Massimo Recalcati: “L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento”.

Insegnamento come imprinting, programmazione, raddrizzare il legno storto, mettere dentro, trasmissione delle conoscenze e dei saperi o meglio di un sapere orizzontale. Insegnamento come adattamento. L’allievo visto come materia da plasmare, come “Persona” collettiva.

Secondo questo punto di vista l’insegnante, ossia il maestro, è colui che possiede il sapere e lo riversa nelle teste vuote dei suoi allievi andando poi a verificare la loro performance cognitiva. È depositario della verità, del sapere e quindi incarna anche il potere della tradizione, l’autorità del padre. L’insegnante si trova li al posto del Padre, di una legge che non ammette discussione. I Pink Floyd nell’album “The Wall” dicevano che “gli studenti sono carne trita, prodotta dai congegni repressivi di un’istituzione e dell’anima fascista”. A questo livello non è ammessa la singolarità, ma è richiesta la conformazione e l’obbedienza alla legge.

In questa ottica, che è quella della scuola modello “Edipo”, secondo la celebre metafora botanica, gli allievi sono viti store che necessitano di pali diritti e di fili di ferro robusti per essere raddrizzati e divenire conformi ad un ideale calato dall’alto. Il modello pedagogico prevalente è quello correttivo-repressivo.

Un sistema che se da un lato genera obbedienza, dall’altro introduce conflittualità, contestazione, attriti tra insegnanti e allievi. Gli allievi schiacciati dal peso oppressivo di una scuola disciplinare, rivendicano attraverso la contestazione, il loro diritto di cambiare come nel ’68.

Questo modello edipico di formazione tuttavia sta tramontando. Nell’era della “evaporazione del padre” si sta affermando un modello iper-cognitivista ed efficentista che vuole emanciparsi dai valori per puntare solamente sulle competenze e sulla soluzione dei problemi piuttosto che sulla loro problematizzazione.

La metafora non è più botanica ma informatica. In gioco non ci sono più le vite storte da raddrizzare, ma le informazioni da immagazzinare. Le teste degli allievi sono dei computer non tanto da programmare (raddrizzare il legno) ma nei quali riversare informazioni. Oppure idraulica: gli allievi sono dei vasi vuoti nel quali l’insegnante riversa nell’allievo conoscenze, quei saperi che servono tra l’altro per far funzionare la tecnologia dei beni di consumo. Le teste viste sono computer, mappe cognitive che esigono un puntuale aggiornamento, nelle quali inserire dei files e al posto giusto. L’allievo è una macchina a cui si richiede un funzionamento adeguato. E con l’utilizzo del computer e degli smartphone il cervello cambia anche dal punto di vista neuronale essendo è un apparato plastico. Un modo di vivere che ci sta cambiando profondamente.

Il sapere si estende orizzontalmente perdendo ogni verticalità. Mentre il maestro considerato all’interno di un modello educativo morale-valoriale incarna un ordine sacro del mondo, una tradizione statale o religiosa, il maestro contemporaneo opera al di fuori di questa gerarchia (ordine sacro). È solo un fatto di prestazione, di gara, di corsa ad ostacoli con il sapere nel quale non c’è tempo per la critica o per il confronto.

L’iper-attivismo, questa iperattività eccitatoria e mortifera che oggi si sta manifestando come una delle patologie paradigmatiche, è determinata dall’evaporazione e dalla liquefazione dell’Altro (la legge, il padre, la tradizione, il valori, etc) in un mondo nel quale l’individuo non conosce più argini simbolici.

L’esperienza del limite è diventata priva di senso così come il rinvio della gratificazione. Perché no? Perché non si può fare? Ma tutto è possibile. E se è possibile lo voglio subito. La vita è ipnotizzata dalla sirena del godimento. Viene da riflettere sul fatto che la castrazione non era solamente frustrante ma nobilitava l’eros, ossia il desiderio: anzi lo fondava.

