La lezione sul male di Franco Fornari

Chi è stato Franco Fornari (1921-1985)? Indubbiamente lo psicoanalista italiano più conosciuto nel mondo, più tradotto, più apprezzato dai suoi colleghi, più capace di lasciare una impronta significativa sulla cultura italiana e, probabilmente, insieme a Elvio Fachinelli, anche il più autenticamente creativo e fecondo.

Ma è stato anche un professore che provava ad insegnare la psicoanalisi alla Statale di Milano negli anni ‘ 70-‘ 80 in una Università attraversata dall’ onda lunga del post-Sessantotto e dal sisma del movimento del ‘ 77. Uno scrittore infaticabile, che con uno stile per niente polveroso e appesantito da stupide erudizioni, sapeva promuovere un ripensamento generale della lezione freudiana pur riconoscendo in quella lezione il fondamento originario della pratica e della dottrina della psicoanalisi. Un intellettuale che ha rotto lo “splendido isolamento” della nostra disciplina intervenendo, senza alcun conformismo, nella vita sociale, in quella delle istituzioni e delle organizzazioni, nelle scuole, negli ospedali, provando ad applicare la psicoanalisi anche ai verbali di un consiglio di Istituto. Piacentino, penultimo di dieci figli di una famiglia di agricoltori, uomo di rara affabilità e disponibilità al dialogo, lettore curioso, analizzante e allievo di Cesare Musatti, i suoi interessi spaziavano dalla vita affettiva del bambino alla psicoanalisi della guerra e della bomba atomica, dalla teoria del linguaggio al funzionamento dei dispositivi istituzionali, dai sogni delle madri in gravidanza alla psicosomatica del cancro, dall’ iconologia estetica alla filosofia della politica, dalla psicoanalisi come pratica clinica alla psicoanalisi come teoria generale dell’ ideologia.

Restano di grandissima attualità e intensità alcuni suoi libri, come lo straordinario Psicoanalisi della guerra (1966) che fece dire ad André Green che si trattava dell’ opera di psicoanalisi sociale più importante dopo Il disagio della civiltà di Freud, o come Il codice vivente (1981) dove viene teorizzata una delle sue intuizioni più feconde, quella della “paranoia primaria” come condizione basale perché la violenza fantasmatica contenuta nel parto, come in ogni evento traumatico, possa essere disinnescata e ammortizzata da un terzo (il codice paterno) in grado di prendersi carico di questa violenza – per Fornari il padre è colui che “sa prendere su di sé la morte” – per consentire la vita.

Di questo ampio, variegato e ricchissimo insegnamento – di cui la recente antologia curata da Diego Miscioscia per Cortina titolata Scritti scelti offre una visione panoramica di grande interesse – vorrei ritagliare due possibili ritratti di Fornari psicoanalista.

Il primo ritratto è quello più noto; è il ritratto del teorico dell’ inconscio strutturato come un codice affettivo, della cosiddetta teoria coinemica, la quale propone una versione dell’ inconscio non tanto come luogo pulsionale (secondo la lezione freudiana più ortodossa) ma come una matrice originaria composta da una batteria di (pochi) significati primi, comuni all’ umano, filogeneticamente determinati, detti coinemi, alla cui dinamica notturna Fornari riconduce tutti i fenomeni dell’ esistenza.

L’ inconscio coinemico è un inconscio che pensa, è un pensiero naturale, è “facoltà di rappresentazione”, aspira al bene, è un soggetto normativo, capace di strategia, non è pulsione di morte ma pulsione di significazione. In questa “nuova filosofia dell’ inconscio” l’ ottimismo semiotico e morale di Fornari sembra non lasciare spazio agli aspetti più scabrosi della lezione freudiana, tra tutti proprio quello della pulsione di morte (che resta invece centrale in autori come Klein e Lacan).

Il Fornari coinemico espelle infatti dall’ inconscio la dimensione del Male, la tendenza alla ripetizione dissipativa. Egli preferisce porre l’ inconscio come un “pensiero della notte” capace, come un bravo regista, a dettare il copione più vitale e creativo agli attori della vita diurna.

Esiste però un altro possibile ritratto di Fornari psicoanalista. Si tratta del Fornari studioso del fenomeno della guerra, dell’ aggressività e della paranoia, di un Fornari che non esclude affatto il problema del Male e della tendenza dell’ umano a restarne sedotto. Questo secondo Fornari non pensa l’ inconscio come pura facoltà di significazione, come un “voler dire” primario, ma lo ritrae come luogo del Terrificante, del senza volto e del senza parole.

E allora la psicoanalisi smette di essere una macchina interpretativa che pretende di ricondurre ogni cosa al quadro immutabile dei coinemi, ma diventa una pratica che prova a confrontarsi con questo Terrificante affinché la morte e la distruzione non restino le ultime parole dell’ umano. Il problema centrale diventa allora quello di come sia possibile trasformare, o meglio, per usare una parola chiave del lessico fornariano, bonificare la violenza, il caos, la guerra, la malattia, l’ insensatezza, la pregenitalità perversa, la spinta all’ appropriazione sadica e fusionale.

Non è forse questa la posta in gioco ultima dell’ esperienza dell’ analisi? Non tanto la ricerca ermeneutica del senso, quanto la possibilità di bonificare l’ angoscia di morte in possibilità di legami fecondi, in quella “tolleranza del lutto e della solitudine” che per Fornari è la sola condizione etica per una vita generativa.

 

Massimo Recalcati, Repubblica 20/12/2011