell’interregno, di quel mundus imaginalis – per usare il termine di Henry Corbin — dove i simboli acquistano tutto il loro significato perché sono in rapporto sia con gli elementi sensibili sia con quelli intelligibili. Non importa cioè che la visione sia una realtà che può essere vista o sentita perché ciò che conta è che «conti» psicologicamente.

Il linguaggio che viene usato conferma l’atteggiamento immaginale: parole semplici che non hanno la pretesa di tradurre per arrivare a una spiegazione definitiva ma cercano nuovi varchi per afferrare ciò che a prima vista appare inconoscibile. Un linguaggio che esprime fondamentalmente una dimensione culturale e che non fa sfoggio di erudizione. A tale riguardo lo stesso Jung dice:

La gente pensa sempre che sia particolarmente irriverente da parte mia formulare le cose in questo modo, mentre per me è soltanto modestia chiamare cose tanto grandi con dei nomi così piccoli; fa vedere quanto poco siamo in grado di esprimere queste cose in modo adeguato, e che perciò faremmo meglio a usare un linguaggio modesto (p. 1113).

In questo linguaggio semplice si inseriscono anche i racconti di suoi elementi personali che producono ulteriori amplificazioni senza procurare invasioni nella storia della paziente. A parlare in questi casi, infatti, non è la Persona ma la sua parte più profonda come se il ruolo lasciasse per un momento il posto a un incontro che è innanzi tutto umano. Se è vero che si è abusato e si abusa del detto alchemico ars requirit totum hominem, citato ripetutamente da Jung, per contrabbandare l’inserimento di osservazioni puramente personali dell’analista nel corso della terapia, Jung rappresenta invece un esempio illuminante di come gli elementi personali dell’analista possano essere introdotti nel lavoro analitico in modo assolutamente benefico.

L’introduzione di un racconto personale dell’analista quale commento a un racconto dell’analizzando, fatta come la fa Jung, rappresenta e diventa una modalità di comunicazione che «apre», una modalità narrativa terapeutica, che diventa cioè, dialetticamente, non un exemplum bensì una «storia che cura». Jung porta come esempio il racconto fatto dal sacerdote-terapeuta egizio che narra a chi è stato morso da un serpente l’antico mito della serpe posto da Iside sul cammino di Ra affinché lo mordesse, per poi poterlo curare, è come se – la differenza può sembrare sottile, ma è importantissima – l’analista dovesse riuscire ad operare una trasmutazione alchemica, quella di trasformare il personale in impersonale, vale a dire la propria Persona di analista in essere umano, compagno di ventura e di sventura nel difficile cammino dell’analisi.

Non è cosa semplice: la tentazione, anche inconscia, di abbagliare il paziente con la propria Persona, il proprio sapere, la propria cultura è talmente forte e diffusa che nessun analista, provvisto anche in misura minima di capacità autocritica, potrebbe scagliare la prima pietra. Poi però gli ascoltatori intervengono e fanno domande, e allora Jung si riappropria di tutta la sua chiarezza espositiva e inizia a distinguere e a proporre diagnosi differenziali per evitare pericolose confusioni tra immagini, fantasie, deliri e allucinazioni. (…)

In questi seminari è particolarmente netta ed evidente la separazione tra personale e impersonale, tra psiche soggettiva e psiche oggettiva. Jung ribadisce di frequente l’invito – o l’ingiunzione – a non indagare la storia o i conflitti personali della paziente che ha avuto le visioni, perché sarebbe stato sviante per i suoi ascoltatori di allora e lo sarebbe per i lettori di oggi. La resistenza ad accettare una dimensione diversa produce spesso però, a nostro avviso, una certa intolleranza nell’ascolto e non si riesce ad esercitare la pazienza necessaria al disvelamento dell’altro. Per questo ci sembra così importante la dimensione dell’andata e ritorno, perché consente l’abbandono dell’intelletto razionale per approdare al luogo del paziente, ma favorisce anche una forte presa di coscienza quando si tratta di comprendere per intervenire. È questo il messaggio che più di ogni altro colpisce nell’ascoltare Jung che parla per ore e ore senza mai perdere mordente e senza comunicare mai il minimo segno di noia.

Una lezione davvero fondamentale per uno psicoterapeuta!