Questo modello scientista riduce il soggetto ad un contenitore passivo da riempire di contenuti, mentre quello edipico ad un palo da raddrizzare. La formazione è potenziamento degli alunni per preparare i figli alla gara implacabile della vita. L’assimilazione non avviene più a suon di colpi autoritari ma nello spegnimento del desiderio. Se ho tutto a portata di mano non desidero più niente e allora mi annoio.

Questa scuola “Narciso” è fondata sullo sfaldamento della marcatura simbolica della differenza generazionale. I figli si confondono con i padri che diventano mammi. Gli insegnanti sono tatuati come i loro allievi, si danno del tu e diventano loro amici su Facebook. Prevale la specularità e non la gerarchia. I nuovi figli vengono a sapere tutto dei genitori. Non c’è velo, di-simmetria, impermeabilità, perché è elusa la dimensione simbolica della differenza generazionale.  Allo stesso modo gli insegnanti faticano a incarnare la di-simmetria simbolica che implica la loro posizione. Tendono a confondersi con i loro allievi.

Il modello della scuola azienda non è più ortopedico nella sua ambizione di raddrizzare le vite storte, ma ipercognitivista, fondato sull’assimilazione, sulla performance, sul riempimento delle teste, sulla computerizzazione delle conoscenze e della loro efficacia produttiva, sulla tecnologia come via facile e breve per la felicità.

Esiste un sapere prêt-à-porter  sempre a disposizione, illimitato, senza vita, acquisibile senza sforzo, che determina il rigetto della ricerca intesa come conquista faticosa e lenta fatta sui libri letti. Un sapere anonimo, ripetitivo, sempre uguale a se stesso, senza invenzione, burocratico, privo di inventiva e di ogni oggettivazione e senza amore. Il risultato è l’anoressia del desiderio.

La scuola da luogo dell’apertura a mondi sconosciuti e della meraviglia (la filosofia è meraviglia) si trasforma in un luogo di chiusura dove le nozioni sigillano e generano noia. Il desiderio non è incanalato e diventa iperattività e irrequietezza. Da luogo della vita diventa luogo dell’automatico e della morte: le teste cadono sui banchi come morte, senza vita.

“Capissero che sono innanzitutto il libri – e i mondi che ci aprono – a ostacolare la via a quel godimento mortale che sospinse i nostri giovani verso la dissipazione della vita (tossicomania, bulimia, anoressia, depressione, violenza, alcolismo, ecc)”.

Gli insegnanti dovrebbero tentare, senza trasformarsi in psicoterapeuti, a tradurre il disagio dei giovani (iperattività, deficit di apprendimento, noia, frivolezza senza responsabilità o bullismo) come se fosse un’interrogazione inconscia rivolta a ciò che essi incarnano. Cosa significa questo disagio?

Recalcati utilizza il mito di Telemaco, il figlio di Ulisse, che aspetta il ritorno del padre perché Itaca è assalita dai Proci per dare un significato alla situazione attuale che stiamo vivendo.

Telemaco non vuole la pelle del padre, ma vuole che ritorni il padre, che ci si liberi, come nel mito, dalle pulsioni incestuose dei Proci che stanno devastando la casa dei suoi genitori. Attende il ritorno del padre sa che solo questa legge riportare l’ordine. Telemaco vuole entrare in relazione con il padre, lo attende e non lo vive come Edipo, al crocevia, come impedimento all’accesso del desiderio che quindi bisogna uccidere. Telemaco sà che è la legge a fondare il desiderio.

Il maestro è colui che sa accendere il desiderio! L’apprendimento è molto legato alle emozioni e quindi  all’interesse, dalla motivazione e dalla passione che l’insegnante riesce a suscitare per la materia. Ma se le emozioni non sono contenute sortiscono invece l’effetto contrario.

L’educazione come accrescimento, incremento, sviluppo progressivo e illimitato della conoscenza è un mito fasullo del nostro tempo che corrisponde al modello dell’economia globale che considera l’espansione narcisistica si se stessi come la sola forma di verità.

Educazione che avviene per contagio, seduzione, attivazione del desiderio.

