Marie Louise von Franz: “Il sogno è una mappa dell’inconscio”.

Quando Colombo scoprì l’America riportò alla Regina Isabella abbondanti ricchezze. I tesori di maggior valore, tuttavia, furono le mappe, che consentirono ad altri di esplorare la terra da poco scoperta.

“Il sogno è una mappa dell’inconscio”. Sentirsi vivi non è solo un fatto fisico, è un fatto psichico. Ciò che fa sentire vivi è il contatto con il fluire della psiche inconscia.

Per questa ragione i sogni sono così importanti. Ogni notte ci viene offerto, attraverso un sogno, un sorso di acqua della vita e se lo comprendiamo ne siamo vivificati. Ci sentiamo a contatto con la nostra profondità psichica, con la nostra vera e propria sostanza vitale e ognuno per conto suo sente che la vita sta fluendo; si sente vivo.

Il sogno rivela l’inconscio sotto forma di immagini, metafore e simboli, in un linguaggio molto simile a quello artistico. I sogni, lungi dall’essere esposizioni prosaiche e oggettive, sono esperienze soggettive: incontri personali durante i quali l’Io sperimenta emozioni che vanno dalla grande paura, all’estrema esaltazione, fino alla pace e alla bellezza sublimi. Il linguaggio dei sogni, alla pari di opere teatrali, poesie, quadri, contiene sia il potere e la sottigliezza del sentimento sia il pensiero razionale.

La matrice che crea i sogni in noi è stata definita la “guida spirituale interiore”. Allo stato primitivo quasi tutti i popoli l’hanno chiamata semplicemente “un dio”. Il più importante dio degli Aztechi, per esempio, era il creatore dei sogni e guidava le persone attraverso i propri sogni. Un cristiano definirebbe questa matrice “l’immagine interiore di Cristo nell’animo umano”. Un buddista riconoscerebbe lo stesso centro. Un antico maestro Zen affermò che il Budda disse una volta che quando l’uomo è sulla retta via interiore ha dei bei sogni.

Essendo i primitivi meno tecnologicamente e razionalmente orientati, hanno una visione più naturale della vita, della morte e della vita interiore. Sono molto più a contatto con la propria istintualità. Noi siamo diventati eccessivamente mentali e per questo tendiamo a non non tener conto dei sogni, tendiamo a considerarli assurde sciocchezze. L’uomo primitivo è più incline a pensare per simboli. Attraverso le tradizioni tribali acquisisce un tipo di conoscenza mitologica e simbolica e quindi ha una relazione migliore con i sogni, una relazione migliore con la sua vita interiore e istintiva.

Secondo Jung la vita si specchia nel sogno, e quest’ultimo è la via regia all’inconscio: i messaggi notturni, come i sassolini di Pollicino, se ben ascoltati, ci indicano una via.

Nulla da “smascherare” in verità, come voleva la concezione freudiana, in base alla quale i sogni sarebbero i nostri desideri non accettati e rimossi.

Piuttosto può essere utile decifrarne il messaggio, sempre espresso in una lingua sconosciuta, fatta di immagini, frammenti di ricordi, sensazioni, simboli, metafore: perché questo è il linguaggio della psiche. Come percorrere una strada a zig-zag. Volerla trattare in modo razionale significherebbe privarla della sua essenza vitale.

Il sogno si esprime dunque in un linguaggio pittoresco che non ha nulla a che vedere con la logica: nei sogni gli animali ci parlano e scopriamo di aver sempre saputo volare. Nel sogno si entra in punta di piedi, si drizzano le antenne per stare meglio in ascolto…ci si deve immedesimare, un po’ come inoltrarsi in una foresta o in un bosco, o ascoltare una fiaba. C’è una soglia da varcare.

E ci vuole delicatezza, come di fronte a un’opera d’arte che ci tocca. I sogni sono vivi: al risveglio ci lasciano un certo sapore, che ci “lavora dentro”, se solo lasciamo che accada; così finiscono per insegnarci qualcosa di noi che ancora non sapevamo.

“Cosa mi dice la mia coscienza in questa fase della vita ?” Il sogno in genere parla in relazione ad essa.

E siccome – immersa come sono nel mio fare quotidiano – non sento le molte voci che mi animano, viene in sogno “un’altra me” a portarmi un messaggio, a darmi un’indicazione che la coscienza non sapeva cogliere.

Ecco perché il sogno è il riflesso della naturale tendenza della psiche all’unità.

I sogni possono anche connetterci all’anima del mondo: quando ci parlano di miti per esempio, o come i famosi sogni dei personaggi della Bibbia.

La psiche ci parla per immagini, un po’ come quando siamo a teatro. Ed ecco che sul palco vediamo rappresentare parti di noi. Vediamo scene dai particolari in parte noti (magari risalenti al giorno prima), la trama può essere più o meno assurda; e ci porta insieme ad un messaggio da ascoltare, uno “spirito”, un’atmosfera, che aleggia sulla narrazione e che rimane al nostro risveglio.

Queste personificazioni che fanno la loro apparizione possono essere femminili o maschili (le nostre parti controsessuali, che contribuiscono a conferirci completezza), la nostra “maschera” (l’immagine che pensiamo gli altri abbiano di noi, quella legata al ruolo professionale, per esempio), la nostra “ombra” o “il doppio”: la nostra parte più selvatica e indomita, ovvero il gemello del nostro Io che gli si oppone e gli fa lo sgambetto, ciò che in noi è rimasto non sviluppato e primitivo, il debole, senza diritti, l’inetto, eppure potente, colui che può condurci alla perdizione o trasformare e far evolvere la nostra vita.

Perché la nostra ombra viene proprio a mettere in crisi l’Io e le sue certezze.

“Fare coscienza” significa portare un po’ di luce su tutte le istanze che potenzialmente siamo, in modo da disvelare le illusioni e allargare lo spazio di libertà dell’Io.

A questo serve mettersi in ascolto dei sogni.

 

Recensione

Marie Louise von Franz, Il mondo dei sogni, Red, 2003