Marina Valcarenghi: “L’anoressia” di Moretti & Vitali

Perché un’inconscia autocondanna a morte per fame? Perché questa sentenza riguarda quasi esclusivamente le donne? Esiste un denominatore comune all’origine dell’anoressia?

Quali le differenze fra un’anoressia isterica e un’anoressia tipica? E infine: è possibile neutralizzare questo comportamento autodistruttivo attraverso la psicoanalisi? Senza recidive? E quali sono l’utilità e il senso del ricovero ospedaliero e dell’intervento psichiatrico?

Nella prima parte del testo l’autrice si propone di esaminare questi interrogativi dal punto di vista storico, teorico e clinico, presentando quindi il suo metodo di intervento e di cura, fondato sulla ricerca di particolari cause inconsce, collettive e personali, del sintomo anoressico.

Nella seconda parte è riassunto il lavoro psicoanalitico con quattro pazienti e il lavoro rimasto incompiuto in un quinto incontro, attraverso le diverse storie di ognuna, i dialoghi con l’analista e l’interpretazione dei sogni, alla ricerca della ferita ancora aperta che si nasconde dietro un autolesionismo così radicale.

Marina Valcarenghi non condivide l’idea oggi prevalente in ambito psicoterapeutico che il disturbo anoressico trovi la sua origine nel rapporto con la madre: “è vero che la madre può essere all’origine di numerosi problemi psicologici di un essere umano e dunque anche dell’anoressia, ma le cause possono essere innumerevoli altre”. L’equazione simbolica madre-nutrimento è per le approssimativa o comunque non sufficiente a coprire tutte le valenze relazionali e le immagini del rapporto madre e figlia. Le ragioni dunque possono essere altre: abbandoni, tradimenti, abusi.

Nel percorso analitico diventa dunque indispensabile disseppellire aree sepolte, sbrogliare la matassa di una paziente ricerca alle origini di quel digiuno che potrebbe raccontare molto di più del rifiuto della madre-cibo e parlarci invece di una grade protesta, di una vedetta autolesionista verso un’offesa indicibile: “Se avessi trovato una vita che mi piacesse l’avrei vissuta”.

L’approccio all’anoressia di Marina Valcarenghi è fondato sulla basilare suddivisione diagnostica tra “Anoressia Tipica” e “Anoressia isterica”, la prima più grave e dall’esito di solito nefasto, la seconda dalla prognosi più benigna. Due configurazioni psicopatologiche che vanno trattate in modo molto diverso. E quello dell’analista è un lavoro “che assomiglia a quello di un detective – una specie di Tenente Colombo – che non si lascia sfuggire nessun particolare, che ascolta e mette assieme informazioni frammentarie, che continua a cercare fino a che, in mezzo a tanto materiale inutile, alla fine trova quel dettaglio, quell’episodio, quel ricordo che lo indirizza sulla pista giusta, quello che apre la strada alla scoperta del trauma”.

“Il rifiuto del cibo è il sintomo visibile, il desiderio inconsapevole di morte è già una causa, ma secondaria, che può guidare alla causa originaria, ripercorrendo questa sequenza inconscia: non mangio perché voglio morire e voglio morire perché…., l’obbiettivo nella relazione analitica è scoprire il mistero che nasconde quel secondo perché”.

Un libro da leggere, che sfata molti luoghi comuni sull’argomento, e che cerca di dipanare quel complesso groviglio psichico che sta all’origine del sintomo anoressico mettendo in luce uno degli aspetti spesso più trascurati nella costellazione anoressica che è l’autolesionismo femminile “e l’anoressia ne é un drammatico aspetto” che “si radica nella repressione dell’istinto autodifensivo a cui le donne sono state sottoposte per millenni e quindi al suo dirottamento contro loro stesse, sulla base di un senso di colpa e di una autosvalutazione della propria identità”

Marina Valcarenghi, psicoterapeuta e psicoanalista, è docente di Psicologia clinica e di Psicologia degli aggregati sociali e presidente della scuola di specialità in Psicoterapia LI.S.T.A. di Milano e dell’associazione VIOLA per lo studio e la psicoterapia della violenza.Tra le sue pubblicazioni: I manicomi criminali (Mazzotta, Milano 1975); Nel nome del padre (Tranchida, Milano 1987); Psicoanalisi e politica (con G. Galli, L. Gentili, LeG, Milano 1992); Relazioni (Tranchida, Milano 19994); Signori della Corte (Re Nudo, Siena 2000).

Per Bruno Mondadori ha pubblicato L’aggressività femminile (2003); L’insicurezza. La paura di vivere nel nostro tempo (2005); “Ho paura di me”. Il comportamento sessuale violento (2007); L’amore difficile. Relazioni al tempo dell’insicurezza (2009) e Mamma non farmi male. Ombre della maternità (2011).

Ha fondato e diretto a Milano con alcuni colleghi una scuola di specialità a orientamento junghiano, ed è stata vicepresidente dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia. Ha svolto corsi e docenze alla facoltà di Medicina dell’Università degli Studi di Milano, alla facoltà Psicologia di Urbino e all’Università Bocconi di Milano.

Ha introdotto per la prima volta in Italia la psicoanalisi in carcere nel 1994, lavorando per nove anni nel reparto di isolamento maschile del carcere di Opera (Milano) e per due anni nel carcere di Bollate (Milano).

Marina Valcarenghi, L’anoressia, Moretti & Vitali, 2018.