Insegnamento come tirare fuori, attivare, accendere il desiderio e la passione, “portare il fuoco”, insegnare ad imparare, come estrazione maieutica delle capacità, potenzialità e risorse dell’allievo. L’allievo visto come “individuo” libero e creativo.

Esiste la possibilità di introdurre un rapporto vitale con il sapere? L’insegnamento non dovrebbe essere in grado di spostare, attirare verso il sapere, mettere in movimento l’allievo? Se non si riesce a mobilitare il desiderio e l’amore per il sapere l’insegnamento non sarà mai singolare e individuale, ma collettivo.

Gli allievi non sono visti solamente come vasi vuoti, legni storti da raddrizzare ma come individui unici e irripetibili con una precisa configurazione di talenti, spesso nascosti o sepolti sotto la “Persona”, il carattere e i loro aspetti più rigidi e spigolosi che sono più l’espressione di quello che Winnicot chiamava il “finto sé” riferendosi all’identificazione con aspetti collettivi.

Cosa significa tirare fuori? Non significa confermare i tratti caratteriali adattativi del nostro allievo, bensì riconoscere e permettere il rispecchiamento ciò che c’è dentro, in profondità: talenti, doni, qualità, capacità e risorse. Da questo punto di vista il malessere e il disagio fino ad arrivare ai sintomi (la nevrosi), sono espressione di un “daimon” non espresso. La ghianda sogna la quercia. Per cui il maestro è colui che va sulle tracce dell’allievo.

Il maestro è colui che partorisce di nuovo, per la seconda volta. E cosa significa partorire? Mettere al mondo, portare alla luce, creare le condizioni affinché una vita spontaneamente prenda la sua forma, la sua configurazione. Formazione a questo livello più alto significa infatti, in senso etimologico, dare forma o meglio facilitare la forma già inscritta nell’allievo, così come educazione ci manda ad “e-ducere” e quindi “tirare fuori”.

Parliamo della maieutica, arte della levatrice o arte della domanda con la quale Pitagora avrebbe spiegato con successo il suo teorema allo schiavo ignorante, che non aveva dentro di sé le informazioni per capirlo, ma gliele ha tirate fuori, glie ha edotte dando forma all’informe. Una formazione che si preoccupa realmente di dare forma, di fare domande piuttosto che dare risposte.

Ciò che non è stato portato fuori nell’infanzia, cioè partorito, portato alla luce è rimasto inespresso. Non è stato visto e riconosciuto: esiste ma in potenza e quindi va ri-tirato fuori. Un maestro, un mentore è colui che ci fa vedere qualcosa di noi che non credevamo di avere e allora lo riconosciamo. Un detto orientale dice “quando il discepolo è pronto il maestro arriva”.

Un giorno arriva nella nostra vita qualcuno di importante, un uomo che è in grado di agganciare le mie proiezioni, smuovere la mia ammirazione tanto da farmi identificare in lui e farmi dire “io voglio essere come lui”. Tramite le proiezioni che inizio a fare su di lui io inizio a vedermi come sono e cioè a conoscermi veramente per la prima volta, a rispecchiarmi come nella favola della tigre.

Noi siamo in grado di vedere e comprendere la nostra natura profonda, i nostri talenti e le nostre qualità, nella maniera in cui i nostri genitori li hanno visti e riconosciuti. Basta poco per tarpare la ali ad un bambino. Per essere amati, accettati e riconosciuti finiamo per tirare fuori qualità che non sono nostre, ma quelle che l’ambiente ha tirato fuori, la famiglia, la scuole e più in grande la cultura in cui viviamo. La cultura odierna riconosce e nobilita la forza, la giovinezza, la ricchezza, la scaltrezza e la furbizia, la competizione.

Questo tema dell’insegnamento come “tirare fuori” che si esprime come una sorta di disillusione scolastica, è ben rappresentata nostra tradizione occidentale nella celebre scena di apertura nel Simposio di Platone, attraverso un “gesto” che  Socrate fa nei confronti di uno dei suoi allievi chiamato Agatone.