«Noi sopravvalutiamo terribilmente la coscienza…» dice Jung «so che la coscienza è per l’uomo la conquista più grande ma ciò non altera il fatto che in alcuni casi non ha alcun valore … perciò l’atto di pensare a una cosa consciamente non significa necessariamente che quella stessa cosa vi abbia toccato… È come se io dicessi a qualcuno: “C’è un piccolo cobra nella sua tasca” e quello si limitasse a rispondere molto serenamente: “Si tratta di questo, dunque, ma che cosa interessante!”. Un uomo di questo genere pensa di essere consapevole, ne è assolutamente convinto, ma in realtà non metterebbe mai la mano in tasca se capisse che cosa vorrebbe dire avere lì un cobra … raggiungerne il fondo … è un compito lungo e spaventoso» (p. 91).

A questo riguardo ci sembra importante anche segnalare la modalità con cui i miti vengono introdotti per amplificare i contenuti delle visioni. Non si tratta di interpretazioni o di prove per avvalorare le proprie argomentazioni; siamo piuttosto al cospetto di nuove immagini che tengono in vita la processualità dell’inconscio della paziente. Anche quando la narrazione si fa particolarmente articolata, l’amplificazione infatti non riguarda mai il mito ma il contenuto della visione e questo rende il percorso sempre vivo, evitando di incorrere in pure astrazioni fini a se stesse. Questo aspetto merita, a nostro avviso, una riflessione particolare perché un eccesso di erudizione può produrre, nel contesto analitico, un pericoloso rischio di autocompiacimento da parte del terapeuta. (…)

C’è in tutta l’opera una particolare attenzione alla contemporaneità o, potremmo dire meglio con un bisticcio di parole, una contemporaneità di affermazioni.

«Il nostro punto di vista moderno razionalistico» dice Jung nel 1930 «è ovviamente quello di prendere la vita per ciò che sembra essere e quindi tutti sogniamo di migliorare le condizioni sociali, di educare le persone, di rendere le cose migliori nel senso in cui lo intendiamo noi, con il risultato che armi sempre più pericolose vengono date a gente che non sa usarle. Per esempio, un sacco di naiveté assolutamente sana viene distrutta dall’educazione e gli strumenti dell’intelletto vengono forniti a persone che non sono abbastanza mature per usare quei mezzi rischiosi. Un chimico potrebbe inventare dei composti chimici pericolosissimi, che sarebbero del tutto sicuri nelle mani di un uomo responsabile, ma che diventano distruttivi se giungono nelle mani di politici irresponsabili. Cominceranno a giocarci, a pensare quante persone potrebbero uccidere usandoli, e poi si crea una catastrofe infernale con dei mezzi che non sarebbero pericolosi se rimanessero nelle mani giuste. In questo modo, credendo che questo sia il mondo dove ogni cosa raggiunge il proprio compimento e che quindi dovrebbe essere un paradiso, si crea un inferno» (p. 1134).

Le enormi forze dell’inconscio – positive e negative – se vengono ignorate dalla coscienza, non possono far altro infatti che trovare la propria espressione, letteralizzata e concreta, a livello collettivo, in maniera arcaica, distruttiva e omicida come ci dimostrano, in modo orribile e ripugnante, tanti accadimenti di cui testimoniano ogni giorno le pagine dei giornali o i notiziari televisivi.

È sorprendente che, in una società di cui una psicologia superficiale intride apparentemente ogni ambito e ogni più riposto cantuccio, dalla scuola allo sport, in realtà la psicologia del profondo sia, in pratica, ignorata, non permettendo all’individuo di impegnarsi in quell’einandersetzung, quel confronto radicale con l’inconscio, di cui avrebbe assoluta necessità per sfuggire alla tanto temuta «omologazione».

È l’eccessiva preoccupazione del futuro, ammonisce Jung, a non farci vivere adeguatamente nel presente con conseguenze a volte disastrose. Il futuro infatti, quello del singolo individuo e quello della collettività, nasce dal presente e non potrà mai essere migliore se non si tiene nel giusto conto la negatività del presente. Né si può esorcizzare il male attuale aderendo fideisticamente a quella che viene considerata di volta in volta una nuova verità. La vita consiste di una «enantiodromia naturale» ed è quindi necessario vivere ed essere consapevoli delle sue diverse fasi.

