Il dono della morte.

“Da ogni altra cosa è possibile mettersi al riparo,
ma rispetto alla morte noi tutti abitiamo in una città senza mura”,
Sentenze vaticane, Epicuro

 

La morte per la cultura occidentale sembra essere l’ultimo tabù imposto dal modello sociale nel quale viviamo. Allo stesso tempo è un evento censura e nascosto come evento reale, come esperienza personale ed è contemporaneamente  un fatto esibito ossessivamente come finzione o come notizia (la sera si cena davanti ad immagini che mostrano cadaveri e pozze di sangue).

Cosicché l’effetto diventa narcotizzante: la morte viene esorcizzata attraverso la sua omologazione ai reality, come appartenesse ad un mondo artificiale.

È una morte che non si tocca mai se non nei suoi effetti spettacolari: noi assistiamo allo spettacolo della morte e, dalla platea, come buoni spettatori, alla sua rappresentazione, distanti e al sicuro.

La morte vera, non quella “virtuale” o mediatica, ci appare come qualcosa d’intollerabile e incomprensibile, concepibile solo in termini fisiologici, fisici.

La morte definisce la finitezza dell’uomo e di ogni vivente negando qualsiasi possibilità di eterna giovinezza e d’immortalità, come invece il progetto sociale in cui viviamo ci vuole illudere sia possibile realizzare.

Dopo la morte si vive nella memoria di chi resta. Ma nel nostro tempo che divora rapidamente tutto, la memoria è sempre più breve e, già nella vecchiaia, ancora in vita, spesso si viene dimenticati, perché obsoleti, fastidiosi, inadeguati ai tempi che sono in mutamento continuo … e questo genera terrore, il terrore di scomparire nel nulla.

Se usciamo dall’ambito delle religioni, mi sembra che il nostro tempo abbia elaborato due immagini della morte apparentemente tra loro antitetiche ma che conducono ad una medesima ultima lettura.

Montale scrive:

Forse un mattino andando in un’aria di vetro,

arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro

di me, con un terrore di ubriaco. 



Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto

alberi case colli per l’inganno consueto.

Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

Montale ci dice: ho visto il nulla, il velo di maya è caduto e ho potuto vedere. Questa lettura porta ad una forma di pessimismo esistenziale: l’uomo inizia la vita come potenzialità, come progetto da realizzare ed entra nella morte che chiude la sua struttura di incompiutezza. La morte porta alla compiutezza ma ad una compiutezza definitiva che nega ogni cambiamento, e accompagna verso il nulla.

In opposizione a questa lettura abbiamo la divinizzazione della tecnica, della medicina, che con le sue promesse di vittoria sul tempo e sulla finitezza, combatte la sua battaglia contro la morte assicurandoci che sarà possibile sconfiggerla e che saremo come gli Dei…oltre la natura. È un progetto letteralmente “contro natura” se lo specifico della natura sta nel fluire del tempo, nel trascorrere delle stagioni, e nel consumarsi delle vite che nascono, si realizzano e si estinguono.

In entrambi i casi, la concezione della morte è che è il punto di arrivo definitivo, la fine di ogni percorso.

Nei secoli passati abbiamo avuto diverse concezioni della morte. Quello che univa le diverse concezioni era il riconoscimento della morte come evento simbolico condiviso.

C’è un valore della morte che va oltre la fine dell’individuo particolare ed essa diviene non solo il termine ma anche un ponte, è l’occasione di un ulteriore passaggio, che sia verso l’aldilà nella mente collettiva o ancora nella memoria per chi resta la morte fa cultura, è simbolo, legame tra i vivi e i morti, ha uno spazio sociale riconosciuto.

Oggi invece la morte è un evento che pare aver perso ogni valenza simbolica, ogni sacralità e mantiene su di sé l’orrido del nulla e quindi va tenuta al margine: i cimiteri in periferia che confinano con le discariche mi sembrano una esemplificazione perfetta di quanto stiamo sostenendo.

La morte è cancellata dalla vita sociale eppure affianco a questa grande rimozione, assistiamo alla morte plastificata che i media ci sbattono in faccia in continuazione.

C’è una necrocultura intessuta di tavole di obitorio, cadaveri sezionati, con l’aggiunta in bella mostra del più sottomesso degli oggetti sessuali, il cadavere.

Esecuzioni capitali in diretta, suicidi e scene di battaglia fanno apparire gli scenari mediatici come un obitorio aperto al pubblico ventiquattro ore al giorno. Un bambino ha assistito nella sua vita televisiva, che spesso sostituisce la vita reale a più di 8000 omicidi.

Il giornalista Fabio Giovannini scrive in Necrocultura: estetica e cultura della morte nell’immaginario di massa:

“Questo è il rovescio della medaglia di una società che fa di tutto per rimuovere ogni contatto fisico con la realtà della morte, una società che ha privatizzato e ridotto al minimo i riti funebri, che non sa più usare le parole del lutto e che condanna la morte come evento volgare, una trasgressione agli imperativi produttivi (è nemica del mercato) e agli imperativi estetici (frustra l’aspirazione all’eterna giovinezza)”

La morte dei media è una morte virtuale, non ci coinvolge affettivamente ne genera angoscia, non intacca la rimozione nei confronti dello scandalo della morte, ma in qualche modo la assoggetta e la addomestica togliendole significato, rendendola distante da noi.

La morte ci riguarda solo come consumatori, telespettatori, fruitori dello spettacolo.