Il gesto di Socrate nel Simposio di Platone. Agatone ha preparato un banchetto al quale parteciperanno illustri intellettuali e sapienti per discutere le virtù di Eros. Socrate è in ritardo perché, mentre si sta recando a casa di Agatone accompagnato da Aristodemo, viene rapito dal suo demone e si apparto sotto il portico. Il dialogo tra Socrate e Agatone è preceduto da questo strano ritardo del maestro, da questa sua caduta nell’oblio, un ritirarsi in disparte ossia una sottrazione. Socrate entra dunque quando la scenaa è già iniziata e Agatone gli chiede di prendere posto a tavola e sdraiarsi accanto a lui:

“Qui, Socrate, stenditi accanto a me, in modo che, toccandoti, possa godere anch’io della sapienza che ti si è accostata nel portico. È chiaro infatti che l’hai trovata e la possiedi, sennò non ti saresti mosso”.

La deduzione è chiara: Socrate ha concluso la sua meditazione perché il sapere che bramava l’ha visitato. E quale è l’illusione che anima Agatone e che guida ogni allievo nei confronti del proprio maestro: supporre che l’Altro sia depositario di un sapere di cui si vuole condividere il mistero e la potenza assimilandone il contenuto per contiguità. Agatone vuole essere riempito dal sapere del maestro. Questa è la disillusione scolastica: ricevere per travaso fino all’ultima goccia nel suo contenitore il sapere contenuto nel maestro.

Ricevere passivamente il sapere è la grande disillusione, perché non c’è possibilità di raggiungere un sapere vero se non attivandosi in un processo di ricerca. Agatone si pone come un amante attraversato dalla mancanza dell’altro, che ricerca la sua pienezza attraverso l’altro, accontentandosi di ricevere il sapere dall’altro, abbeverarsi al sapere del maestro per ricevere tutto il sapere.

Ed ecco il gesto di Socrate che dopo avere accettato l’invito a sedersi accanto a lui, gli risponde in modo spaesante:

“Sarebbe bello, Agone se la sapienza fosse tale da scorrere dal più pieno al più vuoto di noi, quando ci tocchi l’un l’altro, come fa l’acqua nelle coppe, che dalla più piena scorre nella più vuota attraverso un filo di lana. Se infatti le cose stanno così anche per la sapienza, è un grande onore per me lo star sdraiato accanto a te: credo infatti che potò essere riempito, da te, di molta e bella sapienza. La mia infatti è probabilmente qualcosa di poco valore, o è controversa o è dubbia come fosse un sogno, mentre la tua è scintillante e possiede un grande futuro che da te ancora giovane così intensamente ha brillato e tanto lucente è apparso l’altro ieri”.

Socrate sà che nel sapere dimora “un vuoto”, un limite, una impossibilità di sapere tutto e di spiegare ogni cosa. Agatone è l’immagine dell’allievo che evita di affrontare l’esperienza del limite. Socrate si rifiuta di occupare la posizione di oggetto amato ribadendo di non essere quell’oggetto. Socrate sà di non sapere ed è in questo la sua saggezza. Ponendosi come un “vaso vuoto” fa saltare l’illusione scolastica di un sapere come “vaso pieno”. Il gesto di Socrate è una azione di svuotamento del sapere che mira a spingere Agatone a ricercare il proprio sapere, ad attivarsi autonomamente nella ricerca. Il sapere del maestro non è ciò che colma la mancanza, ma ciò che la preserva. E così può dirgli: guarda che non troverai in me quello che già possiedi, non sono io ma sei tu ad essere pieno.

Il sapere non è un oggetto ma è l’effetto di un percorso di ricerca che ogni soggetto è tenuto a compiere in proprio senza che esista un tracciato definito a priori.

È un processo di “formazione”, un percorso che traccia il suo sentiero singolare nel momento in cui accade. Il sentiero si fa solo nel movimento di chi lo percorre perché non esiste prima di esso. I cavalieri partono alla ricerca del Santo Gral entrando nel bosco non attraverso strade battute ma ognuno in un punto diverso della foresta la dove non sono tracciati i sentieri. Questa è la ricerca del sapere.

