Evocazioni poetiche e mitiche attorno al mito di Orfeo.

Forse non è per estetismo o per caso che una Biblioteca, la Biblioteca in cui ci troviamo oggi, sia affrescata con scene che ci riportano al mito di Orfeo. Orfeo è ritenuto lo scopritore della scrittura; a lui venivano attribuiti i rotoli di papiro che diedero inizio al ενκικλιος μαθεσις , il sapere enciclopedico che poi si definirà nella Grecia del IV secolo con Platone e Isocrate.

Una terracotta del IV secolo, trovata a Taranto, mostra Orfeo mentre regge un rotolo di papiro nella mano destra  (1). Su un vaso detto l’Idria di Palermo, di cui non ho l’immagine, vediamo Orfeo seduto con la sua lira mentre una delle due Muse accanto a lui gli tende un libro aperto, un rotolo di papiro su cui il pittore ha disegnato una cassa di libri socchiusa: Orfeo nella sua biblioteca (2). Orfeo fu probabilmente una persona reale: cantore, profeta e maestro. Si narra che fosse figlio della musa Calliope e del re tracio Eagro. Era nativo della città Lebetra in Tracia situata sotto la Peiria, terra di sciamani dotati di poteri magici capaci di provocare uno stato di trance attraverso la musica. La Peiria inoltre era ritenuta il paese delle Muse olimpiche.

Apollo istruì Orfeo su quella lira che gli aveva donato un tempo suo fratello Ermes, inventore di tale strumento, e riconoscendone i talenti, a sua volta la regalò a Orfeo, il musico. Ma si dice anche che fu la madre, la musa Calliope, a insegnargli la musica. Quando Orfeo, il vate di Tracia, cantava e suonava la lira, sulle balze selvagge dell’Olimpo, il suo cantare era tanto potente da dominare su tutta la natura: animali selvatici, linci, leoni e cervi si arrendevano alla musica del dio, la tigre e il leone stavano accucciati vicino alle pecore e il lupo stava insieme al cervo e al capriolo (4), gli uccelli gli svolazzavano intorno e i pesci abbandonavano le acque per schizzare ai suoi piedi.  Il vento e il mare si arrestavano e i fiumi invertivano il loro corso per raggiungerlo. Il suo canto aveva il potere di far muovere gli alberi e le pietre e di far cessare la neve e la grandine (5).

Quale è il significato di tutto ciò? Potrebbe essere l’espressione di un armonico ordine interiore. Tutto diventa luminoso e ogni creatura si ammansisce quando il mediatore, nell’atto di adorazione viene a rappresentare la luce della natura. Orfeo, in questo senso è una personificazione della devozione e della pietà; egli simbolizza l’espressione religiosa che elimina tutti i conflitti, poiché per suo tramite l’anima viene orientata verso ciò che sta al di là di ogni conflitto. Orfeo diventa in questo senso la rappresentazione di un buon pastore. Un’icona che si perpetuerà nella simbologia cristiana, diventerà l’attributo di Cristo, come si può vedere da questo mosaico che si trova a Ravenna nel Mausoleo di Galla Placidia (6).

Clemente Alessandrino scrisse che il Cristo è il nostro Orfeo che ammansì le bestie feroci ed Eusebio vide in Orfeo una prefigurazione del Cristo che vince la morte. Significativo per questa analogia tra Orfeo e il Cristo è la cosiddetta “gemma di Berlino” (7).

Essa mostra un Orfeo crocifisso, risalente probabilmente al IV secolo a. C. e facente parte della collezione di Gerhard. Il reperto fu rubato durante la seconda guerra mondiale nel Museo di Berlino probabilmente durante le occupazioni russe. Su questo reperto ormai perso esiste tutt’ora un dibattito sull’effettivo significato dei simboli presentati, ad esempio, la luna, attributo della dea Cibele e la crocefissione, elemento impensabile per una mentalità pagana che non avrebbe mai rappresentato il proprio dio crocifisso. La stessa raffigurazione comunque la vediamo su questa tavoletta di epoca imperiale (8). Accanto al nome di Orfeo vediamo nuovamente una crocifissione. Un altro esempio che dimostra i rapporti di un possibile sincretismo fra la religiosità orfica e quella cristiana.