Un tempo ogni cosa pareva avere più senso, un significato capace di rimandare ad altro, capace di legarci in una catena di eventi connessi tra loro che diventavano storia, racconto della nostra vita e dentro questa storia la morte aveva una parte principale riconosciuta.

Ora tutto sfuma in azioni scisse le une dalle altre. Tutto scorre all’esterno di noi e il luogo della realizzazione è il supermercato, dove si trova tutto e tutto ci attende immobile, fuori dal tempo…li il tempo non scorre ed effettivamente dio è fuori dal tempo.

La morte allora, certo, appare truce e insensata, incapace di donare qualsivoglia senso e significato alla vita. Non è un caso che le persone più a rischio di suicidio siano gli adolescenti (in Italia il suicidio è la prima causa di morte tra i giovani).

Le età più a rischio sono proprio quelle delle fasi di passaggio evolutivo o involutivo, e che necessitano di simboli condivisi socialmente e culturalmente per costruire significato, per dare un senso al loro percorso e per attraversare il ponte su cui si trovano.

Cosa ci può donare la morte? E quale possibilità pedagogica porta in se?

Nel medio evo esisteva un genere letterario, l’ “ars moriendi“. Si tratta di manuali destinati sia ai nobili che al popolo. I testi, ne rimangono circa 300, contengono avvertimenti ai moribondi, risposte a dubbi, consigli al morituro e a chi lo assiste..

L‘ars moriendi considera la morte come un processo per il quale l’uomo necessita di aiuto: come per nascere così anche per morire c’è bisogno di aiuto, c’è bisogno di altri, non lo si può e non lo si deve fare da soli. Il principio è che l’uomo ha bisogno di accompagnamento umano e spirituale e questo compito non è del medico, ma del filosofo, del religioso.

Bisogna prepararsi alla morte e per fare questo bisogna lasciare spazio in sé alla morte che deve occupare sempre maggior presenza nell’ultima parte della vita. E l’ars moriendi ci prepara a questo: ridefinire le priorità, ripensare le proprie azioni, pacificarsi con il mondo e prenderne le distanze, predisporre l’eredità spirituale che si intende lasciare, ma anche fare i conti con se stessi e con le proprie azioni.

Quindi preparazione…l’esatto contrario di questo si propone oggi. Oggi morire è recitare fino alla fine la parte del vivo, negando ogni significato alla morte, fino all’inevitabile. Pensiamo al malato terminale cui si nasconde la verità per evitare che sappia cosa lo attende … e a come questo invece sia assurdo per altre culture ma anche nella passata storia dell’occidente.

Viviamo nella speranza che la medicina possa spostare ancora oltre il momento, assolutamente negativo, della propria morte individuale.

Ma se è vero che la morte nel passato trovava un comune denominatore sociale oggi questo non è più possibile. Non ci sono più modelli universali univoci: la morte e il senso che si può darle o meno, sono divenuti elementi unici, legati alla vita di ogni persona che decide solo per se stessa. Ogni morte diventa unica. Individuale. Speciale per noi stessi, ma anche, per gli stessi motivi, solitaria privata, da vivere nascostamente, perdendo così la dimensione sociale, la condivisione pedagogica che la morte porta e quindi la possibilità di avere delle parole comuni intorno ad essa, in definitiva di costruire cultura, di darle significato.

E allora la morte viene trasferita nel campo asettico dell’irenismo e della ora medicalizzazione. Si afferma lo zelo igienista che, come scrive il sociologo N. Elias, “la nostra civiltà porta i morti dietro le quinte della vita sociale e li sottrae alla vita dei vivi…”. È una cosa sporca, orribile, improduttiva tanto diversa dall’evocazione poetica che in Rilke.

Che cosa possiamo allora proporci senza usare facilonerie e semplificazioni del tipo che la morte da senso alla vita, ci richiama alla limitatezza, all’autenticità? Anche se vere sono ancora risposte individuali, incapaci di trasformare radicalmente la nostra cultura che nega la morte in nome di un mondo plastificato, non degradabile, dove tutto permane sotto l’egida della giovinezza eterna, della non morte degli zombie al supermercato nel miglior stile del regista Romero.

Solo costruendo condivisione, appartenenza sociale collettiva, simboli comuni capaci di rileggere la realtà, di de-parcellizzare il sapere, ma anche di ri-avvivinarci alla natura non con animo da conquistatori, ma di creatura, di essere che vive ne creato e ha un tempo che gli è dato, potremo uscire dalla rimozione e aprirci alla “buona morte”.

Forse solo incontrando chi sta per morire e costruendo delle nuove parole comuni insieme potremo uscire dalla “privatizzazione della morte” come la definisce Thomas.

Attorno alla morte non c’è cultura, non ci sono parole né simboli per dare vita sociale a questo evento. E senza un orizzonte simbolico non ci può essere comunicazione condivisa, integrazione tra individuo e gruppo sociale.

Questo è l’elemento centrale: è il volto dell’altro che mi dice della morte. Ma lo devo vedere, conoscere, ri-conoscere anche come mio. Altrimenti si entra nell’isolamento, nella solitudine esistenziale, nell’anomia.

La morte non tocca mai me, tocca l’altro e la sua solitudine. Io posso continuare a vivere come nulla fosse, posso continuare a consumare, acquistare, pensarmi immortale.

Siamo le generazioni dei “no limits“: la morte è li per ricordarci il limite, per farci varcare la soglia del mistero che non verrà mai svelato…e a cui, da vivi, possiamo accostarci solo evocandolo attraverso l’arte o la spiritualità.

 

Angelo Croci, maggio 2008