Il maestro si dis-identifica dal “tutto pieno”, per incarnare la mancanza e nel fare questo non riversa il suo sapere nella testa dell’allievo, ma apre invece un vuoto nella testa dell’allievo, un desiderio, una mancanza, una passione il desiderio della ricerca. L’apprendimento non avviene per travaso passivo.

Rifiutandosi di incarnare il sapere Socrate apre la mente del suo allievo, fa spazio, crea le condizioni per l’esistenza di nuovi mondi, non ci butta dentro del cemento. Produce invece il vuoto. È solo nella sospensione del sapere che si può attivare la ricerca del sapere.

Un insegnamento così concepito non raddrizza, non inquadra, non uniforma, ma anima il desiderio di sapere e quindi l’amore. Non l’innamoramento come esperienza che ricalca la simbiosi infantile madre-bambino, che si nutre del riempimento di una mancanza, ma l’amore che è un movimento attivo, creativo e generativo.

Maestro è colui che è capace di mobilitare l’amore nell’allievo, che innesta una spinta erotica, un trasporto, “un amore che si indirizza al sapere” non verso “l’oggetto del sapere”, del contenuto che si brama di possedere, ma verso la ricerca del sapere. Dalla passività dell’amato, all’attività dell’amante.

Il maestro non è un moralista che vuole il bene dell’allievo, come uno psicoanalista non cerca il bene del paziente, ne rimpinzare la sua testa di consigli e ammonizioni, spiegazioni, indottrinamenti, ma colui che muove nel discepolo l’amore per la ricerca. Filosofo è colui che ama il sapere, non coi che “possiede” il sapere.

Lacan dice che l’analista “non è li per il suo bene (del paziente), ma perché egli ami”. Il paziente vino viene curato, medicato, corretto ma trasformato e cioè mosso verso la verità inconscia del proprio desiderio.

Da vaso vuoto, testa o bocca vuota da riempire o vite storta da raddrizzare in soggetto che ricerca attivamente quello di cui manca, che si sente trasportato, attirato, catturato verso un sapere nuovo, che diventa un amante attivo.

Infine il dono più grande del maestro è quello di “tacere l’amore” come sostiene Lacan.:

“Non ho alcun titolo per misurare il valore delle vite che […] ascolto confidarsi con me. Io ascolto. E uno degli scopi del silenzio che costituisce la regola del mio ascolto è proprio quello di tacere l’amore”

È il più prezioso perché non vincola l’allievo e lo lascia libero di andarsene quando vuole e di separarsi dal maestro. Se questo non avviene siamo nel regno non dell’amore ma della manipolazione e quindi del potere.

Dove c’è potere non c’è amore e dove c’è amore non esiste volontà di potenza diceva Jung. Questo non significa che la relazione maestro allievo sia orizzontale. Non è una relazione tra amici.

Se il maestro non sà tacere il proprio amore (le sue aspettative su di lui) per l’allievo rischia di esigere, volontariamente o meno, che l’allievo segua le sue orme, che diventi ciò ciò che lui si attende. L’ascolto libero da ogni finalità, che non ha la pretesa di giudicare, di valutare e misurare il valore delle vite che si raccontano. Il maestro, come l’analista, non è niente ma sono un catalizzatore, una funzione di innesco che permette all’allievo di attivarsi. Quanti figli finiscono per seguire i desideri inconsci dei padri e non la loro vocazione, ricorda Jung.

Mentre il prete ascolta e poi giudica prescrivendo l’entità della pena per l’espiazione del peccato, il maestro a questo livello ascolta ogni scabrosità ma non giudica, non misura, non ha la pretesa di raddrizzare.

Esiste un punto in cui l’educazione sconfina con la seduzione. Etimologicamente educere è prossimo a seducere, nel senso di condurre in disparte, condurre via, essere trasportati oltre, sospinti, condotti oltre fino a divergere, come abbiamo visto, da ogni sentiero tracciato. Socrate è anche un grande seduttore e corruttore oltre che essere maieuta, ostetrico e formatore. L’amore che gli allievi provano per lui li rapisce, li svia, li porta fuori strada, li strappa, li separa dalla consuetudine, li porta nella radura, apre nuove finestre e mondi, li contagia di desiderio di sapere, accende in loro il desiderio. Socrate aggancia le loro proiezioni e li trasporta fuori. I suoi discepoli sono innamorati di lui, lo ammirano e si identificano con lui. Quando Socrate si pone come “vuoto” nei confronti di Agatone si sottrae di fatto alle sue identificazioni favorendo le sue proiezioni.