Soltanto un pensiero di tipo paradossale che sappia stare in rapporto con la verità e la falsità e con la positività e la negatività può consentire il passaggio a un futuro immaginato in una nuova prospettiva. È nel qui e ora, e non in un futuro «prossimo venturo» che si rivela quanto mai fumoso e sempre più incerto, che ci si deve impegnare a combattere quel pressappochismo spirituale e morale, ma anche materiale e concreto, che affligge e scardina la cosiddetta società del benessere mostrando la mostruosa onnipotenza del potere fino a se stesso.

È necessario essere capaci di visualizzare la confusione e la sovrapposizione delle immagini del e nell’inconscio e di accingersi a un’opera paziente di districamene e discriminazione, per ritrovare al loro interno il filo d’Arianna che permetta di ritornare dagli inferi e di «uscire a riveder le stelle». È però sufficiente una rilettura anche rapida di tutto quel materiale tumultuoso che prende vie traverse, come in ogni labirinto che si rispetti, e pare disperdersi in mille rivoli, per accorgersi, al contrario, della profonda coerenza e della precisione del percorso lungo il quale Jung ha accompagnato Christiana Morgan e accompagna oggi l’attento lettore (…). L’enorme capacità amplificativa di Jung è una sorta di gigantesca – o «gigantale» come direbbe Rabelais – «cassa armonica» che fa risuonare di echi insospettati anche l’immagine in apparenza più banale. Dobbiamo, a questo punto, tenere presente la frase di van der Post.

Il fascino esercitato da un’immagine mitica è infatti potente e pericoloso, e ne può cadere vittima non soltanto il paziente, il cui io fragile può esserne risucchiato e ingoiato, con tutti i rischi che ciò comporta, ma anche il terapeuta. In quest’ultimo caso il terapeuta corre il rischio – peraltro, ahimè, non infrequente – di un’inflazione psichica che lo porta a fraintendere completamente il significato di quell’immagine per il paziente e a procurare anche a quest’ultimo un’inflazione, in questo caso iatrogena. In altre parole, può verificarsi che, come sappiamo da numerosi resoconti di casi clinici, l’immagine mitica venga usata come «prova oggettiva» di un assunto inconscio del terapeuta o del paziente, per esempio un delirante. L’uso di questa modalità da parte del terapeuta restringe, costringe e «chiude» il materiale del paziente, invece di «aprirlo», come nel caso dell’amplificazione rettamente intensa.(…) Quando un contenuto archetipico viene vissuto, porta con sé uno sconvolgimento che non può essere attutito in nessun modo da argomentazioni di tipo razionalistico.

«Nel momento in cui» invece «si può esprimere l’archetipo vissuto con il suo simbolo ci si sente sollevati; anche se orribile, è un momento buono e positivo. È come se si fosse visto e conosciuto il nemico e, in questo modo, si fosse guadagnata una certa sicurezza di riuscire a trovare i mezzi per combatterlo o propiziarselo». (p. 808)

Si può cioè cogliere appieno il significato simbolico del cobra solo se prima si è provato tutto il terrore necessario a confrontarsi con un’immagine tanto potente. Nello stesso momento in cui mette da parte, come limite, l’atteggiamento razionale per approdare agli aspetti primitivi dell’altro Jung però continua a sottolineare il valore dell’adattamento al mondo esterno e l’importanza degli strumenti necessari a mascherare la propria interiorità. (…)L’importante, ricorda Jung, è non pensare che la persona esaurisca la nostra presenza nel mondo e non ritenere che sia sufficiente un mutamento negli atteggiamenti esteriori per affrontare le profondità dell’animo umano. L’importante però è anche essere consapevoli dei contenuti arcaici veicolati a volte dal «linguaggio» della persona. Ci piace riportarne un esempio divertente e attualissimo. A noi sembra ridicolo, ma in America sono stato pagato molte centinaia di dollari per pronunciare una parola strana, cosa che loro definiscono dare un parere. Si deve dire che è una forma paranoide di schizofrenia, o qualcosa del genere, al che loro dicono: «Ah, si tratta di questo! Eccole cinquecento dollari».

