Coronavirus, anche i medici-eroi hanno bisogno del pronto soccorso. Intervista a Carlotta Ghironi.

Medici, infermieri, addetti alle pulizie vivono una situazione di sovraccarico totalmente nuova e difficile da gestire. E possono avere bisogno di un supporto. Ecco le loro storie dalla voce di chi li ascolta

Spinti dall’onda emotiva, loro malgrado, li abbiamo chiamati angeli ed eroi. Ma non è facile fare gli angeli h24. Ogni tanto anche loro hanno bisogno di chiudere le ali. E di scendere a terra. E anche gli eroi, per quanto combattivi e apparentemente instancabili, sentono la necessità di tornare a una vita normale: senza camici, mascherine e turni massacranti. Anche loro, a casa.

Loro, i nostri cari angeli, in questi tempi cosi disorientanti, sono i medici, gli infermieri e tutto il personale sanitario che lavora sotto pressione negli ospedali e nei pronti soccorsi. Loro sono anche gli addetti alle pulizie, figure socialmente meno “riconosciute”, ma ugualmente preziose perchè ogni giorno fanno quel lavoro sporco tanto utile quanto necessario di cui ci accorgiamo, però, solo quando non viene fatto: quello di garantire sicurezza e sanità a un ambiente dove la pulizia adesso è tutto.

«Queste persone non sono di ferro. Anche loro vivono una situazione di sovraccarico totalmente nuova e difficile da gestire», spiega Carlotta Ghironi, 35 anni, psicoterapeuta di Vidas, l’associazione di volontariato che, normalmente, offre assistenza sanitaria ai malati con patologie inguaribili. Ma poiché questi sono tempi molto speciali, anche le psicologhe di Vidas si sono “riconvertite “ in un gruppo di supporto per fornire ascolto (dal lunedi al sabato dalle 9 alle 19, numero 3440948447) a chi, in questi giorni, è nell’occhio del ciclone.

«Siamo un team di 6 persone – prosegue Ghironi – che per sei giorni alla settimana risponde alle telefonate di quanti hanno bisogno di aiuto. Io mi occupo in particolare del personale sanitario, altre colleghe rispondono alle persone che hanno subìto un lutto. All’inizio non si staccava neanche di notte. Ma poi, con più di cento telefonate al giorno, abbiamo dovuto ridurre il carico. Anche per noi, è un nuovo modo di lavorare. Si dice sempre che nulla sarà più come prima. Ecco, questa volta non è una frase fatta, ma è la realtà. Ce ne accorgiamo dalle telefonate che riceviamo. In altre emergenze si veniva colpiti su un fronte solo. Adesso invece tutto si intreccia: il lavoro e la vita privata. La paura bussa anche a casa tua. E questo intreccio è disorientante, molto pesante da reggere da soli. In particolare lo avvertono medici e infermieri sotto pressione in modo permanente».

Cosa raccontano? Quali sono le loro maggiori difficoltà?

«Prima di tutto sentono il bisogno di parlare con qualcuno che abbassi la tensione, il forte carico psicologico. Sono stanchi, molto stanchi. E anche disorientati, irritati e frustrati. Soprattutto frustrati perchè, nonostante si prodighino, con tutte queste precauzioni, temono di non riuscire a far sentire ai malati quanto si spendono per loro. Hanno un grande bisogno di sfogarsi: le loro vite sono stravolte. Hanno un grande senso di responsabilità, ma non sempre possono reggere il carico emotivo».

Di cosa si lamentano?

«Non c’è una lamentazione, perchè hanno un forte senso del loro ruolo. La rabbia e l’irritazione vengono dalla stanchezza. La fatica dei turni si sente. Anche il rapporto coi colleghi diventa più aspro. Non è tutto rosa e fiori. E poi hanno anche paura. Molta paura. Tanti sono morti. Lo ammettono, sono persone come tutti. E come tutti hanno una loro fragilità. Sono contenti che ci sia questa forte ondata di solidarietà nei loro confronti, ma poi ognuno alla sera si ritrova con la sua solitudine. Il peggio è quando non avvertono i sintomi…».

Quali sintomi?