La fama di Orfeo però è legata quasi esclusivamente alla tragica vicenda d’amore e alla sua penosa ricerca dell’amata sposa Euridice. Il mito narra che mentre fuggiva tentando di sottrarsi alle insidiose attenzioni del pastore Aristeo, uno dei tanti figli di Apollo, Euridice cadendo a terra fu morsa alla caviglia da un serpente. Così scrive Virgilio nel IV canto delle Georgiche:

“Correndo a perdifiato lungo un fiume, Euridice ormai segnata dalla morte per sfuggire ad Aristeo non vide il serpente mostruoso appostato tra l’erba folta sulla riva e il coro delle ninfe sue compagne riempì di lamenti i monti più alti”.

Quando Orfeo accorse, la sua giovane moglie era già entrata nel regno dell’Ade (10/11). Egli andò errando, cercandola, col suo canto pieno di lamenti, attraversando la Grecia, fino al Tenaro, la punta più meridionale del Peloponneso, là dove secondo gli antichi greci si scendeva nel regno degli inferi entrando in una grotta che si può tuttora vedere. Nell’udire i suoi canti pieni di disperazione per la perdita dell’amata, tutti gli dei si commossero e gli suggerirono di scendere nel mondo degli inferi per impietire Ade e Persefone e convincerli a far tornare in vita la sua amata. Affidandosi alla sua lira Orfeo si incamminò per l’oscura via che conduce al regno dei morti. Mentre Orfeo cantava accompagnandosi col suono della lira Cerbero, il feroce cane guardiano del mondo infero cessò di abbaiare. Lo vediamo raffigurato con le sue tre teste (12) su un’anfora conservata nel museo di Taranto che rappresenta appunto la discesa di Orfeo agli Inferi. Inoltre, secondo quanto riferisce lo storico delle religioni Karol Kerényi, al canto di Orfeo, Sisifo si era seduto sulla sua pietra, Tantalo aveva dimenticato la sua sete e perfino le Erinni erano rimaste interdette. Le anime piangevano commosse radunandosi attorno a Orfeo (13)

“commosse dal suo canto venivano leggere le ombre, immagini opache dei morti: a migliaia, come si posano gli uccelli tra le foglie, quando la sera dai monti li allontana”,

così Virgilio.

I giudici dei morti, Ade e Persefone (14), così li rappresenta Rubens, anch’essi commossi nell’udire il canto di Orfeo, acconsentirono alla sua preghiera di poter riportare l’amata fra i vivi. Ma gli dei esigono l’osservanza di un patto: finché Euridice non toccherà la soglia della luce Orfeo non dovrà mai voltarsi a guardarla. Tale era la legge degli abitanti degli Inferi: nessuno doveva guardarli, soltanto la voce era permessa nel regno dei morti. Questa poteva fare miracoli, poteva attraversare la morte, ma non poteva scongiurarla. Orfeo si incamminò seguito da Euridice (15) e dalla loro guida Ermes, il messaggero alato degli dei, la guida delle anime, lungo la difficile strada che conduce dalla morte alla vita, dal regno oscuro delle ombre al regno della luce. Orfeo era davanti, ma era allo stesso tempo con i due che lo seguivano, camminava con loro, con il loro silenzio, con il loro passo lento. Il suo sguardo andava oltre se stesso, era teso verso la luce, non vedeva l’ora di guardare l’amata, ma doveva indugiare nel desiderio. Nel regno delle ombre il desiderio é come sospeso. Il passo di Euridice, così lo descrive Rainer Maria Rilke nel suo poemetto “Orfeo, Euridice, Hermes” è il passo di un’ombra chiusa nell’ombra, tutta raccolta nella sua lontananza dal mondo dei viventi, una lontananza priva di passione. Ecco le parole del poeta. La bellezza di questi versi invita a una lettura in lingua originale che poi tradurrò:

Sie war in sich, wie Eine hoher Hoffnung,
und dachte nicht des Mannes, der voranging,
und nicht des Weges, der ins Leben aufstieg.
Sie war in sich.