Qui succede la stessa cosa, la gente spesso viene da me per una consultazione e vuole soltanto sentire il nome della propria malattia. Dico loro che è una nevrosi coatta, per esempio, e loro se ne vanno dopo avermi pagato la parcella. Come se sapessero che cos’è una nevrosi coatta! Naturalmente pensiamo che sia ridicolo ma, da un punto di vista primitivo, non è poi tanto ridicolo, perché si è dato loro un simbolo. Lo stesso medico non sa che cosa sia una nevrosi coatta, però è un bel nome, e l’averlo trovato vale al minimo cinquanta franchi. E tutti quei meravigliosi nomi latini! Non molto tempo fa, durante una consultazione, una persona mi disse: «Devo avere qualcosa di terribile, dottore. Quando la sera mi sento molto stanco e vado a letto, d’improvviso sento un sussulto in tutto il corpo e mi sveglio di nuovo. Di che cosa si tratta?». Allora gli risposi. «Oh, è semplicemente un paramyoclonus multiplex hypnagogicus». E lui se ne andò completamente soddisfatto! [ … ] Un paramyoclonus multiplex hypnagogicus suggerisce possibilità straordinarie, non si tratta solo di nervi che saltano ma di qualcosa di rispettabile; è qualcosa di prezioso che innalza sui due piedi il valore morale del paziente che se ne va con la sensazione di avere una malattia dignitosa di cui può fare sfoggio.

Dal punto di vista del dispiegarsi storico del pensiero di Jung, è importante osservare che questo è il primo testo in cui appaia, con una certa consistenza, il tema dell’alchimia, territorio simbolico che, com’è noto, ha poi impegnato Jung nella maturità e nella grande maturità, come dimostra il monimentale Mysterium coniunctionis, pubblicato pochissimi anni prima della morte. Ancora nei seminari sulla Analisi dei sogni (1928-1930) gli accenni sono sporadici e non approfonditi; soltanto qui, per la prima volta, Jung dedica al testo alchemico di un manoscritto tedesco numerose pagine, con ampie citazioni e riproducendone anche alcuni disegni.

Queste pagine sono un importante precursore di quanto Jung avrebbe, come si accennava, trattato ampiamente a partire da Psicologia e alchimia, la prima grande opera organica dedicata a questo tema. La lettura di questo libro non è destinata, ovviamente, soltanto agli esperti del settore. Come è noto, ai seminari partecipavano, oltre a persone in analisi con Jung, sia come pazienti che come allievi, (ma esiste una distinzione del genere, in realtà?) anche persone, molte di altissimo livello culturale nei campi più svariati, interessate agli argomenti che Jung trattava, argomenti che, come tutti quelli che riguardano l’uomo, soprattutto nei suoi aspetti più profondi e universali, mantengono inalterati la loro attualità e il loro interesse per l’uomo di oggi che si scopre, per molti versi e nonostante i sostenitori della psiche come tabula rasa, con l’identica brama di conoscenza di se stesso e del mondo dei suoi predecessori, anche i più remoti.

Dalla Prefazione all’edizione italiana  di Magda Di Renzo e Luciano Perez

Carl Gustav Jung, Visioni. Appunti del Seminario tenuto negli anni 1930-1934, a cura di Claire Douglas, Edizioni Magi, 2004

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Note:

  1. Psicologia analitica, trad. di Marco Alessandrini, Roma, Magi, 2003; Analisi dei sogni, trad. e cura di Luciano Perez, Torino, Bollati Boringhieri, 2003; La psicologia del kundalini yoga, trad. e cura Luciano Perez, Torino, Bollati Boringhieri, 2004;
  2. Vedi, ad esempio, la lettera a E.A. Bennett del 22 maggio 1960 (Jung morì nel 1961), in Letters, a cura di Gerhard Adler e Aniela Jaffè, Princeton, Princeton University Press, 1975, pp. 558-559;
  3. Esploratore inglese, amico e profondo conoscitore di Jung, cui ha anche dedicato uno dei suoi libri, Jung and the Story of Our Time, London, Hogarth Press, 1976, poi ristampato;
  4. Introduzione a Sally Nichols, Jung and the Tarot: An Archetypal Journey, New York, Samuel Weiser, 1980, p. XIII. La citazione e la nota precedente sono stati già usati nell’Introduzione ad Analisi dei sogni, cit.
  5. Nel capitolo «A confronto con l’inconscio» in Ricordi, sogni, riflessioni di C.G. Jung, a cura di Aniela Jaffè, trad. di Guido Russo, Rizzoli, Milano, ultima ed. 2003.