Socrate viene accurato di essere un corruttore di giovani. La stessa sorte spetta la prof. Keating di L’attimo fuggente (1989) notissimo film che suscitò sentimenti contrastanti perché portò gli allievi a strappare le pagine e salire sui banchi. Un allievo scopre la sua vocazione ma la famiglia non può riconoscere che lui faccia teatro e questo porterà al suicidio del figlio.

Questo portare fuori con tutti pericoli della manipolazione, della seduzione e del potere è, come direbbe Melanie Klein “epistemofilica” in quanto porta fuori dalla famiglia e soprattutto dal materno dove prevale un atteggiamento claustrofilico.

Un’ora di lezione, come sottolinea Recalcati, può cambiare la vita. L’incontro con il maestro infiamma, è fecondo, crea e genera mondi, catapulta altrove, al di la del noto, verso l’inedito e la meraviglia. Come un “vento di primavera” direbbe Nietzsche. E sono la parola, la presenza del maestro e della sua voce a costellare questo spostamento che è più uno squarcio. E non è prevedibile come e quando avvenga. È l’amore che muove il desiderio del viaggio. L’ora di lezione come una incarnazione del sapere che mette in moto e vivifica. Basta ascoltare le parole del Maestro nel vangelo per rendersi conto cosa si intende per infiammare. Tuttavia anche queste parole, a distanza di duemila anni suonerebbero come parole morte se qualche maestro non le vivificasse re-incarnandole con la sua passione.

La presenza è ciò che il maestro deve incarnare e tenere sempre viva, ciò che rende possibile l’ascolto. Il maestro non è altrove, è li al di la di ciò che dice e desidera essere li dove è. Gli allievi sentono subito il professore o il maestro calato nella propria classe, il modo in cui parla, guarda, ascolta, saluta gli studenti. È a suo agio, non è chiuso ma aperto, senza paura della relazione, sicuro. La classe in questo mode esiste davanti ai suoi occhi.

Il maestro è colui che lascia un seme, un’ impronta, una traccia perché la trasmissione del sapere è connotata dal limite in quanto l’apprendimento è un mistero.

Nel Teage, un altro dialogo Platonico, apocrifo, è ben descritta questa esperienza profonda e misteriosa tra maestro e discepolo che è in fondo un esperienza d’amore avvolta da questo mistero dell’apprendimento:

“Una cosa, o Socrate, devo dirti che troverai incredibile, ma che ciò nondimeno è vera. Io non ho mai imparato niente da te, come tu ben sai. Tuttavia progredivo quando stavo con te: anche solo quando ero nella stessa casa, ma non nella stessa stanza; e quando ero nella stessa stanza, tenevo gli occhi fissi su di te mentre parlavi e mi pareva di progredire più che se avessi guardato altrove. Massimo era il mio progresso allorché sedevo accanto a te e ti toccavo”.

Stare con il maestro fa progredire. Non significa scimmiottare il maestro o modellarlo, ma stare come lui senza imitarlo. È un apprendimento per altra via. Non è un fatto di ripetizione ma qualcosa di misterioso che avviene nella relazione.

Il maestro attiva e infiamma il daimon del discepolo. Il creativo accende il creativo. La fiamma che accende un’altra fiamma. Non c’è vero insegnamento senza amore tra maestro e discepolo. Per Socrate il vero maestro è l’amore perché conduce l’anima, la psiche  fuori dalla sua crisalide, guarendola al tempo stesso dal suo isolamento e facendole spiccare in volo.

 

Sintesi

Massimo Recalcati, L’ora di Lezione. Per un’erotica dell’insegnamento, Torino, Einaudi, 2014.

il libro del giorno