Und ihr Gestorbensein erfuellte sie wie Fuelle.
Wie eine Frucht von Suessigkeit und Dunkel,
so war sie voll von ihrem grossen Tode,
der also neu war, dass sie nichts begriff.

Era in sé chiusa come alta speranza,
Immemore dell’uomo ch’era avanti
e del sentiero che alla vita andava
Era in sé raccolta, colma di morte,
e questo era pienezza.

Come un frutto di dolcezza e di buio,
era piena della sua grande morte,
così nuova che in quella si perdeva.

Euridice era quasi giunta alla soglia della luce, della vita, ma era ancora chiusa nell’oblio, per questo quando Hermes le annuncia che Orfeo si è voltato anzitempo, lei, secondo i versi del poeta, pronuncia una sola parola, una domanda: “Chi?”. Orfeo non ha più un nome per Euridice sulla soglia tra la vita e la morte, il nome di colui che per lei aveva costruito un mondo di musica, di canti e di dolci suoni era diventato soltanto una interrogazione: “Chi?”. Euridice non appartiene più alla terra, né all’amore sulla terra. Ritorna nell’oscuro, non più sfiorata dalla luce, torna nella sua essenza d’ombra: “unsicher, sanft und ohne Geduld,” “incerta, dolce, priva di impazienza”. Perché si era voltato Orfeo? Quale fu la ragione se non l’enorme, la definitiva separazione che divide il vivo dal morto? Fu follia? Preso dall’impazienza voleva forse baciarla? O voleva soltanto assicurarsi che lei lo seguisse? Su un antico rilievo attico si vedono tre figure (16): Orfeo che si volge indietro e la guarda, Euridice che fa un gesto d’amore e di saluto poggiandogli lievemente la mano sinistra sulla spalla. Mentre la sua mano destra è già stata afferrata da Hermes, la guida delle anime, pronto a ricondurla nel regno dei morti. Orfeo tentò inutilmente di inseguire Euridice scomparsa (17) e di ritornare nel regno degli inferi, ma questa volta Caronte non lo fece passare (18).

Il canto e il suono della sua lira non gli valsero più nulla. E così Orfeo, disperato per la sua sconfitta dopo aver digiunato sette giorni presso il fiume degli Inferi, si ritirò per sette mesi in una caverna sotto un’enorme rupe a picco sulla riva deserta del fiume Strimone in Macedonia(19).

Qui secondo le parole evocative di Virgilio, Orfeo

“narrava le sue pene sotto il gelo delle stelle, ammansendo le tigri e trascinando col canto le querce”.

Ma ritorniamo alla domanda: perché Orfeo si è voltato proprio quando mancava pochissimo perché potesse rivedere e ricongiungersi con la sua amata? Perché ruppe la sacra promessa del noli respicere?

Nei “Dialoghi con Leucò”, Cesare Pavese ci dà una spiegazione originale e interessante. Pavese immagina un dialogo tra Orfeo e Bacca, una donna tracia, che inizia con queste parole:

“È andata così: salivamo il sentiero tra il bosco delle ombre. S’intravvedeva tra le foglie il barlume del cielo. Mi sentivo alle spalle il fruscìo del suo passo. Ma io ero ancora laggiù e avevo addosso quel freddo… Pensavo alla vita con lei, com’era prima; che un’altra volta sarebbe finita… Pensavo a quel gelo, a quel vuoto che avevo traversato e che lei si portava nelle ossa , nel midollo, nel sangue. Valeva la pena di rivivere ancora? Ci pensai e intravidi il barlume del giorno. Allora dissi “Sia finita” e mi voltai. Euridice scomparve come si spegne una candela.

BACCA: Strane parole Orfeo. Quasi non posso crederci. Eri tanto innamorato che hai varcato le porte del nulla. No, non ci credo… Qui si dice che ti sei voltato per amore.

ORFEO: Non si ama chi è morto.

BACCA: Eppure hai pianto per monti e per colline – l’hai cercata e chiamata – sei disceso nell’Ade. Questo che cos’era?

ORFEO: L’Euridice che ho pianto era una stagione della vita. Io cercavo ben altro laggiù che il suo amore. Cercavo un passato che Euridice non sa. L’ho capito tra i morti mentre cantavo il mio canto… Ho capito che i morti non sono più nulla.