«Quelli che avvisano l’arrivo di un crollo. Quei campanelli d’allarme – come l’insonnia, lo scarso appetito e una irritabilità costante – che ti permettono di prevenire la minaccia. Chi chiama subito si salva prima, chi non avverte quei segnali rischia di più. A volte sono gli stessi parenti che ci avvertono: attenzione, mio padre non ce la fa più, mio moglie è sempre in servizio all’ospedale, ci dicono sollecitandoci a fare qualcosa per i loro cari. La solitudine in queste situazioni è pericolosa. Da soli non si resiste. Oppure dopo si paga il conto».

C’è la solitudine dei medici e degli infermieri. Ma c’è anche la solitudine di chi ha perso una persona cara o, improvvisamente, si trova a vivere in una situazione completamente mutata . Fuori dalle sicurezze abituali, dalle garanzie sociali e sanitarie che da anni ci proteggono.

«Sì, in questa crisi non c’è un dolore unico», osserva Sonia Ambroset, anche lei nel team di psicologhe di Vidas. «C’è il dolore di chi in pochi giorni ha perso diversi familiari e chi, semplicemente, non riesce a gestire l’ansia per quello che sta accadendo, per il fatto di dover rimanere chiuso in casa senza aver contatti col mondo esterno».

Chi vi chiama di più?

«Ci chiamano da tutta Italia, ovviamente di più dalla Lombardia. Ci sono diverse tipologie. Gli anziani, in prevalenza donne, hanno una caratteristica comune: non vogliono pesare sui loro figli già sotto pressione per le loro nuove famiglie. Gli anziani vogliono rendersi utili non pesando sugli altri. Sono oggettivamente fragili, ma anche fortememene decisi a cavarsela da soli. Dicono: io sto chiuso in casa, così non creo problemi ai miei che hanno già altri pensieri».

E gli uomini? Telefonano anche loro?

«Ci sono due tipologie. Ci sono quelli del Sud che ci chiamano per parlare con qualcuno che li ascolti. Erano abituati, anche da vedovi, ad avere comunque qualche donna che passava da casa loro per le pulizie e la spesa. Ora sono improvvisamente soli e spiazzati. Poi ci sono gli uomini dai 35 ai 40 anni che non reggono l’ansia. Fanno fatica a dormire. E scopriamo che c’è una popolazione che fa un larghissimo uso di farmaci e sonniferi. Sono persone abituate a non avere vincoli e invece si trovano chiusi in casa. E anche questo viene vissuto come una ingiustizia».

La cosa più amara che vi dicono?

«Quando in casa è mancato un fratello o una sorella e non hanno il coraggio di di comunicarlo al genitore anziano. Come faccio a dirlo a mia madre?, si sfogava una signora. Come faccio a spiegarle che è morto senza un funerale, da solo…. Ecco, a queste persone io rispondo dicendo che non è vero che i loro cari sono morti da soli. Altre persone, durante la malattia, si sono prese cura di loro. Ma non è facile dare conforto, anche perchè non siamo più abituati a confrontarci con la precarietà della vita…».

In che senso?

«Nel senso che non siamo più abituati al concetto della morte, della nostra fragilità. Altri popoli, meno fortunati di noi, sono più forti. Mi perdoni il termine, ma sono più allenati al dolore. Noi siamo abituati bene, un privilegio che non dobbiamo dimenticare. Nello stesso tempo dobbiamo dire che l’essere umano è in grado di affrontare queste situazioni. Da secoli l’umanità ha queste risorse. Bisogna ricordare che sappiamo nascere, vivere e morire: che anche di fronte a queste sciagure sappiamo reagire. Possiamo farcela, però, in un modo solo: riuscendo a condividere il dolore. Molti di quelli colpiti hanno reagito così: presto in famiglia nascerà un bambino. Siamo tutti qui ad aspettarlo…».

E i ragazzi? I giovani? Sono attrezzati a far fronte a un evento così imprevisto?

«Per i giovani questa è una grande lezione. Che non dimenticheranno mai. Una importante occasione per vedere le cose come stanno. Io ai ragazzi lo dico sempre: siete in piedi, su una palla che gira nel vuoto cosmico. Bisogna avere sempre la percezione della nostra precarietà. È un grande apprendimento per i figli. Ma anche per noi. Io dovevo fare un viaggio, che aspettavo da anni: una vacanza alle Antille. Ma adesso, quando non sono al telefono, sono qui sul balcone di casa mia, riscaldata dal sole di questa bella primavera. È un momento triste, lo sappiamo, ma ora mi godo il sole, il tepore, questo mio presente. Poi si ricomincia».

a cura di Dario Ceccarelli, Il Sole 24 Ore, 13 aprile 2020