Chirone. Il mito dell’analista. Manuela Muscumara conversa con Raffaele Floro

chirone

Gli Dèi e gli eroi della mitologia offrono ancora oggi una chiave di lettura per interpretare i fenomeni psicologici e sociali del nostro tempo, il mondo esterno e interno, nella loro naturale ed essenziale capacità di evocare riflessioni di una attualità sconcertante e talvolta anche brutale.

Il centro culturale junghiano Temenos ha voluto dedicare alla mitologia una rubrica intitolata “Pillole Archetipiche”, per cercare nelle narrazioni della mitologia, modelli per orientarsi nella interpretazione della contemporaneità.

Come ci ricorda Joseph Campbell è come se gli antichi, nella loro esperienza di transito su questa terra, ci abbiano lasciato una mappatura dell’esperienza, “dell’esperienza di essere vivi” e questa trama è un mythologhéin, ossia una narrazione, una tessitura mitologica di modelli dell’esperienza interiore di chi ha viaggiato prima di noi.

Chirone rimanda ad un simbolo che raffigura con un’immagine il senso più profondo della condizione umana e del che cosa voglia dire essere analisti, soprattutto oggi che viviamo in una società che da un lato ci iperresponsabilizza e dall’altro ci deresponsabilizza.

Lo iato tra il corpo di un cavallo e la testa con le braccia di un uomo indica una scissione che, espressa come ferita (la freccia avvelenata scagliata erroneamente da Eracle), è relativa allo spartiacque antinomica presente nella condizione umana:razionalità e istintualita’, ragione e sentimento, conscio e inconscio.

Ovviamente questa divisione, toponima di un modello di psiche, confermato dalle neuroscienze con il criterio della connettività, richiede un avvicinamento delle parti dissociate che apre verso la scoperta di un confine che se separa è vero anche che unisce. È una membrana osmotica quale forma di un limite identificabile che rappresenta la contropartita del visibile, un doppio che si manifesta in forma di assenza.

Allora la ferita diventa euristica ente una feritoia attraverso cui possiamo osservare l’invisibile che forma la vita di Anima, che, come espressione del sentimento, è la realtà colligativa che unisce i due piani dell’umano e dell’inumano. Chirone rappresenta una ferita che è stata inferta da altri, i genitori, ma dimostra che è possibile riparare quella ferita sublimando la sofferenza emotiva che ne proviene con la cura degli altri.

Chirone ci indica il punto esatto in cui il filo della continuità con sé stessi si è spezzato affidando ad altri il compito di rimediare alla discontinuità procurata dagli eventi avversi della vita. E per fare questo, per raggiungere la realtà dell’anima, c’è bisogno del filo di Arianna che mostri come uscire dal labirinto. Questo è il compito educativo e terapeutico di Chirone, proprio perché serve sempre qualcuno che ci aiuti a capire che serve il filo.

Raffaele Floro, medico, psichiatra e psicoterapeuta junghiano

Manuela Muscumara, psicologa e psicoterapeuta junghiana

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