BACCA: Il dolore ti ha stravolto, Orfeo. Chi non rivorrebbe il passato? Euridice era quasi rinata. E tu che cantando avevi riavuto il passato l’hai respinto e distrutto.

ORFEO: Fu un vero passato solo nel canto. Già salendo il sentiero quel passato svaniva. Si faceva ricordo, sapeva di morte. Quando mi giunse il primo barlume di cielo, trasalii come un ragazzo, felice e incredulo, trasalii per me solo, per il mondo dei vivi. La stagione che avevo cercato era là in quel barlume. Non mi importò nulla di lei che mi seguiva. Il mio passato fu il chiarore, fu il canto e il mattino. E mi voltai.

BACCA: Come hai potuto rassegnarti Orfeo? Chi ti ha visto al ritorno facevi paura. Euridice era stata per te un’esistenza.

ORFEO: Sciocchezze. Euridice morendo divenne altra cosa. Quell’Orfeo che scese nell’Ade… Cercava se stesso. Non si cerca che questo… Che cosa sia un uomo è ben difficile dirlo…

BACCA: Un tempo cantavi Euridice sui monti…

ORFEO: Il tempo passa Bacca. Ci sono i monti, non c’è più Euridice.

Secondo la versione di Pavese, Orfeo ha deciso di voltarsi, il suo respicere non è più considerato frutto di un destino avverso o di un errore fatale per la troppa impazienza, ma matura da una precisa volontà da parte di Orfeo. Si è reso conto che ormai l’amata è solo una gelida ombra di morte e che il passato non va riesumato. Euridice non conta più nulla: ha il gelo della morte che anche Orfeo ha visto nel regno degli Inferi e non rappresenta più l’infanzia innocente, la stagione con cui Orfeo la identificava. “Euridice morendo divenne altra cosa”. Ormai fredda lei navigava sulle acque dello Stige. Non fu dunque, come Virgilio afferma nelle Georgiche, la follia che “improvvisa lo travolse… fermo ormai vicino alla luce, vinto da amore,” per guardare incantato d’amore la sua Euridice.

Questa è una versione ripresa dai romantici, ad esempio da un Novalis nei suoi “Inni alla Notte”, nei quali tenta disperatamente di tornare a vivere nella morte con l’amata defunta, Sophie. Pavese nega il noli respicere: con la sua trasgressione Orfeo si libera dall’inganno di una eterna giovinezza e accetta, “l’essere per la morte”, ne aveva provato il gelo e l’aveva guardata in faccia. Secondo l’accezione heideggeriana, potremmo dire che Orfeo dopo l’esperienza della katàbasi, la discesa nel regno degli Inferi, ha abbracciato il progetto di un “essere per la morte autentico”. Ovvero non fugge di fronte alla sua ineluttabilità, non ne copre la verità dicendosi, “una volta o l’altra si morirà, ma per ora si è ancora vivi”, nel senso che “certamente un giorno o l’altro la morte finirà per accadere, ma non essendo ancora presente non ci minaccia personalmente”.

La consapevolezza, della sua “condizione ontologicamente ineluttabile”, il non dibattersi come ossesso per tenere lontano il pensiero di essa, conduce l’individuo a vivere con maggiore pienezza e coraggio la vita. Orfeo dirà a Bacca, ricordando la sua uscita dal regno dei morti: “Quando mi giunse il primo barlume di cielo trasalii come un ragazzo, felice e incredulo, trasalii per il mondo dei vivi. … È necessario che ciascuno scenda una volta nel suo inferno. …Comprendendo ho trovato me stesso”. Orfeo avendo “visto”, si rassegna alla caducità delle cose, e si dà alla vita.

Orfeo dopo il suo ritorno dal regno dei morti, dalla sua katàbasi, si ritirò a vivere un po’ sul monte Ròdope, e un po’ sul monte Emo. Si tenne lontano dalle donne e non volle più sposarsi, sia perché con esse aveva avuto sfortuna, sia che a ciò si fosse impegnato con un voto. “Nessun amore, nessuna lusinga di nozze gli piegarono il cuore”, sempre parole di Virgilio. Non a caso, il suo nome, Orfeo, significa l’Espulso, colui che è solo. In tale periodo si recavano da lui gli abitanti dei boschi, gli uomini della Tracia, i satiri, giovani e ragazzi, come si può ancora vedere nella pittura vascolare (21).

Secondo alcune versioni antiche, tra cui quella di Ovidio, Orfeo insegnò ai Traci a indirizzare il proprio amore verso i fanciulli e a goderne la breve primavera che precede la giovinezza, cogliendone i primi fiori. È noto che ai tempi di Platone, come viene descritto nel Simposio, il vero amore era quello che un adulto, l’erastès, aveva verso un fanciullo, l’eròmenos. La relazione tra un adulto e un giovane aveva una funzione educativa e morale, era parte dell’iniziazione del giovane. Si narra che Orfeo si sia innamorato di Càlais, Calaide, un essere semidivino con le ali, figlio di Borea, il vento del Nord. La loro relazione pare sia nata durante la spedizione degli Argonauti. Fanocle, un poeta dell’età ellenistica dedicò loro un’elegia:

“… il tracio Orfeo amava di cuore Calais figlio di Borea, e spesso nei boschi ombrosi sedeva cantando il suo amore, e il cuore non aveva più pace ma sempre insonni pene nell’animo lo tormentavano guardando il fiorente Calais”.

Orfeo, come si diceva, conobbe Calaide durante la spedizione degli Argonauti, partiti alla conquista del vello d’oro. Si affermava che non ci si potrebbe immaginare la nave Argo senza Orfeo, il meraviglioso cantore e suonatore di lira (22). Qui lo vediamo raffigurato sulla nave Argo mentre suona la sua lira, in un dipinto di De Chirico. Orfeo in effetti poteva essere utile a quel gruppo di uomini che volevano penetrare nell’al di là, lui che era stato capace di intraprendere da solo il pericoloso viaggio negli Inferi. Apollonio Rodio dà un resoconto delle imprese di Orfeo durante quel viaggio periglioso. Con la sua lira e con il canto fece innanzitutto salpare la nave rimasta inchiodata nel porto di Jolco; a Lemno diede coraggio ai naviganti esausti dal viaggio; fermò le rocce semoventi alle Simplegadi; addormentò il drago e infine sempre accompagnandosi con il suono della sua lira superò il canto ammaliante delle Sirene.

Sempre secondo la versione di Apollonio si narra che Orfeo cantando una sua personale cosmogonia riuscì a sedare, durante quella spedizione, una violenta lite scoppiata tra gli Argonauti che avrebbe potuto mettere l’impresa a repentaglio. Tornato nella sua terra, in Tracia, Orfeo instaurò un vero e proprio culto. I suoi accoliti venivano da lui educati all’astinenza della carne, alla “vita orfica” e iniziati ai misteri che Orfeo durante la sua katàbasi aveva appreso da Persefone, la regina degli Inferi. Tali misteri erano legati alla metempsicosi, alla credenza di una trasmigrazione dell’anima dopo la morte. Si credeva che l’uomo avesse un’anima immortale temporaneamente imprigionata in un corpo mortale. Per assicurarsi la salvezza della propria anima bisognava coltivare la purezza con regole di vita pratica, con rituali periodici di purificazione e con cerimonie di consacrazione iniziatica. Il suo culto divenne particolare ed esclusivo. Si parlava di un grande edificio situato nella città di Libetra, la sua città natale, dove convenivano in giorni determinati gli uomini della Tracia e della Macedonia. Dal suo culto però erano escluse le donne. Gli uomini, seguaci di Orfeo usavano deporre le loro armi davanti alle porte dell’edificio. In questo senso Orfeo era un pacifista, a differenza delle divinità olimpiche.

Secondo un altro racconto Orfeo andò vagando per tutta la Tracia, come in seguito fecero tutti i sacerdoti orfici in Grecia, e gli uomini si radunarono attorno a lui. Ma l’esclusione delle donne fece sì che queste, adirate, afferrarono le armi che i loro uomini deponevano davanti al tempio e con queste uccidevano quelli che capitarono nelle loro mani. E poi avendo attinto coraggio nel vino assalirono Orfeo, il delicato cantore, con lance e grosse pietre, e con tutto quello su cui potevano mettere le mani (24). Egli aveva soltanto la sua lira, con la quale tentò invano di difendersi, mentre cadeva a terra. Le sue membra, pezzo per pezzo, furono gettate in mare. Si narra che però la testa del cantore navigò sui flutti fino alla foce del fiume Melete. Là venne raccolta dalle ninfe (25/26) e vi fu eretto un heroon, un tempietto. La sua lira, che nessuno era degno di possedere dopo Apollo e Orfeo fu posta da Zeus tra le costellazioni.

La versione di Ovidio collega la morte di Orfeo alle Baccanti. Ecco un brano del libro undicesimo delle Metamorfosi:

“Mentre stava accordando la sua lira lo vide dall’alto della collina una delle Baccanti: ‘Eccolo l’uomo che ci disprezza!’ esclamò scagliando un’asta in direzione della bocca del cantore; ma l’arma si limitò a scalfirlo, senza fargli male. Un’altra donna lì presente gli lanciò un sasso, ma anche questo cadde dinanzi ai piedi di Orfeo. Per ora il canto di Orfeo aveva avuto il potere di infiacchire ogni arma, ma a contrastare il suono della lira si levò un clamore immenso prodotto dai flauti, dai corni, dai timpani, dagli incitamenti e dagli ululati delle Baccanti: venne il momento in cui la voce del poeta non si udì più e le pietre rosseggiarono del suo sangue. Dapprima le Menadi si accanirono sugli innumerevoli volatili ancora ammaliati dalla voce del cantore, sui serpenti e su tutta la folla delle altre belve che testimoniavano il successo delle esibizioni di Orfeo. Poi con le mani insanguinate si gettarono in massa su Orfeo stesso (28) come gli uccelli quando per caso scorgono una civetta che vaga stordita dalla luce del giorno (…) Si scagliarono sul vate, bersagliandolo coi tirsi ricoperti di verdi fronde, che non erano certo fatti per questo impiego, poi alcune raccolsero delle zolle per aggredirlo, altre strapparono rami dagli alberi, altre ancora lanciarono sassi. a finire il poeta che tendeva supplichevolmente le mani e per la prima volta pronunciava parole che non suscitavano l’attenzione di chi ascoltava e col loro suono non commuovevano nessuno. Il vate esalò l’ultimo respiro nel vento, attraverso quella bocca che si era imposta alle pietre e aveva scosso la sensibilità delle belve”.

Le membra del vate giacevano sparse qua e là. La sua testa e la cetra le accolse il fiume Ebro e mentre venivano trascinate dalla corrente si compì un miracolo: la cetra mandò un misterioso suono di pianto e la lingua senza vita mormorò un lamento a cui fece eco il lamento delle rive. Infine, portate dai flutti al mare, le membra di Orfeo abbandonarono il fiume patrio e furono poste sul lido dell’isola di Lesbo (29).

Si narra inoltre che dovunque fosse sepolto Orfeo, gli usignoli che facevano il nido sulla sua tomba cantavano più dolcemente e più forte che altrove.

In Macedonia, ai piedi dell’Olimpo, c’erano due tombe di Orfeo: una a Libetra e l’altra a Dione, dove furono trasportate le ossa, quando la prima tomba si era aperta per la caduta di una colonna. L’urna di Orfeo e la colonna erano state inavvertitamente rovesciate da una grande folla accorsa per udire con le proprie orecchie il miracolo: sulla tomba si era addormentato verso mezzogiorno, un pastore, e nel sogno cantava, con dolcezza i canti di Orfeo, quasi fosse stata la voce immortale di lui a risuonare dal regno dei morti.

Ma qual è l’eredità di Orfeo? Orfeo, dopo il suo ritorno dal regno dei morti, dopo la perdita di Euridice, si legò particolarmente ai suoi proseliti e discepoli, quelli che poi si autodefinirono gli Orfici. Ma chi sono queste persone che si fanno seppellire con un rotolo di papiro in mano, questi uomini che hanno orrore del sangue, che scrivono cosmogonie, immaginano racconti intorno alla nascita degli dei diversi da quelli degli dei olimpici, che seguono gli insegnamenti di Orfeo e la sua passione vegetariana?

Sono persone che desiderano salvarsi dal mondo, da un mondo impuro, violento e bellicoso. Infatti si esercitano alla santità, coltivano tecniche di purificazione al fine di separarsi da coloro che sono soggetti ai delitti e alla sozzura. L’orfismo prescrive il rifiuto assoluto del sangue versato sugli altari e del mangiare carne, che è anche un rifiuto politico sociale: l’essere commensali in un banchetto di carni dopo aver sacrificato una vittima animale sull’altare di una divinità era legato, come è noto, alla vita politica di un gruppo. Il politeismo greco era costruito in modo da comprendere anche il sociale, aveva una dimensione simbolica fondatrice, ed era parte integrante del politico, dell’intera vita di una città.

Gli Orfici allontanandosi dal politeismo con i suoi sacrifici cruenti, dall’antagonismo fra le divinità, creano e reinventano l’ordine delle potenze divine, creano un’altra genealogia dei poteri. In altri termini ripensano la molteplicità del divino. Tra questi spicca soprattutto Fanes, il dio della luce, dio maschio e femmina, è colui che appare – come dice il nome – che manifesta, si mostra, risplende. Quindi è il dio dell’apparenza, in generale, ma di un’apparenza ambigua, ambigua come può essere la vita dell’uomo; da un lato come unica realtà possibile, che gode del suo splendore e della sua visibilità in quanto forma di un’esistenza totale: dall’altro è l’emergere in altra forma, come un sussulto, di una realtà abissale.

Vorrei concludere questo mio viaggio attorno Orfeo ritornando all’immagine da cui sono partita: il filo sottile che collega due biblioteche: quella in cui ci troviamo e la biblioteca di Orfeo. Il culto di Orfeo, i suoi insegnamenti, furono tenuti vivi per opera di una comunità, la quale si riteneva che fosse in possesso di libri che contenevano rivelazioni del loro maestro. Per i seguaci di Orfeo che scelgono la scrittura e il libro come distintivo di alterità, rinunciare alla mondanità della città, mettere in discussione l’intera costruzione della vita della città, vuol dire anche rifare da capo la genesi del mondo e riscrivere tutta la storia degli dei e di conseguenza quella delle Polis, della politica di quel tempo.

Nel 1962, a Derveni, nei pressi di Salonicco in una tomba fu rinvenuto un papiro lungo 3 metri, scritto nel IV secolo a.C. (31). Si tratta del più antico libro greco. Esso appartiene alla biblioteca di Orfeo: un insieme di pratiche e di comportamenti nonché di discorsi filosofici-teologici impartiti da Orfeo che avevano la finalità di condurre alla salvezza dell’anima. La letteratura era perciò un importante veicolo in quanto esprimeva il trionfo di Orfeo sulla morte e sull’oblio. Orfeo, purificato dal suo corpo dalla violenza delle donne Tracie, diventa una testa, una testa che si mette a cantare e a dettare ad alta voce (32). Vasi e specchi la rappresentano con le labbra aperte e con gli occhi fissi su uno scriba con tavoletta e stilo in mano. Il canto di Orfeo si è fatto libro.

 

Mia Wuehl, relazione tenuta alla Biblioteca Sormani di Milano il 2 marzo 2015 (Temenos)

……………………………………………………………………………………………………………………………..

Bibliografia

M.Heidegger, Sein und Zeit, tr. it. Essere e tempo, Longanesi, 1976

Kerényi, Gli dei e gli eroi della Grecia, Garzanti, 1984

O.Kern, Orfici: Testimonianze e frammenti, Bompiani, 2011

Ovidio, Le metamorfosi, Rizzoli, 1994

C.Pavese, Dialoghi con Leucò, Einaudi,1947

Platone, Il Convito, Garzanti, 1975

R.M.Rilke, Sonetti a Orfeo, Ed. Studio Tesi, 1990

Virgilio, Georgiche, Garzanti, 1982

……………………………………………………………………………………………………………………………..

Note 

 Il mito di Orfeo, note iconogtafiche